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	<title>Apogeonline &#187; Livio Milanesio</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;invenzione dell&#8217;invenzione della rete</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Feb 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete internet è figlia della visione che abbiamo del mondo e di come ci relazioniamo con la nostra quotidianità. Ma visioni e comportamenti che ci sembrano in noi da sempre hanno in realtà una data di nascita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa sarebbe stata la rete Internet senza una delle tante invenzioni che tra  la fine del diciannovesimo secolo e l&#8217;inizio del ventesimo hanno rivoluzionato il modo quotidiano di relazionarci con il mondo che ci circonda? Un periodo che ha rappresentato uno straordinario momento di cambiamento che ha determinato una visone dell&#8217;esistenza senza la quale  la rete sarebbe stata molto diversa. E forse peggiore.<span id="more-4799"></span></p>
<h5>Off the shelf</h5>
<p>Memphis nel Tennessee è una città da mezzo milione di abitanti, situata nel Sud Est degli Stati Uniti, che può vantare luoghi celebri. Il più conosciuto è residenza di <a title="graceland" href="http://www.elvis.com/graceland/" target="_blank">Graceland</a>, al 3764 di Elvis Presley Boulevard, dove il bacino (inteso come anca) più celebre rock abitò i suoi ultimi giorni e vi è tuttora sepolto. L&#8217;altro luogo memorabile ha il nome, meno altisonante, di Piggy Wiggly. Il 6 settembre del 1917, al 79 di Jefferson Street, venne inaugurato il primo supermercato della storia, su iniziativa di Clarence Saunders. Venne chiamato <a title="piggy" href="http://en.wikipedia.org/wiki/File:Piggly-wiggly.jpg" target="_blank">Piggy Wiggly</a>. Gli abitanti della città poterono provare un&#8217;esperienza di shopping del tutto nuova. Fino a quel momento in qualunque negozio della nazione ogni acquisto era mediato da un commesso, a volte lo stesso titolare dell&#8217;esercizio, che serviva, consigliava, influenzava, impacchettava e consegnava la merce. In molti casi i clienti facevano recapitare la lista della spesa, lasciando che il commesso si occupasse della scelta tra le poche opzioni. L&#8217;idea di Saunders è semplice e rivoluzionaria. Perché non lasciar scegliere direttamente al cliente il prodotto, la marca e la quantità? Al commesso non resterà che incartare e incassare. Questo sistema permette di servire molti più clienti, di offrire una maggiore scelta e di utilizzare personale meno competente (e dunque meno caro).</p>
<p>Per le aziende che forniscono i prodotti le cose si complicano: non si tratta più di blandire un certo numero di commercianti con incentivi, regali e sconti ma si tratta di sedurre migliaia di clienti il cui comportamento è spesso oscuro e istintivo. I  produttori  comprendono ben presto il valore del posizionamento delle loro merci sugli scaffali, l&#8217;appeal del design e del packaging, il “vestito” diventa cruciale. I designer vengono arruolati come  elemento cruciale di ogni agenzia di comunicazione. Piggy Wiggly rivoluzionerà anche la comunicazione di prodotto. La pubblicità diventa l&#8217;anima del commercio, il fulcro intorno a cui ruota la vita e la fortuna di ogni prodotto da scaffale. È <a title="joyce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/James_Joyce" target="_blank">James Joyce</a> nell&#8217;Ulisse, composto nello stesso periodo della nascita della catena Piggy Wiggly, a dare una descrizione di come si progetta la pubblicità in un&#8217;epoca pre-supermercato. Il protagonista Leopold Bloom, agente pubblicitario, si affida al tipografo del giornale per creare, un annuncio per un cliente.</p>
<blockquote><p>Mi scusi, consigliere, disse. Quest&#8217;inserzione, vede. Keyes, si ricorda? (…) Il proto avvicinò la matita al foglio. Un attimo, disse Mr Bloom. Lo vuol cambiare. Keyes, vede. Ci vuole due chiavi in cima. (…) Così, disse Mr Bloom, incrociando gli indici in cima al ritaglio. Prima facciamogli capite questo. Mr Bloom, alzando lo sguardo di sbieco dalla croce che aveva fatta, vide il viso giallastro del proto, mi pare che abbia un po ditterizia, e laggiù i rotoli obbedienti che alimentavano vaste tele cartacee. Sferraglia, sferraglia. Chilometri di carta srotolata. E poi dove va a finire? Oh, a incartare carne, pacchi: vari usi, mille e una cosa. Infilando abilmente le parole nelle pause dello sferragliamento disegnò svelto sul legno tagliuzzato.<br />
DITTA KEY(E)S<br />
Così, guardi. Due chiavi incrociate qui. Un cerchio. Poi qui il nome Alexander Keyes, tè, vino, alcoolici. Eccetera. Meglio non insegnargli il mestiere. Lei lo sa da sé, consigliere, quello che vuole. Poi intorno sopra in neretto: la casa delle chiavi. Vede? Non le sembra una buona idea?</p></blockquote>
<p>La &#8220;progettazione&#8221; avviene direttamente sul tavolo del compositore. Nessun designer, nessuno stratega, solo un po&#8217; di buon senso. In futuro la comunicazione di prodotto diventerà sempre di più una scienza, legata agli studi della sociologia, del comportamento umano, della politica e della psicologia. La necessità di “capire” i meccanismi dello shopping, la creazione della domanda, la cattura dell&#8217;attenzione, il valore del brand fanno un salto in avanti epocale.<br />
Con il supermercato il cliente assapora la (relativa) libertà di scegliere in completa autonomia, senza mediazioni, esercita il diritto di confrontare e apprende il valore di tenersi informati sulle qualità dei prodotti e si gode il fascino di rimanerne sedotti. Sarà  <a title="ebay" href="http://www.djmick.co.uk/images/2010/08/ebay-infograph.jpg" target="_blank">eBay</a>, dal 1995, a portare a livello planetario il modello di totale libertà di trattare le merci, trasformandoci in tanti piccoli Piggy Wiggly.</p>
<h5>Music of my heart</h5>
<p>Quando si pensa al bottino tecnologico che gli Alleati raccolsero alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il pensiero corre subito all&#8217;ingegnere missilistico Werner Von Braun. Le sue scoperte aprirono la strada che nel 1969 condusse il primo uomo sulla <a title="luna" href="http://www.nasa.gov/mission_pages/apollo/index.html" target="_blank">Luna</a>. Ma la Germania nazista aveva in serbo per i conquistatori molte altre ricchezze. Lo sapeva bene John Mullin, che aveva fatto a tempo a vedere come la tecnologia da lui ritrovata nella Germania occupata avesse contribuito a costruire un business miliardario e onnipresente. La musica è sempre stata una passione condivisa da gran parte del genere umano. Nel passato la si poteva ascoltare assistendo a concerti e se non se ne poteva fare a meno l&#8217;unica opzione era quella di imparare a suonare. La diffusione del grammofono nella prima parte del Novecento aveva reso la musica relativamente portatile, purché lo strumento dalle puntine delicate fosse posizionato in luoghi stabili.</p>
<p>Verso la fine della guerra John Mullin, in servizio presso l&#8217;U.S. Signal Corp fu incaricato di scoprire tutto ciò che i tedeschi avevano sviluppato nel campo della radiofonia. Poco prima di tornare a casa ebbe la fortuna di entrare negli studi di una radio nei pressi di Bad Nauheim dove si imbatté in un paio di magnetofoni e alcuni metri di nastro magnetico. Probabilmente Mullin intuì subito le potenzialità di quel modo semplice e resistente di riprodurre la musica. Il nastro magnetico diventa rapidamente una valida alternativa al grammofono. Grazie alle registrazioni su nastro magnetico gli appassionati impareranno che la musica non solo si può ascoltare a casa o in una sala da concerti, ma le note preferite possono risuonare dappertutto.</p>
<p>In auto non si sarà è più schiavi del palinsesto delle radio (le prime autoradio furono installate a partire dagli anni &#8217;30 da un gruppo di inventori che in seguitò chiamò la propria società Motorola). L&#8217;idea si espande e la musica preferita ci accompagna dappertutto, anche mentre si fa jogging (il <a title="walkman" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Walkman">Walkman</a> di Sony viene commercializzato a partire dal 1979). Ma il nastro magnetico introduce un&#8217;altra, grande rivoluzione: il suono si può registrare con strumenti che via via diventano sempre più alla portata di chiunque. È con la diffusione del nastro magnetico e delle cassette, da metà degli anni Sessanta, che copiare e ridistribuire musica cominciano a diventare le due attività che nell&#8217;era della rete saranno uno dei business più ricchi e controversi.</p>
<h5>Everyday is casual friday</h5>
<p>È molto probabile che il diciottenne Loeb Strauss avesse in mente per sé un futuro radioso il giorno che lasciò la Baviera con la madre e due sorelle, per raggiungere la terra delle promesse. Raggiunta New York e poi stabilitosi a San Francisco il signor Strauss, che nel frattempo aveva cambiato il nome in Levi, organizza un&#8217;attività commerciale. Tra i suoi prodotti, i pantaloni. Quando Jacob Davis gli propone di associarsi per brevettare l&#8217;idea di rinforzare i pantaloni da lavoro con rivetti metallici, Levi Strauss ne intuisce le potenzialità. Cominciò a produrre pantaloni da lavoro nel resistente tessuto denim. Fu un enorme successo.</p>
<p>Il mito western fece il resto. I cowboy diventarono protagonisti e ambasciatori della cultura della frontiera americana: il jeans diventa la divisa di una società dinamica, intraprendente, informale e abituata, dalle circostanze, a condividere e a convivere. Il jeans è il capo di abbigliamento che contraddistingue i giovani manager che creano il  mito della Silicon Valley. Da quella generazione e dai loro uffici, il casual friday si espande su tutta la settimana e i rapporti professionali si rilassano. Il casual di <a title="apple" href="http://www.apple.com/" target="_blank">Steve Jobs</a>, <a title="brin" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sergey_Brin">Sergey Brin</a>, <a title="facebook" href="http://www.facebook.com/?sk=messages#!/pages/Mark-Zuckerberg/68310606562">Mark Zuckerberg</a> sono il modello di un nuovo modo di pensare e di lavorare.  Un atteggiamento rilassato che ha influenzato lo stile e il linguaggio della rete (non a caso uno dei più straordinari successi è ispirato all&#8217;annuario dei college). C&#8217;è da chiedersi cosa sarebbe stata la rete se fosse nata in società azzimate, come la sussiegosa corte spagnola o la formale cultura giapponese.</p>
<h5>Piccoli cambiamenti</h5>
<p>Il consumo autonomo e (relativamente) consapevole, la possibilità di portarsi dietro un&#8217;estetica personale e un atteggiamento rilassato verso i rapporti sociali, con una minore importanza alle gerarchie sono tre fondamenti della vita sulla rete. Senza alcune esperienze del passato che ci hanno insegnato a esercitarli nel quotidiano probabilmente la rete come la conosciamo sarebbe stata molto diversa. Forse è il caso di ricordarlo.</p>
