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	<title>Apogeonline &#187; Giuseppe Granieri</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Amiamo storie, prima che il loro supporto</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 07:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
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		<description><![CDATA[«Questo mondo che sta cambiando forma richiede un grande adattamento da parte di chi lavora nell’industria culturale, ma è anche un’avventura per i lettori che stanno entrando in un territorio di scoperta diverso e più ricco», scrive Granieri introducendo "Oltre la carta" di Letizia Sechi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se guardiamo all’idea di libro digitale, la cosa meno interessante potrebbe essere il fatto che il libro sta &#8220;diventando digitale&#8221;. Certo, tocca le nostre preferenze personali, la rassicurante certezza del volume di carta tra le mani. Tocca persino elementi sociali (mostrare la copertina di un libro che si legge in treno è una forma di comunicazione) e di architettura di interni: cosa arreda meglio dei libri di carta?<span id="more-7877"></span></p>
<p>Eppure la carta è un supporto, esattamente come i <em>bit</em> del digitale. Quello che noi realmente amiamo sono le storie o i pezzi di conoscenza che diventano nostri quando accediamo al pensiero di qualcuno in forma scritta. Se cambia il supporto &#8211; e se questa innovazione viene accettata da milioni di persone &#8211; significa che ci sono dei vantaggi. Nessuno di noi è mai stato obbligato a passare agli <code>.mp3</code> o a doversi informare online.</p>
<p>Il cambiamento di supporto, però, è solo l’innesco di processi molto più profondi. Il mondo del libro, quello che gli addetti ai lavori chiamano editoria (ma anche l’idea di libro nella mente del lettore), si disegna &#8220;intorno&#8221; alle proprietà funzionali del supporto. Per secoli il migliore che avevamo è stato la carta e ci abbiamo lavorato molto. La carta è complicata da stoccare, da distribuire, da far trovare ai lettori. In tutto questo tempo c’è stato un grande cammino verso la massima ottimizzazione possibile: abbiamo migliorato la distribuzione, abbiamo inventato le biblioteche (che, da un punto di vista sociale, sono dei punti di accesso a libri che altrimenti non sarebbero accessibili) eccetera.</p>
<p>Ora, la carta ha finito il suo ciclo di innovazione. E inizia quello del digitale.</p>
<p>Alcune proprietà del libro digitale sono dirompenti. Innanzitutto la distribuzione cessa di essere un problema: tutti i libri sono allo stesso clic di distanza da tutti i lettori. I costi di pubblicazione tendono a zero, quindi molti più autori possono confezionarsi il loro libro. I filtri, che prima determinavano cosa poteva essere pubblicato o meno, cambiano: non è più necessario selezionare il libro a monte, in base al numero di copie che può vendere. Eccetera, eccetera. Intorno a queste proprietà funzionali, passo dopo passo, si ridisegnerà tutto il sistema che regola il rapporto tra libri e lettori.</p>
<p>Ma tutte le nuove soluzioni portano con sé nuovi problemi. Questo mondo che sta cambiando forma &#8211; e siamo appena nella fase embrionale &#8211; richiede un grande adattamento da parte di chi lavora nell’industria culturale, ma è anche un’avventura per i lettori che stanno entrando in un territorio di scoperta diverso e più ricco. Una trasformazione profonda, si sa, costringe tutti a dover imparare qualcosa di nuovo.</p>
<p>&#8220;Sfogliando&#8221; <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850314102/scheda">queste pagine</a> entreremo piano piano, ma con molto metodo, in un universo che sta cambiando. Ricco di stimoli e di opportunità, spinto quotidianamente dall’innovazione (come sempre succede con il digitale) e aperto all’idea che qualsiasi cosa si modifichi intorno all’idea di libro è un qualcosa che si modifica intorno al beneficio per il lettore. Che è sempre più centrale nell’editoria del XXI secolo.</p>
<p><em>Giuseppe Granieri<br />
</em><a href="http://twitter.com/gg">@gg</a></p>
<p><br style="clear: both;" /><br />
<em>Pubblicato originariamente come prefazione a <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850314102/scheda">Oltre la carta</a> di Letizia Sechi. Scopri la collana di ebook Apogeo dedicati all&#8217;<a href="http://www.apogeonline.com/editoriadigitale">editoria digitale</a>.</em></p>
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		<title>L&#8217;Internet del 2012</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/12/31/linternet-del-2012</link>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 22:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Fate caso all'elettricità quando accendete l'interruttore della luce? Ecco, con la rete sta accendendo un po' la stessa cosa ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei diversi anni in cui, su queste pagine, ci siamo cimentati con questo tradizionale articolo di scenario, internet è cambiato molto. Il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">primo</a> di questi artcoli raccontava la meraviglia della rete sociale, i temi caldi erano i blog e i social network, che ancora non avevano vissuto il grande boom di massa e che rappresentavano il fronte dell&#8217;innovazione. Da allora abbiamo visto delinearsi tendenze ben precise, che sono diventate sempre più forti ed evidenti. Proviamo a riassumerle.<span id="more-7776"></span></p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>Man mano che internet si diffonde, tende a normalizzarsi. C&#8217;è stato un periodo in cui veniva guardato con sospetto (soprattutto dai media e dall&#8217;industria culturale), ma oggi fa sempre più parte delle nostre vite, della nostra quotidianità, del modo in cui lavoriamo. Sebbene ogni tanto qualche telegiornale faccia dei riferimenti oscuri all&#8217;<em>internèt</em> alludendovi come a un pericoloso girone infernale, si tratta per lo più di qualche caso isolato. In realtà il «racconto del mondo» che ci fanno i grandi media è integrato da internet (se non intriso di internet). Sempre più spesso compaiono le timeline di Twitter o di Facebook e quotidiamente la rete è diventata la grande fonte, primaria o complementare, per tutte le notizie.</p>
<p>Non è più necessario spiegare di cosa si parla, e questo è un segnale importante. Uno dei metri per valutare quanto una società stia accettando le innovazioni è proprio la presenza o l&#8217;assenza di una «piccola glossa» a spiegare termini e faccende non ritenute di uso comune. La trasparenza di internet sarà sempre più evidente. L&#8217;analogia che usano gli studiosi è quella dell&#8217;elettricità. Nessuno di noi la vede, nessuno di noi la percepisce, ma se togliessimo l&#8217;energia elettrica dalle nostre vite il quotidiano si fermerebbe.</p>
<h5>Connettività e dispositivi</h5>
<p>La connettività non basta mai. Appena aumenta la disponibilità si incrementano le esigenze di banda con nuovi servizi e nuove soluzioni, e cresce quindi anche la domanda. Ma anche solo guardando agli ultimi anni, abbiamo compiuto passi molto importanti e molto veloci. La previsione è facile: avremo connettività sempre più ubiqua e sempre più economica. E questo trend è destinato a non rallentare almeno per i prossimi anni. Anche sul versante dei dispositivi l&#8217;innovazione è stata velocissima. Sono sempre più piccoli e performanti, il che spiega la diffusione dell&#8217;accesso mobile alla rete (che va di pari passo con la disponibilità di connessione). Il trend vero, però, a mio parere, non è tanto quello che si riflette sull&#8217;accesso mobile &#8211; pure importantissimo &#8211; ma sul passo avanti che è stato compiuto nell&#8217;interfaccia. Con il <em>touch</em> abbiamo quasi appiattito la curva di apprendimento necessaria per accedere al mondo che ci apre la rete.</p>
<p>Il computer è sempre stato uno dei fattori di rallentamento dell&#8217;adozione delle tecnologie digitali. Richiedeva una comprensione di skill funzionali complesse che spesso allontanavano intere fasce di popolazione da internet e dalle sue possibilità. Con un dispositivo <em>touch</em> questo acceso è molto più semplice e intuitivo. La semplificazione delle interfacce, insieme alla pressione verso il basso dei prezzi, è un altro fattore importantissimo per far entrare nella modernità anche chi ha timore o difficoltà con le competenze tecnologiche.<br />
<strong></strong></p>
<h5>Cultura sempre più digitale</h5>
