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Albert Hofmann e quel suo bambino difficile

30 Aprile 2008

Albert Hofmann e quel suo bambino difficile

di

Il chimico svizzero si è spento nella sua casa di Basilea all'età di 102 anni. Geniale scienziato, nel 1943 scoprì le proprietà dell'acido lisergico (Lsd). Per ricordarlo, Apogeo pubblica il primo capitolo del suo libro più importante, dedicato proprio alla sua più grande scoperta

Membro del comitato per il Nobel, nel 2007 Albert Hofmann è stato eletto al primo posto nell’elenco dei primi 100 geni viventi. Apogeo si onora di annoverarlo tra gli autori dei suoi libri. Con il marchio Urra pubblicò nel 1996 la traduzione italiana di Alla scoperta dei misteri Eleusini, scritto a più mani con Wasson e Ruck, e del suo libro più importante, LSD, il mio bambino difficile, riedito successivamente nel 2005. In suo ricordo, ne pubblichiamo integralmente il primo capitolo – Come nacque l’LSD – in cui Hofmann ripercorre le tappe che lo condussero alla sintesi dell’acido lisergico e alla scoperta della sua azione straordinaria.

Come nacque l’LSD

“Dans les champs de l’observation, le hasard ne favorise que les esprits préparés”.

Si dice e si scrive continuamente che l’LSD fu scoperto per caso. Ciò è vero solo in parte. L’LSD venne alla luce all’interno di un regolare programma di ricerca; il caso avvenne molto più tardi: dopo cinque anni dalla sua scoperta, mi capitò di sperimentarne gli effetti imprevedibili sul corpo – o meglio, sulla coscienza.

Quando ripercorro con il pensiero il mio curricolo scientifico alla ricerca di avvenimenti e decisioni importanti che avrebbero diretto alla fine il mio lavoro verso la sintesi dell’LSD, mi rendo conto quanto sia stata determinante la scelta di trovare un impiego dopo la conclusione degli studi di chimica. Se la decisione fosse stata diversa, può darsi che questa sostanza, conosciuta in tutto il mondo, non sarebbe mai stata creata. Perciò, raccontare la storia dell’origine dell’LSD significa anche illustrare brevemente la mia carriera professionale, legata a quella da un filo inestricabile. Nella primavera del 1929, dopo aver terminato i miei studi di chimica all’Università di Zurigo, entrai a far parte dei laboratori di ricerca chimico-farmaceutica della Società Sandoz in Basilea; fui assunto come assistente del professor Arthur Stoll, fondatore e direttore del dipartimento farmaceutico. Scelsi questo impiego, che mi dava l’opportunità di lavorare su prodotti naturali, dopo aver rifiutato altre due offerte da parte di aziende chimiche di Basilea impegnate nel campo della chimica delle sostanze sintetiche.

Le prime ricerche chimiche

Il dottorato di ricerca a Zurigo con il professor Paul Karrer mi aveva già dato la possibilità di soddisfare i miei interessi per la chimica delle sostanze vegetali e animali. Utilizzando il succo gastrointestinale della chiocciola avevo ottenuto la degradazione enzimatica della chitina, il materiale di cui sono composti i gusci, le ali e le chele di insetti, crostacei e altri animali inferiori. Ricavai la struttura chimica della chitina dal prodotto di scissione, uno zucchero contenente azoto, ottenuto da questa degradazione. La chitina risultò essere un analogo della cellulosa, la sostanza costitutiva delle piante. Questo importante esito, raggiunto dopo appena tre mesi di ricerca, coronò la mia tesi di dottorato con tanto di lode.

Quando mi unii alla SANDOZ, il numero del personale nel settore chimico-farmaceutico era piuttosto modesto. Quattro chimici lavoravano nel dipartimento di ricerca e tre in quello di produzione. Il lavoro che mi fu affidato presso il laboratorio di Stoll si accordava pienamente con il mio curricolo di studi. L’obiettivo che il professor Stoll aveva stabilito consisteva nell’isolare con metodi accurati i principi attivi delle piante medicinali conosciute allo scopo di produrne gli esemplari puri. Ciò è particolarmente importante nel caso di piante medicinali i cui principi attivi siano instabili, o le cui proprietà siano soggette a una considerevole variazione, per cui risulta difficile ottenere un esatto dosaggio. Se il principio attivo è disponibile in forma pura, diviene allora possibile produrre una stabile preparazione farmaceutica, perfettamente quantificabile. Con questo proposito, Stoll aveva deciso di analizzare le piante medicinali di riconosciuto valore, come la digitale (Digitalis), la scilla mediterranea (Scilla maritima) e l’ergot della segale (Secale cornutum), che a causa della loro instabilità e del loro incerto dosaggio avevano sempre trovato scarso impiego in medicina.