<p>La storia ci mostra come, a volte piccoli cambiamenti possano determinare conseguenze inaspettate e anche molto lontane nel tempo e nel senso. La storia ci insegna anche che il nostro tempo è figlio di un flusso ininterrotto di cambiamenti. A volte repentini, spesso improvvisi, quasi sempre imprevedibili. Viviamo in un mondo di farfalle il cui battito può provocare  uragani dall&#8217;altra parte del mondo talmente silenziosi che raramente riusciamo ad avvertirli. Tanto che dopo il loro passaggio, il mondo trasformato ci sembra essere stato sempre così come gli uragani l&#8217;hanno lasciato.</p>
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		<title>Cambio il (mio) mondo con la faccia di Sakineh</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Sep 2010 06:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Joseph O’Dell]]></category>
		<category><![CDATA[Madri di Plaza de Mayo]]></category>
		<category><![CDATA[Mavi Marmara]]></category>
		<category><![CDATA[Sakineh Mohammadi Ashtiani]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanto sposta l'uso dell'avatar come simbolo di protesta? Probabilmente molto meno di quanto piacerebbe pensare ai protagonisti della mobilitazione. Ma al tempo spesso molto più di quanto la dimensione pubblica lascia trasparire]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due notizie concludono una settimana di mobilitazione. La prima riguarda la sentenza di <a title="sakineh" href="http://video.corriere.it/sakineh-sospesa-lapidazione/93007212-bb55-11df-993b-00144f02aabe"> Sakineh Mohammadi Ashtiani</a>, la donna iraniana condannata alla lapidazione per il reato di  adulterio. La sentenza è stata sospesa. Una buona notizia. La  foto sul mio profilo di Facebook, fino a oggi una fototessera di  Sakineh, potrà tornare a mostrare la mia faccia. Anzi in mancanza di una  bella foto opterò per quella di un orso impagliato in omaggio alla  leggerezza che contraddistingue il social network. Un paio di settimane  fa avevo adottato il volto della condannata come forma di dissenso. Ora  che la sentenza è sospesa la mia protesta contro il governo iraniano,  per qualche giorno, va in soffitta.<span id="more-3759"></span></p>
<p>Le  forme di manifestazione civile si sono diffuse soprattutto da quando  l’opinione pubblica si è resa conto (più o meno a partire dal  XVII Secolo) della propria capacità di influenzare le scelte  della classe dirigente. La parola “influenzare” è una  parola chiave. Se si è contrari a una certa decisione o una certa  condizione che non rispecchia le nostre aspettative, minaccia la  libertà, la giustizia, il nostro sopravvivere, possiamo esprimere il  dissenso senza usare strumenti di prevaricazione o di violenza. Possiamo  assumere atteggiamenti, simboli o altre forme, per così dire traslate,  per attirare l’attenzione, provocare una discussione, influenzare le  opinioni. Nel catalogo trovano posto bandiere, braccialetti, cartelli, la sola presenza fisica e l&#8217;immagine che ci rappresenta sul social network.</p>
<h5>Basso profilo</h5>
<p>Il  vantaggio di questo tipo di manifestazioni sta nel mantenere il  dissenso a un profilo talmente basso da non giustificare ritorsioni  violente da parte dell’oppositore. Se non quando è ormai troppo tardi, quando cioè la diffusione del messaggio è talmente capillare e condivisa che  neppure l’annientamento dei promotori può fermare il  movimento  d’opinione. Per questa ragione le forme di protesta leggera possono essere messe in atto  anche in regimi molto repressivi, da oppressi la cui “potenza” è  sproporzionatamente inferiore al proprio oppressore.</p>
<p>Chi,  tra i generali della giunta argentina, si preoccupò delle quattordici  signore che, foulard bianco in testa, si riunirono di fronte alla Casa  Rosada, sede dell’esecutivo argentino quel 30 di aprile del 1977? Le  donne tornarono, ad esse se ne aggiunsero altre, e insieme  presidiarono  a lungo la piazza sulla quale si affacciava il palazzo governativo e  che avrebbe dato il nome al movimento. Erano le <a title="palza de mayo" href="http://www.abuelas.org.ar/english/history.htm" target="_blank">Madri di Plaza de Mayo</a>.  Una pedina piccola ma fondamentale per la caduta della giunta  militare. Un movimento talmente innocuo che nessuno aveva pensato a  fermarlo. Come i movimenti di protesta che si mettono in atto sulla  rete. Fotografie oscurate, facce adottate, scritte che esprimono  dissenso. Atti che non fanno male a nessuno, come le mamme di Plaza de Mayo.  Il problema è che sulla rete il profilo è così basso che rischia davvero  di non trasformarsi mai in qualcosa di efficace.</p>
<h5>Real politik</h5>
<p>In  questi giorni si è parlato molto della “mobilitazione” diffusa per il  caso di Sakineh. I governi si sono mossi. I ministri si sono attivati.  Anche i governi locali, i comuni, le circoscrizioni hanno messo in atto  il loro dissenso soprattutto diffondendo l’immagine di una donna che  stava per soccombere a una usanza barbara. E così ha fatto,  naturalmente, la rete. E in particolare il social network. Insomma  Facebook. Io stesso ho sentito la necessità di “adottare” il volto di  Sakineh come fosse un modo, simbolico, di starle vicino. Di dire al  mondo (in realtà a poco più dei miei contatti) che se anche le tireranno le  pietre noi ci ricorderemo di lei, le saremo, vitrualmente, vicini. E  quando è arrivata la notizia della sospensione è stata una piccola  vittoria. Ma quanto questi atti simbolici hanno un vaolre effettivo?  Quanto è più potente la leva economica, o politica che un ambasciatore, un  ministro degli esteri quando minacciano sanzioni, interruzioni di  contratti e accordi? Quanto della vita pubblica riusciamo davvero a  influenzare con i mezzi, anche quelli nuovi di cui disponiamo? Le  mobilitazioni di opinione, anche autorevoli non salvarono <a title="o'dell" href="US)" target="_blank">Joseph O’Dell</a> tanto per fare un nome. E per lui si mobilitarono il Papa e Madre  Teresa, due entità che possono agire solo in senso simbolico essendo sprovvisti (comcome ben sapeva <a title="stalin" href="http://it.wikiquote.org/wiki/Stalin" target="_blank">Stalin</a>) di una forza tangibile.  Quale forza di dissusione  può esercitare un’azione su Facebook, un mondo parallelo e inerme, nei confronti della realtà?</p>
<p>Le  mobilitazioni sono atti simbolici. Durante la crisi  turco-israeliana dell’attacco alla <a title="mavi marmara" href="http://www.corriere.it/esteri/10_maggio_31/reazioni-politiche-assalto-israeliano_11eb6acc-6c83-11df-b7b4-00144f02aabe.shtml">Mavi Marmara</a>, quando i governi  facevano la voce grossa e minacciavano l’interruzione delle relazioni  diplomatiche, il telegiornale pubblico turco annunciava con serafica  franchezza l’aumento del 30% delle relazioni economiche tra  i due presunti “nemici”. Le leve, quelle vere sembrano da un’altra  parte rispetto alle possibilità di una protesta simbolica. E se un atto  simbolico avviene su un luogo virtuale il suo disinnesco è completo. Ci  si lava la coscienza con un gesto che non costa niente e non fa male a  nessuno.</p>
<h5>Echi buoni, echi cattivi</h5>
<p>Il  paradosso è che, mentre le campagne buone, sul social network, sembrano  avere eco soltanto nel ristretto mondo parallelo, ecco che il “cattivo” ha una risonanza ben più potente. Provate a gettare  gattini in un fiume o a filmarvi mentre picchiate un disabile o a creare  gruppi che inneggiano alla violenza. Immediatamente l’attenzione, il  “dibattito” si infiamma, i ministri dicono la loro, i legislatori  invocano una regolamentazione di questa benedetta opinione pubblica. E  intanto se ne parla. Per un certo periodo si è parlato del “popolo della  rete”. E grazie a questa efficacia del “male” sulla rete, qualcuno, con  abili circonvoluzioni sintattiche, lo ha assimilato agli antagonisti  (i quali sono assimilati ai centri sociali, i quali sono assimilati  ai&#8230;) Insomma a forza di assimilazioni le attività sulla rete si sono  ammantate di un colore cupo, nel quale solo la parte più violenta sembra  raggiungere la realtà vera. Mentre il resto passa sotto un silenzio  indifferente.</p>
<p>Eppure  quando ho dismesso la foto di Sakineh ho sentito come una mancanza. Dan  Gardner, autore di <a title="risk" href="http://www.guardian.co.uk/books/2008/mar/09/society">Risk, The Sience and Politics of Fear</a> racconta di  come, derubato del portafoglio, si sia sentito violato non tanto nei  suoi possedimenti quanto delle immagini dei suoi bambini, quasi che  quell’oggetto simbolico che ne è rappresentzione ne contenesse davvero  l’anima. Il mondo simbolico ha dunque una sua importanza, forse più  personale che pubblica, più sottilmente emotiva che con un valore  realmente strategico. Le campagne come quelle per Sakineh diventano  quindi un gesto che vale più per l’individuo che lo compie, incidendo  sulla sua visione del mondo, sul suo senso di apparteneza piuttosto che  sulla realtà dei grandi movimenti storici. Ci troviamo così a vivere in un  mondo sempre più duplice. Da una parte il  privato che con gli  strumenti di comunicazione diventa sempre più strutturato e completo,  dall’altra la realtà tangibile: due mondi che viaggiano su due binari  diversi e troppo spesso paralleli.</p>
<p>Grazie  a questa doppia cittadinanza posso constatare che la seconda notizia  che chiude la settimana è meno buona: neanche questa volta Dio riporterà  in vita i dinosauri. La promessa del gruppo su Facbook “If 1 Million  People Join, God Will Bring Back The Dinosaurs” è ancora lontana  dall’essere realizzata. Gli adepti si sono fermati a qualcosa di più di  quarantacinquemila. Ma sono sicuro che il  movimento otterrà il  suo risultato: lassù qualcuno sarà convinto. E per Natale Sofia avrà il  suo velociraptor.</p>
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		<title>Quei creativi fai-da-te che insidiano l&#8217;industria</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 06:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando una cantante all'ultimo grido vede minacciata la sua notorietà da due sconosciuti californiani. Studio intorno a un iPod decorato di strass]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo giurato, ascoltando Joe Strummer ritmare «with the trenches full of poets, the ragged army fixin&#8217; the bayonets to fight the other lines», che quando fosse venuto il tempo non avrei fatto come mio padre. Non avrei disprezzato la musica che mio figlio avrebbe ascoltato. Anzi avrei cercato di capire e, quando possibile, condividere e apprezzare i suoi gusti. Ho una lista sul mio tavolo di canzoni da caricare su un vecchio iPod decorato di strass. È di Sofia, nove anni. Shakira, Kelis, David Guetta e Lady Gaga. Addio Zecchino d&#8217;Oro.<span id="more-3195"></span></p>
<h5>Se telefonando</h5>
<p>La storia della musica procede per strappi violenti, persitenze e ritorni, incomprensioni, irrispettose manomissioni, tributi commossi e spiazzamenti che generano reazioni molto simili a quelli dell&#8217;amore e dell&#8217;odio. Ma ho giurato e Lady Gaga sia.  Non conoscendo a fondo l&#8217;opera di Lady Stefani Joanne Angelina Germanotta Gaga mi affido alla rete. La ricerca di YouTube alla richiesta <a title="lady gaga" href="http://www.youtube.com/results?search_query=lady+gaga+telephone&amp;aq=f" target="_self">Lady Gaga Telephone</a> restituisce due link che destano interesse. Uno, il <a title="lady gaga" href="http://www.youtube.com/watch?v=EVBsypHzF3U" target="_self">video ufficiale</a> insieme a Beyoncé diretto da <a title="akerlund" href="http://www.mtv.com/news/articles/1633818/20100312/lady_gaga.jhtml" target="_self">Jonas Akerlund</a> uno dei numerosi enfant prodige del mercato discografico. Nel curriculum il regista svedese ha collezionato Madonna, Christina Aguilera, U2 e diverse altre star. L&#8217;altro link, verso il fondo della pagina è rappresentato da un paio di occhi cerulei su un viso piuttosto acqua e sapone che risponde al singolare nome di Pomplamoose.</p>
