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	<title>Apogeonline &#187; Sergio Maistrello</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Il lettore che sto diventando</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 06:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[L'informazione passa attraverso la rete da un tempo sufficiente a notare i primi cambiamenti di paradigma e intravedere nuovi legami di senso. Un percorso personale tra aggregazioni e destrutturazione della tradizione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>All&#8217;inizio pensavo fosse solo un mio momento di affaticamento oppure  una congiuntura poco felice delle mie testate di riferimento. Dopo  almeno un anno di disagio manifesto e crescente, prendo atto che forse  sta irrimediabilmente cambiando il mio rapporto con l&#8217;informazione. Non  provo più il piacere irrinunciabile di sfogliare un quotidiano, resto  del tutto insensibile al fascino dei settimanali, lascio incellophanati i  mensili a cui sono abbonato, non accendo quasi più la televisione. Sono  sentimenti per me inediti: sono cresciuto col giornale in casa tutti i  giorni, ho passato buona parte della vita guardando due edizioni al  giorno di almeno tre telegiornali diversi, osservo con curiosità fin da  molto giovane il modo in cui prende forma sulla carta o nell&#8217;etere il  racconto dell&#8217;attualità. Oggi tutto questo non mi gratifica più,  talvolta mi dà la sensazione di perdere tempo, molto spesso mi  infastidisce. Perché? Mi sono interrogato a lungo, ho scansato con cura i  luoghi comuni sulla qualità del giornalismo italiano nell&#8217;ultimo  decennio (c&#8217;entrano, ma non sono il punto) e sono andato in cerca di  indizi. Provo a condividerli, anche per la curiosità di capire se è  qualcosa di più di una suggestione personale.<span id="more-6127"></span></p>
<h5>Immerso nel flusso</h5>
<p>Amo dire che «vivo e lavoro in rete» da oltre quindici anni.  Nell&#8217;ultimo decennio in particolare, ovvero da quando la nostra umanità e  socialità ha cominciato a espandersi in modo significativo sul web  attraverso blog e social network, il numero di persone e di idee con cui  entro in contatto quotidianamente è cresciuto in modo esponenziale. Mi  aggiorno in tempo reale grazie a servizi di informazione online, ma  soprattutto attraverso le aggregazioni delle mie fonti preferite, professionali e amatoriali. Quando  manco uno spunto che potrebbe essermi utile, il più delle volte  l&#8217;informazione rientra nel flusso attraverso le condivisioni dei miei  contatti su Facebook e Twitter. <em>Flusso</em> è il concetto chiave. Vivo  immerso e sono parte di un flusso che scorre ininterrotto, portando con  sé in giro per la rete notizie, esperienze, idee, contatti, emozioni.  Quando intercetto qualcosa che mi interessa in modo particolare inizio  ad andare in profondità: parto dal pretesto che mi ha incuriosito e risalgo la  corrente fino alla fonte che ha dato origine a quel concetto o allargo  il cerchio fino a farmi un&#8217;idea soddisfacente dell&#8217;argomento o della  vicenda.</p>
<p>Il flusso non è un tritatutto unidimensionale, al contrario contiene in sé &#8211; grazie ai link, ai <em>like</em>,  alle innumerevoli forme in cui in rete si generano relazioni tra  persone e contenuti &#8211; tutti gli appigli per muoversi, ciascuno  contemporaneamente, in grande libertà nel tempo e nello spazio. Ai miei  studenti spiego che internet è un sistema operativo: ecco, io uso questo  sistema operativo per decodificare la complessità secondo i miei  bisogni contingenti. Uso internet per informarmi meglio, quando mi  serve, per quello che mi serve. Uso internet per vivere meglio e avere  le risposte che cerco nel momento in cui le cerco. Uso internet per  lavorare in modo più efficace e dare spessore agli argomenti di cui sono  chiamato a interessarmi. Tutto ciò contribuisce a fare di me un lettore  per certi versi di frontiera nelle pratiche ed evidentemente sempre più  frustrato da quanto non si plasma in tempo reale sulle sue esigenze e  necessità. Non parlo solo di giornali: detesto anche i menu al  ristorante, quando mi obbligano a chiedere chiarimenti a un cameriere  distratto.</p>
<h5>Raccontami, non raccontarmela</h5>
<p>La  prima risposta alle domande da cui sono partito, dunque, è scontata e  ancora superficiale: internet è più comoda, più potente, più presente e  più personalizzabile. Quando leggo un giornale soffro la superficialità  di un articolo che si ferma a troppi passi da quello che intravedo come  il nocciolo della questione e mi abbandona a me stesso dopo l&#8217;ultima  parola. Quando leggo un periodico constato una ricorrente difficoltà a  rientrare nel target al quale la redazione fa riferimento per  massimizzare le entrate pubblicitarie e le vendite. Quando guardo la  televisione unisco le due sensazioni e tendo a moltiplicarle. Ma c&#8217;è di  più, secondo me. Per esempio, mi scopro intollerante alla <em>messa in scena</em> delle notizie: l&#8217;impaginazione eclatante, la presentazione che gronda  retorica, la semplificazione eccessiva e talvolta irrispettosa  dell&#8217;intelligenza del lettore.</p>
<p>Per loro costituzione, i mezzi di  comunicazione di massa dispensano conoscenza da un palcoscenico: ci sono  gli attori e c&#8217;è il pubblico. Per sua costituzione, internet abbatte  quel palcoscenico, lasciando che i ruoli semplicemente si definiscano  spontaneamente in base ai contesti. Quello che vale dentro internet non  deve valere necessariamente per carta e etere, ma è inevitabile che col  tempo le abitudini e le sensibilità di un numero crescente di persone ne  escano ridisegnate. Tutto ciò che ricalca la supremazia del  palcoscenico sui contenuti stessi &#8211; e spesso le gabbie, i progetti  grafici, le scenografie più recenti sembrano esasperare questo concetto,  quasi in forma di estrema difesa &#8211; finisce progressivamente per  apparire stonato, artificiale, autoreferenziale, distante dalla realtà.  Vorrei la notizia, l&#8217;idea, il commento, senza troppi giri di parole,  senza immagini inutili, senza le calcificazioni ideologiche, di contesto  e di stile che oggi caratterizzano molti giornalisti e molti progetti  editoriali di successo.</p>
<h5>Unità di senso</h5>
<p>Non ne faccio affatto una questione di lunghezza. Considero un falso  mito della rete la necessità di produrre testi asciutti, brevi,  addirittura scomposti in più pagine se superano un taglio gestibile a  colpo d&#8217;occhio. L&#8217;esperienza maturata negli ultimi cinque anni proprio qui  su <em>Apogeonline</em>, che certo non si nega d&#8217;esser rivista di nicchia, mi  racconta il contrario: la lunghezza è per definizione <em>q.b.</em>,  quanto basta, sta poi a chi scrive sostenere col proprio stile e col  giusto equilibrio di sintesi e dettaglio l&#8217;attenzione e il giudizio  del lettore. L&#8217;<em>articolo</em> torna a essere strumento di una relazione  tra chi legge e chi scrive, non il mero prodotto finito di progetto  editoriale. Il fatto è che una porzione consistente delle variabili che  nel sistema tradizionale sono stati riserva del giornalista e delle  redazioni finiscono in modo naturale e quasi trasparente nella  disponibilità di chi usufruisce di contenuti attraverso la rete: la  gerarchizzazione delle notizie, lo spazio e il livello di  approfondimento destinati a ogni argomento dipendono dalle scelte di  ciascun lettore, che può passare indifferentemente da un articolo a un  altro, da un sito all&#8217;altro, avendo a cuore non certo il target, non  certo la testata, non certo il piano editoriale, ma soltanto le sue  esigenze contingenti e la sua curiosità.</p>
<p>Il lettore in rete non  cerca la messa in scena del contenuto, cerca il contenuto e lo cerca  all&#8217;altezza, altrimenti va altrove. Io, come lettore, mi sto abituando a  scomporre la complessità in unità di senso, servendomi di ogni fonte  disponibile. Cerco l&#8217;articolo prima che il giornale, il post prima che  il blog, il messaggio di stato prima che il social network. Il processo  di accesso all&#8217;informazione è capovolto e procede per ricombinazioni  personali e non preventivabili all&#8217;origine. Non sto affatto insinuando  che il giornale, la trasmissione, il palinsesto nel loro passaggio alla  rete vengano superati, quanto piuttosto che diventano strumenti  abilitanti al servizio dei contenuti. I nostri siti gravitano ancora  concettualmente sulla home page, mentre l&#8217;esperienza del web  contemporaneo ci sta dicendo che il baricentro si è spostato  progressivamente nelle pagine interne e dunque, per come sono fatti gran parte dei siti più recenti, sulle unità di contenuto che quel sito ha da offrire alla rete. Non si spiegherebbe altrimenti perché, esempio tra i più efficaci di una tendenza consolidata nei siti di news statunitensi, <a href="http://www.cnn.com/">CNN</a> avrebbe ridotto la propria pagina principale a un anonimo elenco di link e spostato ogni cura all&#8217;interno delle ricchissime pagine interne.</p>
<h5>Desemplificare i fatti</h5>
<p>Io  come lettore compio, insomma, una costante e consapevole opera di  desemplificazione, laddove il ruolo dei giornali è stato fin qui  soprattutto quello di semplificare e rendere accessibili questioni  complesse. Ho più che mai bisogno dell&#8217;esperienza e della capacità  divulgativa altrui, ma sono io a scegliere chi, quando e come. È il  motivo per cui, anche tra i giornali online, scelgo soprattutto quelli  che per vocazione si cimentano soltanto in questioni in cui sono in  grado di fornire un consistente valore aggiunto, seminando il web di  unità di contenuto di qualità, o quelli che per contro svolgono la meritoria  funzione di ricostruzione del contesto nelle vicende più complicate,  fornendo utili appigli per la selezione delle fonti più degne di  interesse. Salvo da questo processo di disgregazione delle testate e dei contenitori il  libro, a prescindere dalla sua progressiva (e irrilevante, da questo  punto di vista) digitalizzazione in ebook, perché lo riconosco nella  maggior parte dei casi compatibile con la ricerca di unità di contenuto  sulle quali basare i miei percorsi di approfondimento personale.</p>
<p>Infine,  sono un lettore alla disperata ricerca di fatti, di dati di fatto, di  verità oggettive e sopra le parti. Ho la necessità di capire e di  verificare, di giudicare potendo osservare il mondo intorno a me  soltanto dopo aver appoggiato entrambi i piedi su un terreno consistente.  Per questo mi sento tradito più volte al giorno da chi lo dovrebbe fare  per me (insieme a me) e invece continua a ragionare più facilmente per <em>battute</em>, <em>cartelle</em>, <em>pagine</em> che per <em>peso specifico</em> di un articolo. Questo rende la necessità del fai-da-te o della  ricombinazione personale dei testi e delle fonti più che mai necessaria e urgente,  almeno quanto urgente è affrancare il filtro comunitario dei social  media dalle emozioni e dalle urla di parte. Sono tutti processi  complicati, che richiedono tempo e fatica, ma che avverto  irrimediabilmente avviati, benché lontani da un approdo certo e  rassicurante. So di non essere più il lettore di prima, non so ancora  quale lettore sarò. Ma avverto la responsabilità di vivere in modo  più che mai consapevole questo percorso.</p>
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		<title>Luca Sofri, come sta andando Il Post?</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
