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	<title>Apogeonline &#187; Umberto Santucci</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Mappe mentali per Mac, le alternative disponibili</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 08:45:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[C'è chi raccomanda di disegnarle a mano, su un foglio di carta, perché la manualità stimola l'emisfero del cervello collegato alla creatività. Ma la rappresentazione grafica del pensiero è ormai usata anche in azienda, come supporto per il project management]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un amico che da poco è passato dal pc al Mac con grande soddisfazione mi ha chiesto di consigliargli alcuni programma per fare mappe mentali. Penso che l’argomento possa essere interessante anche per alcuni lettori. Le categorie dei programmi sono tre: open source, online, proprietari. Gli open source si scaricano gratuitamente, dispongono di forum in cui gli utenti si incontrano e si scambiano informazioni e aiuti. I programmi online forniscono l’accesso a un server che contiene sia il software sia le nostre mappe. Sono preferibili per chi lavora con gruppi a distanza, si muove molto e usa computer diversi. Con il mindmapping online gli basta aprire un browser e accedere al sito con il suo account per leggere, scrivere, condividere mappe in ogni parte del mondo. I porgrammi proprietari sono più strutturati e dispongono di library e ambienti integrati per svolgere funzioni complesse da soli o in gruppo.<span id="more-2118"></span></p>
<h5>Free Mind</h5>
<p>È un <a href="http://freemind.sourceforge.net/wiki/index.php/">programma</a> scritto in Java e funzionante su tutti i sistemi operativi. Con esso si creano e si modificano mappe mentali in modo facile e intuitivo. Un ottimo tutorial in forma di mappa, oltre a dare le indicazioni sull’uso del programma, mostra come un intero manuale utente possa essere strutturato e gestito in forma di mappa mentale. Le mappe possono essere esportate in Html per essere consultate con un normale browser, oppure possono essere esportate come immagini bitmap per essere poi inserirte in un documento di testo o lette con qualsiasi visualizzatore di immagini. La navigazione è semplice e rapida: con un clic si aprono e chiudono rami. per una consultazione agevole anche nel caso di mappe molto complesse. Una particolarità interessante di Free Mind è la capacità di mostrare in forma di mappa i contenuti di un hard disk.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-2129" title="freemind" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2010/02/freemind.jpg" alt="freemind" width="450" height="266" /></p>
<h5>Xmind</h5>
<p>È un <a href="http://www.xmind.net/downloads/">programma</a> completo che permette di fare mappe mentali con struttura radiale e mappe concettuali a struttura reticolare con etichettatura dei link oltre alla descrizione dei nodi. Le etichette dei link possono essere trattate come nodi e collegate ad altre etichette o ad altri nodi, in modo da generare strutture concettuali anche molto complesse. La strutturazione ad albero può essere visualizzata in forma di organigramma o di diagramma a spina di pesce. L’interfaccia è amichevole, con funzioni autoesplicanti. Le mappe possono essere esportate in bitmap, Pdf, nei formati Office e Mindmanager (il più diffuso programma per mappe in ambiente Windows), in Html e in outline testuale con gli argomenti numerati secondo la loro strutturazione gerarchica. La versione Pro (a pagamento) ha una modalità brainstorming, con cui si possono registrare e organizzare  le idee prodotte dal gruppo creativo, e un task manager che considera i nodi come compiti da svolgere entro scadenze determinate e presenta la mappa in forma di diagramma di Gantt.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-2131" title="xmind" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2010/02/xmind.jpg" alt="xmind" width="450" height="194" /></p>
<h5>Mindnode</h5>
<p><a href="http://www.mindnode.com/">Programma</a> molto semplice e dotato di grafica gradevole, ha funzioni limitate rispetto ai precedenti, per contro la gestione delle Mind Maps è meno complicata. È disponibile soltanto per Mac OS: Mindnode è la versione freeware, Mindnode Touch è una versione per iPhone e iPod, Mindnode Pro è la versione a pagamento.</p>
<h5>Mindomo</h5>
<p>Questa <a href="http://www.mindomo.com/">applicazione</a> di mind mapping online gratuita permette, oltre alla creazione di mappe mentali per uso personale e non, anche l’embed sui siti tramite una breve stringa di codice, come avviene per i videeo di YouTube. Nelle mappe di Mindomo si possono inserire  elementi multimediali come video, immagini e audio. Quando ci si collega a Mindomo, l’ home page mostra il proprio cruscotto, dal quale si può generare  una nuova mappa, vedere e modificare una mappa esistente, organizzare le mappe per categorie e raccoglitori. Bottoni veloci permettono di aprire e chiudere rami, navigare nella mappa, ottenere aiuto. Ci sono strumenti di cooperazione e uno zoom a cursore per ingrandire e impicciolire la mappa. C’è anche una versione desktop con cui si può lavorare off line.</p>
<h5>Dropmind</h5>
<p>L&#8217;<a href="http://dropmind.com/">applicazione</a> si può usare con un account free nella versione web, mentre per la versione desktop è necessario scaricare una versione di prova limitata per poi passare eventualmente alla licenza a pagamento. Bella la grafica.</p>
<h5>Novamind</h5>
