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Ah, i sondaggi, che passione!

14 Settembre 2001

Ah, i sondaggi, che passione!

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Abbondano più che mai dati e ricerche sul popolo online, veritieri e fasulli: cui prodest?

Lo scorso anno, gli adolescenti statunitensi ed europei avrebbero speso quasi mezzo miliardo di dollari online. Questo il dato centrale di una fresca indagine curata da Datamonitor. Indagine che, più precisamente, ha preso in considerazione modalità e tendenze dello shopping via web riferito al segmento dei ‘teen’ in USA e in sette paesi europei. Lo studio (“Online Teen Payments”) conclude che nel corso del 2000 tale shopping ha raggiunto la cifra complessiva di 483 milioni di dollari. Dato a dir poco ragguardevole. Ma c’è di più: sembra che entro il 2005 la cifra lieviterà alquanto, finendo per toccare i 10 miliardi. Un’audience che significa buon business, e su cui vale certamente la pena d’investire, ammiccano gli esperti. A conferma del fatto che gira e rigira anche per il commercio elettronico si vorrebbe far trionfare la quantità — ovviamente sempre a scapito della qualità.

D’altronde come potrebbe essere diversamente? Numeri e sondaggi costituiscono il pane quotidiano per un numero sempre più vasto di opinion maker, businessmen e politici d’ogni pasta. Utenti e consumatori, si sa, rappresentano poco più di una massa indistinta da accalappiare, costi che quel costi. Ecco quindi per la gioia degli analisti (in erba come pure professionali) l’ennesima serie di ‘dati scientifici’ sfornati dalle grandi agenzie USA. A ciascuno il compito e la libertà di trarne conclusioni appropriate (o meno).

Lo stesso studio di Datamonitor prevede che gli acquisti dei giovani nord-americani cresceranno ad un ritmo superiore al 63 per cento ogni anno fino al 2005, mentre per i coetanei europei si arriva addirittura ad un più 94,3 per cento annuo. I fattori alla base di tale successo sarebbero diversi: facilità d’impiego, fiducia nel marchio, sicurezza, accettazione da parte del rivenditore, indipendenza. Forse proprio quest’ultimo l’elemento su cui dovrebbero far leva le grandi società finanziarie, suggeriscono i curatori dell’indagine. Già perché, se potessero aver mano completamente libera, oltre l’80 per cento dei teen-ager interpellati si lancerebbe con ancor maggior passione nello shopping online. Peccato che siano tuttora in vigore controlli e imposizioni familiari, e che non di rado alla fine tocca ai genitori pagare le salate fatture mensili dei negozi online o della Visa.

Ma notoriamente tutti aspirano e propendono per l’accelerazione di quell’indipendenza economica che decreterebbe il passaggio all’età adulta. Ecco quindi le pre-paid card e le debit card offerte a tassi (apparentemente) agevolati a matricole di college o studenti di high-school. Un trend che va differenziandosi con una valanga di opzioni personalizzate offerte da banche e altre entità ai più giovani, circumnavigando eventuali restrizioni familiari. Insomma, occorre lavorare strategicamente su un settore di consumatori assai propenso all’acquisto via Internet, attivando nuove soluzioni flessibili ed aggressive operazioni di marketing — questa la salomonica dritta offerta dagli arguti analisti.

Attenzione però: secondo Media Audit non bisogna sottovalutare un altro target importante, i cosiddetti ‘baby boomer’ (o ex tali). Secondo l’annesso sondaggio sarebbero infatti gli ultra-cinquantenni il segmento che riporta la maggior rapidità di crescita online. Dal 1997 allo scorso anno la loro presenza sarebbe passata dal 19 ad oltre il 25 per cento. Altro pubblico che significa, indovinate cosa?, great business! Eggià: più del 33 per cento di tale fascia avrebbe introiti annui superiori ai 50.000 dollari, e quasi il 10 per cento possiede aziende proprie o lavora nel giro delle grandi corporation. Non basta? Tra coloro compresi tra i 55 e i 64 anni, il 31 per cento possiede oltre 100.000 dollari in capitali liquidi, con un 15 per cento che tocca punte di 250.000 dollari. Ne consegue, sussurrano esperti e mezzibusti, che sono costoro a rappresentare lo zoccolo duro di Internet, quanti ne garantiranno il consolidamento negli anni al di là di mode e trend temporanei. Fiumi di denaro inclusi.

Tornando un attimo ai più giovani, non va dimenticato come il censimento USA del 2000 abbia assegnato al 65 per cento della fascia d’età tra i 3 e i 17 anni l’accesso al computer in casa. Nel 1998 si era fermi al 55 per cento. Percentuale che sale parecchio per chi è compreso tra i 3 e i 17 anni: 9 studenti su 10 affermano di usare regolarmente il computer, due terzi a casa e l’80 per cento a scuola. A latere, lo stesso censimento riporta che il 51 per cento della famiglie statunitensi oggi possiede un computer (nel 1998 era il 42 per cento). E l’80 per cento di queste si lancia alla navigazione regolare dalle pareti del focolare domestico. Infine, un altro report curato da Pew Internet & American Life conferma l’andamento: il 94 per cento dei giovani tra i 12 e i 17 anni in qualche modo ha fatto ricorso a Internet per le proprie ricerche scolastiche.

Di cifre ed indagini simili, lo sappiamo tutti fin troppo bene, ormai non c’è che l’imbarazzo della scelta, online come offline. Abbuffiamocene pure, no problem. Secondo a chi si dà retta, qualcuno dei cosiddetti ‘operatori del settore’ cercherà d’imbeccare la direzione ‘giusta’ suggerita da questa o quell’analisi. Pur se alla fine pochi, pochissimi riusciranno a farcela e/o ad arricchirsi. Per qualche altro imprenditore di piccolo-medio calibro si tratta dei tipici specchietti per le allodole. E al popolino, dentro e fuori Internet, cosa rimane? Bè, in genere tutto ciò non sembra andare oltre il puro divertissement, al massimo come argomento buono per far due chiacchiere al bar insieme ai risultati del campionato. Meditiamo, gente, meditiamo.

L'autore

  • Bernardo Parrella
    Bernardo Parrella è un giornalista freelance, traduttore e attivista su temi legati a media e culture digitali. Collabora dagli Stati Uniti con varie testate, tra cui Wired e La Stampa online.

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