Dedicai i miei primi anni nei laboratori della Sandoz a studiare quasi esclusivamente i principi attivi della scilla mediterranea. Il dottor Walter Kreis, uno dei primi colleghi di Stoll, mi introdusse in questo campo di ricerca. I più importanti componenti attivi della scilla mediterranea esistevano già in forma pura. Erano stati isolati con estrema abilità, insieme a quelli della digitale lanosa (Digitalis lanata) dallo stesso Walter Kreis. I principi attivi della scilla mediterranea appartengono al gruppo dei glucosidi cardioattivi (sostanze contenenti zucchero) e vengono utilizzati, come quelli della digitale, nel trattamento dell’insufficienza cardiaca. I glucosidi cardiaci sono sostanze molto attive. Poiché le dosi terapeutiche e quelle tossiche differiscono di poco, è particolarmente importante in questo caso avere un esatto dosaggio, basato su composti puri.

All’inizio delle mie ricerche, la Sandoz aveva già introdotto nella terapeutica un medicinale con i glucosidi della scilla; la struttura chimica di questi composti attivi, eccetto la parte contenente zucchero, rimaneva però in larga misura sconosciuta. Il mio più rilevante contributo nell’indagine sulla scilla, a cui partecipai con entusiasmo, consistette nella chiarificazione della struttura chimica del nucleo comune dei suoi glucosidi, mettendo in evidenza da una parte la loro diversità da quelli della digitale, e dall’altra il loro stretto rapporto strutturale con i principi tossici isolati dalle ghiandole epidermiche dei rospi. Nel 1935 questi studi vennero provvisoriamente interrotti.

Alla ricerca di un nuovo campo di indagine, chiesi al professor Stoll di lasciarmi proseguire gli studi sugli alcaloidi dell’ergot, che aveva iniziato nel 1917 e terminato nel 1918 con l’isolamento dell’ergotamina. L’ergotamina fu il primo alcaloide dell’ergot ottenuto in forma pura e ottenne un immediato riconoscimento nella terapeutica come emostatico in ostetricia e come farmaco antiemicrania. Nonostante questi successi, la ricerca chimica sull’ergot nei laboratori della SANDOZ venne abbandonata subito dopo la separazione dell’ergotamina e la determinazione della sua formula empirica. Nel frattempo, all’inizio degli anni Trenta, i laboratori inglesi e americani avevano iniziato a definire la struttura chimica degli alcaloidi dell’ergot. Avevano inoltre scoperto un nuovo composto idrosolubile, che poteva essere ugualmente isolato dalla soluzione madre dell’ergotamina. Così pensai che fosse opportuno per la SANDOZ riprendere la ricerca sugli alcaloidi di questo parassita, a meno che non avesse voluto rischiare di perdere il suo ruolo guida in un settore farmacologico di crescente importanza. Il professor Stoll accolse la mia richiesta con alcune osservazioni: “Debbo avvertirla delle difficoltà che incontrerà lavorando con gli alcaloidi dell’ergot. Sono sostanze estremamente sensibili, facilmente deperibili, meno stabili di altri composti che lei ha investigato nel campo dei glucosidi cardioattivi. Ma è libero di provare quando vuole”.

Quindi ci fu il passaggio di consegne, la mia carriera professionale stava conoscendo la sua destinazione principale. Non ho mai dimenticato quella sensazione di gioia creativa in attesa di dare inizio alle mie ricerche sugli alcaloidi dell’ergot, a quel tempo un campo d’indagine ancora poco esplorato.

Ergot

Può essere utile qui dare alcune informazioni sull’ergot. Esso è prodotto da un fungo inferiore (Claviceps purpurea) che cresce come parassita sulla segale e, in misura minore, su altre specie di cereali e su erbe selvatiche. I semi infestati da questo fungo si trasformano in protuberanze ricurve (sclerozi), che si propagano dalla pellicola al posto dei normali chicchi, con gradazione di colore che va dal marrone chiaro al marrone violetto. Dal punto di vista botanico l’ergot è definito sclerozio, la forma che assume in inverno. L’ergot della segale (Secale cornutum) è la varietà impiegata come medicinale.

Esso ha una storia affascinante, più di qualsiasi altro farmaco, nel corso della quale il suo ruolo e significato sono stati invertiti: una volta temuto come veleno, si è trasformato con il tempo in una ricca miniera di preziose panacee. L’ergot apparve per la prima volta sullo scenario della storia nel primo medioevo, responsabile di avvelenamenti di massa. La malattia, la cui causa rimase oscura per lungo tempo, si presentava sotto due forme caratteristiche, una cancrenosa (Ergotismus gangrenosus) e l’altra convulsiva (Ergotismus convulsivus). I nomi popolari per l’ergotismo, mal des ardents, ignis sacer, heiliges Feuer, fuoco di Sant’Antonio, si riferiscono alla forma cancrenosa del morbo. Il santo patrono delle vittime dell’affezione era Sant’Antonio, e fu soprattutto l’Ordine degli Antoniani a curare questi malati.