<p><a href="http://www.novamind.com/">Novamind</a> è un programma per mappe con bella grafica in puro stile Mac. Si può integrare o acquistare in bundle con <a href="http://www.novamind.com/merlin/">Merlin Project Manager</a>, creando così un ambiente completo di visualizzazione, pianificazione, comunicazione e project management. Con Novamind si crea il progetto e lo si mostra in modo coinvolgente rappresentandolo con una mappa mentale. Le fasi e i compiti del progetto si mettono in sequenza e si programmano. La mappa si importa in Merlin che ristruttura il tutto in forma di diagramma di Gantt. Merlin è un programma completo di project management, dal Gantt ai costi, dal risk management alla sincronizzazione con calendari personali e palmari. Un progetto strutturato con Merlin si può esportare in Novamind come mappa, per visualizzarlo in modo sinottico e presentarlo con successo agli stakeholder di progetto. L’ambiente Novamind/Merlin dispone  di una library di oltre 1.400 immagini di alta qualità da usare nelle mappe con una licenza e un sistema di protezione che permette di usarle soltanto con Novamind e soltanto alla comunità di persone con cui ci si scambiano mappe, grafici ed esperienze varie.<br />
<img class="alignleft size-full wp-image-2132" title="novamind" src="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2010/02/novamind.jpg" alt="novamind" width="450" height="459" /></p>
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		<title>Pregi e difetti del relatore con le slide</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/09/11/pregi-e-difetti-del-relatore-con-le-slide</link>
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		<pubDate>Fri, 11 Sep 2009 06:59:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bagatta]]></category>
		<category><![CDATA[Flash]]></category>
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		<category><![CDATA[Paolo Attivissimo]]></category>
		<category><![CDATA[Tom Pears]]></category>

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		<description><![CDATA[Spesso utilizzato in modo banale e controproducente, ma potenzialmente sublime: PowerPoint continua a dividere il mondo dei convegni e della formazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2003 Paolo Attivissimo ha pubblicato <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2003/12/17/01/200312170101">«È ufficiale: la powerpointosi esiste»</a> dove in modo spiritoso denuncia i cattivi usi delle presentazioni con slide. È tornato sull’argomento Andrea Bagatta nel 2008 con <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/07/29/19/200807291901">«Contrordine, PowerPoint non è il male»</a> con una breve rassegna degli argomenti dei detrattori, e qualche commento intelligente di lettori qualificati. Nella mia lunga carriera di formatore ho messo insieme una notevole raccolta di lucidi per lavagna luminosa, che man mano ho trasferito su PowerPoint, poiché l’abbinamento computer/videoproiettore è diventato da anni la soluzione migliore per fornire supporto visivo a presentazioni, lezioni, dimostrazioni, riunioni.<span id="more-844"></span></p>
<p>Se prima dovevo portare un pacco di lucidi, poi il mio notebook, ora metto in tasca un hard disk da 80 GB dove ho stivato tutto il mio materiale, e che col suo collegamento Usb mi permette di usare qualsiasi computer dovunque vada. Il mio debito di gratitudine per questa elegante soluzione mi impone di intervenire a difesa del povero PowerPoint e dei suoi simili.</p>
<h5>Da Altamira in poi</h5>
<p>Il programma di presentazione PowerPoint fa parte del pacchetto Microsoft Office, e quindi è il più generalmente usato. Tuttavia funziona benissimo anche il programma di presentazione di OpenOffice, o Flash, che meglio di Power Point si presta a gestire animazioni e multimedialità. Con questi programmi si possono fare molte cose, da audiovisivi per mostre a filmati in animazione per formazione e per svago, anche se la stragrande maggioranza delle persone li usa solo come sequenze di slide a supporto di presentazioni. I produttori forniscono interfacce standardizzate (modelli, layout, combinazioni di caratteri e di colori) per far sì che chiunque, anche senza conoscenze grafiche e di comunicazione visiva, possa mettere insieme una presentazione decente.</p>
<p>La necessità di combinare ciò che si dice con qualcosa da mostrare risale agli albori della civiltà. Gli animali dipinti nelle grotte di Altamira più di 15.000 anni fa probabilmente servivano allo sciamano o all’anziano per parlare di rituali e tecniche di caccia. Nelle aule scolastiche c’è ancora la lavagna con i gessetti. Nelle presentazioni business e nella formazione si usava la lavagna luminosa, ormai sostituita ovunque con il videoproiettore. Ognuno di questi strumenti ha i suoi pro e i suoi contro. Il difetto della lavagna con i gessetti, o dell’attuale tabellone con i pennarelli, è che quando si scrive si voltano le spalle al pubblico, e quindi se ne perde il contatto emotivo, anche se per pochi momenti. La lavagna luminosa  lascia l’oratore di fronte al pubblico, ma ha bisogno di semioscurità, che facilita appisolamenti e distrazioni.</p>
<h5>Il problema, la soluzione</h5>