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		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[Nato in aprile, il nuovo giornale online sperimenta in Italia una ricetta che negli Stati Uniti sta portando fortuna per esempio all'Huffington Post: poca ma buona informazione originale e tanta digestione e contestualizzazione del lavoro altrui. Intervista al direttore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Luca, <a href="http://www.ilpost.it">Il Post</a> è online da quattro mesi. Certo in  mezzo ce ne sono stati anche due di estivi, che non sono magari il  periodo più vivace per spingere su una start up. Ad ogni modo, come  siete sulla tabella di marcia, meglio o peggio di quanto ti proponevi?</strong></p>
<p>Molto meglio, se ti riferisci ai numeri. Abbiamo una tabella di  marcia che ci impone crescite continue e considerevoli, ma un ottimo  risultato di partenza ci ha permesso di rispettarla finora ampiamente.  Adesso ci prepariamo alla strada in salita, ma con buone idee e  prospettive.<span id="more-3582"></span></p>
<p><strong>Non fornisci numeri, ma ho una domanda sulle metriche. Come avete definito la tabella di marcia? Considerate soltanto i classici indici di traffico oppure tenete in considerazione le interazioni sociali nel sito e nei social network e le varie forme di lettura non convenzionale come i feed? Te lo chiedo  perché non date  l&#8217;impressione di cercare pagine viste a tutti i costi, finora.</strong></p>
<p>Cerchiamo pagine viste, ma non a tutti costi. Comunque sì, sui numeri i miei metri sono strettamente pubblicitari: sull&#8217;apprezzamento e il funzionamento delle cose valutiamo cose più puntuali e frammentate al momento. Io non sono preoccupato del successo  del Post come iniziativa, che per me sarebbe già sufficiente ora a esserne contenti, ma della sua capacità di sopravvivenza. E quella  dipende dalle pagine viste.</p>
<p><strong>Che cosa puoi dire della consapevolezza della rete e dei media mainstream rispetto al vostro lavoro fin qui? Ti capita mai di notare non tanto citazioni, ma il diffondersi di un certo modo di stare e di  lavorare in rete per il quale si possa dire &#8220;vedi, se non c&#8217;era Il Post questo oggi non l&#8217;avrebbero mai fatto&#8221;?</strong></p>
<p>È difficile dirlo. Realisticamente, direi di no: è troppo presto.  Ma ti confesso che su alcune cose che vedo in giro ogni tanto la sensazione ce l&#8217;ho. Se così fosse, comunque, sarei molto contento: cambiare modelli e modi di fare è un nostro obiettivo prioritario non  solo per quel che riguarda il Post.</p>
<p><strong>I critici (critici vostri e più in generale del modello Huffington Post, che vive principalmente di digestione e ricombinazione del lavoro  altrui) dicono che siete come le sanguisughe: non vi cercate il cibo per  conto vostro, vi nutrite del sangue delle vostre prede, indebolendole. Che idea ti sei fatto del vostro ruolo nell&#8217;ecosistema della rete e dei media?</strong></p>
<p>Non un&#8217;idea sola, ma molte e anche contraddittorie. Di sicuro  invece c&#8217;è che la critica è superficiale e pretestuosa: di solito viene  da organi di informazione tradizionali che fanno la stessa cosa che  contestano, oggi i giornali sono fatti in grande maggioranza da notizie  che non provengono dall&#8217;interno delle redazioni e dei collaboratori. In più, la selezione, l&#8217;aggregazione e la riproposizione dei contenuti  altrui come la intendiamo noi genera maggiore attenzione rispetto ai contenuti stessi e maggiore promozione per chi li produce.</p>
<p>Naturalmente è anche ovvio che in generale il mercato più ricco mette in difficoltà  gli attori del mercato, ma questo vale qualunque cosa producano: se il Post producesse notizie, inchieste e contenuti esclusivamente propri &#8211;  annullando la critica a cui ti riferisci &#8211; non sarebbe meno ingombrante  (nel suo piccolo) per gli altri siti di informazione. E alla fine mi  pare che il timore sia questo: che altri occupino il tuo spazio, e  gratis. Non dico che sia un timore condannabile e immotivato, ma è lo  stesso timore di una compagnia aerea costretta a chiudere per la  concorrenza più economica dei treni veloci. Si perderà qualcosa, dopo,  ma il sistema si ricostruisce in altri modi. Però ti ripeto, non vorrei  che le mie opinioni suonassero perentorie e sicure come quelle dei  detrattori del cambiamento: non so cosa ci riservi il futuro.</p>
<p><strong>Una delle più importanti innovazioni introdotte dal Post nel  giornalismo italiano mi sembra quella che riguarda il linguaggio.  Riuscite a contemperare con sorprendente efficacia semplicità e  precisione, informalità e sostanza, allegria e rigore. Siete  sufficientemente informali per partecipare alle conversazioni della  rete, ma senza sbracare e conservando intatta la dignità del lavoro  giornalistico. Quali sono le fissazioni di Sofri come direttore, in  questo senso?</strong></p>
<p>Ti ringrazio molto perché io invece non sono ancora soddisfatto di  questo lavoro di sintesi degli obiettivi: ma ci stiamo provando. Prendo  come una battuta complice il termine &#8220;fissazioni&#8221;: io trovo solo che  sia il modo giusto di fare le cose, perché sottrarsi ai cliché, alle  frasi fatte, ai luoghi comuni, alle cose scritte senza attenzione per le  parole, significa sottrarsi alla comprensione delle cose, di ogni  singola cosa, mettere ogni tanto il pilota automatico. Vorremmo riuscire  a non farlo mai, e non è facile perché la routine e la fretta sono  molto tentatrici.</p>
<p><strong>A differenza del modello prevalente in Italia, voi non sembrate  affetti dalla sindrome dell&#8217;aggiornamento ossessivo del titolo e dell&#8217;apertura. Vi riservate piuttosto un ruolo &#8211; scoperto finora &#8211; di ricostruzione del contesto. Quando una vicenda si dilunga per giorni o si complica abbastanza da richiedere un&#8217;attenzione specializzata, supplite con una visione d&#8217;insieme o con una sintesi essenziale. Lavorate molto su questo versante, ho addirittura la sensazione, forse complice l&#8217;assestamento esitivo, che stia diventando  prevalente. Sbaglio?</strong></p>
<p>Provo a spiegarmi la tua impressione estiva: quello che dici che facciamo deriva da due ragioni. La prima è che i media italiani tendono a dare per inteso moltissimo di quello a cui si riferiscono, e spesso leggiamo notizie di cui abbiamo perso o dimenticato le origini, i  contesti e la comprensione. Il lavoro che facciamo di ricostruzione deriva innanzitutto da una nostra necessità che sappiamo condivisa, che in brusca sintesi è: ma di cosa stiamo parlando?</p>
<p>La seconda ragione di simili interventi di spiegazione ha a che fare con un criterio di scelta  delle notizie per cui spesso scegliamo di trascurare cose che hanno grande spazio nell&#8217;informazione e nel dibattito nazionale, perché ci sembrano sinceramente irrilevanti, autoreferenziali, destinate a esaurirsi nel nulla. E però non ci nascondiamo che nel momento che i media le costruiscono diventano di per sé delle notizie. E quindi dopo alcuni giorni che un nulla occupa spazio sui giornali, cerchiamo comunque di spiegare a noi stessi e ai lettori del Post come quel nulla è diventato notizia.</p>
<p><strong>Il giornale online italiano punta moltissimo sull&#8217;home page, concepita ancora come eredità della prima pagina cartacea e baricentro  di tutta la produzione giornaliera. Sul Post, a parte quel po&#8217; di sana  attenzione a far girare i titoli, non sembrate proprio avere l&#8217;angoscia  dell&#8217;apertura. C&#8217;è, dietro a questo atteggiamento, la sensazione che la  partita dei contenuti giornalistici in rete si giochi piuttosto sulle  pagine interne?</strong></p>
<p>Non quanto pensi, e non quanto vorremmo. Nel senso che la tipologia dei nostri articoli verrebbe favorita da un simile criterio: le nostre news sono piuttosto equivalenti in termini di importanza che diamo loro, e raramente sono volatili. Ma per quanto Google premi molto la loro costruzione, non basta ancora per renderle autosufficienti, e la homepage occupa ancora uno spazio importante nei nostri numeri così  come la scelta della notizia di apertura. Certo, cerchiamo di non averne l&#8217;affanno: anche perché poi ci rendiamo conto che i siti di news maggiori cambiano l&#8217;apertura pochissimo nel corso della giornata, certi  giorni appena due o tre volte (stiamo anche emancipandoci molto da guardarli, i siti di news maggiori: risparmiamo tempo e non perdiamo  quasi niente di ciò che interessa a noi, detto con rispetto assoluto).  Ma stiamo anche lavorando per distribuire meglio la visibilità e le  tipologie degli articoli.</p>
<p><strong>Un elemento centrale della vostra ricetta dovrebbero essere i blog delle firme. Sulla carta avrebbero dovuto essere il valore aggiunto di tutta l&#8217;operazione, ma come lettore ho spesso la sensazione che il risultato sia ancora inferiore alla somma delle parti. Girano spesso ottimi post e alcuni blog hanno una personalità spiccata, eppure la sensazione è di trovarsi di fronte a grandi individualità ma non ancora a un&#8217;aggregazione virtuosa di cervelli. Fatto sta che il lavoro redazionale dà l&#8217;impressione di dominare ancora il palcoscenico. Condividi questa analisi?</strong></p>
<p>La condivido abbastanza &#8211; ma occhio che i post che pubblichiamo sono comunque molto letti, molto molto &#8211; e sta dentro una generale difficoltà di esaurimento di obiettivi e agenda: ti confesso che quasi  tutto il lavoro progettuale e ideativo del Post è stato fatto fino al  giorno prima che il Post partisse: dopo, la contingenza quotidiana ha  assorbito quasi tutte le forze e solo ora cominciamo ad aver organizzato  meglio il nostro lavoro e il nostro tempo per introdurre un po&#8217; di cose nuove che avevamo in cantiere da tempo. Tra queste &#8211; ci lavoreremo nei  prossimi mesi &#8211; c&#8217;è una riorganizzazione dei blog, un arricchimento del numero dei bloggers, un maggior lavoro complice tra la redazione e i bloggers. Che però, ripeto, in quasi totale indipendenza stanno  producendo cose notevoli ai nostri occhi e a quelli dei lettori.</p>
<p><strong>I grandi gruppi editoriali internazionali stanno investendo molto non soltanto sull&#8217;informazione online, ma anche sul modo in cui  l&#8217;informazione è confezionata e proposta. Programmatori e grafici  siedono sempre più vicini ai giornalisti. Di recente anche voi avete  avviato la ricerca di un tecnico che affianchi il lavoro redazionale: avete in programma investimenti specifici in questa direzione?</strong></p>
<p>Li abbiamo già fatti, compatibilmente con una grande attenzione ai nostri bilanci: i piedi per terra sono un criterio di movimento a cui teniamo molto, per inclinazione ancora prima che per prudenza. Ma la  questione che poni implica riflessioni complicate &#8211; che stiamo facendo &#8211;  sull&#8217;identità grafica del Post e di conseguenza anche sulla sua identità in generale: il modello Huffington Post, per dirne una, ovvero  il casino totale, è una cosa da cui abbiamo sempre voluto stare alla larga, per diverso pensare. Ma ha le sue efficacie, e non è detto che non sia preferibile per i lettori. Per dirne una, eh: non immaginare che  stiamo pensando al casino totale.</p>
<p><strong>Riprendo ed espando l&#8217;ultima domanda. Che cosa ci possiamo aspettare dal Post di qui alla fine dell&#8217;anno?</strong></p>