<p><strong></strong>Da qualche anno ormai l&#8217;innovazione non avviene più «dentro» internet, in senso stretto almeno. Piuttosto, la osserviamo nei settori che adottano le nuove tecnologie e che ne vengono trasformati. Primo tra tutti quello dell&#8217;industria culturale, che si sta digitalizzando in fretta, con cambiamenti enormi. Musica, giornalismo, cinema, fotografia, libri. Ma anche &#8211; e questo in Italia è ancora poco evidente &#8211; <a href="http://thenextweb.com/insider/2011/12/26/in-2011-how-the-internet-revolutionized-education/?awesm=tnw.to_1CNPT">l&#8217;educazione</a>.Se queste tendenze, a livello macro, descrivono abbastanza bene la rapidità con cui stiamo rivoluzionando il modo in cui funziona la nostra cultura, ci sono diversi trend da osservare a livello micro in questo 2012.</p>
<h5>App contro web</h5>
<p><strong></strong>Il lato negativo, almeno secondo alcuni, della facilità delle nuove interfacce è che paghiamo la facilità di utilizzo con l&#8217;accesso al cosiddetto <em>walled garden</em>, un mondo chiuso e completamente governato dal fornitore dei servizi. Tuttavia, con meno clamore, la libertà del web sta trovando una forte reazione con l&#8217;Html5, che può ricostruire in una logica aperta le stesse suggestioni delle app. Io credo che sia finito il tempo pionieristico in cui ci si faceva il web da soli e che la grandi infrastrutture di servizi (dalla mail ai grandi social network, agli ecosistemi culturali come Amazon e Apple) abbiano bisogno degli enormi capitali in grado di garantire la funzionalità per centinaia di milioni di utenti. Un po&#8217; come avviene nel mondo fisico, in cui deleghiamo la sicurezza, la viabilità, la salute a organizzazioni più strutturate.</p>
<p>Certo, nel digitale senza confini geografici, si tratta sempre di potenti <em>corporation</em> private. Ma una delle caratteristiche dell&#8217;adozione di una piattaforma o dell&#8217;altra è la soddisfazione degli individui che decidono di usarla. E questo potrebbe mitigare l&#8217;enormità di delegare il governo di buona parte delle notre vite immateriali a società private. Non è una questione di facile soluzione nè di facile approccio. Dovremo tutti imparare a vigilare molto sulle nostre scelte e sulle implicazioni che comportano. E che toccano temi molto sensibili, dalla privacy alla gestione dei nostri dati personali, all&#8217;accesso e alla proprietà del valore che creiamo online. Dobbiamo crescere anche noi alla stessa velocità con cui corre l&#8217;innovazione.</p>
<h5>Social media</h5>
<p><strong></strong>I social media non sono più territorio di innovazione da anni, ma sono oggetto di un continuo rinnovamento. Sono però sempre più importanti: sono il luogo dove assembliamo la nostra percezione del mondo (da cui dipendono le nostre decisioni), sono il motore con cui coccoliamo le nostre preferenze, sono uno spazio in cui elaboriamo idee e affetti, sono la porta attraverso cui accediamo a una serie di gratificazioni (dalle amicizie al lavoro) molto importanti. La <a href="http://paidcontent.org/article/419-time-shifting-is-replacing-real-time/">trasformazione</a> in atto nel modo in cui i social network ci ridisegnano il modo di stare in rete è importante. Anche questo è un trend da seguire.</p>
<h5>Potere e libertà</h5>
<p>Alla fine, Internet è un&#8217;infrastruttura potentissima per gestire la conoscenza. Talmente potente da innescare cambiamenti politici e sociali importanti, dalla primavera araba al modo in cui i cittadini decidono di votare. Da questo punto di vista è oggetto di una tensione fortissima tra poteri costituiti e aspirazioni degli individui. Il che porta a una dialettica fortissima tra libertà e restrizioni. Un esempio potrebbe essere quello dei recenti tentativi di arginare il digitale con strumenti legislativi, ultimo caso in ordine di tempo <a href="http://www.technologyreview.com/web/39385/?ref=rss">quello del governo americano</a>. Ed è questo un altro versante su cui nel 2012 sarà bene prestare un po&#8217; di attenzione.</p>
<p>Potrebbe esserci molto altro, in base alle priorità di ciascuno di noi. Ma una sintesi è una sintesi. Però, da lettore affascinato dal modo in cui la letteratura racconta il presente o prevede il domani, chiudo con una lettura bonus: <a href="http://thesocietypages.org/cyborgology/2011/12/01/how-cyberpunk-warned-against-apples-consumer-revolution/">How Cyberpunk Warned against Apple’s Consumer Revolution</a>.<br />
<br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione pluriennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/10/linternet-del-2011">2011</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
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		<title>L&#8217;internet del 2011</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 07:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[Wikileaks]]></category>

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		<description><![CDATA[Avremo la rete che ci meriteremo, diceva Sterling. Siamo al punto in cui molte cose, nel mondo, non funzionerebbero più senza questa infrastruttura. Ora abbiamo di fronte un cambiamento di scala e la necessità di fare riflessioni più strutturate]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlare di internet è ormai un po&#8217; come parlare del mondo, almeno di quello occidentale (ma non solo). La retorica che usiamo per divulgare funziona abbastanza bene, ma non rende merito al cambiamento. É costruita sui numeri e sulla comparazione a cosa nota: Facebook ha superato da tempo il mezzo miliardo di utenti, diventando il terzo Stato del mondo. Internet ha raggiunto il miliardo di utilizzatori in poco più di 10 anni, mentre la televisione ha impiegato decenni e la stampa secoli. Eccetera eccetera. Il punto vero, però, è che l&#8217;influenza di internet sulle nostre vite, ormai, è totalmente pervasiva. Dai piccoli gesti quotidiani che compiamo, al modo in cui organizziamo la nostre scelte, al modo in cui ci raccontiamo il mondo in cui viviamo attraverso l&#8217;informazione.<span id="more-4553"></span></p>
<h5>Internet disegna la società</h5>
<p>Questo «sistema operativo» che abbiamo innestato nelle nostre società, oggi, è importante anche per chi non ha un computer, per chi è tecnologicamente refrattario, per chi fa dell&#8217;essere <em>laggard</em> una professione filosofica. Perchè internet disegna la società anche intorno ai non connessi. Se abrogassimo le tecnologie digitali poche cose continuerebbero a funzionare così come siamo abituati. Questo livello di «impatto» sul modo in cui stiamo riorganizzando le nostre culture è probabilmente l&#8217;aspetto più importante da analizzare e da comprendere. La <em>reductio ad social network</em>,  se mi passate l&#8217;espressione, non ci aiuta a comprendere bene lo scenario. Abbiamo un&#8217;infrastruttura potente, che connette milioni di persone e ci abilita a cose che prima non potevamo nemmeno pensare.</p>
<p>I relativamente pochi bit di Wikileaks non sono stati così cruciali in quanto dati o tecnologia. Sono diventati dirompenti perchè sono stati immessi in un sistema distribuito, reticolare, impossibile da bloccare, capace di costruire nuove impensate relazioni con il Potere. Ma, ancora di più, lo sono stati perchè ci hanno obbligato a pensare un rapporto diverso tra informazione, trasparenza e azioni di Stato. E non a caso il paragone più forte è stato quello con Napster, che nell&#8217;industria musicale ha provocato una rottura cui ancora non si sono prese le misure. In questa prospettiva allargata, uno dei temi cruciali da considerare nel 2011 è l&#8217;assetto di questo sistema. Da un lato l&#8217;assetto tecnologico, perchè chi controlla l&#8217;infrastruttura ha maggiori probabilità di influenzare i risultati. Dall&#8217;altro l&#8217;assetto culturale, che è cruciale perchè non siamo ancora pronti a governarlo con le giuste categorie interpretative e con gli strumenti adeguati.</p>
<h5>Assetto tecnologico e culturale</h5>