<p>Come dice Paul Watzlawick, è la soluzione che crea il problema. Questo è vero anche per PowerPoint, che risolve il problema di preparare una buona presentazione in poco tempo e senza tante conoscenze tecniche o artistiche, ma proprio per la sua facilità di uso genera routine, mediocrità, uniformità di presentazioni. Inoltre, quando ho preparato una sequenza di slide, tendo a seguire solo quella, e quindi a svolgere la presentazione in modo rigido, secondo una linea predisposta. In tal senso la presentazione con PowerPoint non è strategica, non costruisce la conoscenza insieme con i partecipanti, con le loro conoscenze e i loro contributi, ma finisce con l’essere una monotona somministrazione di nozioni preconfezionate.</p>
<p>Molto spesso la sequenza di slide non viene usata per facilitare la comprensione degli ascoltatori, ma come promemoria per l’oratore, il quale si limita a leggere e commentare brevemente le slide l’una dopo l’altra. Ciò porta a fare slide troppo piene di testo o di dati, spesso illeggibili per il pubblico, utili solo all’oratore che così ricorda ciò che deve dire, ma al tempo stesso lo rende poco interessante. Ho visto oratori che si limitano a leggere le slide, dimenticando che un pubblico alfabetizzato se le legge da solo. All’altro estremo ci sono oratori che lasciano su una slide e parlano d’altro. Spesso compaiono frasi scritte in forma discorsiva, con blocchi di testo che scoraggiano la lettura rapida, al posto di brevi elenchi, parole chiave, frasi ad effetto.</p>
<p><a href="http://www.tompeters.com/">Tom Peters</a> ama sparare sul pubblico slide con una sola parola o una sola frase, a creare dubbio, sorpresa, curiosità, emozioni, anche perché spesso le sue frasi lapidarie finiscono con un punto interrogativo o esclamativo. Mischia criteri diversi per sorprendere e spiazzare continuamente l’ascoltatore, passando da slide con una sola parola a slide con interi periodi pressoché illeggibili, a slide quasi vuote. Quindi non è noioso il povero Power Point, ma la monotonia e la ripetitività di chi lo usa. Se seguo pedissequamente i modelli proposti, e faccio slide tutte uguali, con un titolo e tre o quattro frasi, la monotonia è garantita. Se invece alterno slide di testo a immagini, piccole animazioni, domande, forti segni grafici e simbolici, conduco lungo la mia presentazione la tensione emotiva dell’ascoltatore.</p>
<h5>Combinare supporti diversi</h5>
<p>Una buona idea è combinare supporti diversi. Possiamo partire con una presentazione PowerPoint, poi gestire un momento di interattività con la sala usando la lavagna a fogli mobili.  Possiamo usare il nostro corpo, muovendoci, facendo smorfie, coinvolgendo gli ascoltatori a dire o a fare qualcosa. Possiamo interrompere la presentazione con una domanda, invitando a rispondere i partecipanti, o avviando una discussione, per riprendere la presentazione sutibo dopo. Un criterio generale puo essere questo: se posso fare a meno di supporti, ben venga; se invece ho bisogno di far vedere qualcosa, posso improvvisare al momento su una lavagna per scrivere man mano le cose di cui si parla, oppure, se ogni volta devo riscrivere le stesse cose, è meglio usare una solida e collaudata presentazione PowerPoint. Se poi ho una brutta calligrafia, scrivere col computer è un obbligo.</p>
<p>Prima di organizzare i miei materiali mi chiederò: a che serve la presentazione? Come viene fruita? Come viene gestita? Quanto tempo ho? Quanta gente c’è? In base alle risposte che mi sarò dato, organizzerò la presentazione con tutta la mia creatività personale, dai modi di presentare (in forma di rap? Con un gioco? Con un brainstorming?) alle soluzioni specifiche (immagini, suoni, caratteri, colori, parole chiave, documenti, mappe, grafici). Realizzerò il supporto visivo con i miei standard di qualità (numero di parole e frasi, rapporto figura/sfondo, font e grandezza dei caratteri, pertinenza dei contenuti) e curerò la perfetta corrispondenza fra ciò che dirò e ciò che farò vedere.</p>
<p>Se però la presentazione non la faccio io, ma miei sostituti o collaboratori? Lascio che ognuno di loro faccia le cose a modo suo o fornisco loro uno standard uniforme? Se c’è tempo sufficiente, posso preparare bene tutto il materiale, farlo provare ai collaboratori, osservare e correggere la loro gestione della presentazione. Creerò un modello grafico personalizzato, senza ricorrere a quelli preconfezionati. Userò immagini originali, dai disegni alle foto. Ma quando c’è fretta? Se devo preparare una presentazione… presentabile in poche ore, allora i modelli predisposti possono salvarmi. Certo, terrò presente che sono modelli visti e rivisti, quindi cercherò di usare poche slide significative e puntare di più su ciò che dirò.</p>
<h5>Alternative a PowerPoint</h5>
<p>Dopo aver deplorato il povero PowerPoint, e dunque aver deciso di non usarlo, che cosa faremo? Ho assistito alla lezione di un famoso professore, che l’ha letta sul monitor del suo notebook senza proiettarla! Oppure a lunghe conferenze solo parlate, con mia grande difficoltà a non distrarmi, a seguire il discorso, a sintetizzare i concetti essenziali. Ho anche visto il grande Marvin Minsky scrivere sui lucidi della lavagna luminosa, e usare bottiglie e cose varie. Danilo Mainardi fa in un minuto un disegno molto espressivo su cui svolge il suo intervento a Quark. Quando ho fatto da chairman ad un incontro con Rob Thomsett ho ingaggiato un trio jazz che intervenisse qua e là a improvvisare sulle differenze fra project management tradizionale e agile.</p>
<p>Se però devo fare la mia solita lezione sul <em>problem setting</em>, o una presentazione al volo, continuo ad usare il mio bravo PowerPoint, o il suo equivalente open.</p>
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		<title>L&#8217;Aquila, le mani sulla città ferita</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/04/22/laquila-le-mani-sulla-citta</link>