<p>La cosa principale non si vedrà, perché sarà un intenso lavoro progettuale sul Post dell&#8217;anno prossimo. Ma per risponderti, introdurremo di certo una maggiore diversificazione delle tipologie dei contenuti. Una sezione di notizie più brevi, che si pongano a metà tra i post-it e le news attuali, per soddisfare un&#8217;intenzione di maggiore completezza. E alcuni nuovi &#8220;contenitori&#8221; di novità e aggiornamenti in ambiti diversi, sempre con attenzione a non fare diventare niente routinario. E poi cercheremo di produrre ancora più racconti e informazioni, organizzando più efficacemente il nostro lavoro. Ci piacerebbe riferire di più dell&#8217;Italia, se i produttori di informazione italiani ci dessero una mano. Infine, ci siamo mossi lentamente travolti  da mille cose, la benedetta versione per iPad e iPhone.</p>
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		<title>«Eretici e laici, in difesa di giornalismo e rete»</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Nov 2009 07:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Eretici digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Russo]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Zambardino]]></category>

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		<description><![CDATA[È in uscita questa settimana Eretici digitali, il libro di Russo e Zambardino nato da una conversazione in rete sul destino dell’informazione, della politica e di internet. Incontri a Roma, Milano, Firenze e Urbino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In maggio <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali">avevamo lasciato</a> Massimo Russo e Vittorio Zambardino alle prese con la scrittura di <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Eretici digitali</a>, un libro che prendeva le mosse da un <a href="http://www.ereticidigitali.it/2009/04/30/il-manifesto-di-eretici-digitali/">manifesto</a> condiviso e discusso in rete. L’eresia del titolo è quella che gli autori chiedono a tutti gli attori nell’ecosistema di internet – giornalisti, politici e cittadini della rete – rispetto ai propri statuti professionali e alle proprie visioni consolidate. Ne va del futuro stesso della rete, stretta tra gli interessi di nuovi e potenti intermediari, l’ottusità degli establishment, le ambizioni censorie della politica e la mistica dell’innovazione che ignora il conflitto – spiegano i due giornalisti. Quel libro ora è pronto e da mercoledì sarà in libreria. <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850329076/scheda">Eretici digitali</a> sarà acquistabile anche come ebook su Apogeonline (in formato <em>epub</em>, a 6,90 €). Distribuito con licenza Creative Commons (<a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/deed.it">BY-NC-SA 2.5</a>), sarà infine rilasciato progressivamente anche in formato testuale sul sito del libro: già oggi si può leggere in anteprima <a href="http://www.ereticidigitali.it/2009/11/28/primo-capitolo-dogmi-da-demolire-e-media-in-crisi/#more-247">il primo capitolo</a>.<span id="more-1426"></span></p>
<p><strong>Massimo, Vittorio, ben ritrovati. A rileggere <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/07/eretici-digitali">quello che dicevate sei mesi fa</a> e a confrontarlo con l’attualità verrebbe da dire che siete stati buoni profeti&#8230;</strong></p>
<p><strong>Massimo Russo:</strong> In effetti alcune delle cose che noi immaginavamo come lontane si sono poi avverate prima del previsto. Il libro avrà perso forse qualcosa in forza profetica, per contro quello che vediamo in questi giorni non è che l’avverarsi del contesto politico di molte delle cose che abbiamo scritto. Penso alle discussioni sul ruolo di Google, al governo tedesco che mette fuori legge Google Analytics, all’acutizzarsi della crisi dei giornali. Una serie di movimenti che noi immaginavamo hanno subito una forte accelerazione, nel bene e nel male, rendendo ancor più necessaria l’eresia.</p>
<p><strong>Vittorio Zambardino:</strong> All’elenco di Massimo aggiungo anche il passaggio definitivo della Hadopi in Francia. Peraltro, se la maggioranza reggerà alle difficoltà contingenti, vedrai che finiranno per fare una Hadopi anche in Italia. Il dibattito sulla banda larga, poi, ha fatto emergere in modo molto chiaro come il freno principale alla diffusione di internet in questo paese sia la necessità di non mettere in crisi la consistenza dell’audience generalista. La dichiarazione di Confalonieri in fondo questo è: considerano internet come una piattaforma trasmissiva. Sono tutte dimostrazioni di un clima pesante che grava sulla “parte abitata” della rete, persone che si servono della rete non certo come piattaforma di trasmissione broadcast o mainstream.</p>
<p><strong>Il libro prendeva spunto da un manifesto e dal confronto in rete che ne sarebbe seguito. Com’è andata quella conversazione?<br />
</strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Finora abbiamo avuto molti consensi, ma meno interlocuzione. Questo libro vorrebbe soprattutto poter discutere e spero proprio che avremo occasione di farlo. Ma una cosa dirò e scriverò in tutte le salse: quello che cerchiamo di fare con Eretici digitali non è a disposizione delle future battaglie politiche. Detta più terra terra: noi non siamo né anti Google né pro Google, non siamo contro i giornali né a favore dei giornali…</p>
<p><strong>Più che eretici, verrebbe da dire laici digitali…</strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Sarebbe stato un titolo perfetto, a pensarci prima. Il punto è che in questo ambiente c’è tanto dogmatismo che il laico diventa eretico. Il possibile accordo fra Murdoch e Microsoft si sta già trasformando in una guerra di religione senza senso. Così come un processo a Google da parte di quell’Europa che sta per approvare il Pacchetto Telecom, tagliando la testa alla neutralità della rete, a me non sta bene: io non mi vado certo a sedere dalla parte dell’accusa. Allora il concetto è che noi, che siamo eretici e laici, non siamo a disposizione per nessuna guerra di religione.</p>
<p><strong>MR:</strong> Questo, se vogliamo, è il destino di ogni eresia: ognuno cerca di appropriarsi della fetta di racconto che gli torna utile. Gli apologeti della rete, per esempio, saranno contenti di vedere che non siamo molto teneri nei confronti della categoria alla quale apparteniamo. Noi, per converso, ci sentiamo in una terra di nessuno, perché da un lato la corporazione giornalistica non ci riconosce più e dall’altro gli apologeti della rete faticano a riconoscere la posizione dominante, abusata o meno che sia fin qui, che le compagnie telefoniche, i motori di ricerca e i grandi social network stanno assumendo. Laddove esiste un fenomeno di massa, e la rete oggi è un fenomeno di massa, dove la gente vive, dove la gente ama, dove ci sono scambi economici, dove ci sono posizioni di potere consolidate o in via di consolidamento, esiste il conflitto, esistono persone che non agiscono nel nome di tutti, ma ognuno per il legittimo interesse personale, ed esiste quindi lo spazio per il giornalismo per raccontare.</p>
<p><strong>Dunque l’eresia è il giornalismo?</strong></p>
<p><strong>MR:</strong> L’eresia è entrare in questo spazio con il giornalismo. Mettere da parte la corporazione. Mettere da parte gli apologeti della rete. Mettere da parte la politica che utilizza questi fenomeni nella categoria dell’allarme, che li ignora (facendo sparire i fondi per la banda larga), che ne impedisce lo sviluppo a favore di interessi altrui (vedi la discussione sul destino della rete Telecom a cui partecipano dirigenti Mediaset, fatto assai bizzarro e passato pressoché sotto silenzio). Il giornalismo, cercando di svelarne le meccaniche, è per sua natura contro il potere.</p>
<p><strong>Dove andrete ora a propugnare l’eresia?</strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Ci aspetta una lunga serie di incontri. Domani, martedì 1° dicembre, siamo a Roma, alla Libreria Feltrinelli di piazza Colonna, insieme a Stefano Rodotà, Alessandro Gilioli e Giuseppe Smorto e Mario Tedeschini Lalli. Il 2 dicembre saremo ospiti di Angelo Agostini <a href="http://www.iulm.it/default.aspx?idPage=5142">allo Iulm</a>. Il 4 dicembre di nuovo a Roma, con Roberto Cotroneo alla Scuola di giornalismo della Luiss. Il 9 ancora a Milano in uno spazio un po’ off che è lo <a href="http://www.shake.it/">Shake</a> di Gomma Guarneri. Dopo le feste, a gennaio ricominciamo in date da definire con Firenze, insieme a Marco Pratellesi, poi Milano per Meet The Media Guru, poi ancora all’Università di Urbino da Giovanni Boccia Artieri. Seguiranno altre località che comunicheremo appena possibile <a href="http://www.ereticidigitali.it/calendario-presentazioni-del-libro/">sul sito del libro</a>. Stiamo preparando anche un filmato in Flash che pubblicheremo sul sito e che useremo durante le presentazioni, per rendere accessibili i contenuti del sito in una forma più immediata, una sorta di <em>Eretici digitali for dummies</em>.</p>
<p><strong>ZV:</strong> Un’altra iniziativa che ci piacerebbe organizzare, ma che dobbiamo ancora pensare, è una sorta di presentazione online. Se fosse più diffuso e meno ostile, il luogo ideale sarebbe Second Life. Mi piacerebbe riunire un gruppo di persone che dopo aver letto il libro siano particolarmente motivate a discuterne insieme.</p>
<p><strong>Sul risvolto di copertina affermate che coi proventi del libro finanzierete un’iniziativa di giornalismo digitale d’inchiesta al Festival del Giornalismo di Perugia. Di che cosa si tratta?<br />
</strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Domani, contestualmente alla presentazione di Roma, pubblicheremo un bando sul sito di Eretici digitali e su quello del <a href="http://www.ereticidigitali.it/calendario-presentazioni-del-libro/">Festival del Giornalismo</a>. Grazie alla collaborazione di Arianna Ciccone, che ha creduto in questa iniziativa e che ci sta dando una mano a organizzarla, devolveremo tutti i proventi del libro a un’inchiesta di giornalismo digitale pubblicata nel 2009 o a gennaio 2010, in italiano o inglese. Dal 1° dicembre al 28 febbraio 2010 chiunque potrà segnalare la propria inchiesta, mentre il 22 aprile 2010, a Perugia, premieremo quella che sarà giudicata la migliore.</p>
<p><em><span><br />
[Nel rispetto del lettore e della trasparenza, ricordiamo che </span></em><span>Eretici digitali</span><em><span> è un libro pubblicato da Apogeo, editore anche della rivista online che ospita questo articolo. Inoltre l’autore dell’intervista ha avuto un ruolo, seppure marginale, nella produzione del libro stesso.]</span></em></p>
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		<title>La Carta dei cento, un appello per il WiFi libero</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Nov 2009 09:27:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gilioli]]></category>
		<category><![CDATA[Carta dei cento per il libero WiFi]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Scorza]]></category>
		<category><![CDATA[L'Espresso]]></category>
		<category><![CDATA[legge Pisanu]]></category>
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		<category><![CDATA[Roberto Cassinelli]]></category>
		<category><![CDATA[telefonia]]></category>
		<category><![CDATA[wireless]]></category>