Fino a poco tempo fa, insorgenze epidemiche di avvelenamento da ergot furono registrate nella maggior parte dei paesi europei, comprese alcune regioni della Russia. Con i progressi in agricoltura, e dopo il riconoscimento, nel diciassettesimo secolo, che il pane contenente questo fungo ne era la causa, la frequenza e l’estensione della diffusione dell’ergotismo diminuirono notevolmente. L’ultima grande epidemia avvenne in alcune zone della Russia meridionale negli anni 1926/27 (l’avvelenamento di massa nella città francese di Pont-St. Esprit del 1951, che molti attribuirono al pane infestato dall’ergot, in realtà non ha nulla a che vedere con l’ergotismo. Fu scoperto che la causa era un composto organico al mercurio usato come disinfestante).

Il primo accenno di uso medicinale dell’ergot, in funzione di ecbolico, si trova nell’erbario del medico di Francoforte, Adam Lonitzer (Lonicerus), nell’anno 1582. Come si legge in questo documento, esso veniva impiegato dalle levatrici sin dai tempi remoti; ma solo nel 1808 il farmaco ottenne l’ingresso nella medicina ufficiale, grazie all’opera del medico americano John Stearns intitolata Account of the pulvis parturiens, a remedy for quickening child-birth. Tuttavia l’uso dell’ergot come ecbolico non durò a lungo. I medici si accorsero infatti del pericolo a cui andava incontro il nascituro, dovuto soprattutto alla aleatorietà del dosaggio, che se troppo alto provocava spasmi uterini. Da quel momento il suo impiego in ostetricia fu limitato ad arrestare l’emorragia postparto.

Solo dopo il suo riconoscimento nelle varie farmacopee, avvenuto nella prima metà del diciannovesimo secolo, furono intrapresi i primi passi verso l’isolamento dei principi attivi della sostanza. Tuttavia, tra coloro che analizzarono questo problema nel corso dei primi cento anni, nessuno riuscì a identificare le sostanze responsabili dell’azione terapeutica. Nel 1907, gli inglesi G. Barger e F.H. Carr furono i primi a isolare un preparato alcaloide attivo che chiamarono ergotossina, perché dell’ergot manteneva le proprietà più tossiche che terapeutiche (questo preparato non era omogeneo, ma piuttosto una combinazione di vari alcaloidi, come ebbi la possibilità di mostrare trentacinque anni dopo). Il farmacologo H.H. Dale scoprì tuttavia che l’ergotossina, oltre a esercitare un effetto di contrazione sull’utero, svolgeva anche un’attività antagonista all’adrenalina nel sistema neurovegetativo, una scoperta che poteva condurre all’utilizzazione terapeutica degli alcaloidi della segale cornuta. Solo però con l’isolamento dell’ergotamina, di cui accennavo prima, a opera di A. Stoll si ebbe la prima utilizzazione terapeutica di un alcaloide dell’ergot.

All’inizio degli anni Trenta si aprì una nuova era nella ricerca sulla segale cornuta, a iniziare, come ricordato, dalla determinazione della struttura chimica dei suoi alcaloidi nei laboratori inglesi e americani. Tramite scissione chimica, W.A. Jacobs e L.C. Craig dell’Istituto Rockefeller di New York riuscirono a isolare e definire la struttura di base comune a tutti gli alcaloidi dell’ergot. La chiamarono acido lisergico. Successivamente, si ebbe uno sviluppo importante, sia per la chimica che per la medicina: la separazione del principio ecbolico ed emostatico dell’ergot. La notizia fu pubblicata contemporaneamente e in modo del tutto indipendente da quattro istituti, compresi i laboratori della SANDOZ. La sostanza, un alcaloide di struttura relativamente semplice, fu denominata ergobasina (sinonimi: ergometrina, ergonovina) da A. Stoll e E. Burckhardt. Attraverso la sua degradazione chimica, W.A. Jacobs e L.C. Craig ottennero come prodotti di scissione acido lisergico e l’amino alcol propanolamina.