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		<pubDate>Wed, 22 Apr 2009 08:45:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Abruzzo]]></category>
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		<category><![CDATA[terremoto]]></category>

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		<description><![CDATA[Cinismo e interessi criminali già aleggiano sulla ricostruzione dell'Abruzzo, colpito il 5 aprile scorso da un sisma distruttivo. I cittadini non potranno fidarsi che di loro stessi, ma per farlo hanno un alleato prezioso: la rete, dove convogliare notizie, immagini, opinioni, testimonianze. Per non abbassare la guardia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un hacker, di cui non si fa il nome per comprensibili motivi, è riuscito ad intercettare questo scambio di email, e ha pensato di metterle in rete come “azione preventiva”.<span id="more-567"></span></p>
<blockquote><p>Egregio Onorevole,<br />
sono un costruttore edile, fortemente interessato alla ricostruzione dell’Aquila. Non sono mafioso perché, come lei ben sa, la mafia non esiste. Sono una persona che si preoccupa del bene di tutti: ridare una casa ai terremotati, sostenere la carriera di politici illuminati come lei, rimettere in moto l’economia, e infine fare i miei giusti profitti. Se ci muoviamo bene, tenendo presenti gli eventi precedenti del Molise e di San Giuliano, l’affare abruzzese può essere bello grosso. Il punto chiave, come mi hanno confermato esperti sismologi e studiosi della complessità e delle previsioni stocastiche che ho consultato allo scopo, è che un sisma della potenza di quello appena avvenuto è ben difficile che si verifichi di nuovo nell’arco di 50 anni, anzi è molto più probabile che passeranno due o tre secoli, come è avvenuto finora.<br />
Quindi non c’è nessun bisogno di costruire edifici di alta qualità e resistenza sismica. Sarebbero soldi sprecati, i nostri soldi. Possiamo continuare ad usare cementi depauperati e acciai semplificati, con notevole risparmio. Possiamo vendere le case nuove a prezzi più alti spacciandole per case fatte secondo i criteri più avanzati. Ci basterà fare infissi a buona tenuta e mettere qualche pannello solare, per dare alle case un aspetto ecocompatibile. Del resto ciò che conta per la gente è avere un tetto e viverci spendendo il meno possibile. Di quello che c’è dentro i muri alla fine nessuno ci capisce niente. Sarà necessario mettersi a posto dal punto di vista formale e burocratico, ma basterà assicurarsi i servizi di qualche compiacente funzionario per ottenere una documentazione a prova di bomba, anzi, di terremoto, anche se non corrisponde alla realtà.<br />
Se non avviene nessun sisma forte entro 50 anni siamo a posto, perché allora si potranno demolire e ricostruire le case basandosi sul naturale invecchiamento del cemento, e quindi non resterà traccia di quanto abbiamo fatto, nessuno se ne sarà nemmeno accorto, nessuno avrà subito danni. L’unico rischio è che ci sia un forte sisma a breve, e che crolli tutto. Contro questa eventualità non possiamo fare nulla. Possiamo solo cercare di renderci invisibili e introvabili, possiamo costituire una società immobiliare che gestisce il tutto subappaltando i lavori a piccole imprese dell’est europeo, e dopo un paio di anni sciogliere la società in modo da disperdere tracce e responsabili. Questi stessi criteri si possono usare per le new town, che in tal senso potrebbero rappresentare un altro ottimo affare.</p></blockquote>
<blockquote><p>Caro ingegnere,<br />
Ho ricevuto la sua del xx_xx_xxxx. Effettivamente l’idea è interessante e di buon senso, perché anche nei forti terremoti precedenti, non è mai successo che si siano ripetuti a breve, quindi potremmo stare piuttosto sicuri. Il problema è che si stanno costituendo gruppi di cittadini che vogliono vederci chiaro, per ora in quello che è stato fatto prima del terremoto, ma temo che vorranno impicciarsi anche di ciò che faremo dopo. Ah, i bei tempi in cui i cittadini ci delegavano tutto e pensavano a farsi gli affari loro! Penso perciò che dovremo muoverci con grande attenzione, per accontentare i gruppi di pressione senza scontentare noi stessi.<br />
Forse la cosa migliore è cominciare a costruire bene, invitando rappresentnati di cittadini e stampa a controllare tutto, con tale insistenza che loro stessi si stuferanno e ci diranno che si fidano, e poi, quando sarà passato un po’ di tempo, l’emozione del sisma sarà sopita e la gente ricomincerà a pensare ai suoi interessi di ogni giorno, potremo tornare alle vecchie abitudini senza che nessuno se ne accorga. Potremmo interrompere i lavori in corso, dicendo che sono finiti i soldi, e poi riprenderli dopo aver ottenuto nuovi finanziamenti, subappaltando a piccole imprese diverse dalle precedenti, e finire i lavori con i criteri che più ci convengono, magari anche cambiando i progetti originari, per rendere gli edifici più redditizi. Per le new town ha ragione, ma ne riparleremo a tempo debito, anche perché lì ci sono interessi molto più forti e “nazionali”.</p></blockquote>