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		<description><![CDATA[A fine anno scade la legge che vincola l'accesso libero al WiFi e non sono ancora note le intenzioni del governo in merito a un suo eventuale rinnovo. Per sensibilizzare l'opinione pubblica, cento professionisti, esperti, docenti e politici che hanno a cuore il destino di internet lanciano un appello affiché la legge sia lasciata scadere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 7 ottobre scorso su Apogeonline <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/10/07/questanno-no-lasciate-scadere-la-legge-pisanu">richiamavamo l&#8217;attenzione</a> sull&#8217;imminente scadenza della legge Pisanu e sul rischio che per la terza volta una norma dichiaratamente temporanea fosse rinnovata senza alcun dibattito politico con il decreto milleproroghe di fine anno. Si deve alla <a href="http://gazzette.comune.jesi.an.it/2005/177/9.htm">legge Pisanu</a> la regolamentazione restrittiva, senza eguali nelle democrazie occidentali, che vincola l&#8217;accesso in internet sul territorio nazionale alla registrazione dell&#8217;identità di chi utilizza la connessione. Giorno per giorno il dibattito è cresciuto e in molti hanno avvertito il bisogno di aderire a quell&#8217;appello e <a href="http://it.blogbabel.com/search/entries/%22legge%20pisanu%22/">rilanciarlo attraverso il proprio blog</a>, <a href="http://wifight.wordpress.com/">su Facebook</a> o all&#8217;interno delle proprie organizzazioni.<span id="more-1438"></span></p>
<p>Nell&#8217;ultima settimana il dubbio che la legislazione corrente produca più danni che vantaggi si è fatto largo anche in ambito governativo, come dimostrano le  <a href="http://www.assodigitale.it/2009/11/21/abolizione-legge-pisanu-wifi-gratuite-ministro-turismo-brambilla-accesso-internet-turisti-essere-competitivi/">dichiarazioni</a> del ministro Michela Brambilla. In parlamento, intanto, i deputati Roberto Cassinelli (Pdl) e Paola Concia (Pd) sono i primi firmatari di una <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/26/la-carta-dei-cento-per-il-libero-wi-fi/#more-5287">proposta di legge bipartisan</a> che vorrebbe intervenire sulle previsioni della legge Pisanu per conferire al ministro dell&#8217;Interno la facoltà di decidere quando l&#8217;identificazione può considerarsi non necessaria e comunque subordinando la verifica dell&#8217;identità non più alla presenza fisica ma a una procedura più immediata tramite cellulare. Non è ancora abbastanza, se si considera che nessun paese europeo pone vincoli di questo tipo e che comunque non verrebbe messa in discussione la registrazione preventiva in Questura di chi intende offrire connettività al pubblico. Ma almeno se ne parla.</p>
<p>In attesa che il governo si esprima sulle proprie intenzioni e a 36 giorni dalla data decisiva &#8211; il 31 dicembre, quando in assenza di proroghe la legge Pisanu cesserebbe i suoi effetti &#8211; Apogeonline insieme a <a href="http://espresso.repubblica.it/">L&#8217;Espresso</a> (che pubblicherà l&#8217;appello sul numero in edicola domani), <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/">Alessandro Gilioli</a>, <a href="http://www.guidoscorza.it/">Guido Scorza</a> e <a href="http://www.raffaelebianco.net/wordpress/">Raffaele Bianco</a> presenta la Carta dei cento a favore del libero WiFi, un appello sottoscritto da 100 professionisti ed esperti legati al mondo della rete.</p>
<p><strong><br />
LA CARTA DEI CENTO PER IL LIBERO WIFI</strong></p>
<p>Il 31 dicembre 2009 sono in scadenza alcune disposizioni del cosiddetto Decreto Pisanu (”Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”) che assoggettano la concessione dell’accesso a Internet nei pubblici esercizi a una serie di obblighi quali la richiesta di una speciale licenza al questore.</p>
<p>Lo stesso Decreto, inoltre, obbliga i gestori di tutti gli esercizi pubblici che offrono accesso a Internet all’identificazione degli utenti tramite documento d’identità.</p>
<p>Queste norme furono introdotte per decreto pochi giorni dopo gli attentati terroristici di Londra del luglio 2005, senza alcuna analisi d’impatto economico-sociale e senza discussione pubblica. Doveva essere provvisoria, ed è infatti già scaduta due volte (fine 2007 e fine 2008) ma è stata due volte prorogata.</p>
<p>Si tratta di norme che non hanno alcun corrispettivo in nessun Paese democratico; nemmeno il Patriot Act USA, approvato dopo l’11 settembre 2001, prevede l’identificazione di chi si connette a Internet da una postazione pubblica.</p>
<p>Tra gli effetti di queste norme, ce n’è uno in particolare: il freno alla diffusione di Internet via Wi-Fi, cioè senza fili. Gli oneri causati dall’obbligo di identificare i fruitori del servizio sono infatti un gigantesco disincentivo a creare reti wireless aperte.</p>
<p>Non a caso l’Italia ha 4,806 accessi WiFi mentre in Francia ce ne sono cinque volte di più.</p>
<p>Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a Internet.</p>
<p>Nel mondo la Rete si apre sempre di più, grazie alle tecnologie wireless e ai tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici: in Italia invece abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, contrarie alla sua immediatezza ed efficacia e onerose anche da un punto di vista economico.</p>
<p>Questa politica rappresenta una limitazione nei fatti al diritto dei cittadini all’accesso alla Rete e un ostacolo per la crescita civile, democratica, scientifica ed economica del nostro Paese.</p>
<p>Per questo, in vista della nuova scadenza del 31 dicembre, chiediamo al governo e al parlamento di non prorogare l’efficacia delle disposizioni del Decreto Pisanu in scadenza e di abrogare la previsione relativa all’obbligo di identificazione degli utenti contribuendo così a promuovere la diffusione della Rete senza fili per tutti.</p>
<p>FIRMATARI:</p>
<p>Alberto Abruzzese, docente universitario</p>
<p>Paolo Ainio, ceo Banzai</p>
<p>Paolo Basilico, ceo Kairos</p>
<p>Paolo Barberis, presidente Dada</p>
<p>Elvira Berlingieri, giurista</p>
<p>Giovanni Boccia Artieri, docente universitario</p>
<p>Raffaele Bianco, consigliere comunale e blogger</p>
<p>Antonio Boccuzzi, parlamentare</p>
<p>Stefano Bonaga, docente universitario</p>
<p>Roberto Bonzio, giornalista e blogger</p>
<p>Dino Bortolotto, Assoprovider</p>
<p>Mercedes Bresso, presidente Regione Piemonte</p>
<p>Giulia Caira, artista</p>
<p>Giovanni Calia, docente universitario, Supervisor New Media</p>
<p>Alessandro Campi, docente universitario</p>
<p>Luisa Capelli, editrice</p>
<p>Marco Cappato, presidente Agorà Digitale</p>
<p>Roberto Casati, filosofo e docente CNRS Parigi</p>
<p>Marco Cavina, docente universitario</p>
<p>Giuseppe Civati, consigliere regionale e blogger</p>
<p>Gianluca Comin, presidente Federazione Relazioni Pubbliche italiana</p>
<p>Luca Conti, consulente e giornalista</p>
<p>Davide Corritore, vicepresidente Consiglio Comunale di Milano</p>
<p>Carlo Felice Dalla Pasqua, giornalista e blogger</p>
<p>Mafe De Baggis, consulente Web</p>
<p>Derrick De Kerkhove, docente universitario</p>
<p>Juan Carlos De Martin, docente universitario</p>
<p>Gianluca Dettori, imprenditore Web</p>
<p>Lorenzo Diana, Fondazione Caponnetto</p>
<p>Arturo Di Corinto, saggista e ricercatore</p>
<p>Alberto D’Ottavi, docente e blogger</p>
<p>Stefano Esposito, parlamentare</p>
<p>Alberto Fedel, ceo Newton Management Innovation</p>
<p>Mario Fezzi, avvocato</p>
<p>Franco Fileni, docente universitario</p>
<p>Ricky Filosa, direttore Italiachiamaitalia.net</p>
<p>Paolo Gentiloni, parlamentare</p>
<p>Marco Ghezzi, editore</p>
<p>Alessandro Gilioli, giornalista e blogger</p>
<p>Giorgio Gori, imprenditore</p>
<p>Giuseppe Granieri, saggista</p>
<p>Matteo Ulrico Hoepli, editore</p>
<p>Alessio Jacona, giornalista e blogger</p>
<p>Giorgio Jannis, progettista sociale e blogger</p>
<p>Manuela Kron, manager Nestlè</p>
<p>Daniela Lepore, urbanista, docente e blogger</p>
<p>Gad Lerner, giornalista</p>
<p>Alessandro Longo, giornalista e blogger</p>
<p>Francesco Loriga, Responsabile provincia WiFi – Provincia di Roma</p>
<p>Riccardo Luna, direttore Wired Italia</p>
<p>Sergio Maistrello, giornalista e blogger</p>
<p>Fabio Malagnino, giornalista e blogger</p>
<p>Massimo Mantellini, blogger</p>
<p>Alberto Marinelli, docente universitario</p>
<p>Ignazio Marino, parlamentare</p>
<p>Giacomo Marramao, filosofo, saggista e docente universitario</p>
<p>Carlo Massarini, conduttore radiotelevisivo</p>
<p>Marco Massarotto, consulente di comunicazione</p>
<p>Maria Grazia Mattei, MGM Digital Communication.</p>
<p>Giampiero Meani, St Microelectronics</p>
<p>Fabio Mini, generale ed ex vicecomandante Nato</p>
<p>Antonio Misiani, parlamentare e blogger</p>
<p>Marco Montemagno, imprenditore Web e conduttore Sky</p>
<p>Andrea Nativi, giornalista esperto di questioni militari</p>
<p>Riccardo Neri, produttore cinematografico</p>
<p>Luca Nicotra, Segretario Agorà Digitale</p>
<p>Gloria Origgi, docente CNRS Parigi</p>
<p>Marco Pancini, Google Italia</p>
<p>Lorenza Parisi, ricercatrice universitaria e blogger</p>
<p>Vittorio Pasteris, Giornalista</p>
<p>Piergiorgio Paterlini, scrittore</p>
<p>Matteo Penzo, cofounder Frontiers of Interaction</p>
<p>Gian Paolo Piazza, presidente Sunrise Advertising, responsabile settore informazione Legacoop Piemonte</p>
<p>Marco Pierani, Altroconsumo</p>
<p>Roberto Placido, vicepresidente del consiglio regionale del piemonte e blogger</p>
<p>Marco Revelli, storico e politologo</p>
<p>Stefano Rocco, Wired.it</p>
<p>Stefano Rodotà, giurista</p>
<p>Andrea Romano, direttore Fondazione Italia Futura</p>
<p>Gino Roncaglia, docente universitario</p>
<p>Massimo Russo, direttore di Kataweb</p>
<p>Claudio Sabelli Fioretti, giornalista e blogger</p>
<p>Francesco Sacco, docente universitario</p>
<p>Marcello Saponaro, consigliere regionale e blogger</p>
<p>Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd e blogger</p>
<p>Sergio Scalpelli, dirigente d’azienda</p>
<p>Tiziano Scarpa, scrittore</p>
<p>Guido Scorza, docente universitario, presidente Istituto politiche dell’innovazione</p>
<p>Antonio Sofi, giornalista e blogger</p>
<p>Luca Sofri, giornalista e blogger</p>
<p>Elena Stancanelli, scrittrice</p>
<p>Tommaso Tessarolo, direttore Current tv</p>
<p>Eva Teruzzi, direttore innovazione Fiera Milano</p>
<p>Irene Tinagli, docente universitaria</p>
<p>Antonio Tombolini, imprenditore</p>
<p>Andrea Toso, newmedia project manager</p>
<p>Antonio Tursi, saggista e docente universitario</p>
<p>Paolo Valdemarin, imprenditore</p>
<p>Gianni Vattimo, docente universitario</p>
<p>Andrea Verde, collaboratore fondazione Farefuturo</p>
<p>Giancarlo Vergori, manager</p>
<p>Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia</p>
<p>Luigi Vimercati, parlamentare</p>
<p>Vincenzo Vita, parlamentare</p>
<p>Vittorio Zambardino, giornalista e blogger</p>
<p>Giovanni Zanolin, assessore Pordenone</p>
<p>Marcella Zappaterra, presidente della Provincia di Ferrara</p>
<p>Giovanna Zucconi, giornalista e autrice</p>
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		<title>Quest&#8217;anno no: lasciate scadere la legge Pisanu</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Oct 2009 13:24:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[connettività]]></category>
		<category><![CDATA[decreto milleproroghe]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Pisanu]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 155/2005]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal 2005 la diffusione della connettività in Italia è enormemente rallentata da una legge d'emergenza che doveva durare solo due anni. Ogni anno, a dicembre, il governo ne procrastina i termini. Soppesati costi e benefici, forse è l'ora di andare avanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cominciamo a parlarne per tempo, quest’anno. Mentre gli italiani saranno alle prese con la corsa ai regali natalizi e con i preparativi dei cenoni festivi, con ogni probabilità il  governo rincorrerà fino all’ultimo giorno utile l’approvazione del consueto decreto “milleproroghe”. Inaugurato nel 2005 come misura eccezionale per far fronte in un unico calderone d’urgenza a tutte le disposizioni in sospeso o in scadenza al 31 dicembre, questo strumento legislativo si è ormai <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Decreto_Milleproroghe">insediato stabilmente</a> nel nostro ordinamento. Il decreto milleproroghe è un caso emblematico di dibattito a posteriori: solo a gennaio, e dopo che i diversi esperti di settore ne hanno decifrato la lettera, si alzano proteste e preoccupazioni per le disposizioni divenute ormai efficaci. Troppo tardi, il più delle volte: il percorso parlamentare di conversione, infatti, non concede molti margini d&#8217;azione.<span id="more-1004"></span></p>