<p>Personalmente sono poco preoccupato dalle questioni infrastrutturali perchè l&#8217;interesse comune è la diffusione delle tecnologie digitali. Tutto passa per l&#8217;accesso che, dal punto di vista di chi investe, significa soprattutto nuove carte di credito e nuova capacità di spesa immessa nel sistema. Le grandi corporation tecnologiche tenteranno, è evidente, di guadagnare posizioni favorevoli. Ma credo che l&#8217;interesse generale (e anche le dialettiche della competizione) non saranno in grado di fare molti danni. Il sistema deve restare aperto per definizione: se lo si chiude, perdono tutti. E comunque, nel modello che osserviamo oggi, le innovazioni che sopravvivono sono quelle che piacciono a una massa critica sufficiente di persone. Quindi difficilmente passerà qualche scelta impopolare. L&#8217;assetto culturale che saremo in grado di costruire, invece, può toccare molto da vicino le nostre vite personali. Le nostre società «fisiche» hanno impiegato diversi anni a gestire in modo efficace i servizi fondamentali: la rete viaria, la sanità, la fornitura elettrica, le tecnologie che usiamo senza quasi vederle più (gli ascensori, le carte di credito), la sicurezza. Sono tutte infrastrutture critiche che, cessando di funzionare, paralizzerebbero o quasi la nostra vita civile e produttiva.</p>
<p>Nel digitale, che è uno spazio culturale in cui non ci muoviamo fisicamente ma che abitiamo con pari importanza, tutti noi produciamo valore. Usiamo i bit per lavoro, per informarci, per far funzionare il nostro quotidiano. Produciamo valore economico, sociale, relazionale, affettivo. Una parte importante della nostra vita passa (e passerà sempre di più) attraverso i pezzetti di digitale che ci scambiamo e che ci abilitano a fare cose che prima non potevamo fare. Ed è un sistema che, come nella società fisica, si regge su servizi fondamentali che deleghiamo ad altri. La connettività, l&#8217;email, la sicurezza dei dati, le piattaforme che utilizziamo, gli strumenti di pagamento. Tutti questi fattori critici sono gestiti da aziende private, spesso potentissime multinazionali. É normale che sia così perchè, anche se l&#8217;inovazione parte sempre dal piccolo, per standardizzare un servizio e renderlo stabile ed efficiente per milioni di persone servono i capitali e la forza di una grande organizzazione.</p>
<h5>La scala delle cose</h5>
<p>Ma nella società fisica noi abbiamo decenni (in qualche caso secoli) di dialettica politica che hanno portato a dare una configurazione di garanzia al modo in cui i servizi fondamentali vengono gestiti. Nel digitale invece va inventata &#8211; forse prima di tutto immaginata &#8211; una nuova forma di partecipazione politica, un aggiornamento dei diritti del cittadino coerente con il mondo cambiato. In forma emergente questo già accade, basta ricordare la spinta popolare che si è registrata quando Facebook ha cambiato le impostazioni della privacy. Ma è necessario costruire una nuova consapevolezza più diffusa, anche e soprattutto fuori dal digitale. Se i nostri governi cominciassero a capire che il Sistema Paese si regge su questa infrastruttura &#8211; anche solo facendo un inventario di cosa non funzionerebbe più <em>senza </em>- probabilmente si farebbe un passo avanti.</p>
<p>L&#8217;accesso alle informazioni, il modo in cui vengono trattati i nostri dati, i contratti con chi ci fornisce i servizi, la connettività, ma anche l&#8217;educazione al digitale, sono variabili che possono cambiare molto la nostra vita. Aziende come Google e Facebook gestiscono la nostra memoria, la nostra rete sociale, influenzano la nostra visione del mondo. Hanno livelli di conoscenza su di noi che possono far rabbrividire se solo pensiamo a uno scenario che preveda scelte non etiche. Cosa accadrebbe se, a fronte della paura (che è sempre l&#8217;altra faccia della libertà personale) l&#8217;azienda X desse accesso ai nostri dati a un governo per ragioni di sicurezza nazionale? O come reagiremmo se, dopo aver investito denaro e tempo in una piattaforma, i proprietari cambiassero le regole del gioco, penalizzandoci, o ci inibissero l&#8217;accesso?</p>
<h5>Comprensione</h5>
<p>Sono solo esempi. Ma forse nel 2011 la scala delle cose che avvengono via internet e l&#8217;importanza della parte di vita che passa per il digitale ci porteranno a fare riflessioni più strutturate. Alcuni Paesi, come la Finlandia (in cui Internet è diventato <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/tecnologia/grubrica.asp?ID_blog=30&amp;ID_articolo=7817&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">un diritto civile</a>) hanno già avviato un percorso. Ma il primo passo resta la consapevolezza da costruire, perchè probabilmente queste nostre interazioni non saranno mai completamente regolate dalle leggi: una parte importantissima di queste dialettiche sarà costruita sul rapporto tra consenso degli utenti e potere dei proprietari. Saranno vere e proprie forme di partecipazione politica, strutturate in un modo nuovo ma simili nel processo a quelle che definiamo con gli altri «luoghi» in cui costruiamo valore: le città, le regioni, lo Stato.</p>
<p>Io non so bene quale possa essere la via per gestire queste nuove complessità. Ma ricordo sempre una cosa che mi disse Bruce Sterling tanti anni fa: «Avremo l&#8217;Internet che ci meritiamo». E se fossi io a dover compiere una scelta, a dover scommettere su una strategia, direi che qualsiasi strada passa per una comprensione più ampia di quanto sta accadendo. Una comprensione in grado di informare le scelte politiche dei governi centrali e locali (perchè internet ha effetto soprattutto fuori dai suoi bit). Ma anche una comprensione in grado di farci progettare, usare e costruire gli strumenti di oggi e di domani tenendo ben presente che hanno molto a che fare con la nostra vita e poco a che vedere con la tecnologia di cui sono composti.</p>
<p><br style="clear: both;" /></p>
<p><em>Questo articolo di Giuseppe Granieri rispetta una tradizione ormai quinquennale per Apogeonline: rileggi nel nostro archivio i suoi scenari di inizio anno sulla rete pubblicati nel <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/01/04/linternet-del-2010">2010</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">2009</a>, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/01/14/19/200801141901">2008</a> e <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2007/01/03/19/200701031901">2007</a></em></p>
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		<title>«Siamo in transizione, stiamo imparando»</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Aug 2010 07:30:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA["La questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia", dice Henry Jenkins. Una (lunga) conversazione sul mondo che cambia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Henry Jenkins, <a href="http://www.henryjenkins.org/">blogger</a>, accademico e autore di molti libri importanti (tra cui, per Apogeo, <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850326297/scheda">Cultura Convergente</a>) è uno dei pensatori che meglio hanno accompagnato la transizione della nostra cultura al digitale. Le sue analisi, lucide e sempre storicamente argomentate, sono tradizionalmente una chiave molto interessante per interpretare il cambiamento che vediamo intorno a noi. Abbiamo fatto con lui il punto sull’evoluzione dei network e sul modo in cui il nostro quotidiano e il nostro modo di vivere si modellano intorno alla disponibilità di nuovi strumenti, che ci connettono tra noi e che ci danno accesso alla conoscenza.<span id="more-3329"></span></p>
<p><strong>Rispetto a un paio di anni fa, quando tutta l’attenzione era concentrata sul web e sui social network, oggi la trasformazione sembra tutta spostata verso l’accesso mobile. Come vedi lo scenario e la forza che stanno acquistando i recinti chiusi<em> </em> delle piattaforme?</strong></p>
<p>Innanzitutto separerei i due concetti. Non c&#8217;è nulla nel mobile computing che implichi l’utilizzo dei <em>walled garden</em>, come nell’approccio di Apple. Personalmente sono molto preoccupato dalla logica che rende alcuni tipi di siti web più accessibili di altri, soprattutto quando la decisione viene mediata da una società che dimostra di preferire siti gestiti commercialmente rispetto ai siti amatoriali. Vedo questa spinta verso l’approccio del walled garden come una preoccupazione per nulla differente da quelle sull’attacco alla neutralità della rete. In gioco ci sono gli stessi principi. Apple ha reso seducente la confezione dei contenuti per un gran numero di consumatori, mettendoli in un pacchetto nuovo e patinato che vende come una soluzione per fare le cose in modo più semplice. Come se tutto fosse più facili da usare. Ma io spero che la domanda del pubblico faccia un po’ resistenza contro questa spinta, senza per questo rallentare l’adozione del mobile, perché queste tecnologie cambiano in qualche modo alla base l’accesso e la distribuzione delle informazioni.</p>