<p>Questo scambio di lettere l’ho inventato io, per sfogare il dolore e la rabbia della vicenda aquilana. È una fantasia verosimile, perché lettere e telefonate del genere si staranno già scambiando fra gli interessati. Già nei primi anni Sessanta denunciavo inascoltato gli scempi edilizi che stavano stravolgendo la bella città del mio Abruzzo, immergendola in una periferia speculativa e cartongessosa che nulla più aveva dell’antica nobiltà architettonica e urbanistica che i 99 paesi fondatori avevano donato all’Aquila, e che l’Aquila a loro restituiva con modelli di alta qualità ancor oggi godibili in paesi come Santo Stefano di Sessanio. Il terremoto attuale ha tirato giù proprio quel modello edilizio speculativo, dimostrandone la criminale fragilità.</p>
<p>Come qualcuno ha detto, è stato il primo terremoto web. Io insegno all’Accademia dell’Immagine dell’Aquila, ora semidistrutta, e prima con gli sms, poi con Facebook siamo riusciti a metterci in contatto da Roma con il personale della scuola, i dirigenti, gli allievi. Del modo in cui il web è stato usato per convogliare aiuti e diffondere notizie diverse da quelle dilaganti sui mass media, se ne sono accorti tutti. Ma il web ci potrà servire anche per la ricostruzione. Ci potrà aiutare, al di fuori dai media ufficiali, a far sentire la nostra voce e la nostra presenza accanto a coloro che metteranno mano alla ricostruzione, a far girare notizie, immagini, opinioni, testimonianze. Ora è il momento di vigilare, di non delegare, di non tornare alle nostre routine, di non permettere di tornare alle loro routine, di usare i nostri strumenti, che sono creatività, comunicazione, attenzione, immaginazione, racconto, con cui possiamo tenere alta l’attenzione su ciò che succede e succederà, anticipare le mosse, fare di tutto per evitare modelli di ricostruzione come il Belice o l’Irpinia.</p>
<p>Per costruire le due lettere ho usato due strumenti di problem solving strategico: “come peggiorare” e cambiamento di punto di vista, e uno strumento concettuale sistemico, come l’osservazione dei trend. Ho cercato di mettermi nella mente di un costruttore speculatore e di un politico mazzettaro (e cioè dei personaggi che già si stanno fregando le mani gongolanti di fronte alla valanga di fondi che farà seguito al terremoto) e di pensare il peggio che mi fosse possibile, dato che a certe perversità noi comuni cittadini non riusciamo ad arrivarci. Ho cercato di pensare alla probabilità che un sisma di eguale intensità possa verificarsi a breve. Poiché la frequenza di grandi sismi nella zona va dal secolo (Marsica, 1915) ai tre secoli (L’Aquila, 1703) e il cemento armato dura al massimo cento anni, ragionando in modo del tutto cinico non ci sarebbe bisogno di ricostruire in modo antisismico. Il problema è stabilire se una casa è solo una macchina speculativa o è una tana, un nido in cui rifugiarsi e sentirsi protetti.</p>
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		<title>Giro, faccio cose, vedo gente</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2009 10:46:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La famosa frase del film di Nanni Moretti sintetizza bene un'alternativa emergente rispetto alla fruizione passiva e caotico-puntuativa della tv broadcast, un mix di comportamenti mediatici completamente diversi, che dal modello grande fratello (orwelliano) va verso il modello villaggio globale/locale anticipato da Mc Luhan]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per fortuna emerge un comportamento mediatico diverso, se non addirittura opposto, rispetto a quello caotico-puntuativo che ho descritto in un <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/22/il-filtro-caotico-puntuativo-sulla-realta">precedente articolo</a>. Accanto o in antitesi con la tv che si accende in salotto o in cucina e si lascia lì continuando a fare le proprie faccende, c’è un mondo articolato e variopinto di altri media: tv satellitare e digitale terrestre, pay tv, business tv, streaming video local e web, tv <em>prosumer</em> di <a href="http://www.youtube.com">YouTube</a> e simili, i podcast, l’universo dei blog, wiki e social network, l’iPod e i telefoni Mms, i passaparola virali. Quali sono le modalità di comunicazione di questo mondo? Come si emettono i messaggi? Come si ricevono? Che cosa succederà quando queste modalità avranno preso il sopravvento sulla televisione così come la conosciamo ora?<span id="more-392"></span></p>
<p>Nel <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)">Grande Fratello</a> di Orwell c’è un solo emittente che parla a tutti da una sola rete, e impone lingua, opinioni, modo di pensare e di agire. Tutti devono uniformarsi, perché il Grande Fratello può spiare e controllare ogni persona. Per fortuna, con la liberalizzazione delle emittenti le cose non sono andate proprio così, anche se in Italia ci sono i due blocchi dominanti Rai/Mediaset con tutti gli altri dietro. La fusione fra tv, telefonia e informatica, prevista da Negroponte già <a href="http://www.anobii.com/books/0187ffaffaa05b9a64/">nei primi anni ’90</a>, è ormai avvenuta, creando un insieme di linguaggi e di media completamente diversi da quelli precedenti.</p>
<p>La tv induce a una fruizione piuttosto stupida perché agisce in modalità stupida: usa un solo canale per volta, è lineare, verticistica, rigida, un palco da cui gridare, non un ambiente a risorse illimitate in cui interagire. E se c’è una sola persona che parla senza ascoltarmi, io posso solo distrarmi, far finta di ascoltare ma pensare ai fatti miei, o cambiare canale dove c’è un altro che parla senza ascoltarmi. Per accontentare tutti, chi parla deve livellarsi verso il basso – aprire un pacco per vedere che cosa c’è dentro – e ripetere sempre le stesse cose, in modo che i distratti prima o poi ne colgano qualcuna.</p>