<h5>Dopo Londra</h5>
<p>Tra le scadenze che da due anni compongono il bouquet milleproroghe c’è quella della <a href="http://gazzette.comune.jesi.an.it/2005/177/9.htm">legge Pisanu</a>, il decreto antiterrorismo che l’allora ministro dell’Interno del governo Berlusconi III si affrettò a promuovere all’indomani degli <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_del_7_luglio_2005_a_Londra">attentati di Londra</a> del luglio 2005 e che il parlamento convertì compatto pochi giorni dopo. Il clima era molto teso: solo un anno prima era stato attaccato <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_dell%2711_marzo_2004_a_Madrid">il sistema ferroviario di Madrid</a>, la ferita dell’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Attentati_dell%2711_settembre_2001">11 settembre 2001</a> era ancora molto fresca e la retorica della <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Coalizione_multinazionale_in_Iraq">coalizione dei volonterosi</a> contro il terrorismo internazionale correva con facilità sulla bocca dei più. Far passare norme restrittive per le libertà individuali e collettive non incontrava molti ostacoli, in quei mesi. Senza contare che l’Italia si stava preparando ad avere su di sé gli occhi del mondo, all’Olimpiade invernale di Torino. La sola legge Pisanu, per esempio, concedeva in un colpo maggiore discrezionalità agli investigatori e ai servizi segreti (compresa una discreta mole di nuove norme in fatto di identificazione, di verifica dell’identità, di gestione degli arresti e dei fermi), introduceva limiti più severi per la concessione dei permessi di soggiorno nel nostro paese, allentava alcune rigidità delle procedure di espulsione, imponeva controlli più rigidi sulla circolazione degli esplosivi e sulle attività di volo.</p>
<p>Accanto  a ciò, e ci avviciniamo al punto, la legge Pisanu aveva particolarmente a cuore la sicurezza delle comunicazioni telematiche, introducendo limiti molto fiscali alla diffusione indiscriminata dell’accesso a internet: dal luglio 2005, chiunque offra connettività al pubblico deve registrarsi e ottenere licenza in Questura, deve identificare chi utilizza la propria connessione e registrarne puntualmente gli accessi, deve custodire tutti i dati sul traffico generato e deve metterli a disposizione, se richiesto, delle forze dell’ordine e della magistratura. La giustificazione alla severità di queste misure sta nella difficoltà di tracciare le comunicazioni dei terroristi, che sempre più spesso viaggiano in rete e sfuggono alle più tradizionali antenne dei servizi di intelligence. Se metto un posto di blocco passivo a ogni possibile ingresso della rete, dice il legislatore, quando poi mi capita di intercettare una comunicazione sospetta posso risalire in tempi ragionevoli e con ragionevole certezza all’identità di chi l’ha originata.</p>
<h5>Costi e benefici</h5>
<p>Quattro anni dopo è urgente la necessità di soppesare nella pratica i benefici e i costi di questa legge, che nasceva emotivamente urgente ma dichiaratamente temporanea. Non è noto quanti pericolosi terroristi internazionali siano stati così sprovveduti da farsi beccare mentre si scambiavano piani d’attacco contro le capitali del mondo libero tramite posta elettronica o sui presidiatissimi forum dell’estremismo glocale. Di certo c’è solo che questa legge transitoria ha agevolato non poco le indagini della polizia postale sul fronte interno, permettendo l’identificazione di numerosi autori di reati commessi attraverso internet, pedopornografia in testa. Il che è certamente una buona notizia, ma a ben guardare esula dallo scopo grave e urgente che animava l&#8217;eccezionalità del testo del ministro Pisanu. Né risolve il problema di fondo: per trovare i proverbiali aghi non puoi tenere sotto assedio per sempre il pagliaio.</p>
<p>I costi della legge Pisanu, invece, sono altissimi. Questa legge ha assestato un colpo durissimo alle potenzialità di crescita tecnologica e culturale di un paese già in ritardo su tutti gli indici internazionali della connettività a internet: nel momento in cui nel mondo la rete si apre sempre di più al prossimo grazie alle tecnologie wireless e all’utopia mutualistica dei tanti punti di accesso condivisi liberamente da privati, da istituzioni e da locali pubblici, in Italia abbiamo imposto lucchetti e procedure artificiali, aliene alla sua immediatezza ed efficacia. È come se dopo gli anni ’70 il telefono fosse rimasto alla teleselezione tramite operatrici. Le capitali di mezzo mondo stanno ricostruendo le proprie identità sociali grazie a un prodigioso sistema operativo per le relazioni: noi qui stiamo aspettiamo di sconfiggere ogni strutturale devianza prima di fidarci nuovamente di noi stessi.</p>
<p>Mentre altrove internet si rafforza come diritto riconosciuto all’interazione con l’altro, un’infrastruttura per il progresso sociale ed economico da favorire e da proteggere, per le classi dirigenti italiane – complici leggi miopi o leggi d’emergenza protratte nel tempo, come la Pisanu &#8211; si è trasformato nel luogo comune dell’inutilità, della devianza e del reato diffuso. Non abbiamo sconfitto i nostri fantasmi, in compenso abbiamo perso tempo e opportunità, che oggi costerà molto più caro  recuperare. Abbiamo perso anche diritti, lasciando che oggi in determinate circostanze gli estremi delle nostre navigazioni parlino per noi con un’intimità che mal si concilia con la legislazione sulla privacy di un paese civile. Questa legge ha contribuito a trasformare un paese spaventato dai mantra delle sue stesse leadership in un paese più arretrato, più rinchiuso in se stesso, più complicato, più pessimista di quanto il mondo d’oggi consentirebbe. La legge Pisanu non garantisce di fermare la pazzia di un estremista, in compenso sta contribuendo alla strage quotidiana delle aspettative e delle opportunità di una intera nazione.</p>
<h5>Alzare la voce</h5>
<p>L&#8217;eccezionalità delle richieste d’urgenza presentate nel 2005 dal ministro Beppe Pisanu si spiega in virtù del loro carattere dichiaratamente provvisorio: sarebbero dovute scadere il 31 dicembre 2007. Se non fosse che prima il governo Prodi II (con il milleproroghe del 31 dicembre 2007) e poi il governo Berlusconi IV (col milleproroghe del 18 dicembre 2008) ne hanno garantito fino a oggi la piena efficacia. È inutile recriminare sulle scelte fatte, ma è nostro dovere influire come cittadini su quelle che possono ancora cambiare. La prossima scadenza utile, sulla quale sarebbe opportuno si aprisse questa volta in tempo utile un dibattito sereno e costruttivo, è il 31 dicembre 2009.</p>
<p>Fanno 85 giorni a partire da oggi. 85 giorni in cui chi ha a cuore il futuro della rete in Italia è chiamato a far sentire la propria voce.</p>
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		<title>Venezia, laboratorio digitale d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 14:40:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 3 luglio in laguna si inaugura il WiFi cittadino, prima tranche di un importante progetto di digitalizzazione delle comunicazioni e delle conoscenze. Un esempio di innovazione di sistema che potrebbe far del bene all'intero paese]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Venerdì prossimo Venezia illuminerà ufficialmente col WiFi tutto il Canal Grande e molti altri luoghi strategici per la vita cittadina, comprese alcune zone di Mestre e parte del Lido. È lo snodo fondamentale del progetto di innovazione e digitalizzazione da 10 milioni di euro fortemente voluto dal vice di Massimo Cacciari, Michele Vianello. Da febbraio è attiva la piattaforma <a href="http://www.veniceconnected.com/it">Venice Connected</a> per i trasporti e i servizi turistici, mentre in questi giorni prende vita il portale <a href="http://www.cittadinanzadigitale.it/">Cittadinanza digitale</a>. Il 3 luglio si festeggerà l&#8217;inaugurazione della rete wireless con un <a href="http://barcamp.org/bateocamp">barcamp itinerante in battello</a> e con una <a href="http://blog.whaiwhai.com/2009/06/wifi_day_venezia/">caccia al tesoro digitale</a> che si snoderà per le calli. «Dedicheremo il 3 luglio alla Corte costituzionale francese, che ha bocciato la legislazione Hadopi perché colpisce i diritti universali dell&#8217;uomo alla comunicazione e all&#8217;espressione. Internet non è un lusso, è un nuovo grande diritto. Chi avrebbe messo in discussione in passato la costruzione di un asilo o di una scuola elementare? Bene, oggi la rete ha lo stesso valore», spiega Vianello, che che assicura di essere solo all&#8217;inizio di <a href="http://ebook.cittadinanzadigitale.it/">un importante ciclo di innovazione</a> e di voler «alzare ancora l&#8217;asticella, proponendo la sperimentazione concreta di alcune soluzioni al <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/05/20/la-foto-di-caio-sui-ritardi-delle-tlc">piano Caio</a> del Governo».<span id="more-673"></span></p>
<h5>La rete come strategia</h5>
<p>Partiamo dalla rete: 10.000 chilometri di fibra ottica già posati tra terraferma, laguna e isole. Non servono soltanto a illuminare la città con l&#8217;accesso a internet, sono un patrimonio strategico. «L&#8217;asset non è il WiFi, è la fibra ottica. In città arrivano soltanto due cavidotti: uno è di Telecom Italia, l&#8217;altro è della Città di Venezia. Questo ci rende molto competitivi sul mercato, possiamo dettare le regole del gioco. E la prima regola che imporremo è la garanzia della neutralità della rete», dice Michele Vianello. L&#8217;obiettivo prossimo venturo è ambizioso: non meno di 20 Megabit di banda (ma se possibile anche 100) in tutte le case, per «rimaterializzare tutto ciò che è stato smaterializzato, ma a casa di tutti i cittadini». È il benservito al digitale terrestre: con questa banda la tv passa per il cavo e dal romantico panorama lagunare potranno un giorno sparire le antenne. Il modello di business insegue la sinergia pubblico-privato: l&#8217;amministrazione comunale mette la rete e l&#8217;appetibilità dei suoi progetti di digitalizzazione di sistema, ai privati spetta il compito di cavalcare l&#8217;onda e ripartire i profitti. Porte aperte a tutte le idee, ma non potranno mai venir meno la gratuità dell&#8217;accesso in rete o nei servizi di social networking.</p>
<p>La rete WiFi copre le zone più vissute della città, di Mestre e del Lido, ma la rete di hotspot è in espansione. La loro disposizione in alcuni casi <a href="http://blog.cittadinanzadigitale.it/">è stata concordata coi giovani</a>, affinché coincidesse coi luoghi di ritrovo. Tutti i cittadini veneziani possono connettersi di diritto: è sufficiente registrarsi una volta per tutte <a href="http://www.cittadinanzadigitale.it/">sul portale civico</a>. Sono assimilate ai cittadini anche le persone che frequentano con regolarità la città per ragioni di lavoro e studio. La rete sarà aperta anche ai turisti, ma in questo caso a pagamento: non è ancora disponibile un&#8217;offerta puntuale, ma i costi sono annunciati di gran lunga inferiori alle pretese fuori mercato tipiche di hotel e locali pubblici. Quanto alla certificazione dell&#8217;identità, Venezia si pone tra le più aperte città italiane: una volta soddisfatte le prescrizioni della legge Pisanu (tramite autenticazione su Sim mobile o registrazione con carta d&#8217;identità), non impone indirizzi di posta elettronica diversi da quello personale e quanto a identificazione del cittadino in alcuni casi &#8211; per esempio le petizioni online, che il Comune promuoverà tramite piattaforma dedicata &#8211; si accontenterà addirittura del nickname. «L&#8217;esperienza ci insegna che è sufficiente, non mi interessa sapere il nome. L&#8217;importante è poter interagire con le persone», spiega il vicesindaco.</p>