<p>Faccio un piccolo esempio: mia moglie, quando parcheggia l’automobile, scatta una foto per ricordare dove ha parcheggiato. Questo è un uso della fotografia che sarebbe stato inimmaginabile anche solo una decina di anni fa. La fotografia diventa parte del suo processo cognitivo, una protesi per la sua memoria a breve termine. Allo stesso modo, quando discutiamo, ci basta accedere al computer portatile per confermare o correggere rapidamente le informazioni di cui stiamo parlando. E così via. Ognuno di noi ha un rapporto diverso con questi dispositivi e con le informazioni, e naturalmente anche io sono convinto che sia un grande vantaggio poterle personalizzare e scegliere quale applicazione o contenuto avere sul nostro dispositivo, in modo da dare la priorità a ciò che meglio asseconda i nostri interessi. Ma vorrei che queste decisioni fossero prese da me e non da qualche azienda.</p>
<p><strong>Nicholas Carr ha detto che Internet ci rende stupidi: lo credi anche tu?</strong></p>
<p>Nicholas Carr è uno dei più astuti e riflessivi promotori dell&#8217;idea che l&#8217;ascesa dei nuovi media comporti diverse minacce per la cultura del libro. Credo tuttavia che la discussione si stia muovendo oggi in una direzione molto più produttiva e civile. Lo stesso Carr accetta un’analogia che uso spesso, alludendo al Fedro di Platone in cui Socrate sostiene che l&#8217;adozione della lingua scritta rappresenti una minaccia per la memoria, che è centrale nella cultura orale. La realtà è che si è perso qualcosa con l’avvento della scrittura prima e della stampa poi, ma ci sono stati anche molti progressi per la conoscenza umana e  per la cultura. Sarebbe sciocco voler tornare indietro. Dal mio punto di vista, il problema delle argomentazioni di Carr è che sono costruite come un punto di determinismo tecnologico: i mezzi di comunicazione che usiamo riscrivono il modo in cui il nostro cervello funziona e, sempre secondo Carr, ci obbligano ad abbandonare vecchie competenze  che sono culturalmente valide. Io non sono d’accordo su questo, come non sono d’accordo con Stephen Johnson quando dice che <a href="http://www.anobii.com/books/Tutto_quello_che_fa_male_ti_fa_bene/9788804551201/018a4c5c8fccb310df/">tutto quello che ci fa male ci fa bene</a>. Dalle idee di Johnson, che pescano negli studi sul cervello, emerge l’idea contraria: i computer ci stanno rendendo intelligenti. Sono solo due facce opposte della stessa medaglia.</p>
<p>Per me, invece, la questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia. Le tecnologie hanno caratteristiche intrinse che che rendono alcune cose più facili da fare e altre più difficili. Ma sono anche inserite in un contesto culturale che ci rende più o meno propensi a utilizzare queste opzioni in modi diversi. Se la tecnologia non si adatta al contesto culturale, la tecnologia può essere adottata o non essere adottata, o addirittura può essere adattata per nuovi scopi. Consideriamo, per esempio, il fatto che Thomas Edison inventò il fonografo come strumento per l’ufficio: doveva essere qualcosa di simile a un dittafono. Poi lo ha provato in alcuni spettacoli pubblici, e solo alla fine abbiamo avuto l’utilizzo dell’apparato come strumento per l’intrattenimento domestico. Io sono sempre diffidente quando leggo di argomenti che partono dal presupposto che la tecnologia <em>ci ha fatto</em> fare qualcosa.</p>
<p>In ogni caso, ed è l’aspetto più importante, ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come molti di noi stiano utilizzando la tecnologia in modi che ci rendono più intelligenti. Anche se sarebbe più preciso parlare di modi che ridefiniscono ciò che intendiamo per “intelligente”. Ho partecipato a un progetto su larga scala della Fondazione MacArthur, che aveva l’obiettivo di capire meglio come le persone stiano imparando attraverso l’utilizzo di piattaforme digitali multimediali e pratiche. Attraverso una serie di attività informali online – dai <em>fan site</em> a Wikipedia, dalla condivisione video al social networking &#8211; le persone stanno cominciando ad apprendere in modi nuovi, che migliorano la loro capacità di produrre e valutare le conoscenze e che ampliano le loro capacità di espressione. Stanno imparando a comunicare attraverso una serie di diverse forme mediali. Imparano a collaborare e a condividere la conoscenza per rispondere collettivamente a domande molto più complesse di quanto si potrebbe fare da soli. I singoli individui stanno imparando a condividere pezzi di media l’uno con l’altro, costruendo nuovi significati, lavorando insieme per filtrare il disordine e per concentrare l&#8217;attenzione sulle cose che invece hanno per loro valore.</p>
<p>Naturalmente non è una regola generale. È facile vedere anche esempi di idiozia collettiva. Non sto affermando che le “buone pratiche” rappresentino l&#8217;intera gamma di quello che facciamo online. Ma non credo neanche che le preoccupazioni di Carr rappresentino la situazione generale. Siamo in un momento di transizione, la nostra cultura sta imparando a usare nuovi strumenti e nuove piattaforme, a sviluppare nuove competenze e  nuove pratiche. Serve un dibattito rigoroso su quali davvero possano essere le pratiche migliori.</p>
<p>Per questa ragione, nella misura in cui gli scritti di Carr riescono a stimolare un sano confronto, accolgo con favore il loro contributo. Il pericolo è quello di rafforzare i pregiudizi esistenti e scoraggiare la formulazione di domande più strutturate sul valore culturale e intellettuale dei nuovi media. Certi argomenti spesso rischiano di sembrare profondamente radicati nei vecchi modi di pensare e nelle gerarchie di valore esistenti, invece di rimanere aperti alle prospettive di innovazione culturale e di scoperta collettiva che assomigliano molto alla mia esperienza quotidiana della nuova era dei media. Io ho un grandissimo rispetto per la cultura dei libri – ne ho scritti 13 e ne ho diverse migliaia nella mia biblioteca personale. Questa cultura è effettivamente a rischio e la <em>literacy</em> tradizionale può essere in pericolo. Ma il mio obiettivo è vedere crescere una cultura in cui si legge con un libro in una mano e si ha un mouse nell&#8217;altra. Una cultura in cui tutti noi abbiamo la capacità di adeguare la nostra alfabetizzazione in modo da utilizzare al meglio i media e in modo da assecondare le nostre attività.</p>
<p><strong>Come credi che cambierà l&#8217;ecosistema dell’informazione nel prossimo futuro?</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Oggi come oggi sta vivendo una rapidissima evoluzione, che avviene a diversi livelli, da quello professionale a quello semi-professionale, da quello dei dilettanti a quello dei giornalisti. Per non parlare dei vari livelli globali, nazionali, regionali e iperlocali. Non c&#8217;è modo per sintetizzare in poche parole la complessità di quello che sta accadendo, ma credo che due storie di questa estate illustrino bene i numerosi punti di contatto tra tanti diversi tipi di pratiche giornalistiche.</p>
<p>Il primo esempio è il rilascio di documenti del governo degli Stati Uniti attraverso Wikileaks. È probabilmente la serie più importante di materiali fuoriusciti dai tempo dei <em>Pentagon Papers</em>, quando molte notizie erano trapelate grazie al lavoro del New York Times (e del Washington Post) durante la guerra del Vietnam. E il caso di Wikileaks è ancora  più significativo perché i documenti vengono da un&#8217;agenzia di stampa non convenzionale, che li ha rilasciati come risorse a disposizione degli altri giornalisti e del pubblico, che così possono esaminarli. È saltata la mediazione di una notizia accompagnata dal <em>reporting</em> e dall’analisi degli esperti che prendono i fatti e li inseriscono in un contesto più ampio per il lettore.</p>
<p>Il secondo esempio è la polemica sul caso di Shirley Sherrod, una burocrate di medio livello dell&#8217;Amministrazione Obama, che è diventato una pedina in una lotta di potere tra il movimento del Tea Party e la NAACP.  La vicenda si è conclusa con il licenziamento della Sherrod. In questo caso abbiamo osservato la circolazione sul web di video che sono stati decontestualizzati e ricontestualizzati da dilettanti, e successivamente strumentalizzati dalla stampa partigiana,  dai blogger più influenti fino a Fox News e ad altre agenzie di stampa in grado di creare un forte impatto sul pubblico. E la conseguenza è stata che le polemiche su un licenziamento hanno avuto molta più attenzione e copertura mediatica di una discussione su una legge importante, cui si lavorava da mesi, in grado di ridisegnare il settore finanziario americano. Ma allo stesso tempo, la Sherrod è stata in grado di correggere la falsa informazione e le manipolazioni, recuperando e diffondendo la registrazione completa del suo discorso. E anche questo è un punto che riguarda da vicino le caratteristiche intrinseche dei nuovi media.</p>