<p>La rete, un termine con cui vogliamo significare l’insieme mediatico di internet, web, telefonia multimediale, home, pay e cable tv, televisione e localizzazione satellitare, si serve di canali illimitati e tutti condivisi. In rete avvengono scambi di dati bidirezionali, senza orari, inizio, svolgimento e fine. È topologica e ipertestuale, non temporale e sequenziale. Tutto quello che sta al di fuori della rete si legge in sequenza ed è venduto in un pacchetto con inizio e fine, quello che funziona in rete è non confezionato, non lineare, senza inizio, senza fine, senza svolgimento. Ognuno si fa la sua sequenza personale, si impacchetta da sé il prodotto o il pezzetto di informazione che gli interessa al momento, lo fruisce in tempo reale o lo scarica e lo conserva, se lo tiene per sé o lo condivide con colleghi, amici, perfino con sconosciuti.</p>
<p>Don Tapscott, autore di <a href="http://www.anobii.com/books/01285dbd337087a36d/">Wikinomics</a>, dice che per i giovani la tv sta andando sempre più nello sfondo di fronte agli altri media, perché i giovani si orientano verso la scelta e la personalizzazione (<em>choice&amp;customization</em>), e si muovono in un ambiente unico e interattivo di <em>fun/working/learning/playing</em>, ossia divertimento, lavoro, studio, gioco, in cui amano prendere e dare, conoscere e farsi conoscere, sapere e far sapere. Le mie nipotine (11-13 anni) hanno il loro blog personale che condividono con le amiche e gli amici. Ciò significa che quello che per una ragazza era lo strumento più segreto e più intimo, che neanche la mamma poteva guardare, e cioè il proprio diario, ora diventa un blog praticamente pubblico, che si scosta dal diario segreto per diventare lo scambio di confidenze fra amichetti.</p>
<p>In uno sceneggiato tv una ragazza un po’ timida è corteggiata dal bello della scuola. Lei stenta a credere a questa sua fortuna, finché lui la bacia e durante il bacio tira fuori il telefonino e fa una foto. «Che fai?», dice lei. E lui: «Faccio una foto e te la mando, così finalmente ci credi». Per rendere veramente credibile la situazione non basta averla vissuta, va verificata e rivissuta come informazione Mms. Niente di male; anche il diario era (o è ancora?) un modo per rivivere un momento vissuto attraverso informazioni verbali, visive e simboliche.</p>
<p>La tv multimodale dunque non è più broadcast, ma conversazione. Non più rapporto unidirezionale fra un emittente e un ricevente che non si conoscono, ma rapporti pluridirezionali fra soggetti che si conoscono e si scelgono. Ora, se scelgo qualcuno o qualcosa, poi lo sto a sentire, anche perché devo rispondergli, interagire con esso. Ecco dunque un’alternativa molto significativa a quella fruizione della “vecchia” tv distratta e casuale, passiva e “ignorante” (nel senso che ascolto qua e là senza sapere chi parla, che cosa dice e perché). E per fortuna è un comportamento mediatico molto diffuso fra i giovani.</p>
<p>Sempre Tapscott dice che John Fitzgerald Kennedy fu il primo presidente della tv e che Barack Obama è il primo presidente del web. Che sia la vittoria dell’atteggiamento selettivo/personalizzato rispetto a quello caotico/puntuativo della baby boom generation? Che le elezioni dei tempi che verranno ci diano risultati migliori di quelli attuali? Da qualche anno frequento social network come <a href="http://www.linkedin.com">LinkedIn</a>, <a href="http://www.xing.com/">Neurona&gt;Xing</a> e ora <a href="http://www.facebook.com">Facebook</a>, che sta vampirizzando tutti gli altri, perché presenta insieme l’aspetto professionale e personale di qualcuno, i suoi orientamenti politici e ideologici, le sue preferenze culturali e ludiche, ed è l’immenso paese globale e locale in cui possiamo incontrare tutti e andare dovunque, ma frequentare le nostre piazzette e i nostri circoli preferiti. È probabile che in futuro Facebook diventi l’unico ambiente di navigazione, eliminando gestore di posta e browser? O ci saranno diversi strumenti ancor più specializzati, come vorrebbe Don Norman?</p>
<p>Quando da ragazzo vivevo a Lanciano, una cittadina abruzzese, nel tardo pomeriggio si usciva a spasso per il corso, e lì si incontravano conoscenti e amici, ragazze da corteggiare, persone con cui parlare della critica della ragion pura o fare un po’ di gossip. In tutti i centri abitati c’era una piazza, una strada, un portico in cui ci si incontrava, si andava al bar e si facevano due chiacchiere. Si potevano fare nuovi incontri, o rivedere vecchi amici che tornavano dopo tanto tempo. Con le grandi città, l’automobile e la televisione tutto questo è finito. Oggi per incontrarsi bisogna prendere appuntamento, e non sempre ciò è possibile con persone che si conoscono appena. Oppure bisogna frequentare ambienti dedicati a un hobby, uno sport, un interesse culturale o sociale, ma anche lì si incontrano solo persone che praticano quello stesso interesse, e si rischia una comunicazione autoreferenziale.</p>