<h5>Migrazione delle conoscenze</h5>
<p>Dal punto di vista della macchina amministrativa, l&#8217;amministrazione mette sul piatto un progetto triennale di migrazione in rete delle conoscenze comunali. «Non è un problema di tecnologia, quanto semmai di procedure, di modi di lavorare, di cultura dell&#8217;innovazione», dice Vianello, che punzecchia anche il ministro Brunetta per i suoi tentativi di rilegificazione del pubblico impiego: «Io non ho bisogno di regole diverse, ho bisogno di meno regole. Devo poter incentivare l&#8217;amministrazione sulla base delle necessità del mio territorio. Io oggi mi trovo nella condizione di incentivare i disubbidienti, quelli che a volte fanno di testa loro con l&#8217;obiettivo di far funzionare meglio il sistema». La rete farà da leva anche in questo senso: grazie a postazioni di telepresenza nelle principali sedi comunali, verrà favorito da subito il lavoro nomadico dei dirigenti. «Non è necessario spostarsi ogni volta da Mestre a Venezia solo per una riunione, così come è possibile lavorare anche se non ci si trova fisicamente nel proprio ufficio».</p>
<p>Per Venezia questa è un&#8217;opportunità vitale. Venuto meno il traino dell&#8217;età industriale, la città cerca una dimensione nella società dei servizi che finora non ha ancora reso quanto sperato. Del resto, «una città che produce servizi ma non ha la rete è destinata a girare la testa all&#8217;indietro. Ora che abbiamo la rete, vogliamo creare un sistema in grado di attirare idee, talenti e attività. L&#8217;innovazione è cambiare la vita minuta di ogni giorno», dice Vianello. Primo tassello del sistema reticolare di Venezia è naturalmente la cultura: «Stiamo chiudendo un accordo di interconnessione tra la rete del Comune e le reti Garr della ricerca. Stiamo dialogando con tutte le istituzioni culturali pubbliche e private della città, a cui proponiamo di allacciarsi alla nostra rete in fibra ottica. A loro sottoporremo un grande progetto di digitalizzazione del patrimonio culturale veneziano, non tanto per la conservazione quanto per la fruizione delle opere. La cultura deve tornare a essere produzione culturale».</p>
<h5>Idee e persone</h5>
<p>Infine i cittadini. Il progetto di Venezia si gioca molto sulla capacità di spiegare a chi vive in città che cosa può fare per loro internet. La digitalizzazione dei servizi diventerà nel tempo un richiamo importante, ma l&#8217;opportunità che si presenta ai veneziani <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2006/06/22/19/200606221901">va molto oltre l&#8217;accesso da casa all&#8217;anagrafe comunale</a>. Si tratta potenzialmente di reinventare la cittadinanza, di <a href="http://semioblog.blogspot.com/2009/05/venezia-21-secolo.html">ripensare il rapporto tra le persone e il territorio</a>, di annusare le tendenze che stanno mettendo in discussione le istituzioni culturali, economiche e politiche delle nazioni più reattive. In questo Venezia si fa laboratorio d&#8217;Italia, chiamando fin d&#8217;ora a raccolta idee e persone. Il primo appuntamento è fissato per ottobre, un grande incontro tra Venezia e il mondo della rete per far conoscere ai cittadini e alle aziende locali le esperienze che fanno sognare il mondo digitale.</p>
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		<title>«Al racconto della rete ora servono eresie»</title>
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		<pubDate>Thu, 07 May 2009 08:07:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due giornalisti storicamente a cavallo tra industria tradizionale dell'informazione e rete lanciano una conversazione per ripensare la transizione digitale. Un manifesto in dieci tesi che diventerà un libro. Intervista a Massimo Russo e Vittorio Zambardino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa è la storia di un libro che parla di eresie e tradimenti. Il libro in realtà non esiste ancora, ma nascerà da una conversazione. La conversazione parte da un blog appena inaugurato, <a href="http://www.ereticidigitali.it/">Eretici digitali</a>, e da un <a href="http://www.ereticidigitali.it/wp-content/uploads/2009/05/eretici_digitali_def.pdf">manifesto a tesi</a>. Il manifesto a tesi racchiude il pensiero di due giornalisti, <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/">Massimo Russo</a> e <a href="http://vittoriozambardino.repubblica.it/">Vittorio Zambardino</a>, che da quindici anni si sporcano le mani con la rete e con la transizione del giornalismo verso la rete. Non è tuttavia un manifesto sul giornalismo, quanto meno non solo: parla dei media in crisi, della rete in pericolo, di una politica ignorante e ossessionata, di diritti ancora da affermare, di nuove rendite di potere e dei limiti della retorica dell’innovazione. Propone di dare vita a un nuovo racconto dei media, adeguato al passaggio decisivo che rete, giornalismo e politica stanno vivendo. Eretici digitali, aggiungo per trasparenza, è un progetto che la casa editrice Apogeo ha deciso di supportare in tutte le sue fasi, dal blog al libro (che sarà pubblicato con licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/">Creative Commons</a>). Apogeonline ha il piacere di presentarlo oggi per la prima volta, facendo parlare chi l’ha ideato e lo condurrà.<span id="more-599"></span></p>
<p><strong>Massimo, Vittorio, avete scelto parole drammatiche per introdurre le vostre provocazioni: eresia, tradimento, rottura. Perché vi definite eretici digitali?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Massimo Russo:</strong> In questo momento è come se ci fossero alcune rette parallele che non si incontrano mai. Ognuno va per la sua strada e se così continuerà a essere, si avvereranno le peggiori profezie a cui noi facciamo riferimento nel nostro manifesto. Da una parte c’è un <em>establishment</em> dell’informazione che fa grande fatica a capire che deve cambiare registro, strumenti e metodo nel fare il suo lavoro. Dall’altra c’è difficoltà da parte di chi invece è nativo della rete nel comprendere i conflitti e i rapporti di potere che si stanno formando dentro la rete, con rendite di posizione nuove e già molto forti. Sullo sfondo di tutto questo c’è la politica, che non capisce o fa finta di non capire, e che quando interviene sui temi della rete o dell’informazione lo fa in modo censorio e comunque poco tutelante della pluralità e delle libertà. Sopra tutti questi livelli ci sono le piattaforme, ovvero i nuovi mediatori del potere economico in rete. Se tutte queste parallele continuano a non intersecarsi è difficile produrre cambiamento. Il loro incontro, secondo noi, è possibile ed è possibile soltanto attraverso l’eresia.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Il vostro progetto prende spunto dalla crisi che attraversa il giornalismo. Non ne fate però una questione di carta o di contratti, ma di evoluzione antropologica: si è rotto un rapporto di fiducia, è stata ritirata una delega a informare. Sarebbe potuta andare diversamente? I media potevano arrivare al 2009 in posizione di guida nella transizione digitale e nell&#8217;<em>empowerment</em> dei lettori/cittadini della rete?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Vittorio Zambardino:</strong> Ci sono tre ambiti da tenere distinti: gli editori, il giornale come insieme di pratiche industriali e redazionali, e il giornalismo. Anche dove gli editori e l’industria dei giornali sono stati motivati a guidare il processo, e penso ad alcuni giornali americani come il New York Times o Usa Today e a giornali europei come il Guardian o come alcuni giornali scandinavi, comunque si è fallito. Dico fallito assumendo come criterio di misura l’essere sfuggiti alla crisi. Parlo della crisi preesistente a quella dei derivati e di Fanny Mae, quella che attanaglia le aziende giornalistiche, la vendita dei giornali e il mercato pubblicitario dei giornali da almeno cinque anni. Poi, al di là di alcune isole virtuose, c’è il problema della passività della comunità professionale rispetto a questa crisi. Stiamo parlando dell’Italia, ma è altrettanto vero nel mondo anglosassone: la comunità professionale ha vissuto l’avvento del digitale come un pericolo, come una minaccia. È un problema che avvertiamo in modo particolare, perché noi ci siamo sporcati le mani, abbiamo vissuto le bolle, abbiamo sempre scelto di stare in cucina, abbiamo tentato la strada della digitalizzazione del media tradizionale e della creazione di nuove forme e contenuti; crediamo insomma di aver capito come funziona questo campo. Il rischio che noi vediamo è che la crisi e il digitale facciano maturare nuove forme di comunicazione e informazione, travolgendo però la funzione della vigilanza democratica propria del giornalismo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Non è solo questione di avere qualcuno a Bagdad o a Kabul, stiamo parlando della capacità di raccontare gli intrecci del potere economico, di saper interpretare un bilancio, di fare domande e tentare di avere delle risposte in virtù della necessità di ricostruire il senso. Se mi guardo in giro vedo, in Italia ancor meno che altrove, tentativi dal basso di fare informazione che non riescono ad arrivare a compimento. C’è ovviamente una questione di industria, di imprese, di editori, ma io la sento soprattutto come una questione di tipo professionale, rispetto alla quale siamo ancora molto lontani dal veder fiorire qualcosa di nuovo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Riprendo allora la domanda da un’altra angolazione. Forse se giornali e televisione avessero affrontato per tempo i temi della transizione, raccontando ai propri lettori e telespettatori una rete che non fosse soltanto finanza, cronaca nera e gossip, oggi molti più lettori, molti più giornalisti, molti più politici sarebbero in grado di comprendere ciò che sta avvenendo. Lo dico anche e soprattutto in virtù di presenze significative come le vostre nelle redazioni dei maggiori giornali. Come mai è stato ed è ancora così difficile far entrare questi temi nel racconto mainstream?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> La rete è stata percepita a lungo come <em>altro</em>. Per molto tempo si è negato a questa transizione e a tutto ciò che ci girava intorno la dignità di cultura. Poi, anche quando è stata riconosciuta come tale, è stata percepita comunque come uno spazio altro, una <em>second life</em>. Invece è completamente e pienamente <em>first life</em>: questo passaggio manca ancora al nostro mestiere, così come l’appropriarsi di tutto ciò che questa first life potenziata oggi consente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> È il nocciolo del tema che ci siamo dati. Peraltro noi falliremo il nostro scopo se il libro sarà definito solo “un altro libro sulla crisi del giornalismo”. In effetti l’avevamo pensato così, poi ci siamo resi conto che sarebbe stato un errore. Perché la frattura non è soltanto tra tra il mondo dei giornali e la cultura digitale, è tutta la società che conta, quella che dirige, l’<em>establishment</em> ad aver operato la grande rimozione. Da questo punto di osservazione tutto è illuminato, tutto va al suo posto: i giornali che conoscono solo la categoria dell’allarme, del moralismo, dello “strano ma vero”; la politica che oscilla tra il <em>laissez-faire</em> e il normare come se fosse carta; gli psicologi, la Chiesa… È l’establishment, è la società che non ha voluto riconoscere la crescita di questa alterità. Allora il tentativo che noi stiamo facendo è di descrivere insieme questi processi di rifiuto sociale del digitale.