<p>Ci si può chiedere, in entrambi i casi, se l&#8217;ecologia dell’informazione stia eseguendo bene o male il proprio compito, a seconda della nostra concezione di quale sia la missione del giornalismo e di quale sia l’esigenza d&#8217;informazione dei cittadini. Ma i due esempi suggeriscono che la notizia si diffonde utilizzando schemi differenti da quelli cui siamo abituati, schemi modellati da <em>player</em> molto diversi rispetto al passato. In entrambi i casi, non possiamo capire che cosa è successo semplicemente leggendo una contrapposizione tra media vecchi e nuovi: non è così semplice, perché un processo che coinvolge varie forme di collaborazione e di critica nei diversi settori dei media.</p>
<p><strong>Gli ebook stanno cambiando profondamente l’editoria. Come immagini il futuro? E che cosa ne pensi delle forme di self-publishing che stanno emergendo?</strong></p>
<p>L&#8217;idea di una società senza carta non è sicuramente nuova. Se n’è parlato per metà del XX secolo. Il computer avrebbe dovuto preannunciare l&#8217;età dell’<em>ufficio senza carta</em>. Come è la situazione invece? Sicuramente stiamo producendo più testi, siamo stampando più documenti e copiando cose con più confusione di prima. Sospetto che ci troviamo in una fase simile, in cui alcune funzioni della stampa si sposteranno sui dispositivi digitali. Per esempio, c’è molto entusiasmo per il modo in cui le riviste possono reinventarsi con le potenzialità multimediali dell’iPad. E ci sono anche alcuni segnali che mostrano come il pubblico sia più propenso a comprare certi tipi di libri sul Kindle che non in forma stampata. In generale, il rapporto tra il pubblico e il libro a stampa è cambiato molto tempo fa. L&#8217;americano medio possiede solo due libri, ma c’è una sottocultura (a cui io appartengo) che possiede migliaia di libri. Credo che quelli di noi che amano i libri saranno i più lenti ad abbandonare dalla pagina stampata. Stiamo vivendo un periodo di riconfigurazione, che sarà caratterizzato da un sacco di esperimenti sul modo in cui accediamo alle informazioni e sullo spostamento di alcune funzioni tra i dispositivi in grado di distribuirle. Uno dei vantaggi è che c&#8217;è una nuova apertura verso la pubblicazione indipendente o verso l’autopubblicazione. Da blogger accademico devo dire che i media digitali mi permettono di condividere le mie idee con un pubblico molto più ampio di quanto sarebbe possibile con un libro, proprio a causa delle funzioni di <em>gatekeeping</em> che circondano la parola stampata. Gli editori tradizionali limitano la circolazione del mio lavoro, diffondendolo tra i lettori accademici che dovrebbero essere il target primario. Il blog invece può muoversi tra diversi tipi di pubblico e di ampliare la discussione sul mio lavoro. Il <em>self-publishing </em>può anche permettermi di distribuire le mie idee in modo più veloce, soprattutto considerando la burocrazia che rallenta la pubblicazione di un libro. Naturalmente, la crescita dell’autopubblicazione implica che la necessità di costruire nuovi sistemi sociali e nuovi modi per filtrare e valutare i contenuti. Anche questo sarà un territorio di sperimentazione nei prossimi decenni.</p>
<p><strong>Quali sono secondo te le tre tendenze più significative da seguire dopo questa estate?</strong></p>
<p>Ho sempre difficoltà a rispondere a queste domande perché io non sono un <em>trend-spotter </em>di per sé. Di solito osservo gli sviluppi a lungo termine che impattano sul modo in cui funziona la nostra cultura. Da quando ho scritto <em>Cultura convergente</em>, abbiamo visto arrivare la nascita del web 2.0, nuovi modelli di business, Twitter, Facebook e i social network. E ancora: YouTube, l&#8217;iPhone e l&#8217;iPod, Second Life e una gamma di altre piattaforme specifiche e pratiche. Tutte queste  innovazioni, però, sono parte della la stessa logica: accrescere la capacità della gente comune di partecipare in modo significativo a un processo importante, quello di modellare la produzione e la diffusione della nostra cultura. Questo è il tratto più importante che caratterizza l&#8217;evoluzione dei media nel XXI secolo. Detto questo, io credo di avere molti spunti e molte occasioni per osservare il processo di cambiamento dei media. Alcuni di questi spunti li abbiamo già citati. Vorrei aggiungerne un paio.</p>
<p>Con la fine della scorsa stagione televisiva, molte delle serie <em>cult</em> che hanno segnato la nascita della &#8220;televisione d’ingaggio&#8221; hanno terminato il loro ciclo. Lost, Heroes, 24, Ghost Whisperer, Ugly Betty, tra queste. Si tratta di produzioni che pur passando sui media broadcast<em> </em>hanno funzionato altrettanto bene, se non meglio, attraverso i canali di distribuzione alternativi. E lo hanno fatto attraverso la definizione di particolari forme di contenuto serializzato e costruendo rapporti specifici con il loro pubblico. Detto questo: che cosa succede ora? Quali saranno le nuove serie televisive contribuiranno a definire la prossima fase di &#8220;televisione d’ingaggio&#8221;? Quali rapporti si instaurano con gli spettatori? E continueranno a spingere l&#8217;industria fino a farle rivalutare i suoi sistemi di misurazione degli ascolti e di valutazione dei risultati?</p>
<p>Poi, in autunno avremo una nuova stagione elettorale negli Stati Uniti. Abbiamo visto che i processi politici sono una delle forme principali attraverso cui plasmiamo il nostro rapporto con le nuove piattaforme di comunicazione. Nelle mie ricerche ho mostrato come le tecniche che sembravano all&#8217;avanguardia in un ciclo elettorale vengano poi normalizzate nel successivo. Non c’è quindi una spinta costante verso la sperimentazione e l&#8217;innovazione. Credo che vedremo i politici che hanno assorbito l’insegnamento della campagna di Obama (e più recentemente, del movimento Tea Party) usare quelle stesse tecniche in modo tradizionale, mentre il dissenso cercherà di spingerle al livello successivo.</p>
<p>La formazione, poi, continua a essere un altro territorio chiave in cui il pubblico combatte per costruire il suo rapporto con le nuove tecnologie multimediali e per sperimentare nuove pratiche. Da un lato, l&#8217;educazione è profondamente conservatrice, e tende a resistere ai cambiamenti che hanno un impatto altrove. Ma, dall&#8217;altro, c’è una crescente consapevolezza: le pratiche esistenti spesso non rispondono più ai bisogni di una generazione che è cresciuta in una cultura di rete. In tutto il mondo, stiamo osservando tentativi di immaginare in modo diverso l&#8217;istruzione per il XXI secolo, ma c’è ancora da combattere molto contro lo status quo.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 08:00:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[La rete è ormai entrata nelle nostre vite, ma non siamo ancora in grado di governarne al meglio la dimensione sociale. E mentre si fanno le prove tecniche di Web 3.0, quest'anno toccherà all'industria culturale affrontare il cambiamento di paradigma]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno scorso, in questo tradizionale articolo sospeso tra punto della situazione e piccola previsione, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/05/linternet-del-2009">ragionavamo</a> sulle prime evidenze di «scomparsa di internet dentro la realtà». Erano i mesi del boom di Facebook, che stava facilitando l&#8217;accesso al web sociale a una larga parte di popolazione che era rimasta, fino ad allora, fuori o ai margini della società digitale.<span id="more-1776"></span></p>
<blockquote><p>«Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un&#8217;importante soglia di scala. Se l’hype dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente hype su Facebook, è anche vero che l’effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. »</p></blockquote>
<h5>Dodici mesi dopo</h5>
<p>A dodici mesi di distanza ci rendiamo conto che tutto è andato abbastanza più in fretta di quanto si poteva sospettare. Dev&#8217;esserci stato, anche nella storia delle rete elettrica, un momento in cui la potenza e le impostazioni del network hanno finito di essere un problema e una passione degli ingegneri per diventare una questione importante per ridisegnare la vita degli altri e abilitare illuminzaione, lavatrici e televisione. Per molti di noi era chiarissimo che questo stava accadendo, ma ora comincia ad essere sotto gli occhi di tutti. Più negli effetti che nelle cause.</p>