<p>Trascuro per un attimo lo sguardo ceruleo e mi dedico alla fatica di Akerlund. Prima che cominci la canzone passano tre minuti. Un vero e proprio film dalla patina holliwoodiana, ambientato in una prigione americana con comparse, scenografie ed elicotteri nel cielo. Un incipit stracolmo di quel barocco contemporaneo che solo una società iperconsumista poteva immaginare. L&#8217;impressione è che sia un <a title="ambaradan" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ambaradan" target="_self">ambaradan</a> un po&#8217; sproporzionato per una canzoncina che dice «non ti sento, il telefono non prende e qui c&#8217;è casino». La canzoncina viene interrotta dall&#8217;inserimento di scene drammatizzate con protagoniste le due cantanti. Recitano con la naturalezza di due barbie un po&#8217; idiote. Ma sono sicuro che anche questo fa parte dello stile.</p>
<p>Sono certo che Akerlund abbia passato lunghe notti a spiegare alle due il senso della recitazione straniata di fronte a un Vhs sgranato dell&#8217;<a href="http://www.youtube.com/watch?v=8VdeVEwgQcw&amp;feature=related">Homelette for Halmlet</a> di Carmelo Bene. Poi si ricomincia in una moltitudine di colori, inquadrature, balletti e belletti, costumi in un rutilante senso di rinfusa. Un&#8217;abbondanza che diventa paradossale quando le due accennano passi di danza intabarrate in costumi velatissimi che non fanno che impacciarle. Resisto e giungo alla fine. Che non finisce. L&#8217;autore promette un <em>To Be continued</em>. Rimango con la sazietà che prende in quei pranzi di nozze in cui cominciano a servire cappelletti panna e prosciutto alle sei del pomeriggio. Dopo un infinito corteo di antipasti.</p>
<h5>Occhi cerulei</h5>
<p>È questa la musica di mia figlia? È questo il mercato musicale al quale si rivolge? Sempre più ricco, imperante, abbondante che persino sulla rete straborda con video che sembrano colossal? Torno indietro di un clic. <a title="nataly dawn" href="http://www.youtube.com/user/pomplamoosemusic?blend=1&amp;ob=4#p/c/F125407272F3C1A4/1/2vEStDd6HVY" target="_self">Clicco sugli occhi cerulei</a>. Telephone riparte. Subito. Subito è musica. Una miscela sottile, analogica, <em>homemade</em>. La canzonetta qui dura due minuti e undici a fronte dei quasi dieci dell&#8217;opera di Askelund. Protagonisti <a title="pomplamoose" href="http://www.youtube.com/user/pomplamoosemusic?blend=1&amp;ob=4#p/c/F125407272F3C1A4/1/2vEStDd6HVY" target="_self">Pomplamoose</a>, un duo formato dalla proprietaria del ceruleo sguardo, Nataly Dawn e dal polistrumentista Jack Conte.  La tecnica è quella che Conte ha sintetizzato in due semplici regole: quello che vedi è quello che senti e se lo senti prima o poi lo vedi. Il video è  la pura rappresentazione della musica nel suo divenire. Nessuna sovrastruttura, nessuna giustificazione, solo la qualità della voce, dell&#8217;esecuzione e dell&#8217;arrangiamento. Il montaggio è fatto con niente di  più che i semplici effetti di un qualsiasi video editor freeware per filmini familiari.</p>
<p>I due attivi dal 2008 con il nome di Pomplamoose (distorsione del nome francese del pomplemo) sono tutt&#8217;altro che improvvisati. Dando un&#8217;occhiata più attenta alle loro produzioni, si scopre che la regia  dei video è sofisticata e coerente. Ambientata nella stanza della musica di casa, ogni elemento diventa significativo. Come lo sguardo della vocalist che viene utilizzato come una elemento di scena. Nel video <a title="pomplamoose" href="http://www.youtube.com/watch?v=OvYZMqQffQE" target="_self">My Favourite Things</a> è evidente come esiste una sottile regia di  sguardi che puntano in camera solo in momenti precisi. Quando si lavora con un numero minimo di elementi è necessario che ogni dettaglio sia significativo. Pomplamoose nasce e si sviluppa sulla rete. Su YouTube, che trattano con familiarità e anche un pizzico di ingenuità, come quando al fondo di My Favourite song annunciano la produzione del sapone al pompelmo fatto in casa dalla sorella di Jack. E su Itunes che li rende veramente un gruppo indie.</p>
<h5>Lontani dal personaggio</h5>
<p>Pomplamoose è solo uno dei tanti progetti al quale i due partecipano. Basta dare un&#8217;occhiata a <a title="nataly dawn" href="http://www.youtube.com/watch?v=_nqvGoeGkFk" target="_self">My Terrible Friend</a>, altro “nom de plume” di Nataly Dawn), che denota una certa libertà espressiva, lontana dalla necessità di essere personaggio. Un ottimo esempio di come si possa fare musica di qualità nell&#8217;epoca della coda lunga. Un momento nel quale le scarse risorse non solo non rappresentano un limite, ma se usate con intelligenza e qualità son una vera forza alternativa a un prodotto industriale ormai stantio e ripiegato su se stesso.  E per chi è interessato ai numeri, Lady Gaga più Beyoncé più Askelund vincono su Pomplamoose con sei milioni e settecentomila visitatori contro i quasi quattro e mezzo dei due sconosciuti californiani. Un vittoria, è vero. Ma di misura e a quale prezzo?</p>
<p>Intanto nell&#8217;iPod decorato di strass ci finiscono entrambe le versioni. Sofia capirà.</p>
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		<title>Il ripiegamento pubblico dentro se stessi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 06:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Caravaggio]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Foursquare]]></category>
		<category><![CDATA[iPhone]]></category>
		<category><![CDATA[Martin Amis]]></category>
		<category><![CDATA[social network]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[YouTube]]></category>

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		<description><![CDATA[Da dove arriva tutta questa passione e costanza nell'aggiornare la posizione su Google Latitude, su Foursquare o l'ultimo pensiero su Twitter? Forse dalla consapevolezza che, in fondo, non si ha molto altro da dire?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È piuttosto frustrante cercare di determinare il profilo umano di un grande del passato.  Sebbene il materiale documentale sia tutt&#8217;altro che scarso le fonti non sono mai del tutto attendibili. Ricostruire l&#8217;apparenza a partire dai ritratti è pressoché impossibile dato che la ritrattistica è servita a creare un&#8217;immagine che differenziasse il capo dagli esseri umani, che lo allontanasse dalla sua forma terrena. Mica a raccontare quanto fosse lungo il naso (ciò non toglie che in tv si disquisisca a lungo sulla presunta bellezza di Cleopatra, anche in assenza di prove).<span id="more-3185"></span></p>
<p>Il ritratto è una forma di potere, anche dopo l&#8217;avvento della fotografia. Tale fenomeno di trasformazione è presente anche nella descrizone scritta. L&#8217;intervista, l&#8217;agiografia, la cronaca sono forme di una stessa necessità: creare di sé un mito che pone al di sopra dei simili. Non ci sono uomini e donne da queste parti, solo dei. Ancora più frustrante il tentativo di ricostruire la vita delle persone comuni del passato. Non l&#8217;arido ritratto statistico della &#8220;gente&#8221;, ma il vivo passaggio di un individuo in un certo tempo, in un determinato spazio. Il problema, in questo caso, è la scarsità di fonti. Degli individui semplici si sono imbastite quasi sempre solo le cronache del ristretto gruppo famigliare, che, dimenticate, non lasciano tracce.</p>
<h5>Democrazia biografica</h5>
<p>Ma sembra che i tempi stiano cambiando. Le opportunità sulla rete di lasciare tracce del proprio pensiero e del proprio passaggio sono infinite. I grandi hanno cominciato a dare di sé un&#8217;immagine più umana. Come i sovrani di Norvegia che mostrano le loro vacanze nel canale ufficiale della <a title="Monarchia norvegese" href="http://www.youtube.com/kongehuset" target="_blank">Monarchia norvegese</a> di YouTube. O il principe di Danimarca che come primo link del suo sito vuole la parola “<a title="curriculum" href="http://www.kronprinsparret.dk/3f000c" target="_blank">curriculum</a>” come una lavoratore qualsiasi bisognoso di prestigio professionale. Ma è sopratutto per le persone comuni che si è aperto uno spazio infinito per parlare di sé. Dopo millenni di silenzio anche l&#8217;uomo qualunque può avere il suo palcoscenico dal quale mostrarsi al mondo. E che dice?</p>
<p>Ieri sera Daniele era in birreria. Aveva promesso di mettersi a dieta. Spero per lui non abbia esagerato. L&#8217;altro ieri Daniele è stato al centro commerciale, dalle foto sembra effettivamente dimagrito. La sera stessa era al giapponese. Al ristorante tre volte in una settimana&#8230; Non sono ossessionato della vita privata di Daniele, né di quella di Marco, Francesca o Chiara. Lo è il mio telefono e il mio account di posta elettronica. Come due portinaie dei racconti di Flajano continuano ad avvertirmi dei movimenti dei miei contatti. Uno scenario che Markus Wolf, il defunto  capo esteri della polizia segreta nella DDR avrebbe considerato paradisiaco. Le vite degli altri, insomma.</p>
<p>Siamo circondati da una quantità di applicazioni, cosiddette sociali, che ci aiutano a far diventare la vita privata sempre più trasparente. Ora per mancare un appuntamento non basta mentire dicendo:“sono malato”, bisogna fare attenzione a non lasciare qualche traccia sul web 2.0 che indichi che in quel momento eravamo all&#8217;Acquafan. La vita trasparente prospera sulla promessa di rendersi protagonisti nella vita dei propri contatti sociali. Lanciare continuamente segnali costringe gli altri a tenerci in considerazione, a pensare a noi, a commentare, ad ammirarci, a invidiarci.</p>
<h5>Di tutto, di tutti</h5>
<p>Scrive Martin Amis nel suo autobiografico <a href="http://www.anobii.com/books/Esperienza/9788806157241/01600e6979eb717a7f/">Esperienza</a>: «Viviamo nell&#8217;era della loquacità di massa. Ne scriviamo tutti e ne parliamo in qualche modo: la memoria, l&#8217;apologia, il cv, il cri de coeur». Non solo l&#8217;autobiografismo della gente comune è diventato materia interessante, ma è indispensabile per  rimanere a galla nel turbolento scorrere delle attività sociali in rete. Se non si cinguetta forte e spesso si finisce per essere abbandonati. Una consistente fetta di coloro che galleggiano nel fiume agitato del social content si è resa presto conto di non aver energia sufficiente per non affondare. Se si sale su uno sgabello poi bisogna avere qualche cosa da dire. Una vita comune, una creatività limitata, esperienze non troppo originali lasciano i blog deserti. Per evitare di scomparire ci si rivolge all&#8217;unica avventura che si riesce ad immaginare: la propria esistenza quotidiana spezzata in tanti piccoli episodi, talmente piccoli da risultare misteriosi ed evocativi. La vita banale si tinge di giallo, si ammanta di domande senza risposta e appare più interessante di quanto non lo sia realmente. È il trionfo dello status di Facebook e del tweet.</p>