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Non siete teneri nemmeno con i cittadini della rete, mi pare.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Il popolo della rete non ha saputo fare il salto verso una cultura, uso una parolaccia, <em>egemone</em>. Se leggo i blog americani sento che sto leggendo la voce dei vincitori, gente che nella propria società ha determinato l’elezione del nuovo presidente. Da noi, invece, siamo ancora degli sconfitti, dei residuali. Noi questo processo virtuoso che per conto proprio giunge a crescita e maturazione e produce innovazione nella società non lo vediamo, vediamo solo una strada tremendamente accidentata. Nel momento in cui passano i fatidici dieci anni dall’uscita dell’innovazione, si impongono forme di business lontane dall’ideale prateria dove l’erba e la terra e l’acqua erano di tutti. Oggi la terra, l’acqua e l’erba sono di alcuni: di Google, di Facebook, dei grandi aggregatori di conoscenza.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> C’è una specificità tutta italiana in questo. Se tu vedi il panorama della blogosfera americana, tu hai molto spesso l’impressione di trovarti di fronte a un dibattito che nelle nicchie di pertinenza è molto elevato. Puoi non essere d’accordo, ma di qualsiasi cosa si parli hai comunque la percezione di un dibattito elevato da parte di persone che stanno portando valore nelle rispettive nicchie. Questo, leggendo i blog italiani, capita molto molto di rado. Più spesso trovi semplicemente ecolalia dei media tradizionali, ciangottio allo sciocchezzaio dell’agenda setting decisa dai media mainstream in quel giorno. Non è, questo, lo spreco di una grande occasione per portare in primo piano, anche nell’agenda dei media, questioni che solitamente non vengono trattate o vengono trattate soltanto da angolazioni scontate?<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>L’altro nodo cruciale che emerge nella vostra provocazione è il ruolo delle piattaforme, che definite non neutre, non neutrali. Potete spiegarmi meglio questo passaggio?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Tu pensi che oggi sarebbe facile per un motore di ricerca riprodurre lo stesso tipo di innovazione che ha prodotto Google? Pensi che sarebbe possibile per le telecom e gli operatori di connettività entrare nell’arena e produrre innovazione? È possibile per chi fa produzione culturale avere pieno accesso e piena visibilità senza in qualche modo dover fare i conti con gli operatori fissi e mobili, che si trattengono una parte sempre più ampia di ricavi potenziali oppure che decidono in maniera del tutto insindacabile e a volte opinabile se puoi accedere o no alle loro piattaforme? Perché Apple deve decidere che cosa può o non può andare sul mio iPhone? Perché una volta che io ho consegnato i miei dati a Facebook o a un qualsiasi social network ho una vita difficilissima a scaricarli, riprenderli, capire quale uso ne è stato fatto? Queste secondo me sono domande centrali, che bisognerebbe che ci cominciassimo a fare. Laddove c’è una forte asimmetria di potere si rischia di rendere vane le potenzialità della transizione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Nel 1995, quando Altavista era il miglior motore di ricerca al mondo, ci immaginavamo forse Google e la sua ascesa strepitosa? Allo stesso modo non potrebbero arrivare domani, nonostante le posizioni dominanti consolidate, pratiche che ancora non immaginiamo e che stravolgerebbero non le regole del mercato ma il mercato stesso? È davvero così drammatico il potere delle piattaforme in questo momento?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Secondo me sì, perché c’è stato un salto di qualità. La superiorità di Google non sta più sull’algoritmo e sulla straordinaria capacità di mettere in connessione server farm e potenza di calcolo, ovvero i due fattori all’origine del decollo del motore di ricerca. Google è riuscita, così come stanno riuscendo altri nelle rispettive aree, a consolidare questa superiorità iniziale di prodotto con una superiorità economica in aree da cui è molto più difficile essere scalzati: la metà di tutti gli annunci economici che oggi passano attraverso la rete è intermediata da Google. Inoltre il divario rispetto a ogni possibile concorrente si allarga ogni giorno: Google è stata la prima azienda a capitalizzare il lavoro degli utenti sul proprio prodotto; ogni ricerca fornisce informazioni di navigazione, informazioni sulle preferenze, informazioni sulla conoscenza umana. Google è il primo vero strumento semantico. Per questo si permette di lanciare iniziative come la <em>speech recognition</em>, che non rientreranno assolutamente negli investimenti, ma che servono per immagazzinare il linguaggio umano. A meno di interventi di altro tipo, tipo antitrust, difficilmente altri operatori avranno la possibilità di avere la stessa carica dirompente.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Sia chiaro che tutto il nostro discorso non avviene sulla base di una reazione neoluddista. Nasce invece da una passione sfrenata e da straordinaria ammirazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Quello che è successo nei giorni scorsi a Vittorio su Facebook &#8211; la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/04/oggi-denuncio-facebook/">sospensione immotivata</a> del profilo e la <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/05/06/risposte-sul-caso-facebook-ovvero-in-rete-non-esiste-la-liberta/">battaglia di principio</a> che ne è conseguita &#8211; è un buon esempio della vostra tesi sull&#8217;<em>habeas data</em> (l&#8217;habeas corpus esteso alle informazioni personali). Evidentemente la tesi è stata scritta prima di questo episodio, tuttavia ne è una dimostrazione lampante.</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> L’aspetto più interessante di questa vicenda è che ho avuto molti commenti: una buona metà di questi erano ostili. L’argomento principale usato contro le mie posizioni è che se entri in un sistema e ne sottoscrivi i termini d’uso, il padrone fa quello che vuole. Siamo consapevoli dell’abisso antropologico e di civiltà che c’è in questa posizione? Sto parlando di cose vecchie e non digitali, come la politica, la civiltà, la Costituzione, la libertà di espressione. Ce le dobbiamo portare dietro queste cose o no? Quell’episodio mi ha interrotto il piacere della comunicazione con le persone. Tornare su Facebook mi dà la stessa sensazione di quando i figli sono cresciuti e tu passi davanti al luna park dicendoti: come ho potuto passare qui tante domeniche della mia vita? Però l’hai fatto. La mia battaglia culturale certamente continua.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Dovremmo pensare a un codice condiviso da far sottoscrivere ai provider e agli operatori. Non misure cogenti, ma scelte volontarie, una carta dei diritti digitali all’interno della quale si dica che il cittadino ha il diritto di sapere in qualsiasi momento che cosa viene fatto dei propri dati, come fare a esportarli, ritirarli, riprendersi il valore che lui stesso ha portato ai social network. Se l’adesione dei provider, dei fornitori di connettività, dei social network, dei motori di ricerca avviene su base spontanea, altrettanto spontanea è poi la possibilità per gli utenti di decidere se va loro bene utilizzare chi aderisce a un set di regole condivise, chi riconosce questi diritti minimi di base, oppure se a proprio rischio e pericolo desiderano avventurarsi in zone che non li riconoscono. È un rapporto adulto, ognuno fa le proprie scelte. L’aspetto insopportabile in questo momento è l’asimmetria tra chi detiene tutta la conoscenza e chi è totalmente al buio.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Ora che avete presentato il manifesto e aperto il blog, come intendete proseguire? </strong></p>
<p><strong>MR:</strong> L’idea su cui si basa tutta l’iniziativa è far nascere una conversazione attorno a questi argomenti, prima ancora che nasca il libro. Il libro è un pretesto per riportare al centro questa discussione. Abbiamo intenzione di usare tutta la strumentazione metodologica della conversazione digitale: in qualsiasi manifestazione il libro sarà disponibile e riproducibile secondo licenze Creative Commons. Vogliamo rendere il pesce pienamente compatibile con l’acquario di cui parla, nella speranza di trovare altri pesci che vogliano partecipare a questa conversazione.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Siamo poi intenzionati a destinare ogni eventuale utile che deriverà dal libro a un’iniziativa di sviluppo del giornalismo e della cultura digitale in Italia. Non abbiamo ancora deciso forma e destinatari, potrebbe essere una borsa di studio per studenti, ma questa è la direzione che seguiremo.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>Onestamente, che cosa vi aspettate da questa esperienza?</strong><br />
<strong></strong></p>
<p><strong>VZ:</strong> Vorremmo contribuire a un cambiamento del discorso, portare la conversazione su un terreno sul quale ancora non è arrivata, con spirito sereno. Non dobbiamo regolare conti in sospeso: Massimo non ce l’ha con nessuno, io i miei me li tolgo cammin facendo quando mi pare. Il libro è uno sforzo in positivo: dopo aver lavorato tanto negli ultimi quindici anni, un racconto che parta dal <em>been there done that</em> è già una buona cosa.<br />
<strong></strong></p>
<p><strong>MR:</strong> Io mi aspetto molto, anche se temo che alla fine si finisca per accostarsi a questi argomenti secondo paradigmi prefissati. Noi in qualche modo siamo in una terra di nessuno, lo diciamo nella parte dedicata all’<a href="http://www.ereticidigitali.it/about/">io narrante</a>: la nostra corporazione non ci riconosce più; la rete tende a espungere il conflitto e qualsiasi ragionamento sul senso, nel migliore ci dice che siamo dinosauri morenti. La nostra speranza è che si possa fare come una volta nei saloon, lasciare le pistole fuori ed entrare disposti a discutere e a mettersi in gioco. La grande eresia che noi chiediamo è proprio questa: mettersi in gioco.</p>
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		<title>Internet non ha bisogno di quelle leggi</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 08:51:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[anonimato]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella Carlucci]]></category>
		<category><![CDATA[Gianpiero D'Alia]]></category>
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		<description><![CDATA[Bersagliati da proposte di legge improbabili e dannose, stiamo forse perdendo di vista il punto: le norme per la rete esistono già, basta applicarle. Il nostro contributo alla causa: un "filo rosso" per legare i fatti e contestualizzare le novità]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parto dalla conclusione, perché vorrei che questa fosse più chiara che mai: internet non ha nessun bisogno di nuove leggi. La rete non è un luogo <em>altro</em>: fa parte della nostra vita sociale, che è già ampiamente regolata da norme e sanzioni. Sbaglia, per ignoranza o per malafede, chi definisce internet un far west senza regole. Disperde energie chi si batte per replicare previsioni che già esistono e che potrebbero semplicemente applicate senza ricorrere alla demagogia e senza moltiplicare l&#8217;entropia legislativa. Perde un&#8217;opportunità di onorare la nostra democrazia chi si intestardisce a sostenere regolamenti destinati per banale evidenza tecnologica a non sortire effetto alcuno, quando non addirittura a far danni.<span id="more-487"></span></p>
