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Alla ricerca della pillola dell’altro giorno dopo

20 Febbraio 2006

Alla ricerca della pillola dell’altro giorno dopo

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Il giorno dopo, in questo caso, è quello che segue a una terribile sbornia. Una potenziale miniera d´oro che si scontra con una lunga serie di problemi etici

Si chiama hangover, che potremmo approssimativamente tradurre in “Sindrome del mattino dopo sbornia” (se volete fare i fini, potete anche chiamarla veisalgia). Quelle ore in cui l´unica cosa che tiene in vita è la speranza di un prossimo decesso. Quel mix di nausea, mal di testa, debolezza e un migliaio di altri sintomi concomitanti che ci riducono a un essere meno evoluto delle creature gelatinose che per eoni hanno dominato gli oceani primordiali.

Una sindrome che ogni giorno affligge milioni di esseri, ridotti a uno stadio che ha ben poco di umano e che li porta a domandarsi se è mai possibile che in oltre 15.000 anni la razza umana non sia riuscita a individuare un rimedio efficace per quel mattino dopo.

La sbornia: un fattore culturale

Forse non è un caso che in italiano non esista una traduzione sintetica del termine hangover (a parte l´eventuale spranghetta di manzoniana memoria): nel nostro paese il consumo dell´alcool ha modalità diverse (meno pirotecniche e più continuative) da quelle tipiche di altre nazioni.

In paesi di cultura più nordica o anglosassone è spesso tradizione del weekend prendersi una bella sbornia con gli amici; una legittima forma di divertimento, una cultura in cui una bella sbornia è una bella cosa… non fosse che per gli effetti a seguire. Mentre da noi quindi il potenziale di mercato per una medicazione anti hangover è limitato (anche se le giovani e giovanissime generazioni sembrano mostrare segni di evoluzione verso forme più intense di fruizione alcolica) in molti altri paesi c´è un mercato impressionante per un rimedio efficace.

Il meccanismo alcolico

A oggi non è chiaro il meccanismo biochimico d’azione del doposbornia, che sembra un complesso interagire di più fattori, legati (anche?) a come viene metabolizzato l´alcool che beviamo. Senza entrare nei particolari, diciamo che si generano nel nostro organismo composti come l´acetaldeide (infiammabile ed esplosivo), il malondialdeide (vedi questo pdf) e l´acido formico – tutte robette che, in linea di principio, uno non vorrebbe sapere di avere dentro.

Queste sostanze (e forse anche altre) incasinano il sistema nervoso, causano ipoglicemia, disidratano il corpo facendoci buttar fuori tanta di quell´acqua che l´organismo deve recuperarla dall´interno, causando addirittura un restringimento del cervello e di altri organi. Si generano i tremendi radicali liberi; e queste robacce attaccano il fegato, al punto che possono rendere pericoloso l´uso di analgesici per combattere il classico mal di testa formato famiglia (per chi volesse approfondire farmacologicamente il tema, consiglio questo link e la consultazione del serissimo mensile Hangover Research Today).

Le difficoltà della ricerca

Il temibile dopo sbornia è una sindrome notissima ed ampiamente documentata su cui esistono però poche ricerche mediche serie. Anche perchè non è banale, dal punto di vista pratico ed etico, condurle. Non è infatti molto etico invitare nei propri centri generosi volontari pronti a ubriacarsi come maiali da laboratorio, per studiare gli effetti nelle ore seguenti (né etico, né particolarmente divertente, sopratutto per il fastidioso obbligo morale dei ricercatori di restare sobri e di non partecipare alla festa).

Esiste poi il rischio di danni fisici alle cavie, sia a livello di intossicazione (con 9/10 superalcolici di fila si rischia la pelle: negli Stati Uniti muore di intossicazione alcolica uno studente quasi ogni weekend), sia a livello di incidenti di percorso (una cavia ubriaca tende ad avere un livello di autoconservazione tendente a zero e un rapporto eccessivamente dialettico con la legge di gravitazione universale intesa in senso non relativistico).