<p>Non ci siamo ancora tutti, in rete, e forse in Italia siamo un po&#8217; meno che altrove. Ma non è più necessario «essere in rete» per renderci conto che nella rete (o grazie alla rete) le cose accadono. Internet è ovunque: nelle notizie, sui giornali, nei telegiornali, nelle trasmissioni televisive, sui manifesti per strada. Buona parte di quello che accade o ci circonda è abilitato da internet, raccontato da internet, condiviso su internet, cercato via internet. Nella vita pubblica e in quella privata si passa sempre da internet. Non tutti abbiamo la stessa consapevolezza nell&#8217;usare la rete, non tutti frequentiamo le stesse porzioni di web (potremmo persino non incontrarci mai), ma nessuno oggi può ignorarne l&#8217;esistenza o sottovalutarne la portata.</p>
<p>Certo, ci sono ancora resistenze culturali, ma sono sempre più minoritarie: credo che restino capaci di ridimensionare la rete &#8211; qui da noi &#8211; solo acuni politici spaventati dal cambiamento e qualche nonna che non ha ancora imparato a mettere le ricette su YouTube. Gli altri, direttamente o per sentito dire ne percepiscono l&#8217;importanza. E cambiano i rifermenti culturali: in questo senso (e forse non solo in questo) <a href="http://www.bookcafe.net/filtr/social.cfm?sezione=Internet&amp;ptt=2645&amp;location=http://tinyurl.com/ycl5tbb">Facebook è più <em>mainstream</em> di Bruno Vespa</a>. E internet non è più quella cosa strana che appassionava un manipolo di <em>geek</em>, ma una presenza che entra in molte conversazioni di tutti e che spesso le segna. Una volta era la televisione, una volta era una cultura con canoni diversi.</p>
<h5>Il problema della scala</h5>
<p>La diffusione porta sempre con sè un grande mutamento nelle pratiche, nei comportamenti e nel modo di utilizzare gli strumenti. Sebbene mai esente da comportamenti idioti, la rete ha vissuto un periodo di crescita in cui l&#8217;influenza degli <em>early adopter</em> in qualche modo dava esempi e forniva con maggior facilità logiche di autoregolamentazione. Lo «sbarco» (per usare un termine caro ai cronisti) accelerato e in massa ovviamente ha fatto saltare a molti diversi passaggi di comprensione. Con l&#8217;aumento di scala ci siamo ritrovati con i gruppi ingenui a favore della mafia, con i tifosi del signore che ha lanciato il Duomo in faccia a Berlusconi, persino con i tifosi della donna che ha fatto cadere il Papa. Nulla che non accadesse anche prima, nelle piazze e nei bar o anche nei gruppi <em>usenet</em> della prima ora, ma oggi tutto questo è illuminato da una dimensione pubblica che <em>socialmente</em> non siamo abituati a governare. I media di massa (ora che internet è il posto che i giornalisti adorano per raccontare le masse) non possono non evidenziare e non cercare ciò che fa notizia in questo enorme spazio condiviso.</p>
<p>C&#8217;è anche un principio di responsabilità nella potenza del mezzo, e non tutti siamo educati ad utilizzarlo. L&#8217;effetto più importante che continueremo a vedere mel corso del 2010, probabilmente, sarà innescato da questa inesperienza diffusa e dalla corsa a raccontarla. E la rete tenderà sempre più ad assomigliare al mondo di fuori. Tanto che potremmo parafrasare <a href="http://www.ibs.it/code/9788845246838/ben-jelloun-tahar/corrotto.html">una battuta di Ben Jelloun</a> («I mezzi pubblici non ti aiutano ad amare il tuo prossimo») e temere l&#8217;evidenza degli aspetti negativi che fanno notizia, mentre la crescita silenziosa di milioni di persone rischia di passare facilmente inosservata. Se, direbbe Seth Godin, siamo alla fase dell&#8217;innovazione in cui <a href="http://sethgodin.typepad.com/seths_blog/2010/01/evolution-of-every-medium.html">i burocrati banalizzano il mezzo</a>, il racconto pubblico che emergerà sarà quello su cui si costruirà l&#8217;interpretazione che ne daranno. I primi segnali li abbiamo già avuti con i gruppi di Facebook e &#8211; come giustamente <a href="http://www.mantellini.it/?p=7487">osserva</a> Massimo Mantellini &#8211; è forte il rischio che si piloti l&#8217;autoregolamentazione, magari con tavoli chiusi e propositi non eccessivamente da bene pubblico.</p>
<h5>Una questione di responsabilità</h5>
<p>Per come la vedo io, l&#8217;unica alternativa al tavolo chiuso è e rimane soprattutto un problema di educazione. Nostra prima che degli altri, perchè chi racconta la Rete come giornalista ha la responsabilità di fare una corretta divulgazione, e chi ha visibilità all&#8217;interno della rete &#8211; anche solo per pochi amici &#8211; ha la responsabilità di dare l&#8217;esempio. Dovremo sempre più imparare a cercare la nostra posizione, a distinguere le conversazioni in cui «parlano con noi» (con il nostro registro, con i nostri interessi) da quelle che si svolgono per altri e tra altri. Il fatto di essere tutti nello stesso social network non significa che stiamo per forza dialogando o parlando della stessa cosa. Dovremo imparare a capire che le persone che scegliamo di seguire (i blog che leggiamo, i giornali da cui ci informiamo, le persone cui ci iscriviamo nei siti sociali) ci daranno la nostra esperienza del medium. E che se troviamo qualcosa di noioso o di impreciso siamo noi che abbiamo sbagliato la scelta, non è lo strumento che delude.</p>
<p>Ma sono solo alcuni banali esempi di un elenco che sarebbe lungo. La rete espone alla diversità e dobbiamo imparare a trattarla e gestirla in modo adeguato. A un livello più ampio, e forse più sensibile, dobbiamo imparare (anche qui, <em>socialmente</em>, in maniera diffusa) a gestire la dimensione pubblica e privata in uno strumento che tende a penalizzare il privato se usato senza accortezza. Dobbiamo educarci ad utilizzare un ambiente potente, che tende ad assomigliare al tavolino del bar ma che non è affatto il tavolino del bar. Dobbiamo cominciare a capire che il grillismo, il qualunquismo e il generico attacchismo fanno accessi e popolarità sul breve ma danneggiano tutti sul medio e sul lungo periodo. La rete, ce lo raccontano i processi che ci hanno portato qui (e non potrebbe essere altrimenti), premia chi sa costruire e dimentica in fretta chi sa solo criticare, distruggere o sparare a zero.</p>
<h5>Alimentare la spinta</h5>
<p>È un quadro difficile quello che ci vorrebbe per alimentare la spinta. Idilliaco, magari. Ma non c&#8217;è alternativa: la percezione che avremo di Internet assomiglierà sempre meno a questioni tecniche e a una comprensione della complessità. Mentre assomiglierà sempre più a una società e una cultura che si esprimono per quello che sono, attraverso uno strumento che lo consente. Da questo punto di vista, ancora una volta, avremo l&#8217;internet che ci meritiamo. Ma non è un passaggio da sottovalutare, almeno in Italia (paese che utilizza i network relativamente poco, ma sempre più di quanto li abbia assimilati culturalmente): l&#8217;idea della rete che si creerà in questo periodo più o meno lungo a venire sarà determinante nel ridurre o amplificare il ritardo italiano.</p>
<p>Una percezione positiva potrebbe facilmente spingere verso nuove adozioni, verso circoli virtuosi, leggi non vessatorie, maggiori aperture, maggiori investimenti. Al contrario, una percezione negativa potrebbe portare a limiti e strette che solo la creatività dell&#8217;attuale classe dirigente può immaginare. È un apparente paradosso, ma in Italia in questo momento il racconto che si fa di internet vale più di qualsiasi innovazione tecnica dentro internet. E partiamo ad handicap perchè l&#8217;esempio di comportamento peggiore, qui da noi, lo danno politici, giornali e televisione. Se la rissa sembrerà normale a tutti, internet sarà l&#8217;apoteosi della rissa. C&#8217;è poco da fare, ma quel poco dobbiamo provare a farlo noi, nel nostro piccolo. Perchè tanti piccoli esempi fanno cultura. E, certo, perchè gridare a internet come bene pubblico o &#8211; addirittura &#8211; come candidato al Nobel per la Pace non ci esime dal fare la nostra parte. Cosa che assomiglia un po&#8217; alla vecchia storia della bicicletta e della necessità di pedalare.</p>
<h5>Alla ricerca del contesto</h5>