Mi prefissi come primo obiettivo del mio lavoro la preparazione sintetica di questo alcaloide, mediante il collegamento chimico dei suoi due componenti, acido lisergico e propanolamina (vedere le formule strutturali in appendice). L’acido lisergico necessario per questi studi doveva essere ottenuto dalla scissione di qualche altro alcaloide dell’ergot. Scelsi l’ergotamina come materiale di partenza per il mio lavoro, poiché era l’unica disponibile sotto forma di alcaloide puro e veniva già prodotta in quantità di chilogrammi nel dipartimento di produzione farmaceutica. Me ne volevo procurare 0,5 grammi e quando inviai al professor Stoll il modulo per la richiesta perché me lo controfirmasse, si presentò nel mio laboratorio e assai adirato mi rimproverò: “Se vuole lavorare con gli alcaloidi dell’ergot, dovrà familiarizzarsi con le tecniche della microchimica. Non posso permetterle di consumare per i suoi esperimenti una così elevata quantità della mia costosa ergotamina”.

Il dipartimento per la produzione dell’ergot, oltre a usare segale cornuta di origine svizzera per ottenere ergotamina, impiegava anche la qualità portoghese. Questa produceva un preparato alcaloide amorfo, corrispondente all’ergotossina isolata, come ho già accennato, da Barger e Carr. Decisi di utilizzare questa sostanza meno costosa per la preparazione di acido lisergico. L’alcaloide procurato dal dipartimento di produzione doveva essere ulteriormente purificato, affinché fosse possibile separare questo acido. Le osservazioni compiute durante il processo di purificazione mi indussero a pensare che l’ergotossina potesse essere una combinazione di più alcaloidi, invece che un alcaloide omogeneo. Parlerò in seguito delle conseguenze di vasta portata legate a queste osservazioni.

Vorrei aprire ora una breve parentesi per descrivere le condizioni di lavoro e le tecniche di allora. Può darsi che queste note interessino l’attuale generazione di ricercatori chimici impiegati nell’industria, abituati a condizioni assai migliori. Eravamo molto parsimoniosi. I laboratori personali erano considerati una rara stravaganza. Durante i primi sei anni del mio lavoro presso la SANDOZ, dividevo un laboratorio con due colleghi. Tre chimici, più un assistente ciascuno, lavoravano nella stessa stanza in tre settori diversi: Il dottor Kreis sui glucosidi cardioattivi; il dottor Wiedermann, che si unì alla Sandoz all’incirca nello stesso mio periodo, sulla clorofilla; e infine io sugli alcaloidi dell’ergot. Il laboratorio era provvisto di due “coppelle” (scompartimenti provvisti di prese d’aria) che fornivano, tramite fiamma a gas, un’aspirazione inadeguata. Quando richiedemmo che queste venissero dotate di ventilatori, il nostro capo si rifiutò, dicendo che la ventilazione a mezzo di fiamma a gas era stata più che sufficiente nel laboratorio di Willstätter.

Negli ultimi anni della prima guerra mondiale, Stoll era stato assistente a Berlino e Monaco del famoso chimico premio Nobel Richard Willstätter; con lui aveva condotto le ricerche fondamentali sulla clorofilla e sull’assimilazione dell’acido carbonico. Raramente avveniva una discussione scientifica con il professor Stoll in cui egli non citasse la figura dello stimato insegnante e il lavoro nel suo laboratorio. A quel tempo (inizio degli anni Trenta), le tecniche di indagine nel campo della chimica organica a disposizione dei ricercatori erano essenzialmente quelle usate un secolo prima da Justus von Liebig. Il progresso più importante conseguito da allora fu l’introduzione della microanalisi da parte di B. Pregl, che permise di stabilire la composizione elementare di un composto con appena qualche milligrammo di esemplare, mentre prima ce ne voleva qualche decigrammo. Delle altre tecniche fisico-chimiche a disposizione oggi del ricercatore – tecniche che hanno trasformato il suo modo di lavorare, rendendolo più veloce ed efficace e che hanno creato nuove possibilità, soprattutto per la chiarificazione della struttura – non vi era traccia a quei tempi.

Utilizzavo ancora per le ricerche sui glucosidi della scilla e per i primi studi sull’ergot i vecchi procedimenti di separazione e di purificazione del periodo di Liebig: separazione frazionata, precipitazione frazionata, cristallizzazione frazionata, eccetera. L’introduzione della cromatografia, primo passo decisivo verso la moderna tecnica di laboratorio, mi fu di grande utilità solo in indagini successive. Per la determinazione della struttura, che oggi può essere ottenuta in modo rapido ed elegante con l’aiuto dei metodi spettroscopici e della cristallografia a raggi x, dovevamo affidarci alle vecchie tecniche laboriose della degradazione e della variazione chimica.