Per aggirare l´ostacolo, è stato perseguito per molti anni il metodo classico di sperimentazione, in cui i ricercatori sono le prime cavie di sé stessi, organizzando epiche bevute tra scienziati per testare l´efficacia di composti ritenuti potenzialmente efficaci. Il metodo pare essere caduto in disuso, anche perchè generalmente non restava nessuno abbastanza sobrio da prendere nota dei risultati e dare un risultato significativo ai test.

In alternativa, la Glasgow Caledonian University ha adottato un approccio differente, invitando dei volontari a presentarsi presso i propri locali qualora questi si fossero ritrovati a essere sbronzi o con hangover conclamati (con evidenti problemi logistici). La Tulane University ha invece organizzato un party in ambiente controllato, in cui 50 studenti di medicina di ambo i sessi hanno partecipato a un festone alcolico (piscina compresa) articolato su due weekend successivi – ricevendo una paghetta di 100 dollari (e bevande gratis) – con l´obbligo di ubriacarsi sotto controllo medico. I dati del test sono ancora in fase di valutazione, sia dal punto di vista degli effetti biochimici sia sul fronte del conteggio delle gravidanze indesiderate.

Il problema delle case farmaceutiche

Per le aziende farmaceutiche lo sviluppo di un prodotto anti sbornia potrebbe essere una miniera d´oro. Così come potrebbe esistere un potenziale interesse per i produttori di liquori. Entrambi se ne tengono invece ben lontani, per evitare problemi con le istituzioni: l´hangover è uno dei pochi fattori di controllo dell´eccesso alcolico (se viaggiate in certi paesi del Nord vi rendete conto che nemmeno l´elevato costo delle bevande sembra avere un effetto dissuasivo del consumo).

Trovare una cura potrebbe contribuire potenzialmente a un ulteriore incremento del consumo di alcolici, in palese contrasto con le politiche di molte nazioni che stanno da anni dandosi un gran da fare per convincere la popolazione a bere meno (come ad esempio in Gran Bretagna, prolungando l´orario di apertura dei pub). Insomma un campo minato, un´invenzione che potrebbe avere un effetto boomerang sugli inventori (e un effetto terminale sulla salute dei bevitori più appassionati).

Il trionfo di Internet

In questa situazione, e grazie all´aiuto della Rete, il mercato non coperto dalle aziende farmaceutiche viene coperto da migliaia di operatori non referenziati che offrono supplementi alimentari, integratori, pastiglie di cenere vulcanica, pillole del KGB o intrugli vitaminici; tutti dall´indubbia efficacia, ma in genere assolutamente non sperimentati, sfruttando le scappatoie che permettono agli integratori di passarla molto più liscia che non i farmaci. Senza contare che se si vende all´estero, e in Rete, fare controlli e applicare sanzioni non è particolarmente facile.

Per di più, secondo studi effettuati in Inghilterra e pubblicati dal British Medical Journal, nessuno questi rimedi sembrerebbe in grado di prevenire o curare l´insorgere dell´hangover. Né paiono funzionare le mille soluzioni tradizionalmente tramandate (spesso disgustose) che per etica non riporto, onde non incentivare i lettori a esperienze rischiose al di fuori di programmi medicalmente controllati.

Non resta che astenersi

Secondo gli esperti, dunque, l´unica soluzione sarebbe quindi quella di evitare l´alcool (imprescindibile se ci si deve mettere al volante) o quanto meno di esercitare un notevole autocontrollo, anche perchè il rischio di scivolare nell´alcolismo è molto più serio di quello che comunemente si pensa.

Per chi di controllo non vuol sentire parlare segnalo il curioso manuale The Hangover Handbook o l´interessante sito Hangover Review gestito da tale Mike Pearson che, dal 2003, si occupa di catalogare e testare (pare personalmente) i vari prodotti contro l´hangover man mano introdotti sul mercato americano; producendo un indubbio servigio alla comunità e ponendosi in ottima posizione per un posto nel Guinness Book of Records, alla categoria “cefalee e mal di testa”.

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