<p>Un modo di far la cronaca di se stessi che diventa persino ossessiva quando posso piazzarla su una mappa. Paradigmatico il successo di un&#8217;applicazione come <a title="foursquare" href="http://foursquare.com/">Foursquare</a>. Grazie alla geolocalizzazione si rende partecipi in modo preciso della propria posizione sulla faccia della terra. E per rendere questa ansia di presenza ancora più irrinunciabile si compete per decorazioni e cariche politiche discutibili (vanto di essere il sindaco di un Carrefour situato in un quartiere periferico di Istanbul, potete verificare). L&#8217;impulso a estrarre l&#8217;iPhone per gridare “sono qui!” diventa incontenibile.</p>
<h5>Da fuori a dentro</h5>
<p>In un&#8217;epoca nella quale i trasporti, la sicurezza dei viaggi e delle esperienze lontane è alla portata di molti assistiamo a un ripiegamento pubblico su se stessi. Ti racconto di me, di dove mi trovo, di cosa faccio. Il social network ci permette una nuova illusione: i cinque minuti di notorietà preconizzati da Andy Warhol diventano la necessità di essere immortalati nella memoria dei nostri simili tempestandoli dei frammenti di una esistenza a pezzetti. C&#8217;è un bisogno di far parlare di sé, un bisogno costante, minimo ma continuo. Non grandi discorsi che fanno persino paura. Basta anche che un amico schiacci il pulsante <em>I like</em> che arriva una boccata d&#8217;aria. Quasi come le galline degli esperimenti etologici che schiacciano il pulsante per ottenere nutrimento, ci si accontenta di poco.  Viene in mente un azzardo dello storico dell&#8217;arte Argan che affermava che il Barocco fosse nato come reazione al crudo realismo dei morti e dei morenti di Caravaggio. E se il social network prosperasse per la nostra ormai insopportabile idea di scomparire?</p>
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		<title>L&#8217;insostenibile leggerezza del digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 07:05:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[Antoon Van Dyck]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla prima generazione che ha lavorato nella comunicazione digitale stanno spuntando i primi capelli bianchi e ci si comincia a fare domande esistenziali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando, a seguito dell’avanzata americana in Sicilia, il fotografo <a title="Robert Capa" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Capa" target="_self">Robert Capa</a> poté assistere ai disastri della guerra nella piccola roccaforte di Troina ebbe un rimorso di coscienza professionale. «Non aveva molto senso questo combattere, morire, scattare fotografie». Neanche la conferma del tanto desiderato incarico per la prestigiosa rivista Life era riuscito a mitigare la sua tristezza. «Avevo sperato e pregato di ricevere questa notizia per lungo tempo. Ma ora che era arrivata non ero felice». Era il 1943, l’alba del giornalismo-spettacolo, delle immagini pubblicate a poche ore dagli eventi, che avrebbe portato la guerra in diretta, dal Vietnam al Medio Oriente, dal Golfo all’Afghanistan. All’alba di quel mondo (che poi è “questo”) il più grande fotoreporter dell’epoca si pone delle domande alle quali non sa opporre che una amara perplessità. Chi ci faccio io qui, con la macchina fotografica in mano?<span id="more-2670"></span></p>
<h5>Depressi</h5>
<p>Mai come di questi tempi sento i miei colleghi del mondo digitale ripetere domande e affermazioni del tipo: “sono stanco di questo lavoro”, “per quale ragione ci agitiamo tanto se poi quelli  non capiscono?” (quelli sono alternativamente i clienti e gli utenti). In genere queste affermazioni sono il prologo di un discorso più ampio che va a parare sul significato della vita. Insomma, che mestiere è il nostro? Mica siamo medici che salviamo la vita o ingegneri che costruiamo ponti. Perché lo prendiamo tanto a cuore se dai nostri mouse non dipendono vite umane o i destini delle nazioni? Anche un apicultore o un idraulico hanno un posto ben definito in questo organigramma universale. Insomma , nel parcheggio dell’Arca, nessuno di noi avrebbe il coraggio di gridare. “Fatemi salire! Sono un mago del <em>social networking </em>e ho cinquecento <em>follower </em>su Twitter!”. A un muratore basterebbe sventolare la cazzuola per vedersi aprire le porte della salvezza.</p>
<p>C’è un bel po’ di rassegnazione nell’aria, come in un matrimonio che troppo ha lasciato ai meccanismi quotidiani e che ha perso colore e sapore. Ma questa sfiducia non è  soltanto legata alla futilità di quello che stiamo facendo. È frutto di una ben più egoistica  consapevolezza: noi digitali non stiamo lasciando un segno. Una latente consapevolezza nel fatto che quello che si sta facendo con tanta fatica e abnegazione creativa e manageriale vada a finire in un prematuro dimenticatoio ci perseguita. Persino quelli che hanno cominciato dal basso, che hanno affrontato e vinto la scalata verso clienti sempre più grandi e prestigiosi non sono riusciti, tuttavia, a  scrollarsi di dosso la sensazione di indifferenza.</p>
<p>Il fatto è che quelli che fanno il mestiere della comunicazione e in particolare quelli che sgambettano nel brodo digitale vivono una contraddizione. Da una parte sono figli e nipoti di una storia di eternazione: i nostri progenitori cronisti, ritrattisti, pubblicisti e persino architetti e scultori di monumenti hanno lavorato per glorificare, diffondere, ricordare e in qualche caso eternare le glorie del proprio committente. Lo hanno fatto influenzando, piegando, riurbanizzando il mondo contemporaneo a immagine e somiglianza. Hanno aiutato i grandi (e anche i medi e a volte i piccoli) della terra a lasciare un segno più o meno duraturo. In alcuni casi l’opera eternante ha avuto benefici più sull’autore che sul soggetto. Desiderio segreto di ogni creativo. È successo con Nicholas Lanier gentiluomo dimenticato a favore del suo ben più noto ritrattista <a title="Van Dyck" href="http://www.abcgallery.com/V/vandyck/vandyck21.html" target="_blank">Antoon Van Dyck</a>. O il principe Balthasaar Carlos e il pittore Velasquez.</p>
<h5>Memoria collettiva</h5>
<p>Quei volti, le storie, i monumenti funebri, persistono nella memoria collettiva. E qui sta il secondo termine della contraddizione. Noi digitali lavoriamo su un terreno che non è per nulla durevole e alla memoria collettiva non  rimane granché da ricordare. Il mondo virtuale è evanescente e non lascia segni tangibili e come tale questi segni danno l’impressione di essere facilmente eludibili. Di fronte a degli obbrobii monumentali o al cenacolo di Leonardo che perde lucentezza non sembra poter essere scampo dal prendere posizione. Mentre ciò che accade nel mondo digitale è sempre un po’ più traballante, passeggero. Basta aspettare un po’, far finta di niente  e tutto passa. E scompare. Per questa ragione quasi nessuno si  preoccupa del decadimento e della scomparsa delle realizzazioni digitali. E come creativi e strateghi occidentali questo è frustrante. Non è nostra la cultura che, come quella tibetana, disegna nella sabbia per poi subito distruggere e dimenticare. Noi siamo gente del marmo, della stampa, delle torri d’acciaio e cemento armato. Restare con un pugno di mosche dopo un incauto reset è brutalmente frustrante.</p>
<p>Qualche tempo fa ci ha provato una costola di Amazon, <a title="alexa" href="http://www.alexa.com/" target="_blank">Alexa</a> a ricordare qualche cosa. Lo ha fatto con la <a title="wayback" href="http://www.archive.org/web/web.php" target="_blank">Wayback Machine</a> raccogliendo la memoria dei siti realizzati dalla fine degli anni novanta catturandone istantanee casuali. E così si può andare a vedere com’era il sito <a title="wayback" href="http://web.archive.org/web/19970715124703/http://www.apple.com/" target="_blank">Apple il 15 luglio 1997</a>o quello di <a title="wayback" href="http://web.archive.org/web/19980711005941/www.bbc.co.uk/home/today/index.shtml" target="_blank">BBC l’11 luglio 1998</a>. Ma per lo più è come guardare l’album di quando avevamo scoperto la Polaroid e tediavamo la famiglia con ritratti men che casuali. Niente di cui andare particolarmente fieri. Manca l’essenza di quel che facciamo: l’interazione. Quella è andata perduta per sempre.</p>
<p>Dobbiamo convivere con la certezza che anche quando abbiamo la fortuna di tirar su un piccolo capolavoro di comunicazione, ci è negata la possibilità di potercene vantare con i posteri (o anche solo con quelli che conosceremo dopo qualche settimana). E così le mie figlie avranno un compagno di scuola figlio di architetto che potrà indicare un casermone pavesato di biancheria al sole e dire “quello l’ha fatto papà”, mentre loro, le mie eredi, tenteranno ancora una volta di spiegare con iperboli, metafore ed esempi che cosa ha fatto il papà negli ultimi quindici anni. Tutta roba fatta della sostanza dei sogni che si è sciolta per sempre nel cosmo.</p>
<h5>Fare i conti</h5>
<p>Ecco perché la prima generazione dei creativi digitali, quelli che hanno lottato contro l’indifferenza, la diffidenza e una tecnologia approssimativa cominciano a fare i conti con la propria esistenza. Non siamo più giovani scapestrati con magliette <em>No Future</em>. Sfoggiamo ciuffetti di capelli bianchi e ci troviamo a parlare di figli da portare a scuola. Qualcuno è già anche morto. Prematuramente, certo. Ma intanto&#8230; E così, scrivendo questo articolo di fronte alla porta di una sala parto in attesa di conoscere due nuove bambine corredate con un metà dei miei geni, mi viene da pensare che con sto benedetto lavoro non sto lasciano nulla di biecamente concreto di cui andare fiero. E comincio a capire gli sfiduciati. E persino quelli che insistono a convincermi che stiamo lavorando dentro un premio Nobel, Internet. Così, tanto per poter dire un giorno, a quelle ragazze, “sapete una volta papà ha vinto un premio, ma mica uno qualunque&#8230;”.</p>
<p>Robert Capa alla fine non ha risolto il suo dilemma e ha continuato a fare foto. Dopo Troina si è lanciato con i paracadutisti, ha partecipato allo sbarco a Salerno e si è infilato nella prima ondata dell’assalto al Omaha Beach, Normandia, durante il <a title="DDay" href="http://it.wikipedia.org/wiki/D-Day" target="_blank">D-Day</a>. Ha continuato così a scattare foto pensando che forse quel che facciamo è più leggero della realtà, più inconsistente di tanta materia ma che forse un po’ di senso ce l’ha. E mi piace pensare che se Robert Capa non fosse stato ucciso da una mina in Indocina avrebbe continuato a rischiare la sua vita per scattare fotografie. Perciò anche noi, gente digitale, possiamo continuare ad alzarci la mattina a pensare a qualche altra diavoleria che vivrà lo spazio di un mattino e verrà dimenticata senza lasciar tracce. Qualcosa, a qualche parte sono sicuro resterà comunque.</p>
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		<title>Personaggi dalla carta al web, in cerca di dialoghi</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 07:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[digital storyteller]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Jon Favreau]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>