L’acido lisergico e i suoi composti

L’acido lisergico si rivelò una sostanza piuttosto instabile e la sua associazione con i radicali basici comportò alcune difficoltà. Trovai alla fine, nel procedimento conosciuto come Sintesi di Curtius, un metodo che risultò proficuo per unire acido lisergico con amine. Con questa tecnica produssi un numero elevato di composti dell’acido lisergico. Grazie alla combinazione di questo con l’amino alcol propanolamina ottenni un composto che era identico all’ergobasina, l’alcaloide naturale dell’ergot. Avevo raggiunto la prima sintesi parziale, cioè la produzione artificiale, di un alcaloide della segale cornuta. Ciò non ebbe solamente un’importanza scientifica, in quanto confermava la struttura chimica dell’ergobasina, ma anche un valore pratico, perché l’ergobasina, il principio ecbolico ed emostatico dell’ergot, è presente in esso in quantità molto ridotta. Con questa sintesi parziale i numerosi alcaloidi della segale cornuta potevano ora essere trasformati in preziosa ergobasina.

Dopo questo successo iniziale, le mie indagini proseguirono su due fronti. Per prima cosa, provai a migliorare le proprietà farmacologiche dell’ergobasina modificando il suo radicale amminoalcol. Il collega dottor J. Peyer e io sviluppammo un procedimento per la produzione sistematica di propanolamina e altri aminoalcoli. Sostituendo la propanolamina contenuta nell’ergobasina con l’aminoalcol butanolamina, fu ottenuto un principio attivo che superò nelle sue proprietà terapeutiche perfino l’alcaloide naturale. Questa ergobasina perfezionata, conosciuta con il nome di Methergin, ha avuto ampio riconoscimento come ecbolico ed emostatico. Oggi è il principale farmaco impiegato in ostetricia per queste indicazioni.

Utilizzai ancora questo procedimento sintetico per produrre nuovi composti dell’acido lisergico, la cui azione ecbolica non era rilevante, ma da cui ci si potevano aspettare, in base alla struttura chimica, altri tipi di proprietà farmacologiche interessanti. Nel 1938 produssi la venticinquesima sostanza di questa serie di derivati dell’acido lisergico: la dietilamide dell’acido lisergico (Lysergsäure-diäthylamid), abbreviato LSD-25 per uso di laboratorio. Avevo programmato la sintesi di questo composto con l’intenzione di ottenere uno stimolante per la circolazione e la respirazione (un analettico). La dietilamide dell’acido lisergico avrebbe potuto svolgere questa azione poiché mostra una certa somiglianza nella struttura chimica con l’analettico già conosciuto a quel tempo, la dietilamide dell’acido nicotinico (Coramina). Durante il test dell’LSD-25 nel dipartimento farmacologico della Sandoz, il cui direttore al tempo era il professor Ernst Rothlin, venne rilevato un forte effetto sull’utero. Corrispondeva a circa il 70% dell’azione dell’ergobasina. La relazione della ricerca parlava tra l’altro di una certa irrequietezza delle cavie animali durante l’anestesia. La nuova sostanza comunque non suscitò particolare interesse nei nostri medici e farmacologi; le prove vennero quindi interrotte.

Nei cinque anni successivi non si sentì più parlare della sostanza LSD-25. Nel frattempo, il mio lavoro con l’ergot proseguì in altre direzioni. Durante la purificazione dell’ergotossina, il materiale di partenza per ottenere l’acido lisergico, ebbi l’impressione, come già accennato, che questo preparato alcaloide non fosse omogeneo, ma piuttosto una combinazione di varie sostanze. Il dubbio fu rafforzato quando, nell’idrogenazione dell’ergotossina, vennero ottenuti due prodotti decisamente diversi, mentre l’alcaloide omogeneo ergotamina, date le stesse condizioni, cedeva solamente un singolo prodotto di idrogenazione. Estese e sistematiche ricerche analitiche sull’ergotossina come ipotetico miscuglio condussero, alla fine, alla sua separazione in tre componenti omogenee. Una di queste si rivelò identica a un alcaloide isolato poco tempo prima nel dipartimento di produzione, che A. Stoll e E. Burckhardt avevano denominato ergocristina. Gli altri due alcaloidi erano nuovi. Chiamai il primo ergocornina, e per il secondo, rimasto ignoto a lungo nella soluzione madre, scelsi il nome di ergocriptina (cripto = nascosto). Fu scoperto in seguito che l’ergocriptina si presentava sotto due forme isomeriche, che vennero distinte in ergocriptina alfa e beta.

La soluzione del problema dell’ergotossina non fu interessante solo dal punto di vista scientifico, ma ebbe anche un considerevole significato pratico. Da essa venne ricavato un farmaco di grande valore. Durante le prove condotte dal professor Rothlin nel dipartimento farmacologico, i tre alcaloidi idrogena-ti dell’ergotossina che produssi nel corso di queste ricerche – diidroergocristina, diidroergocriptina e didroergocornina – manifestarono ragguardevoli proprietà medicinali. Da queste tre sostanze fu sviluppato il preparato farmaceutico Hydergina, indicato per incrementare la circolazione periferica e migliorare la funzione cerebrale nel controllo dei disturbi geriatrici. Il farmaco si è rivelato una cura efficace per questi disordini ed è ancora oggi il più importante prodotto della SANDOZ.

