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A caccia di talenti

02 Ottobre 2015

A caccia di talenti

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Riuscire a trovare le risorse di programmazione giuste, oltre che trattenerle, diventa una necessità strategica per ogni azienda.

Era il 2011 quando Marc Andreessen (cofondatore ieri di Netscape e oggi di Andreessen Horowitz) uscì con un interessante saggio pubblicato dal Wall Street Journal sotto il titolo Why Software Is Eating The World.
La tesi era che i business incentrati sul software avrebbero gradualmente stravolto una vasta gamma di industrie catturando sempre più quote di mercato, crescendo di conseguenza in valore economico.
Alcune industrie come l’editoria o la televisione sono già state rivoluzionate, altre come quella bancaria stanno per entrare nel ciclone. I visionari come Francisco González, amministratore delegato di una delle più importanti banche del mondo, si spingono a dichiarare che BBVA sarà in futuro una software company, lanciando forse il cuore oltre l’ostacolo.
Quante aziende però sono pronte a cambiare il proprio mindset per avvicinarsi a quello delle più blasonate software company e ricercare per le proprie posizioni di engineering o di programmazione i migliori talenti sul mercato? Negli Stati Uniti le posizioni aperte per lo sviluppo software cresceranno del 22 percento entro il 2022, a dimostrazione di quanto importante sia il mercato e di come la competizione per accaparrarsi le risorse sia spietata.
È interessante il punto di vista di McKinsey, che in Winning the battle for technology talent racconta le difficoltà delle aziende tradizionali per trovare (o trattenere) i talenti.

La disoccupazione si avvicina al 10 percento in molte nazioni, eppure conosciamo un numero consistente di Chief Information Officer e Chief Technical Officer che trova difficoltà nel reperire e trattenere i talenti necessari non solo per estrarre valore da investimenti in settori come i big data e la mobility a livello di impresa, ma anche per l’operatività quotidiana al livello richiesto di qualità, sicurezza ed efficienza. Inoltre queste figure faticano anche per ottenere il meglio dal talento che hanno già in casa. I loro staff possiedono capacità specialistiche ma spesso mancano di stelle in grado di risolvere problemi spinosi che coinvolgono più ambiti tecnologici e di ispirare i dirigenti sulla strada dell’innovazione tecnologica.

Difficoltà che grandi Internet company come Google o Facebook non hanno, tanto che le storie di come vizino i propri talenti con stipendi molto generosi e benefit di vario tipo per trattenerli o per accaparrarseli creano spesso fraintendimenti. Google descrive nella sua pagina relativa alle offerte di lavoro il clima lavorativo in questo modo:

I Googler risolvono ogni giorno problemi complessi in nome della nostra missione di organizzare l’informazione del mondo e renderla universalmente accessibile ai nostri utilizzatori. Ma ciò che rende veramente unico il lavoro in Google è la cultura aziendale che incoraggia l’innovazione e un sano scetticismo verso l’impossibile.

Non si parla mai di soldi ma di sfide. La sintesi è che uno dei peggiori incubi di un programmatore è finire per fare cose ripetitive e poco interessanti e magari trovarsi isolato da quello succede nelle comunità software più interessanti.
Le aziende che vogliono trovare i talenti dovrebbero diversificare il proprio approccio al recruiting. Il tradizionale job posting per i programmatori non funziona. I più bravi vengo cercati di continuo dai cacciatori di teste. Date una occhiata invece ai contributori dei progetti open source che sono interessanti per la vostra azienda e partecipate agli eventi di comunità. L’abbiamo detto più volte: sono una fucina creativa incredibile ed è possibile valutare le competenze tecniche dei programmatori e i loro soft skill in un contesto informale.
Se siete quindi a caccia di programmatori il post dal titolo The programmer’s dream job è una sintesi perfetta delle cose da fare e da non fare. Tra le tante che trovo azzeccate la mia preferita è questa:

Cestinate i ruoli predefiniti e assumete persone eccezionali. Assodato che c’è carenza mondiale di persone talentuose e brillanti, arriveranno giocatori di serie B che seguono le regole o giocatori di serie A che le scrivono. Le aziende di successo assumono la serie A.

Buona caccia.

L'autore

  • Andrea C. Granata
    Andrea C. Granata vanta oltre 25 anni di esperienza nel mondo dello sviluppo software. Ha fondato la sua prima startup nel 1996 e nel corso degli anni si è specializzato in soluzioni per l'editoria e il settore bancario. Nel 2015 è entrato a far parte di Banca Mediolanum come Head of DevOps, ruolo che oggi ricopre per LuminorGroup.

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