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		<description><![CDATA[Nuovi scenari si presentano nella nobile arte dello scrittore, grazie al web. Purché non si abbia paura di fare un po' di conversazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da grande avrei voluto fare lo scrittore. Ero affascinato da un ritratto di Rudyard Kipling, chino su un foglio di carta, la penna in mano, le dita dell&#8217;altra mano che sfiorano appena le labbra per arginare un improvviso stupore. Avrei voluto scrivere storie come <em>L&#8217;uomo che volle farsi re</em> o i <em>Pirati della Malesia</em>, perché a noi torinesi a volte ci prende una voglia di altrove che solo le storie sembrano saziare.<span id="more-2564"></span> Il primo libro che ho comprato con i miei soldi: <em>Memorie dal sottosuolo</em>. Dostoevskij, mica <a href="http://www.louislamour.com/">Louis L&#8217;Amour</a>. Avrei voluto essere uno scrittore serio, uno di quelli che cambiano l&#8217;esistenza, che aprono scenari, testimoni del proprio tempo. Quelli che ti porti dietro tutta la vita. Quelli che quando ti chiedono dell&#8217;isola deserta e della sola cosa da portare non hai esitazione. <em>Il giovane Holden</em>, Infelicità <em>senza desideri</em>, <em>Moby Dick</em>, <em>Giobbe</em>, <em>Nel paese delle ultime cose</em>.</p>
<p>Mi sarebbe tanto piaciuto vivere il corollario dell&#8217;essere scrittore. Avrei voluto barricare la mia casa di ponderosi volumi, hardcover, paperback, dare interviste, pontificare sulla guerra in Medio Oriente, sulla questione delle barriere doganali, l&#8217;influenza suina, la musica house. E poi dare consigli a giovani autori, godermi un po&#8217; di ammirazione e dediche sui frontespizi dei freschi di stampa. E invece per mancanza di talento, di fortuna, di amicizie giuste e per la necessità di impegnare la gran parte del mio tempo a portare a casa la minestra questo desiderio è rimasto incastonato al fondo della lista dei <em>To Do (One Day)</em>. Continuo a inzeppare taccuini  di scrittura fitta e ispirata che rimarrà pubblicata in quell&#8217;unica copia.</p>
<p>Intanto ho scoperto un territorio piuttosto nuovo, ancor più ignobile della scrittura di genere, più basso della poesia delle cartine dei Baci Perugina. Faccio il <em>digital storyteller</em> per ragioni di marketing. Creo personaggi che vivono sulla rete, racconto storie per coinvolgere lettori che grazie a un abile gioco di gambe e un dribbling semantico-commerciale dovrebbero diventare consumatori. Quelli di cui scrivo sono personaggi che vivono soprattutto sui social network. Creo conversazioni con la finzione, sfrutto nella maniera più onesta possibile quella che il poeta inglese <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Samuel_Taylor_Coleridge">Coleridge</a> chiamava la momentanea sospensione dell&#8217;incredulità. Sono un cane, un adolescente innamorato, una donna precipitata dal futuro: vuoi far due chiacchiere con me?</p>
<h5>Narrazioni parallele</h5>
<p>Il paradosso è che questo tipo di narrazione funziona molto bene nella promozione dei libri. Prima ancora che il romanzo esca nelle librerie uno o più personaggi cominciano a far capolino su Facebook o in un blog e cominciano a lanciare segnali. Sia chiaro, non sono anticipazioni da ufficio stampa. Sono vere e proprie narrazioni parallele, incentrate soprattutto sul dialogo. Un dialogo che contempla, da una parte uno dei personaggi del libro in questione, dall&#8217;altra i navigatori. Un po&#8217; come le cene con delitto, nelle quali tra una portata e l&#8217;altra attori mescolati tra il pubblico coinvolgono in una indagine di vago sapore simenoniano. Attraverso l&#8217;interazione con i potenziali lettori l&#8217;esperienza narrativa si amplifica, la conversazione si potenzia. Se è vero che la lettura di un libro è un&#8217;esperienza tra le più solitarie, è anche vero che l&#8217;emozione che provoca è tra le più condivisibili.</p>
<p>È bello parlare di libri, scambiarsi opinioni. I più evoluti confezionano recensioni e persino riscritture. Questo tipo di approccio funziona anche con altri prodotti, non solo con i libri. Purché il protagonista sia disposto ad ascoltare e ad adattarsi. Per favorire il dialogo si deve fare leggero, quasi impalpabile. Si limita a gettare qualche segnale e ad aspettare che qualcuno risponda, reagisca. È un po&#8217; come trasformarsi in Godot. Non sei presente e tuttavia sei protagonista delle conversazioni. Nelle prima pagina del suo manuale per scrittori Vincenzo Cerami suggerisce come sia l&#8217;evocazione l&#8217;arma più forte. Non dire, lascia immaginare, lascia che siano i tuoi lettori a completare la storia.</p>
<h5>Riproduzione e sacralità</h5>
<p>Lo aveva detto Walter Benjamin: se grazie alla riproducibilità tecnica, alle opere d&#8217;arte levi quell&#8217;aura di sacralità che le circonda, capita che la gente voglia metterci le mani. E come la riproduzione inkjet del Ratto delle Sabine di Rubens può finire nella cabina di un camion accanto al calendario delle carburatoriste (altrettanto rosee e polpose) lo stesso può accadere con la letteratura. E la letteratura si è confrontata con la sua riproducibilità tecnica ben prima dell&#8217;arte figurativa. Fin da quando <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Aldo_Manuzio">Aldo Manunzio</a>, tipografo in Venezia a cavallo tra il XV e il XVI secolo, con le sue Aldine aveva dato il via ai libri tascabili. Così i lettori hanno cominciato a leggere in viaggio, sulla spiaggia, sull&#8217;autobus, lasciandosi distrarre, immaginando, piegando le orecchie delle pagine per tenere il segno, segnando sui margini bianchi le note, sottolineando le frasi più toccanti che spesso vengono riprodotte sui diari e negli status di Facebook. Su Facebook la narrativa ha trovato un campo di gioco che coinvolge e diverte.</p>
<p>La narrativa che prevede interazione ha molti punti in comune con il lavoro del ghost writer politico. Dell&#8217;ormai mitico <a href="http://www.newsweek.com/id/84756">Jon Favreau</a> (classe 1981), capo speechwriter della Casa Bianca, Obama dice che è un “mind reader”. Insomma la sua miglior qualità è quella di calarsi nei panni del suo personaggio. La qualità di ogni buon scrittore di fiction. Dunque un personaggio è un personaggio, poco importa se si chiami David Copperfield o se sia un giovane avvocato afroamericano che ha avuto la ventura di essere il primo presidente di colore degli Stati Uniti. Per davvero. Lo scenario è pirandelliano: i personaggi (e dunque la narrazione) escono dal quello che avevamo considerato il loro contenitore naturale e scendono per strada, parlano alla gente e alla gente rispondono. Non sono più fissati, eternamente, dall&#8217;inchiostro sulla carta. Diventano sensibili. Si modificano, crescono, reagiscono, pur cercando di mantenere una certa coerenza. La coerenza è la chiave di volta.</p>
<h5>Interazione</h5>
<p>Nella creazione di personaggi interattivi definire gli elementi che li rendono coerenti agli occhi degli “utenti” è più importante che per i personaggi della letteratura. Non si sa mai in quali direzioni l&#8217;interazione con gli utenti possa portare. È dunque necessario indossare un vestito sempre ben visibile e riconoscibile. Perché alla fine le fila della linea narrativa sta nelle mani degli stessi lettori. Non più passivi contemplatori dell&#8217;arte ipnotica del narratore ma attivi, pasticcioni, creativi e vitali. Certo per i puristi della letteratura questo discorso avrà fatto accapponare la pelle e da qualche parte si levano volute di fumo che preannunciano la preparazione di roghi. Finora il gioco ha coinvolto la letteratura dei bestseller da una stagione. Ma la tentazione di far due chiacchiere <em>chez Swan</em> è forte. Basterebbe trovare un produttore di <em><a href="http://ricette.giallozafferano.it/Madeleine.html">madeleine</a> </em> abbastanza illuminato&#8230;</p>
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		<title>Dio salvi il Principe e anche un po&#8217; la tv</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La televisione generalista tenta il suicidio. Ma il piccolo schermo è poi davvero così male?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le avvisaglie dei primi disordini si erano avvertite già qualche giorno prima. Mugugni, qualche dichiarazione appena sopra le righe, commenti a volte taglienti ma niente di davvero grave. Tuttavia la sensazione era di una preoccupante tensione che montava. Poi, pochi minuti prima della mezzanotte del 20 febbraio, è scoppiato un vero e proprio ammutinamento. La protesta è cresciuta fino a diventare guerriglia. Gli orchestrali, appallottolati gli spartiti di canzoni come <em>Malamorenò</em> e <em>Italia amore mio</em> hanno aggredito il palco del Teatro Ariston di Sanremo (Imperia) tra lo <a title="sanremo" href="http://www.youtube.com/watch?v=z_-qUA0vnMY" target="_blank">sgomento </a>del polposo comandante in capo, la signora Antonella Clerici. Causa della protesta la squalifica di artisti come Malika Ayane e Simone Cristicchi (autore del brillante refrain <em>sarkonò, sarkosì</em>).<span id="more-2191"></span></p>
<p>Per alcuni lettori la comprensione della drammatica cronaca potrà risultare ostica essendo immuni al fascino del <a title="sanremo" href="http://www.sanremo.rai.it/dl/portali/site/page/Page-3310708c-46df-4d14-8c93-b97706e287f4.html" target="_blank">Festival della Canzone Italiana</a>. La difficoltà è data dal fatto che in quel momento stavano facendo altro. Chi raschiava da Facebook un&#8217;altra manciata di fan o amici, chi aggiornava il proprio profilo Twitter o i post del proprio blog, chi spazzolava gli Rss non ancora letti o si godeva la prima e la seconda puntata della nuova serie di <a title="lost" href="http://fox.foxtv.it/lost?gclid=CMCQ9an_g6ACFdUf3wodRGIvjw" target="_blank">Lost</a>, in lingua originale, nel suo personalissimo cinema Vlc. O semplicemente faceva zapping nel &#8221;bouquet&#8221; Sky, Mediaset Premium o nell&#8217;ampia offerta del digitale terrestre. O, naturalmente, si appisolavano in compagnia del proverbiale buon libro. Insomma, noi non c&#8217;eravamo.</p>
<h5>Aggregatore di massa</h5>
<p>Sanremo insieme alle partite della nazionale di calcio è considerato l&#8217;ultimo aggregatore sociale di massa del nostro paese. Per aggregatore sociale intendo quell&#8217;evento periodico e non inaspettato che, soprattutto il giorno dopo, riempie la giornata di disquisizioni, pensieri e cosmogonie con le quali ci si confronta con i colleghi di lavoro, gli amici, la famiglia. Nel quotidiano lavoro di ridefinizione del nostro posto in questa esistenza abbiamo bisogno di unità di misura, metri di paragone. Abbiamo bisogno di idee comuni sulle quali confrontarci, includerci ed escluderci, dichiararci d&#8217;accordo o contrari.</p>