Anche la diidroergotamina, che produssi nello stesso periodo, ha trovato applicazione in terapia come medicinale per stabilizzare la circolazione e la pressione sanguigna; Didergot è il suo nome commerciale. La ricerca su progetti importanti si conduce oggi quasi esclusivamente in lavoro di gruppo; le indagini sugli alcaloidi dell’ergot furono invece compiute solo da me. E io solo dovetti prendere gli ulteriori provvedimenti per lo sviluppo dei preparati commerciali: approntamento di campioni più grandi per gli esperimenti clinici e compilazione delle prime procedure per la produzione del Methergin, dell’Hydergina e del Didergot. Dovetti inoltre eseguire i controlli analitici per lo sviluppo delle prime forme galeniche di questi tre farmaci: fiale, soluzioni liquide e compresse. I miei aiutanti, all’epoca, comprendevano un assistente di laboratorio e un coadiutore, a cui si aggiunsero più tardi un secondo assistente e un perito chimico.

La scoperta degli effetti psichici dell’LSD

La soluzione del problema dell’ergotossina aveva dato risultati fruttuosi e aperto nuove vie di ricerca che tuttavia non misero del tutto in ombra l’LSD-25. Il singolare presentimento che questa sostanza potesse avere caratteristiche diverse da quelle stabilite nelle indagini iniziali, mi indusse, cinque anni dopo la prima sintesi, a produrne un nuovo campione, da consegnare al dipartimento farmacologico per ulteriori analisi. La cosa era abbastanza insolita; le sostanze sperimentali, di norma, venivano definitivamente tolte dal programma di ricerca non appena si fossero rivelate prive di interesse farmacologico. Nella primavera del 1943 ripetei la sintesi dell’LSD-25. Come nella prima, essa comportò la produzione di pochi decigrammi di composto.

Nella fase terminale, durante la purificazione e la cristallizzazione della dietilamide dell’acido lisergico in forma di tartrato (sale dell’acido tartarico), fui costretto a interrompermi a causa di insolite sensazioni. La descrizione che segue di questo imprevisto proviene dal rapporto che inviai al professor Stoll:

Venerdì scorso, 16 aprile 1943, a pomeriggio inoltrato ho dovuto interrompere il lavoro in laboratorio e far ritorno a casa. Ero affetto da una profonda irrequietezza, accompagnata da leggere vertigini. Mi sono sdraiato e sono sprofondato in uno stato di intossicazione niente affatto spiacevole, marcato da una immaginazione particolarmente vivida. In una condizione simile al sogno, a occhi chiusi (la luce del giorno era abbagliante e fastidiosa), riuscivo a scorgere un flusso ininterrotto di figure fantastiche, di forme straordinarie che rivelavano intensi giochi caleidoscopici di colore. Dopo circa due ore questo stato svaniva. Il decorso di questi sintomi singolari faceva sospettare l’esistenza di un’azione tossica esterna; ipotizzai una relazione con la sostanza con cui stavo lavorando, il tartrato della dietilamide dell’acido lisergico. Questo implicava un’altra domanda: come ero riuscito ad assorbire il composto? A causa della nota tossicità delle sostanze a base di ergot, seguivo sempre abitudini di lavoro molto scrupolose. Poteva darsi che, durante la cristallizzazione, tracce di LSD fossero venute a contatto con la punta delle dita, e da lì fossero state assimilate attraverso la pelle. Se l’LSD era davvero la causa di questa bizzarra esperienza, doveva trattarsi senza dubbio di una sostanza di straordinaria efficacia. Pareva ci fosse un unico modo per fare chiarezza.

/

Decisi di sperimentarlo su me stesso. Con la massima cautela, iniziai la programmata serie di prove a partire dalla più piccola quantità che potevo presumere avesse qualche effetto, considerando l’azione nota all’epoca degli alcaloidi dell’ergot: 0,25 mg (mg = milligrammo = un millesimo di grammo) di tartrato di dietilamide dell’acido lisergico. Segue l’annotazione nel mio diario di laboratorio di questo esperimento, in data 19 aprile 1943.

Autosperimentazione:
19 Aprile, 16.20: 0,5 cc di soluzione acquosa contenente 1/2 pro-mille di tartrato di dietilamide dell’acido lisergico via orale = 0,25 mg di tartrato di LSD. Diluito con circa 10 cc di acqua. Senza sapore.
17.00: inizio vertigini, sensazione di angoscia, distorsioni visive, sintomi di paralisi, desiderio di ridere. Aggiunta del 21.IV: A casa in bicicletta. Dalle 18 alle 20 circa la crisi più acuta. (Vedi speciale rapporto).