<p>Al di là dello scenario generale, da cui però molto dipende, credo che i trend principali riguarderanno più l&#8217;impatto sull&#8217;esterno che non il web in sè (territorio ormai di rinnovamento più che di innovazione). Si amplificheranno i tentativi di riuscire a controllare il contesto oltre che il testo, come per esempio sta facendo Google con le news o con la ricerca <em>real-time</em>. Qualcuno annuncia già che se il web 2.0 era tutto social, <a href="http://www.newsfactor.com/story.xhtml?story_id=133004A4JFPS&amp;page=3">il web 3.0 sarà costruito sulla connessione tra testo e contesto</a>. Ma a mio parere è ancora troppo presto per avere qualche novità in grado di ridisegnare seriamente la topografia e le modalità di utilizzo della rete. Anche se, ovviamente, sarei felice di sbagliarmi.</p>
<p>Sicuramente in quest&#8217;anno appena entrato <a href="http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/article6973182.ece">aumenterà sensibilmente il peso del mobile</a>, che è una buona chiave strategica anche per la diffusione della cultura digitale. Uno degli effetti collaterali della diffusione di Facebook è stato l&#8217;accesso al social network facilitato anche su telefoni cellulari di fascia media e bassa. E se la diffusione dell&#8217;iPhone in molti mercati è intorno al 200% annuo, la concorrenza porterà a prezzi più accessibili e maggiore diffusione anche dei <em>device</em> di fascia più alta. Poi c&#8217;è il grande mistero del tablet di Apple, <a href="http://www.bookcafe.net/filtr/social.cfm?sezione=Tech&amp;ptt=2659&amp;location=http://tinyurl.com/y9h8p5p">incognita concettuale</a> su cui molti scommettono.</p>
<h5>L&#8217;industria culturale</h5>
<p>La transizione verso il digitale sta ridisegnando l&#8217;industria culturale. Se al cambiamento di paradigma nella musica siamo ormai abituati e se la crisi del giornalismo su carta non fa più notizia, questo sarà l&#8217;anno in cui ci abitueremo a un nuovo concetto per pensare i libri. Con tutti gli annessi e i connessi, incluso il cambiamento del ruolo dell&#8217;editore e di quello dell&#8217;autore (cos&#8217;è un libro oggi, esattamente?). Nel caso dei libri, in particolare, i lettori elettronici colmano un vuoto che il web aveva da sempre: la lettura e la diffusione dei testi lunghi. Questo potrebbe facilmente significare che &#8211; non essendoci nell&#8217;ebook vincoli di lunghezza minima &#8211; un testo troppo esteso per stare in una pagina web con scroll ragionevole finisca naturalmente per essere un ebook e magari avere un prezzo &#8211; anche minimo &#8211; e un canale di vendita. Non ci sono facili previsioni: il passaggio al digitale di prodotti dell&#8217;ingegno che erano tradizionalmente vincolati al loro supporto è una bella sfida, per nulla vicina alla conclusione e da seguire con attenzione.</p>
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		<title>Editori, siete pronti? L&#8217;onda è in arrivo</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Dec 2009 07:45:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Quel che è stato per la musica molto presto sarà anche per il libro. Dietro alla diffusione degli ebook, giunti alla soglia della maturità, c'è un mercato in rapida e irrimediabile evoluzione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sin dai primi tempi della diffusione del web siamo sempre stati accompagnati da una certezza, un punto di riferimento solido tra le mille cose destinate a cambiare con l&#8217;arrivo di Internet nelle nostre società. «I libri», ci dicevamo, «non saranno mai attaccati da questa trasformazione dei media». A nostro reciproco conforto vantavamo gli argomenti più vari: dalla comodità del supporto (un amico mi ripeteva sempre che il libro puoi portartelo a letto e persino in bagno, il computer no), all&#8217;affetto romantico per l&#8217;oggetto, alle sue virtà di arredo, alle tante pratiche sociali che un libro accompagna. C&#8217;è tutta una ritualità intorno al libro rilegato, importantissima per ogni bibliofilo. Una ritualità che assomiglia molto a quella che un tempo, con modi e forme diverse, si associava alla lettura del quotidiano di carta. Attività che pure oggi ci pare già un po&#8217; vintage, superata dai tempi di un&#8217;informazione più ricca e veloce.<span id="more-1696"></span></p>
<h5>Evoluzione lenta</h5>
<p>Sono passati quasi tre lustri e oggi cominciamo a vedere segnali molto diversi. Segnali che abbiamo incominciato a riconoscere perchè li abbiamo già visti in passato. Prima li abbiamo decodificati <em>a posteriori</em> con il cambiamento del mercato musicale, travolto da una profonda mutazione che nessuno ha avuto tempo di diagnisticare prima che avvenisse. Poi li abbiamo rivisti, fin troppo simili nel dare indicazioni, con l&#8217;editoria di informazione. Per anni si sono lette, più in rete che fuori (com&#8217;è ovvio), analisi e previsioni che indicavano quanto stava per accadere. Analisi che l&#8217;<em>establishment</em> dei grandi news media considerava incompetenti e <em>naïf</em>, salvo poi cominciare da un annetto a rifare dall&#8217;interno le stesse analisi dopo aver subito i primo duri colpi della crisi.</p>
<p>Oggi tocca all&#8217;editoria libraria. In uno sguardo di breve periodo non sta succedendo nulla di particolarmente allarmante. È la lenta evoluzione delle cose che si combatte come tutte le lente evoluzioni combattute dalle organizzazioni difensive: si cerca di difendere il consolidato senza farsi troppe domande. In quest&#8217;ottica non predittiva ci sono degli aggeggi nuovi, i cosiddetti <em>ebook reader</em>, che hanno una piccola porzione del mercato. Negli Stati Uniti tra il 5 e il 10%, e qui da noi cifre risibili e non pervenute all&#8217;attenzione della cronaca. Ci sono librai online che si fanno la guerra al ribasso dei prezzi, ma nulla che esuli particolarmente dalla norma.</p>
<p>Tutto più o meno come sempre, le solite schermaglie di mercato. Eppure, se in Italia nessuno sembra percepire nulla (se ne parlerà come al solito con due anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti), oltreoceno il mercato viene definito nervoso, gli operatori sono tesi e si parla apertamente di guerra anche su testate <em>mainstream</em> come il New York Times. Per capire cosa sta succedendo occorre ampliare lo sguardo e ragionare sul medio periodo.</p>
<h5>Segnali deboli</h5>
<p>Ci sono diversi segnali deboli all&#8217;orizzonte. Un insieme di fattori convergenti che, se individualmente significano poco, messi insieme annunciano un grande problema in arrivo. Il primo di questi filoni di preoccupazione è lo sviluppo dei dispositivi elettronici che consentono di leggere libri. Questi <em>device</em> hanno ormai superato la fase di protostoria e sono diventati competitivi, offrendo un&#8217;esperienza di lettura diversa ma affatto inferiore al libro di carta. Hanno inoltre alcuni vantaggi funzionali non trascurabili: possono immagazzinare centinaia di titoli in pochi grammi, consentono di operare sul testo e di fare ricerche, si arricchiscono di nuovi titoli acquistati in pochissimi secondi. C&#8217;è ancora qualche problema, come in tutte le tecnologie giovani, ma fa parte del gioco: il catalogo non è onnicomprensivo, si lotta per affermare standard diversi. C&#8217;è potanzialmente anche una grande capacità di farli dialogare con il computer e con un altro fronte di dispositivi in forte crescita: gli <em>smartphone</em> (che hanno una crescita media annuale del 200% su diversi mercati nazionali e sono già una realtà negli <em>States</em>). E presto comunicheranno anche con i <em>tablet</em>.</p>
<p>Roba per <em>geek</em>, apparentemente. E in effetti i primi dati disponibili raccontano che sono proprio i lettori forti, in America, i <em>geek</em> che sostengono un costo iniziale alto per dotarsi di questi lettori. Ovvero: i maggiori acquirenti di libri sono quelli che guidano la transizione. L&#8217;esperienza dice che, quando una tecnologia arriva a questo punto, il passo successivo è facile da predire: i prezzi scendono e la diffusione aumenta. C&#8217;è sempre un momento in cui una cosa che abbiamo fatto per tutta la vita in un certo modo ci sembra di colpo vecchia rispetto al modo in cui possiamo farla oggi.</p>
<h5>Prezzi al ribasso</h5>