<p>Per una cinquantina d&#8217;anni la televisione (quella di massa, quella broadcast, la nazional-popolare) ha svolto egregiamente questo compito. Intere generazioni si sono confrontate con la Freccia Nera o Furia cavallo del west, hanno forgiato, riconosciuto, ripensato al propria &#8221;Weltanschauung&#8221; sul paninaro di Enzo Braschi, il giubbotto di Fonzie, i seni di Carmen Russo, il pozzo di Vermicino, le sigle di Mal dei Primitives, lo Zecchino d&#8217;Oro, il telegiornale delle otto. Persino chi rifiuta con sprezzo la televisione è definito (in parte, naturalmente) dal suo rapporto con essa. Gli autoesiliati dal piccolo schermo si vantano di esserne sprovvisti citando con impressionante precisione la data dalla quale hanno cominciato a privarsene. Proprio come gli ex alcoolisti.</p>
<h5>L&#8217;inizio della fine</h5>
<p>Siamo all&#8217;inizio della fine di quel mondo. La mattina dopo, in ufficio, è molto probabile che le discussioni siano troncate di frequente da “non l&#8217;ho visto”, “quella serie non la seguo”, “non l&#8217;ho ancora scaricato”, “ma tu lo segui in inglese?”. Ora per ogni discussione è necessario prima di tutto definire il contesto, assicurarsi che il nostro interlocutore abbia visto lo stesso nostro intrattenimento per poter intavolare un confronto che duri più di due frasi. L&#8217;offerta è ormai talmente alta che gli estimatori che hanno visto la stessa puntata della stessa stagione di Lost si riconoscono come gli appartenenti a una comunità sotterranea e ristretta. Tranne che poi bisogna interrompere il gioioso incontro per via del collega che sta ad una puntata di distanza e che non vuole sentire anticipazioni. La tv generalista invece la guardavano più o meno tutti e Mike Bongiorno, Canzonissima, Giochi Senza Frontiere erano il retaggio comune.</p>
<p>Ci si rende conto di un certo valore del conformismo proprio quando sta per terminare. Quegli elementi di cultura comune che ci rendono simili e dunque confrontabili. Il conformismo ci aiuta a definirci, per similitudine o per differenza. Il valore sta proprio nel fatto che questi elementi fanno parte di noi nostro malgrado. Non li abbiamo scelti. E di essere condivisi anche con chi è molto diverso da noi. È una cultura che ci viene imposta come il battesimo, l&#8217;impronta genetica, la patria o i genitori che ci si ritrova. Una eredità con la quale fare i conti a volte in modo conflittuale. Esistiamo anche perché condividiamo cose che non amiamo, cose che non possiamo scegliere, e perché ci confrontiamo con quelli che riteniamo abbiano torto, che poco si sopportano, con i quali è difficile comunicare.</p>
<h5>Come isole</h5>
<p>Se non condividiamo più niente con chi ci è lontano allora il rischio è quello di cancellare tutte le opportunità di contatto. Chiusi nel nostro personale stream di Torrent o nel selezionatissimo flusso di RSS si parla solo più con i propri simili. E in questi casi, si sa, si finisce per darsi sempre ragione. Se il poeta inglese rinascimentale John Donne scriveva “Nessun uomo è un&#8217;isola, intero in se stesso” forse dovremo cominciare a pensare di vivere come isole.</p>
<p>La rete che ci ha permesso di ampliare gli orizzonti sta anche sfaldando i banali elementi comuni. L&#8217;infinita offerta di intrattenimento e di cultura ci sta sezionando in fettine sempre più piccole di popolazione sparsa. E le persone con le quali già avevamo poco a che spartire stanno scomparendo nel segreto dei loro appartamenti. È una sorta di digital divide trasversale per cui la tecnologia non è solo causa della divisione ma anche effetto. E così i residui di quella che era stata la civiltà dell&#8217;intrattenimento, che aveva contribuito a costruire la nostra cultura comune, devono gridare sempre più forte per farsi sentire, per emergere dall&#8217;infinito ronzio degli infiniti canali di offerta culturale.</p>
<h5>Elemosinando attenzione</h5>
<p>Una spettacolarizzazione sempre più spinta che cerca di racimolare attenzione. E quella che era stata una onesta e autorevole gara canora del paese del bel canto si è trasformata poco a poco in un evento, una sorta di rappresentazione con principe, patria e famiglia che si agitano sul palco della canzonetta. Stesso destino del Grande Fratello che, esaurita la sua funzione di gioco a premi, si autopromuove infilando nel recinto ogni sorta di variazione sessuale per titillare con un po&#8217; di scandalo il nostro cattolicissimo paese. Solo perché all&#8217;indomani qualcuno spenda due parole con il vicino chiedendosi con accorata angoscia: che faccia avrà il trans della Casa?</p>
<p>Sabato notte l&#8217;ultimo baluardo dell&#8217;audience (se si esclude l&#8217;immortale calcio) tenta persino il suicidio in diretta pur di far parlare di sé nella speranza ormai vana di continuare a essere la colla che sta sotto a questo puzzle complicato che è la nostra esistenza contemporanea. Mentre noi, ognuno nella propria isola, ascoltava da lontano quei flebili rumori di guerra aspettando che prima o poi qualcuno che non conosciamo ne pubblicasse un pezzetto su YouTube.</p>
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		<title>Un regalo per le Feste: del tempo da perdere</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Dec 2009 07:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quindici siti per perdere qualche minuto negli angoli più inconsueti e inutili del web, senza la pressione dell'orologio e senza l'urgenza di trovarci dentro utilità a tutti i costi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È tempo di regali. Secondo il tradizionale adagio, per le feste di fine anno dovremmo essere tutti più buoni. E perchè non cominciare proprio da noi stessi? Facendoci un regalo, tra i più preziosi per tutti coloro che hanno percorso tutta la stagione alla massima velocità a causa del lavoro, della famiglia, degli impegni, della ricerca di nuove opportunità, nello studio. Un regalo dedicato alle nottate insonni per colpa dei pensieri o di cuccioli umani affamati, alle attese alle stazioni, agli aereoporti, tormentati dalle musichette dei call center, al rimbalzare da una responsabilità all&#8217;altra, alle molteplici forme della burocrazia. Un regalo dedicato all&#8217;efficienza. Alla produttività. Questo regalo non è altro che la più sana, ineffabile, invincibile tra le attività umana: la perdita di tempo.<span id="more-1740"></span></p>
<p>Internet ci offre numerosissimi strumenti che perseguono con la massima efficienza questo scopo. Il mondo, insomma è pieno di “intrattenitori” nel senso più stretto del termine, gente cioè che intrappola la nostra attenzione e la tiene stretta per qualche secondo o qualche minuto, distraendoci da tutto il resto, buono o cattivo che sia. A volte l&#8217;intrattenimento tenta di insegnarci qualcosa, di farci scorpire nuovi punti di vista o modi di pensare. Ma siamo alla fine dell&#8217;anno, quel che stato è stato, ci meritiamo un pochino di inutilità o no? Ecco qui alcuni suggerimenti per allentare le redini della razionalità e dar un po&#8217; di pace al cervello.</p>
<p>C&#8217;è un che di trascendente nell&#8217;aspetto meditativo di <a title="cheddarvision" href="http://cheddarvision.tv/" target="_blank">Cheddarvision</a>. Il sito ufficiale dei West Country Farmhouse Cheesemakers si apre su una webcam fissa sul lento (12 mesi) periodo di invecchiamento delle forme del Cheddar, il formaggio giallo originario dall&#8217;omonimo villaggio del Somerset britannico. Un timer sottolinea il passare del tempo (fino ai millisecondi) mentre la spessa crosta delle forme nasconde il prodigioso maturare del prezioso prodotto.</p>
<p>Immagino si possa definire un artista Paul Neave il cui <a title="neave" href="http://www.neave.com/television/">Neave Television</a> ci fa fare un salto nel passato. All&#8217;alba di una delle più perfette forme di perdita di tempo: lo zapping televisivo. Tutto qui.</p>
<p>Le domande oziose, che passione! Se doveste vivere su un&#8217;isola deserta cosa vi portereste? La tua canzone di sempre? Prima o poi tutti ci sono cascati a pensare ad una risposta plausibile. Ma scommetto che pochi di noi avranno provato a rispondere alla domanda: che sapore avrei per un cannibale?  <a href="http://www.recipestar.com/quizzes/view/cannibal-taste">Questo test</a> vi offre una risposta. (Per la cronaca il mio sapore sarebbe “tofu alla griglia”. Credetemi sulla parola.)</p>
<p>Gli esperti di street style sono ormai una realtà. Lontani dalle luci delle passerelle della haute couture se ne vanno in giro per il mondo alla ricerca delle tendenze per le strade delle città. Tra i più celebri <a title="sartorialist" href="http://thesartorialist.blogspot.com/">The Sartorialist</a> e l&#8217;italico-svedese <a title="fashionist" href="http://www.thefashionist.se/" target="_blank">The Fashionist</a>. Quello che invece segnalerei per questo articolo è <a title="poorly dressed" href="http://poorlydressed.com/" target="_blank">Poorly Dressed</a>, il peggio del peggio dello stile catturato per strada. Ma prima di scoppiare a ridere date un&#8217;occhiata alle vostre foto negli anni ottanta.</p>
<p>Alla fine dell&#8217;anno qualche soddisfazione ce la si può concedere. Un bell&#8217;atto liberatorio che mandi a quel paese i faticosi ragionamenti, i contorti compromessi con una semplice frase buona per chiudere tutte le discussioni. <a title="grazie" href="http://www.graziearcazzo.com/" target="_blank">Graziearcazzo.com</a> è la soluzione. Basato sulla semplice tecnologia random che aveva fatto la fortuna di <a title="unkno" href="http://www.unkno.com/" target="_blank">Unnecessary Knowledge</a> il sito vi serve sun un piatto d&#8217;argento una sentenza talmente ovvia che non gli si potrà rispondere che con il titolo del sito stesso. Un esempio? «Venerdì al lavoro sarebbe meglio fare la mezza giornata», oppure «Su Twitter non riesco a scrivere cose lunghe». Che cosa vi viene da rispondere?</p>
<p>Fine d&#8217;anno significa anche buoni propositi. Ad esempio un mio grande rimpianto è non aver tratto pressoché nulla da diversi anni di scuola di pianoforte. Ma incominicare adesso, fare l&#8217;investimento di comprare strumenti che magari entro febbraio rientrano nella categoria degli acquisti dimenticati&#8230; meglio affrontare con profitto un bel corso di <a title="air guitar" href="http://www.mirrorimage.com/air/index.html" target="_blank">Air guitar</a> con R. “Bud” Philson. L&#8217;air banding è quella forma di creatività che spinge la gente a simulare di suonare uno strumento. Arte immortalata in una celebre scena della serie <a title="scrubs" href="http://www.youtube.com/watch?v=SbEXF5ozxfE" target="_blank">Scrubs</a>. Il risultato non è garantito perché questo inutile corso si perde a pagina tre. Ma con un po&#8217; di buona volontà il corso potrà bastare per mettervi sulla strada di molti campionati di <a title="air guitar" href="http://www.ukairguitar.com/" target="_blank">Air Guitar</a>.</p>
<p>La dolcezza, durante le feste non è solo quella riferita al carattere ma anche a quella del cibo. Un grave attentato alla forma conquistata a forza di problemi, panini mangiati a metà, pasti saltati. Ebbene forse sarebbe il caso di prendere ispirazione da <a title="weird cakes" href="http://www.weirdcakes.blogspot.com/" target="_blank">Weird Cakes</a> una collezione dei dolci meno invitanti della storia della cucina. Simile è la raccolta di <a title="awkward family" href="http://awkwardfamilyphotos.com/" target="_blank">Awkward Family Photos</a>: se verrete male nelle foto dopo il cenone, non vi preoccupate, c&#8217;è chi sta peggio.</p>