/

Riuscii a scrivere le ultime parole solo con grande sforzo. Era chiaro, adesso, che l’LSD era stato la causa dell’insolita esperienza del venerdì precedente: le percezioni alterate erano dello stesso tipo, solo molto più intense. Dovetti lottare per parlare in maniera intelligibile. Chiesi al mio assistente di laboratorio, che era al corrente dell’esperimento, di accompagnarmi a casa. Andammo in bicicletta – non c’erano automobili in vista, durante la guerra solo pochi privilegiati potevano permettersele. Sulla via del ritorno, cominciai a sentirmi perseguitato. Ogni cosa nel mio campo visivo fluttuava ed era distorta, come se fosse vista in uno specchio ricurvo. Avevo inoltre la sensazione di essere bloccato nello stesso posto, anche se il mio assistente mi disse, in seguito, che avevamo pedalato di gran lena. Alla fine arrivai a casa sano e salvo; riuscii appena a chiedere al mio compagno di chiamare il medico di famiglia e di farsi dare un po’ di latte dai vicini.

Malgrado il mio delirante stato confusionario, avevo brevi momenti di pensiero lucido e sensato – il latte come antidoto generico per intossicazioni. Le vertigini e la sensazione di svenimento divenivano a volte così forti che non potei rimanere eretto a lungo. Mi adagiai su un divano. L’ambiente circostante aveva assunto ora aspetti più terrificanti. Tutto nella stanza si attorcigliava, gli oggetti familiari e i mobili presero forme grottesche e sinistre. Erano in continuo movimento, animati, come spinti da un’irrequietezza interna. A malapena riconobbi la vicina di casa che mi aveva portato il latte – nel corso della sera ne bevvi più di due litri. Non era più la signora R., ma una strega malvagia e infida dalla faccia colo-rata. Peggiori delle trasformazioni grottesche della realtà esterna furono tuttavia le alterazioni che percepii dentro me stesso, nel mio più intimo essere. Ogni sforzo di volontà, ogni tentativo di arrestare la disintegrazione del mondo e la dissoluzione del mio io, parevano vani. Un demone mi aveva sopraffatto, aveva preso possesso del mio corpo, dei miei pensieri, della mia anima.

Balzai in piedi e urlai, cercando di liberarmene, sprofondai giù di nuovo, mi sentivo indifeso. La sostanza che avevo voluto sperimentare mi aveva sconfitto. Era il demone a trionfare sprezzante sulla mia volontà. Fui assalito dal terrore di uscire fuori di senno. Mi sentii trasportato in un altro mondo, in un altro luogo, in un altro tempo. Il corpo sembrava avesse perduto ogni sensazione, senza vita, sconosciuto. Stavo morendo? Era questo il trapasso? A volte pensavo di essermi sdoppiato, e in quel momento avvertivo, da osservatore esterno, la totale tragedia della mia situazione. Morire senza congedarmi dalla mia famiglia – quello stesso giorno, mia moglie, con i nostri tre bambini, era andata a Lucerna a far visita ai suoi genitori. Avrebbero mai capito che l’esperimento non era stato condotto in maniera sconsiderata e irresponsabile, ma con la massima cautela, e che in nessun modo avrei potuto prevedere questo risultato? La paura e la disperazione aumentarono, non solo perché una giovane famiglia stava perdendo il padre, ma anche perché ero terrorizzato dall’idea di lasciare incompiuti i miei studi di chimica proprio nel mezzo di sviluppi fruttuosi e promettenti. Si formò un’altra riflessione, un’idea piena di amara ironia: questa dietilamide dell’acido lisergico, che avevo messo al mondo, mi costringeva ora ad abbandonarlo prematuramente.

Quando arrivò il medico, l’apice dello stato depressivo era ormai trascorso. Il mio assistente di laboratorio lo informò dell’esperimento, poiché io non ero ancora in grado di formulare una frase coerente. Scosse la testa perplesso, quando provai a descrivere il pericolo mortale che minacciava il mio corpo. Non potè ravvisare alcun sintomo anomalo, a eccezione delle pupille molto dilatate. Polso, pressione del sangue e respiro erano normali. Secondo il suo parere non c’era motivo di prescrivere alcun farmaco. Mi fece adagiare sul letto e rimase lì a tenermi sotto controllo. Lentamente ritornai da un mondo strano, non familiare alla rassicurante realtà quotidiana. L’orrore si era placato e aveva ceduto il terreno a una sensazione di gioia e di gratitudine, riapparvero percezioni e pensieri più normali; ero quasi sicuro ormai di aver scongiurato definitivamente il pericolo della pazzia.