<p>Un ambiente virtuale come Facebook (o anche Linkedin, con i relativi gruppi come <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=38486&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840906_1">Professional People in Urbe</a> o <a href="http://www.linkedin.com/groups?gid=1526&amp;trk=anetsrch_name&amp;goback=.gdr_1233570840910_1">Milan-In</a>) ripropone un corso, una piazza, un bar di paese, o una libreria, un negozio, un circolo culturale, in cui ci si incontra, si fa amicizia, si scambiano opinioni, consigli di acquisto e di lettura, foto, video. In tal modo l’interazione mediatica è tutta diversa da quella della tv broadcast. Io posso guardare la Littizzetto in diretta a <em>Che tempo che fa </em>nell’orario previsto dal palinsesto, oppure posso andare sul <a href="http://www.chetempochefa.rai.it/">sito Rai.it</a> e guardare la clip in streaming, o scaricarmela con un tv-catcher, o ancora guardare il link che mi ha mandato la mia amica Patrizia. Sono modalità differenti, dove l’ultima non solo è la mia scelta di guardare la clip, ma è una mia conversazione con Patrizia, con cui posso commentare la clip. Ma anche tutti gli altri miei amici di Facebook possono partecipare, quindi quella diventa una nostra clip, che abbiamo tolto dal suo contesto broadcast e inserito in un contesto narrowcast personalizzato.</p>
<p>Per ora mi fermo qui. Ci sarebbe ancora tanto da dire. Ma come al solito ne parliamo in un prossimo incontro, nel bar virtuale di Apogeonline.</p>
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		<title>Il filtro caotico-puntuativo sulla realtà</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/22/il-filtro-caotico-puntuativo-sulla-realta</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Dec 2008 08:54:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Umberto Santucci</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Sartori]]></category>
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		<category><![CDATA[test di Turing]]></category>
		<category><![CDATA[tv generation]]></category>

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		<description><![CDATA[La fruizione di programmi televisivi ha alterato profondamente la nostra percezione di ciò che ci circonda. Che cosa succederà ora che la comunicazione si trasforma sempre più da push a pull?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carlo Sartori, presidente di <a href="http://www.raisat.it/">RaiSat</a> e responsabile del progetto <a href="http://www.digitaleterrestre.rai.it">Digitale terrestre Rai</a>, nel 1989 pubblicò per Mondadori un importante libro sul linguaggio televisivo dal titolo <a href="http://www.anobii.com/books/La_grande_sorella/9788804315810/01f2b9eb9600dd2ed3/">La grande sorella, il mondo cambiato dalla televisione</a>. Da quel libro riprendo quanto disse Robert Pitnam nel 1980, a proposito degli studi di mercato compiuti per la nascita di Mtv: «La “tv generation” tratta l’informazione in modo non lineare: i ragazzi oggi possono fare i compiti a casa, guardare la tv, ascoltare la radio, parlare al telefono, tutto nello stesso tempo. E da essi l’informazione è trattenuta non in senso logico-sequenziale, ma in clusters caotico puntuativi. Inoltre, si può comunicare con loro attraverso le impressioni dei sensi – umori ed emozioni – piuttosto che attraverso le parole e la forma narrativa».<span id="more-267"></span></p>
<p>Osservando i comportamenti radiotelevisivi del pubblico di oggi, mi viene da considerare che la ricezione caotico-puntuativa è piuttosto dilagante, non solo nei giovani di allora (i quaranta/cinquantenni di oggi), ma anche in persone più anziane che si sono adeguate ai comportamenti dominanti. I giovani e giovanissimi seguono altri media, con altre modalità di emissione/ricezione, ma quando guardano la televisione non differiscono di molto dai giovani degli anni ’80. Se per altri spettacoli come il cinema, il teatro, i concerti, ciò che si vede è protagonista del tempo in cui assistiamo allo spettacolo, e ci rechiamo in quei luoghi pagando un biglietto proprio per assistere a quello spettacolo, la televisione ce l’abbiamo in casa (o deprecabilmente oggi si trova in quasi tutti i ristoranti), e spesso la si tiene accesa come sottofondo durante tutta la giornata, anche quando si ricevono gli amici. Non ci si fa più caso, tanto è vero che si parla, si svolgono altre faccende, perfino si lavora. Ne consegue che ci siamo abituati alla sua presenza, e non ce ne rendiamo più conto, o in certi casi non possiamo farne a meno, perché il silenzio ci mette a disagio.</p>
<p>Naturalmente non sempre è così, per cui possiamo individuare diversi livelli di ricezione:</p>
<ul>
<li>ricezione attenta: prevalentemente da soli, con la gestione del telecomando, per guardare tg, talk show di approfondimento, film e documentari;</li>
<li>ricezione semiattenta: da soli e in compagnia, con o senza gestione del telecomando, si salta da un programma all’altro, si parla durante l’ascolto, per guardare show, gare sportive, giochi, telenovelas;</li>
<li>ricezione casuale: si entra e si esce dalla stanza in cui c’è il televisore, si fanno altre cose, si parla, si salta da un programma all’altro, per guardare o non guardare indifferentemente quello che capita;</li>
<li>ricezione di sottofondo: si tiene il televisore acceso senza guardarlo, si parla con gli amici o si fanno altre cose, ogni tanto ci si butta uno sguardo ma è indifferente quello che si guarda, è il televisore in salotto durante un party, o al ristorante;</li>
<li>ricezione distratta: il televisore è sempre acceso, qualcuno cambia i programmi casualmente, ogni tanto si butta l’occhio e si sente qualcosa, ma si fanno altre cose.</li>
</ul>