<p>Vi manca tanto l&#8217;ufficio? I suoi ritmi, gli odori, quei gesti semplici e familiari che hanno tanto riempito la vostra vita negli ultimi mesi? Provate a lenire la nostalgia giocando con la vostra pinzatrice del cuore su <a title="visual stapler" href="http://www.virtualstapler.com/" target="_blank">Visual Stapler</a> la «rivoluzionaria simulazione on line di pinzatrici».</p>
<p>Un po&#8217; più di tempo libero permette anche di sistemare alcune faccende familiari. Vi siete mai chiesti come mai il vostro gatto vi fissi? O perché butta fuori la sabbietta dal contenitore? Forse sta pianificando il vostro assassinio. Approfittate di qualche giorno di vacanza per tenerlo d&#8217;occhio grazie a questo manuale salvavita: <a title="cats" href="http://www.catswhothrowupgrass.com/kill.php" target="_blank">Cats who throw up grass</a>.</p>
<p>E per finire un sito che non impilerei nella categoria degli inutili. Anzi, la sua rilevanza sociale è evidente. Si chiama <a title="umarells" href="http://umarells.splinder.com/" target="_blank">Umarells</a>. Secondo le informazioni diffuse dallo stesso sito Umarell è la definizione dialettale (emiliano-romagnola) per definire quella specialissima categoria di anziani il cui compito storico è quello di osservare e borbottare. Gli Umarell si attaccano a qualunque lavoro stradale, a qualunque attività umana e svolgono la loro funzione di critici, a volte solo con uno sguardo colpevolizzante: operai! State scrivendo la storia, ma noi siamo qui a vegliare sulla vostra sintassi!. Umarell è una raccolta di questi giudici inflessibili e delle loro molteplici vesti.</p>
<p>Qui finisce la collezione di perdite di tempo. Un&#8217;oretta è volata via nel più assoluto nulla. Rimane forse uno strano sapore, la convinzione di essere l&#8217;unico essere umano finito su un pianeta di alieni completamente rincitrulliti. Gente che si diletta nel più supremo nonsense, il nulla quasi del tutto totale, una fuga in avanti verso la nebbia più fitta del pensiero. Eppure sono anche quelle idee. Strambe, raffazzonate, incredibili. Come quella di passare un sacco di ore della giornata di fronte all&#8217;album dei compagni di scuola (quello che gli americani chiamano face book) a farsi gli affari degli altri e a far sapere a tutti le nostre cose più intime quali: ho appena letto un articolo che diceva: “è tempo di regali&#8230;”.</p>
<p>(Buone Feste a tutti. E grazie ad Alberto e Nic per l&#8217;aiuto nella fondamentale ricerca.)</p>
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		<title>Confessione di un terrorista (virtuale)</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 07:45:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando i tempi si fanno cupi anche i giochi più innocenti che si fanno tra gli amici dei social network diventano pesanti. E tutto comincia a odorare di piombo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Confesso. Ho lanciato addosso al collega di Apogeonline <a title="venturini" href="http://robertoventurini.blogspot.com/">Roberto Venturini</a> un modellino del Duomo. E in un impeto incontrollabile di violenza ne ho lanciato uno anche al nostro coordinatore editoriale <a title="maistrello" href="http://www.sergiomaistrello.it/">Sergio Maistrello</a> e a un certo altro numero di persone. Nella mia somma vigliaccheria non ho atteso di vedere se il proiettile avesse centrato l&#8217;obiettivo e neppure se qualcuno sanguinasse. Del resto la scorta di modellini del Duomo che ho lanciato non erano che proiettili virtuali. Ho aderito a una malefica applicazione su Facebook come si aderisce a un gruppo di fiancheggiatori del terrorismo e ho cominciato a mietere vittime. Ma sono un pessimo terrorista e dopo qualche lancio mi sono spaventato e ho abbandonato la lotta. Ora confesso. Ma non mi dissocio.<span id="more-1667"></span></p>
<h5>Dalla parte del torto</h5>
<p>Non mi sono mai iscritto a gruppi inneggianti a una qualsiasi forma di violenza. Mi sento schierato, a volte più per un fattore genetico che per una reale convinzione. Ma, credo, da qualche parte bisogna pur stare. A volte mi riconosco in quella bellissima frase di Brecht che dice: «Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati». Adoro quel profumo di autoironia che sprigiona. Credo nel dialogo e in un certo modo di fare politica.  Anche se dall&#8217;altra parte non sempre ho sempre ricevuto la stessa cortesia. Il presidente del consiglio mi ha chiamato «coglione»; il ministro Brunetta, augurandosi che andassi a «morire ammazzato», mi ha definito «pezzo di merda». Cioè non proprio a me personalmente. Non li ho incontrati per strada, non gli ho fregato il parcheggio e neanche la fidanzata. Si riferivano piuttosto ad un&#8217;area di simpatie, a una appartenenza, a un gruppo. Una sorta di nome collettivo. E allora confesso che mi fa ridere quando chiamano Brunetta «diversamente alto» anche se è un&#8217;offesa a tutti coloro che sono lontani dall&#8217;altezza media. Ma chi l&#8217;ha detto che l&#8217;altezza fisica sia un tratto di eccellenza? Del resto molti grandi uomini non erano alti. Hitler, Stalin, Charles Manson&#8230; Ok, confesso, ho fatto l&#8217;esempio sbagliato. Era ironia.</p>
<p>Ho insegnato a mia figlia che non si dicono le <a title="parolacce" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Parolacce">parolacce</a>. Anche se qualcuna mi scappa. E lei mi rimprovera. Le ho insegnato che le parolacce non sono “cattive” in sé. Anzi che alcune, ad esempio “minchione” sono persino un retaggio culturale, una tradizione anche letteraria (parola usata da Verga). Le parolacce non vanno bene perché sono una inutile semplificazione. Se qualcuno ti fa un torto e gli dici “stronzo” non risolvi un bel niente. Magari è meglio confezionare una frase un po&#8217; più lunga, affrontare la fatica di una conversazione e magari alla fine una soluzione più soddisfacente si trova. E poi, se una ogni tanto scappa, pazienza non sarà questo che chiuderà le porte al paradiso. È solo una parola.</p>
<h5>Conflitti e sfumature</h5>
<p>Eppure quando ho scagliato quel piccolo Duomo virtuale in quel campo di giochi che è Facebook mi sono sentito improvvisamente in colpa. Non era più uno di quegli scherzetti che si fanno con coloro che si considerano amici. Quelle cose di cui poi si ride insieme. Ho cominciato a pensare. Mi  avrà visto qualcuno? Qualcuno mi starà imitando? I poveri Roberto e Sergio sono brava gente, gente con famiglia, e ora rischieranno la lapidazione con un minuscolo capolavoro gotico (genere che notoriamente amava le punte). Non è più uno scherzo.</p>
<p>Sta diventando tutto maledettamente importante. Tutto è vitale o mortale. Buonissimo o cattivissimo. Eppure da quando ho scoperto tutta quella gente sulla rete, nei forum, nei blog e anche su Facebook e Twitter mi aveva preso una sensazione di condivisione, di umanità che prima mi era stato difficile di provare. Prima c&#8217;erano i giornali e i libri che ti raccontavano le cose da un certo punto di vista. Era un po&#8217; come succede ancora adesso nelle manifestazioni. Un milione secondo gli organizzatori, cinquantamila secondo la questura. Insomma informazione sempre e solo di parte. Sempre in contrasto. A volte in conflitto. Ma con internet le cose sono cambiate. Le posizioni sono (o avrebbero potuto esser) così tante che alla fine la verità risulta, finalmente, come una sana sfumatura.</p>
<p>E poi arriva <a title="gilioli" href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/12/15/%C2%ABvicino-ad-ambienti-del-social-network%C2%BB/">Bruno Vespa</a> riesce a dire che l&#8217;attentatore del premier è «vicino agli ambienti del social network» come se le cose fossero rimaste a prima del Muro di Berlino. Lo stesso linguaggio, la stessa maniera di impacchettare, di disegnare confini. Come se il social network fosse un partito da prendere assolutamente sul serio. Come quando Adinolfi, Grillo, il No-B day  fecero intendere di esserne dei legali rappresentanti. E io che credevo che tutti insieme, finalmente, si potesse provare a discutere senza alzare la voce e allegramente, con la massima serietà affrontare i problemi più profondi. E magari, dopo aver parlato di tutto, prenderci una pausa, una sana risata che disarma qualunque incubo. E invece. Nessuna risata potrà più seppellire niente. Eccomi qui a confessare.</p>
<h5>Il privilegio delle stupidaggini</h5>
<p>Confesso una piccola stupidaggine. Rivendico il privilegio di fare stupidaggini, ogni tanto. Ma non quelle inconsapevoli, innocenti, date dalla sbadataggine, dalla stanchezza, delle quali poi ci si vergogna e si cerca di porre rimedio chiedendo scusa. Parlo di quelle stupidaggini fatte nel pieno delle proprie facoltà mentali, quegli afflati di gioia infantile nel combinare un piccolo guaio. E ora sono qui non tanto per chiedere scusa a Roberto o a Sergio, ma per esortare tutti i malintenzionati a desistere dall&#8217;imitare il mio gesto violento nei loro confronti. Ragazzi, si scherzava.</p>
<p>Già perché è necessario ribadirlo. I dibattiti di questi giorni sulla pericolosità di certe attività sulla rete, di certe apologie dei più svariati reati ha cominciato a preoccuparmi. Ho cominciato a chiedermi se vi siano certi giochi siano davvero pericolosi. Robetta che un po&#8217; alla volta contribuisce a scaldare l&#8217;ambiente fino a provocare un vero incendio, a partire dalla combustione delle teste più calde. Oppure ci stiamo scaldando per nulla, come quelle discussioni insulse per il parcheggio o per uno sgarbo al semaforo che poco alla volta dimenticano l&#8217;origine e diventano una escalation di insulti, gesti virili e cretinate.</p>
<p>Mi è avanzato ancora qualche piccolo Duomo di pixel. Se qualcuno mi da il permesso di lanciarglielo addosso, prometto che faccio piano. Ma non sarà la stessa cosa.</p>
<p>PS. Immagino che per la quantità di male parole contenute, questo articolo avrà, nella storia di Apogeonline, lo stesso posto che l&#8217;<a title="avvelenata" href="http://www.testimania.com/testi/testi_francesco_guccini_1655/testi_via_paolo_fabbri_43_3599/testo_lavvelenata_42617.html">Avvelenata</a> di Francesco Guccini ebbe nella storia della canzone italiana.</p>
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		<title>Sono morto, ma non per sempre</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Dec 2009 07:45:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Livio Milanesio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Asheron's Call 2]]></category>
		<category><![CDATA[Associated Press]]></category>
		<category><![CDATA[Avatar]]></category>