Adesso, a poco a poco, potevo iniziare a gioire dei giochi di colore e di forme senza precedenti, che instancabili si rivelavano ai miei occhi chiusi. Caleidoscopiche, fantastiche immagini si agitavano dentro di me, si alternavano, variopinte, si aprivano e si richiudevano in cerchi e spirali, esplodendo in zampilli colorati. Poi si riorganizzavano, si incrociavano, in continuo mutamento. Era straordinario il modo in cui ogni percezione acustica, come il rumore della maniglia di una porta o di un’auto di passaggio, si trasformasse in impressioni ottiche. Ogni suono creava una figura vivacemente cangiante, con i suoi colori e le sue forme compatibili.

La sera tardi ritornò mia moglie da Lucerna. Qualcuno per telefono l’aveva informata che stavo soffrendo di un misterioso esaurimento. Aveva affidato i bambini ai suoi genitori. Ormai mi ero sufficientemente ripreso per raccontarle l’accaduto. Esausto mi addormentai. Il mattino seguente mi risvegliai rinvigorito e con la mente lucida, benché mi sentissi ancora un po’ stanco fisicamente. Sentivo scorrere dentro di me una sensazione di benessere e di rinnovamento. La colazione aveva un sapore delizioso che mi trasmise un piacere insolito. Quando poi uscii fuori nel giardino, dove il sole risplendeva dopo una pioggia primaverile, ogni cosa brillava e scintillava di una nuova luce. Sembrava che il mondo fosse stato creato di recente. Tutti i miei sensi vibravano in uno stato di estrema percettività, che durò per tutto il giorno.

Questo esperimento dimostrò che l’LSD-25 era una sostanza psicoattiva con proprietà straordinarie. Non esisteva, che io sapessi, un altro farmaco che provocava effetti psichici così profondi a dosaggi così bassi, e in grado di determinare simili drammatici cambiamenti nella coscienza umana e nella nostra percezione della realtà esterna e interna. Quello che sembrava più ragguardevole era il fatto che potevo ricordare l’esperienza in ogni dettaglio. Questo poteva significare soltanto che l’attività cosciente di memorizzazione non si era interrotta, malgrado il profondo collasso della normale visione del mondo. Per tutta la sua durata ero stato consapevole di prendere parte a questo esperimento, senza tuttavia poter sfuggire al mondo dell’LSD, nonostante tutti gli sforzi di volontà. Avevo vissuto un’esperienza assolutamente reale nella sua dimensione inquietante, inquietante perché l’immagine dell’altro mondo, quello familiare, era ancora preservata nella coscienza, accessibile per il confronto.

Un altro aspetto sorprendente dell’LSD era la sua capacità di provocare uno stato di alterazione intenso e di vasta portata senza lasciare postumi. Al contrario, il giorno successivo mi sentii, come ho già detto, in un’eccellente condizione fisica e mentale. Pensai che le proprietà di questo nuovo composto attivo avrebbero dovuto essere impiegate in farmacologia, in neurologia e soprattutto in psichiatria, e che avrebbero destato l’interesse degli specialisti. All’epoca non mi sfiorò il sospetto che la nuova sostanza, al di là del suo uso medico, sarebbe stata accolta anche nel panorama degli stupefacenti. Nel mio primo esperi-mento, l’LSD si era manifestato nel suo terrificante aspetto demoniaco, non potevo quindi prevedere la sua trasformazione in una droga per così dire di piacere.

Oltre a ciò, non riuscii subito a ravvisare il nesso significativo tra le alterazioni causate dall’LSD e l’esperienza visionaria spontanea. Questo avvenne più tardi, dopo ulteriori esperimenti con dosaggi molto più bassi e in circostanze diverse. Il giorno successivo compilai per il professor Stoll il rapporto già accennato sulla straordinaria esperienza e ne inviai una copia al direttore del dipartimento farmacologico, professor Rothlin. Come potevo senz’altro prevedere, la prima reazione fu di incredulo stupore. Arrivò subito una telefonata dalla direzione;il professor Stoll domandò: “È sicuro di non aver commesso errori nel peso? La dose dichiarata è corretta?” Anche il professor Rothlin mi fece le stesse domande. Ero sicuro di questa cosa, dato che avevo effettuato il peso e il dosaggio con le mie proprie mani. I loro dubbi tuttavia erano giustificati in un certo senso, poiché fino ad allora nessuna sostanza conosciuta aveva rivelato la benché minima azione psichica in dosi di frazioni di milligrammo. Un composto attivo di tale potenza pareva quasi inverosimile. Il professor Rothlin in persona e due suoi colleghi furono i primi a ripetere la prova, utilizzando appena un terzo del mio dosaggio. Ma anche a quel livello gli effetti furono molto imponenti e fantastici. Tutti i dubbi sulle dichiarazioni del mio rapporto vennero eliminati.

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