<p>Gli ultimi tre livelli portano a una ricezione caotico-puntuativa, dove piccoli o minimi bocconi (<em>crunch</em>) di informazione vengono inghiottiti come capita, e si vanno a depositare nella mente in modo amorfo e caotico. La maggior parte di essi viene dimenticata, ma alcuni restano e si aggregano sempre in modo casuale, ma secondo le <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Rete_a_invarianza_di_scala">leggi di potenza</a> delle reti, per cui alcuni di essi si uniscono ai propri simili e formano nodi più forti (<em>hub</em>) che man mano diventano sempre più forti. Ne consegue che per la ricezione attenta e semiattenta sono importanti i contenuti e il linguaggio articolato, razionale, narrante, esplicativo. Per la ricezione caotico-puntuativa il contenuto è irrilevante, il linguaggio razionale è inutile, quello che conta è condensare o banalizzare un’informazione in un piccolo boccone e ripeterla molte volte, per scatenare nel subconscio la legge di potenza e trasformare quell’informazione in un hub informativo.</p>
<p>In altre parole, tutto quello che ho scritto finora è adatto a una ricezione attenta. Per riscriverlo in modo adatto alla ricezione caotico puntuativa potrei dire: hai tempo? Sei solo? Vuoi sapere che è successo? Guarda il Tg5. Sei in compagnia? Spegni il televisore! Anche se questi messaggi vengono ascoltati distrattamente e &#8211; in modo caotico-puntuativo – ne viene colta una sola parola, qualcosa di essi arriva, anche se nella rozza antitesi guarda/spegni. Se poi ripeto gli stessi messaggi ogni giorno, prima o poi arriverà quasi tutto e si depositerà nella mente a costituire un cluster un po’ più forte dei piccoli bocconi sparsi, e quindi capace di aggregare altri cluster unendoli in rete e tenendoli insieme come un hub destinato a diventare sempre più forte, e quindi a trasformarsi da idea in ideologia, da giudizio a pregiudizio, da ragione a fede.</p>
<p>Dunque, coloro che ricevono prevalentemente in modo attento-sequenziale-strutturato costituiscono una popolazione del tutto diversa da quelli che ricevono prevalentemente in modo distratto-caotico-puntuativo, hanno modelli di riferimento diversi, votano in modo diverso. Una comunicazione televisiva che tenga conto di ciò dovrà usare un linguaggio articolato e ragionato per la ricezione attenta, un linguaggio semplice, emotivo, fatto di slogan ripetuti, di icone e immagini ricorrenti, di luoghi comuni. Mi si dirà che questo è il linguaggio della pubblicità. Proprio così. È un linguaggio fatto per una ricezione disattenta e casuale (durante la pubblicità facciamo zapping, andiamo al bagno, o semplicemente pensiamo ai fatti nostri). Temi più interessanti invece richiedono di essere sviluppati con un linguaggio più evoluto. È vero. Però anche temi importanti, se sono destinati a un ascolto prevalentemente caotico-puntuativo, sono recepiti in qualche modo solo se vengono espressi nel linguaggio adatto, cioè pubblicitario. Anche nei talk show chi si esprime per slogan arriva meglio di chi argomenta con sottigliezza.</p>
<p>E pure la persona più intelligente, impegnata, colta, se in un certo momento assiste a una trasmissione in modo distratto, la riceve in modo caotico-puntuativo, con tutte le coseguenze di cui sopra. Allora, come anticipava il buon McLuhan, il problema non è tanto nei contenuti, quanto nelle modalità di ricezione. Alcune trasmissioni sono fatte apposta per la modalità distratta, come i reality, le telenovelas; altre no, come gli special, i telegiornali, i dibattiti. Questi però, se ricevuti in modo distratto, fanno sì che l’ascoltatore o il telespettatore li appiattisca eliminando tutte le argomentazioni sequenziali, e cogliendo solo alcuni sprazzi già sintonizzati con ciò che pensa e che sa. È probabile, quindi, che decodifichi significati diversi e persino opposti a quelli del messaggio emesso.</p>
<p>Sempre nel libro <em>La grande sorella</em>, Sartori affronta il rapporto fra realtà e televisione, fra ciò che è successo veramente e ciò che si vede in tv, e si chiede: «Se un albero cade in una foresta e non è ripreso in televisione, l’albero è realmente caduto?». Io aggiungo: se la televisione fa vedere un albero che cade, l’albero sarà caduto veramente? E quando? E per lo spettatore quanto sarà importante che l’albero sia caduto veramente, dal momento che l’ha visto in televisione? E se un servizio tv mostrasse un albero che cade, da che cosa riusciremmo a capire se è la cronaca di un albero caduto davvero o se è una fiction, se è un evento attuale o un filmato di repertorio? È una sorta di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Test_di_Turing">test di Turing</a>: finchè non ti accorgi se è vero o falso, lo devi prendere per vero. Ma quando sei così distratto da non essere in grado di capire se assisti a un documento o a una fiction, come si forma il tuo sistema di pensiero, di emozioni, di opinioni? Molto prima della televisione, Orson Welles aveva affrontato il problema col suo <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/La_guerra_dei_mondi_(radio)">La guerra dei mondi</a>, dove una fiction radiofonica su una presunta invasione di marziani, da ascoltatori distratti veniva percepita come vera e seminava il panico. Infatti, quanto detto per la televisione, vale anche per la radio.</p>
<p>Tutto questo è vero per la comunicazione push che arriva dal televisore. C’è però tutto un altro mondo di comunicazione pull: il digitale terrestre, la tv satellitare e la pay tv, i podcast, lo streaming video e la tv prosumer di YouTube e simili, l’universo dei blog, wiki e social network, l’iPod e i telefoni Mms, i passaparola virali. Quali sono le modalità di comunicazione di questo mondo? Come si emettono i messaggi? Come si ricevono? Che cosa succederà quando queste modalità avranno preso il sopravvento sulla televisione così come la conosciamo ora?</p>
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