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		<description><![CDATA[Grazie alle personalità virtuali alle quali diamo vita in rete possiamo sperimentare senza troppi problemi la sofferenza della dipartita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giusto un annetto fa la prestigiosa agenzia di stampa Associated Press titolava: <a title="killer" href="http://www.sfgate.com/cgi-bin/article.cgi?f=/n/a/2008/10/23/international/i063235D45.DTL&amp;tsp=1">Divorziata on line arrestata per l&#8217;omicidio del marito virtuale</a>. Detta così la notizia potrà far rabbrividire più d&#8217;uno tra i migliaia di videogiocatori, e <em>genitori</em> di avatar sui social network che ogni giorno fanno strage di amici nelle arene di Tekken, <a title="wow" href="http://www.worldofwarcraft.com/index.xml">World of Warcraft</a> o ci litigano nel più mite <a title="petsociety" href="http://www.playfish.com/?page=game_pets">PetSociey</a>. La storia riportata da AP è quella di una quarantenne giapponese il cui <span style="font-style: normal">personaggio su Maple Story, un MMORPG con più di 100 milioni di giocatori, si era visto scaricare senza preavviso dal  marito virtuale. La donna, per vendicarsi del brutale divorzio, ha pensato bene di uccidere il marito. O meglio l&#8217;<em>avatar</em>-marito.<span id="more-1327"></span></span></p>
<p>Ciò che il titolo sensazionale non dice, infatti, è che la donna è stata arrestata per aver violato il computer dell&#8217;uomo che gestiva il personaggio fedifrago. Niente omicidio dunque, solo un furto di identità degno di un hacker di provincia. Ciò che colpisce è il fatto che nel titolo di AP è la morte a essere protagonista. Un tipo di morte inconsistente, raccontata, virtuale che circonda la nostra esistenza quotidiana.</p>
<h5>Stragi del sabato pomeriggio</h5>
<p>Quello che chiamiamo un tranquillo sabato pomeriggio farebbe rabbrividire chiunque avesse avuto la sfortuna di vivere durante la Guerra del Trent&#8217;anni, uno dei conflitti più sanguinosi della storia d&#8217;Europa. Si comincia con il dopopranzo: una sbirciata al giornale ci racconta la morte di sedici persone. Giorno fortunato perché Iraq e Afghanistan se ne sono stati tranquilli. Una passeggiata in centro e si incrocia una mostra fotografica sulla repressione in Tibet e in Birmania. A casa Twitter racconta della violenza in Iran. I giornali online discutono l&#8217;opportunità di mostrare le foto del caso Cucchi o dell&#8217;esecuzione dei Quartieri Spagnoli. Intanto gli si dà un&#8217;altra occhiata. E poi, dalla prima serata fino a notte fonda, ci si sciorina una lunga teoria di cadaveri a partire dalla giustizia sommaria di Chuck Norris, fino agli 865 morti accertati dell&#8217;episodio il Ritorno dei Re della saga del Signore degli Anelli di Peter Jackson; i cadaveri sezionati di CSI e Dexter e giù giù fino alle livide riprese di un Giorno in Pretura. Circondati di cadaveri inconsistenti il cui sangue non sporca, non macchia, non ha odore ci godiamo la morte come spettacolo da raccontare. E attraverso gli <em>avatar </em>la possiamo persino provare.</p>
<h5>Morire per finta</h5>
<p>La vita virtuale assomiglia sempre di più alla vita reale. Il <a title="NYT" href="http://www.nytimes.com/2009/11/07/technology/internet/07virtual.html?_r=1">New York Times</a> riporta che quest&#8217;anno il giro d&#8217;affari dei cosiddetti beni virtuali sia di almeno 5 miliardi di dollari. Una economia che comprende l&#8217;acquisto di denaro su Pet Society o un costume di Halloween su Sorority Life, giochi di ruolo che ospitano milioni di vite immaginate. Non è  più solo un gioco: quando le persone cominciano a investire giorno per giorno in piccoli e grandi miglioramenti della condizione del proprio rappresentante è il segno tangibile di un coinvolgimento emotivo. E dunque la fine non potrà che assomigliare sempre di più a una morte vera. Digitale o biologica che sia fa comunque paura. C&#8217;è bisogno di elaborare. E soprattutto c&#8217;è bisogno di capire come si muore.</p>
<p>Il pericolo più angosciante è la fine del mondo. L&#8217;apocalisse da queste parti è provocata da un management sbagliato, dal rapido decadimento del modello di gioco o dall&#8217;arrivo di un nuovo gioco o una nuova piattaforma che risucchia via gli utenti fino all&#8217;implosione della struttura. E una mattina ci si ritrova con la parola magica che invece di dare l&#8217;accesso ad una vita alternativa, ci restituisce un paio di righe di commiato da parte dell&#8217;azienda che ne gestiva la piattaforma. Come è successo ad Asheron&#8217;s Call 2 (che vide scendere la sua popolazione dai 50.000 ai 10.000 membri), Shadowbane (che una petizione dei suoi giocatori salvò dalla fine per oltre un mese) entrambi catalogati come <em>defunct</em> nella lista dei MMPORG di Wikipedia. Può anche capitare che l&#8217;apocalisse si sia limitato al solo nostro rappresentante virtuale, ucciso o meglio “bannato” per qualche violazione. E allora comincia la penosa odissea kafkiana degli help center, gli appelli accorati per la restituzione alla vita da parte di fiancheggiatori e amici. Molti rinunciano e preferiscono ricominciare.</p>
<h5>Gesti estremi</h5>
<p>E poi ci sono i suicidi. Qualche tempo fa il <a title="timesonline" href="http://women.timesonline.co.uk/tol/life_and_style/women/body_and_soul/article2452928.ece">TimesOnline</a> raccolse le storie di alcuni “suicidi” di Facebook. Erano ancora tempi non sospetti, lontani dai <em>rumors </em>sulla sofferenza del social network ai quali stiamo assistendo in questi giorni. Per nessuno era stata una scelta facile. Avevano investito nel loro profilo tempo ed energia emotiva. Avevano avuto bisogno di una motivazione forte per compiere il gesto estremo. Motivazioni che sono ancora valide per gli aspiranti suicidi attuali. E così si scopre che c&#8217;è chi lo fa perché l&#8217;estrema esposizione (soprattutto agli ex partner non rassegnati) mette in pericolo la vita sentimentale reale e con un messaggio pieno di tristezza passa a miglior vita, quella reale. C&#8217;è invece che lo fa per riconquistare la preziosa protezione della privacy e c&#8217;è chi, avendo costruito una vetrina di sé ha potuto toccare con mano la banalità della propria esistenza e l&#8217;ha trovata insopportabile. C&#8217;è anche chi ha dovuto rinunciare per “forza maggiore”, per le numerose azioni di contrasto che alcune aziende e organizzazioni hanno posto in essere contro l&#8217;esposizione e il tempo perso sulla propria bacheca personale. Ma per tutti il problema maggiore è che ciò che è troppo personale rende vulnerabili. Il suicidio però, rimane una soluzione drastica. Letteralmente dolorosa.</p>
<p><a title="seppukkoo" href="http://www.seppukoo.com/">Seppukkoo</a> è solo una provocazione. Seppukoo è un servizio 2.0 che accompagna la morte del proprio account Facebook, ed è ispirato al seppukku, il suicidio rituale giapponese. Alla semplicissima (e troppo razionale) cessazione dell&#8217;account, Seppukoo ricostruisce l&#8217;intera sovrastruttura rituale del lutto: aiuta a costruire un monumento funebre e ad avvertire gli amici della dipartita (con un invito virale a seguire l&#8217;esempio). Ma Seppukkoo è solo una provocazione perché la morte sarà solo apparente: basterà loggarsi nuovamente in Facebook e tutto sarà tornato come prima.</p>
<p>Finché non succede il disastro, finché non si presentino motivazioni forti, le personalità <em>on</em> <em>line</em> fanno fatica a morire. Si lasciano agonizzare inutilizzate, il polso appena percettibile ma tuttavia presente e vivo. Quasi nessuno si prende la briga di “uccidere” il proprio <em>avatar</em>. Le liste di amici sono popolate di profili mezzo abbandonati, mai completati, la cui attività si limita a qualche flebile lamento. Indistinguibili dai morti veri. Alcuni social network si stanno ponendo il problema degli <em>user</em> abbandonati causa della morte biologica del proprietario. Continuano a dare segni di vita a causa delle interazioni automatizzate ma dietro non c&#8217;è più nessuno. Per i parenti non è facile accedere mettere fine a quella estensione vitale. E così continuano a riceve inviti, richieste di amicizia, poke. Senza sapere che si sta toccando un cadavere.</p>
<p><strong>Una parte di noi</strong></p>
<p>Sebbene sia facile morire e rinascere da queste parti è comunque una scelta difficile. Quei piccoli agglomerati di pixel, esseri simbolici nei quali ci si riconosce, sono comunque un pezzo di noi stessi. Li abbiamo curati, protetti, cresciuti, gli abbiamo regalato funzionalità e gadget. Li abbiamo chiamati per nome. Un coinvolgimento emotivo sottolineato dai ricercatori <a title="media equation" href="http://csli-publications.stanford.edu/site/1575860538.shtml">Byron Reeves e Clifford Nass</a> della Stanford University in un testo del 1996, <em>The Media Equation</em>, secondo il quale le persone reagiscono ai media, computer compreso, come fossero reali:</p>
<blockquote><p>Le risposte delle persone mostrano che i media non sono solo degli strumenti. I media sono trattati con gentilezza, possono invadere il nostro spazio fisico, possono avere personalità che corrispondono alla nostra, possono essere compagni di lavoro, possono incarnare stereotipi di genere; i media possono evocare risposte emotive, richiedere attenzioni, minacciarci, influenzare ricordi, e cambiare l&#8217;idea di ciò che è naturale. I media sono protagonisti del nostro mondo sociale e naturale.</p></blockquote>
<p>È un impulso naturale e incontrollabile: creare relazioni emotive con le cose è il nostro modo per comprenderle a fondo, per farle entrare nella nostra vita. È un modo per dare loro valore. Affezionarcisi per poi, quando le si perde, soffrirne. Una sofferenza della quale non sappiamo fare a meno. Perché esiste un destino peggiore della morte.</p>
<h5>Sparire è più che morire</h5>
<p>Racconta la Storia che durante la Guerra Suicia, la “guerra sporca” che la dittatura militare argentina condusse contro il proprio stesso popolo la gente sparisse senza una ragione. Soprattutto giovani che, si seppe in seguito, venivano caricati su aerei da trasporto e buttati al largo, nell&#8217;oceano. Una perversione che portava ai massimi livelli una delle paure più profonde dell&#8217;essere umano:quella di scomparire. Una fine contro la quale non c&#8217;è difesa, lutto o superamento. Per questa ragione non esiste nessuna civiltà che sia indifferente ai cadaveri. Agli esseri umani è necessario elaborare un rituale per comprendere e riportare sotto controllo quel tipo di abbandono, creare un sistema simbolico per segnare il passaggio, che lo immunizzi. Una necessità tanto più sentita in un&#8217;epoca nella quale la morte è così presente e nello stesso tempo inconsistente come il nostro.</p>
<p>E così piuttosto che scomparire milioni di utenti di Facebook, Maple Story, Word of Warcraft e tanti altri ambienti sociali vivacchiano, si sopravvivono stancamente, come in quella vita reale che il mondo virtuale ci avrebbe dovuto aiutare a sfuggire. Si cerca di condurre una vita virtuale controllata da un continuo dosaggio di discrezione ed esibizionismo, con la stessa preoccupazione di cosa dire e come dirlo che ci perseguita nella vita reale. Mal che vada c&#8217;è sempre il riposo eterno. Doloroso, certo. Seccante in molti casi, per via del tempo perduto ad arricchire quella vita di pixel. L&#8217;importante è che sia ben presente la consapevolezza che malgrado funerali commiati e rimpianti nel mondo virtuale nulla è mai davvero eterno. E che se si scompare da una parte si possa sempre ricomparire da un&#8217;altra parte con una vita tutta nuova.</p>
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