<p>Possono esserci meccanismi da adeguare, dovuti alla distribuzione geografica, alle caratteristiche tecnologiche del mezzo di comunicazione e alla scala di cui si nutrono gli eventi sociali mediati dalla rete, ma non c&#8217;è reato che non possa essere perseguito qualora il fatto abbia origine in o per mezzo di un network digitale. La dimostrazione più lampante sta nel fatto che questi reati sono già perseguiti con una solerzia che dovrebbe rassicurare anche il più allarmato dei nostri concittadini. Persino la pirateria digitale, che agita i sonni di lobby potenti, è pienamente perseguibile ai termini di legge. Chiedete conferma a un magistrato o a un poliziotto postale: vi racconterà di un sistema di comunicazione in cui i malintenzionati lasciano una quantità di tracce tale da rendere il lavoro investigativo perfino più agevole che in passato. Mentre chi vi parla dell&#8217;impossibilità di ottenere giustizia a seguito di misfatti legati alla rete il più delle volte confonde la legge con i tribunali, dei cui drammatici problemi internet non ha colpa.</p>
<h5>A forza di ripeterlo</h5>
<p>Sta invece succedendo qualcosa di paradossale e spiacevole, in Italia, negli ultimi mesi. A forza di ripetere la storiella della rete anarchica, selvaggia e senza regole, coacervo di criminali, truffatori e depravati (un genere che vende sempre bene sulle pagine di cronaca), i meno informati tra i nostri politici e concittadini si sono convinti dell&#8217;urgenza di intervenire con fermezza. Sulle pagine di Apogeonline ne abbiamo dato conto nei giorni scorsi analizzando per esempio la <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/23/legalita-su-internet-il-ddl-carlucci">proposta Carlucci</a>, l&#8217;<a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/09/reati-dopinione-in-rete-i-limiti-del-50-bis">emendamento D&#8217;Alia</a>, il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/27/cresce-lallarme-per-il-decreto-antipirateria">disegno Barbareschi</a>. Non serve ripetere qui i (tanti) motivi per cui tutte queste leggi sono viziate in origine da inadeguatezze tecnologiche, quando non arrivano a prevedere inaudite redistribuzioni dei poteri dello Stato. Persino laddove si interviene per scongiurare i rischi peggiori &#8211; è il caso dei <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/03/cassinelli-emenda-dalia-un-passo-avanti">volonterosi interventi</a> e dei <a href="http://robertocassinelli.blogspot.com/">tentativi di dialogo</a> portati avanti da Cassinelli &#8211; si finisce per inserire nell&#8217;ordinamento asprezze che non sarebbero nemmeno auspicabili, se non apparissero a questo punto come la migliore delle ipotesi.</p>
<p>Sta accadendo per la rete qualcosa di simile a quello che nel corso dell&#8217;ultima campagna elettorale nazionale è avvenuto riguardo ai temi della sicurezza: un allarme sociale almeno parzialmente immotivato e creato artificialmente (oggi abbiamo <a href="http://www.centrodiascolto.it/content/lanalisi-del-centro-dascolto-sulle-notizie-di-cronaca-nera-nei-telegiornali">alcuni numeri</a> a dirlo) ha condizionato le sorti dell&#8217;attuale legislatura. Da questo cul-de-sac si potrebbe uscire &#8211; si <em>dovrebbe</em> uscire, converrebbe a tutti &#8211; tornando all&#8217;essenzialità dei fatti e obbligandoci vicendevolmente a confrontare le idee con serenità. Due compiti che oggi sembrano così ardui, ma che un tempo sono stati la ragion d&#8217;essere del giornalismo, della politica e della società civile. Viviamo una realtà costruita il più delle volte su certezze di terza o quarta mano, dove chi parte per la tangente finisce per dettare le regole del gioco e portarsi dietro tutti, invece di essere energicamente richiamato all&#8217;ordine. Abbiamo bisogno di ingenti verifiche di corrispondenza con la realtà, laddove oggi tutte le parti in gioco indugiano in emotività.</p>
<h5>Un passo avanti</h5>
<p>Un&#8217;emotività che a questo punto non si può permettere né il cittadino digitale, spesso istigato da un generico passaparola a difendere generiche libertà minacciate da generiche leggi, né tantomeno i nostri deputati e senatori, che per ruolo e mandato istituzionale ci si aspetta siano predisposti ad ascoltare, moderare, confrontare, approfondire, fare sintesi, trovare compromessi. Politici che invece riscopriamo <a href="http://www.webnews.it/news/leggi/10317/gabriella-carlucci-e-davide-rossi-e-andata-cosi/">astiosi</a>, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/02/17/meglio-un-comunicato-che-un-confronto/">arroccati</a>, <a href="http://punto-informatico.it/2558241/PI/Brevi/ddl-barbareschi-solo-inizio.aspx">improvvisati</a> e spesso <a href="http://zambardino.blogautore.repubblica.it/2009/02/17/risponde-il-sen-dalia-ma-quale-censura/">indifendibili</a>, burattini talvolta ignari nelle mani di interessi più grandi di loro. È tempo di fare un passo avanti: in gioco non c&#8217;è più soltanto il passatempo di qualche milione di italiani, ma un&#8217;opportunità di crescita culturale, civile e produttiva che attende l&#8217;intero paese. Un paese in drammatico ritardo, <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/02/19/italian-interior-minister-creates-government-task-force-to-hack-skype/">zimbello</a> <a href="http://www.iht.com/articles/2009/02/03/technology/google.4-421880.php">digitale</a> <a href="http://blogs.law.harvard.edu/idblog/2009/02/15/internet-censorship-arrives-in-italy/">agli</a> <a href="http://www.ejc.net/magazine/article/in_italy_its_arrivederci_facebook/">occhi</a> <a href="http://journalismnetwork.ning.com/profiles/blogs/censorship-when-in-rome">del</a> <a href="http://cyberlaw.org.uk/2009/02/24/index-on-censorship-the-italian-government-is-attempting-to-make-web-based-dissent-a-crime/">mondo</a>.</p>
<p>Secondo la migliore delle lezioni che ci insegna la rete, ognuno può fare la sua parte: l&#8217;impegno di ciascuno conta. Basterebbe cominciare ad abbassare gli inutili polveroni (che fanno sempre comodo a qualcuno) per impegnarsi invece a recuperare un brandello di verità, a confrontare dichiarazioni, a costruire relazioni, a recuperare una memoria storica nel fluire ininterrotto e acritico dell&#8217;attualità. È un esercizio di democrazia diffusa che per certi versi internet può facilitare, ma che non si ferma certo a internet: se questo paese indugiasse nell&#8217;abitudine tutta anglosassone dei <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Fact_checker">fact check</a>, forse oggi respireremmo più dignità e ottimismo. Forse saremmo una nazione migliore.</p>
<h5>Fili rossi</h5>
<p>Apogeonline, nel suo piccolo, sta provando a sostenere questa strada &#8211; a cominciare proprio dalla controversa regolamentazione di internet. Accanto ai tradizionali <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/autore/elviraberlingieri">approfondimenti</a> sulle leggi che più fanno discutere, abbiamo cominciato a sperimentare il formato del <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/11/fact-check-il-50-bis-secondo-dalia">fact check</a> sulle dichiarazioni dei nostri rappresentanti. Nei giorni scorsi, inoltre, abbiamo inaugurato una <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">pagina riassuntiva</a> per tenere traccia delle proposte di legge destinate a toccare da vicino internet e nella quale contestualizzare giorno per giorno le novità. Abbiamo chiamato questa sezione &#8211; ancora sperimentale e in continua evoluzione &#8211; “fili rossi”, per sottolineare il tentativo di ricostruire una vicenda o un settore secondo una dimensione che sia alternativa tanto all’accumularsi disordinato delle notizie quanto a quella fotografia di un attimo che resta inevitabilmente anche il miglior approfondimento specialistico.</p>
<p>Oggi, idealmente con queste righe, affidiamo <a href="http://www.apogeonline.com/filirossi/leggi-internet">il nostro filo rosso</a> alla rete.</p>
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		<title>Torna in auge lo scambio di link?</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2008 10:04:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Maistrello</dc:creator>
				<category><![CDATA[Quinta di copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Vasta]]></category>
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		<description><![CDATA[Le richieste di collegamenti ipertestuali da parte di siti in cerca di migliore visibilità sui motori di ricerca sembravano un fenomeno superato dalla maturazione del web. Nelle ultime settimane, invece, si segnala una curiosa recrudescenza. Abbiamo chiesto i motivi a un esperto di search engine optimization, Davide Vasta]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.apogeonline.com/wp-content/uploads/2008/12/esperto001-vasta.mp3">Download audio file (esperto001-vasta.mp3)</a></p>
<p>Poco o nulla per mesi, poi una buona decina di richieste nel giro di un paio di settimane. Ci piace il tuo sito, vuoi che ci scambiamo reciprocamente un link? Dobbiamo migliorare il posizionamento sui motori di ricerca, vuoi 50 euro per inserire nelle tue pagine un collegamento ipertestuale al nostro sito? Posso parlare di gioco d&#8217;azzardo sul tuo sito specializzato in osservazioni faunistiche? Che lo scambio di link sia improvvisamente tornato in auge è a questo punto più di un sospetto, mentre la confezione molto più accurata che in passato fa pensare addirittura a un&#8217;evoluzione nella pratica. Per capire se sia solo una sensazione o se stia effettivamente accadendo qualcosa di nuovo abbiamo interpellato il nostro esperto di fiducia di search engine optimization, Davide Vasta.<span id="more-275"></span></p>
<p><strong>Le domande:</strong> Gli abbiamo chiesto se a suo parere stiamo effettivamente assistendo a una nuova esplosione del fenomeno. Se questa pratica ottenga davvero risultati e, nei casi in cui il link viene remunerato, l&#8217;efficacia sia tale da ripagare l&#8217;investimento. Se concendendo link in modo poco accorto non si rischi di rimetterci in reputazione e in considerazione da parte dei motori di ricerca più attenti. E infine un consiglio per valutare in modo assennato le richieste che arrivano per posta elettronica. Le risposte di Davide Vasta si possono ascoltare utilizzando il player qui sopra.</p>
<p><strong>L&#8217;esperto:</strong> <a href="http://www.davidevasta.biz/">Davide Vasta</a> è grafico di professione da più di 20 anni. Insegna nei corsi di Computergrafica e Tecniche ed Applicazioni Digitali presso l’Accademia di Belle Arti di Perugia e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Perugia. Scrive articoli specialistici su riviste di settore, come Applicando, e libri legati ai grandi temi dell’informatica. Per Apogeo ha appena scritto una guida approfondita al Search Engine Optimization, in uscita a febbraio nelle librerie.</p>
<p><strong>Citazioni musicali:</strong> Francesco Bearzatti Tinissima Quartet, Mandi Friul (Suite for Tina Modotti)</p>
<p><em>(Grazie ad <a href="http://www.webgol.it">Antonio Sofi</a> per la collaborazione)</em></p>
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