<p>Il secondo segnale arriva da lontano. Le grandi librerie online, in particolare Amazon e Barnes&amp;Noble, hanno aumentato la spinta verso il basso dei prezzi. Questa competizione al ribasso ha portato anche distribuzioni tradizionali e grande distribuzione (come Wal-Mart) a cercare di essere competitive. Molte novità, che prima erano vendute anche a 30 dollari, oggi sono prezzate a meno di 10. Da questa battaglia non si torna indietro, ed è una battaglia che erode profondamente il sistema di ricavi e quindi tutta la logica tradizionale del business e di sostegno ai costi. A questo, tuttavia, va aggiunto il contributo degli ebook, che si innestano nella concorrenza tra i prezzi a un livello più basso e che per molti lettori rappresentano una scelta già valida. Solo a settembre gli ebook negli Stati Uniti valevano già una quindicina di milioni di dollari di fatturato. E se alcuni editori provano a giocare di rimessa ritardando l&#8217;uscita della versione ebook, il New York Times li bacchetta dicendo che <a href="http://bits.blogs.nytimes.com/2009/12/15/wary-book-publishers-are-fighting-the-future/?src=sch&amp;pagewanted=all" target="_blank">giocano contro il loro futuro</a>.</p>
<p>Ma lo scenario è ancora più complesso, perchè la crescita degli ebook porta con sé significati molto più dirompenti. Se Amazon ha vinto la battaglia per gli ebook reader (<a href="http://www.marketwatch.com/story/still-no-Kindle-killer-on-the-horizon-2009-12-14?reflink=MW_news_stmp" target="_blank">il Kindle non ha rivali</a> e <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1121" target="_blank">tenderà a consolidare la sua posizione</a> perchè da questo dominio deriverà una maggiore offerta di contenuti), gli editori hanno perso quella per il controllo delle piattaforme di distribuzione e di vendita, che per la natura digitale del prodotto possono facilmente diventare piattaforme anche di edizione. Dovranno sempre più venire a patti con Amazon, se vorranno vendere, e corrono anche il rischio di essere saltati allegramente. L&#8217;ultimo dei segnali deboli, infatti, riguarda il primo caso di autore di bestseller che <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1118" target="_blank">si accorda direttamente con Amazon</a>. Un precedente assai significativo, che potrebbe aprire una strada molto redditizia<br />
per gli autori. E per Amazon.</p>
<h5>Fattori di cambiamento</h5>
<p>Cosa succederà dunque? Difficile da dire con previsione certa. Le certezze sono poco confortanti. I primi a soffrire probabilmente saranno i librai e i distributori. Gli editori dovranno reagire con molta prontezza, perchè i cambiamenti nelle organizzazioni sono cosa lunga e conviene farli per tempo. I libri, quelli di carta (ma la distinzione sfumerà e anche il ricordo), resisteranno, se è vero che ci sono ancora appassionati musicofili che comprano il vinile. Ma, <a href="http://blog.paperogiallo.net/2009/12/viaggiatore_e_gourmet_del_xxi_secolo.html" target="_blank">come dice Stefano Bonilli</a>, che nel settore ci sta da una vita, difficilmente saranno ancora il business principale. Il vero fattore di cambiamento, infatti, non è il confronto tra libro digitale e libro rilegato, che è persino un finto problema. Il dato con cui bisogna scendere a patti è il cambiamento del sistema, in cui se cambiano le relazioni tra alcuni elementi cambiano le relazioni tra tutti.</p>
<p>Quale potrà essere il ruolo dell&#8217;editore se il 90% dei ricavi passerà per le piattaforme digitali che l&#8217;editore non controlla? Gli autori avranno ancora bisogno di un editore se potranno accordarsi direttamente con l&#8217;Amazon di turno per vendere i loro testi? Come si riconfigurerà <a href="http://www.fictionmatters.com/2009/12/09/the-economics-of-ebook-abundance/">l&#8217;economia dell&#8217;abbondanza nel mercato editoriale</a>? Secondo alcuni sarà <a href="http://www.idealog.com/blog/the-big-guys-dont-see-the-fundamental-problem">la fine della professione dell&#8217;editore</a>. Secondo altri questo è <a href="http://www.latimes.com/entertainment/news/arts/la-ca-decade-books20-2009dec20,0,6874483.story">il decennio in cui tutto può venire giù</a>, ma c&#8217;è anche molto spazio per inventare strade nuove. Per il momento, Amazon rischia di diventare per gli editori quello che è Google oggi per i <em>news media</em>: il nemico che ruba loro potere e ricavi. Il Kindle ha vinto la sua battaglia più difficile, grazie <a href="http://www.nytimes.com/2009/12/10/technology/personaltech/10pogue.html">al ritardo del Nook</a> dei rivali di Barnes&amp;Noble. Più il Kindle si diffonderà, più richiamerà contenuti, più continuerà a diffondersi mentre gli altri perderanno terreno. Inoltre l&#8217;azienda di Bezos sta lottando duramente, vendendo gli ebook sottoprezzo (e perdendo circa due dollari a titolo a favore del margine degli editori), per rafforzare la sua forza sul mercato. E la battaglia è anche tecnologica, perchè comprare un lettore di ebook da un fornitore o dall&#8217;altro significa <a href="http://www.pcworld.com/businesscenter/article/184705/stephen_coveys_new_habit_hurts_his_ereaders.html">poter leggere solo i titoli venduti sul sistema di chi te lo ha venduto</a>. Quindi, ancora una volta, se il Kindle avrà maggior offerta, sarà sempre il più appetibile sul mercato. E gli editori (e i lettori) dovranno adeguarsi.</p>
<p>In uno scenario simile, se continua su questa linea, far emergere un nuovo <em>competitor</em> assomiglierà più o meno a cercare di creare l&#8217;anti-Google (cosa che hanno provato in tanti). Non è dunque più una questione di preferenze: possiamo amare i libri quanto vogliamo, ma sono cambiate le regole del gioco. Come è stato per la musica e per i giornali di carta. E, per chi fa del settore un&#8217;attività imprenditoriale, è più urgente che mai correre ai ripari. Anche in Italia, perchè &#8211; sebbene ancora non si vedano i segnali &#8211; l&#8217;onda arriverà.</p>
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		<title>L&#8217;evoluzione del giornalismo</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/02/10/levoluzione-del-giornalismo</link>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 15:03:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cala la domanda di mercato, cambia la tecnologia, cambia il pubblico: l'industria delle produzione e della distribuzione delle notizie attraversa un momento di evoluzione drammatico, da un lato sospinto dalla crisi economica e dall'altro rallentato dall'incertezza riguardo ai nuovi modelli commerciali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste settimane di celebrazioni darwiniane si parla molto di evoluzione. Ma la metafora biologica è spesso utile per descrivere situazioni complesse, perchè rende molto intuitive alcune relazioni tra le parti di un sistema e permette di individuare le mutazioni nei rapporti tra le diverse componenti. Io la trovo molto utile per farmi uno schema di quella che comunemente chiamiamo &#8220;la crisi dei giornali&#8221; e che, in realtà, è un &#8220;momento di evoluzione&#8221; di tutto il giornalismo, da cui non sarà esente nemmeno il giornalismo televisivo nè qualsiasi altra forma di informazione professionale. Negli ultimi decenni non c&#8217;erano stati cambiamenti molto rilevanti, perchè (in termini evoluzionistici) si era raggiunto un buon grado di adattamento e si lavorava e viveva in un ambiente stabile. Ma, per citare Gould (e la sua <a href="http://www.anobii.com/books/Lequilibrio_punteggiato/9788875781026/01893514c8126d3849/">teoria dell&#8217;equilibrio punteggiato</a>), il cambiamento si innesca quando la stabilità di un ambiente o di qualsiasi procedura vitale viene messa a rischio da un fatto nuovo.<span id="more-410"></span></p>
<p>Consentiamoci una semplificazione analitica molto forte (e un po&#8217; autoironica) e proviamo a immaginare la situazione. C&#8217;era una popolazione di giornalisti che viveva grazie a un sistema molto costoso in termini di risorse: la produzione, il confezionamento e la distribuzione di informazione. In questo modello i costi di produzione sono elevati (reporting, inviati, copertura delle notizie nel mondo ecc.), come quelli di distribuzione (stampare e distribuire periodici costa, mantenere una televisione costa ancora di più). Ma il lavoro di confezionamento produceva un bene in cui altri riconoscevano un valore economico diretto (acquisto dei giornali, abbonamenti) o indiretto (raccolta pubblicitaria). Con alcune modifiche, soprattutto nel peso del recupero di risorse (ripartito sempre più verso la raccolta pubblicitaria), il modello ha tenuto senza scossoni negli ultimi 50 anni del secolo scorso.</p>
<p>Nel frattempo succedevano cose, di natura diversa. Il progresso tecnologico ha messo a punto una forma di distribuzione molto più economica e sostanzialmente differente (i network digitali). Il pubblico è cresciuto culturalmente, ha avuto accesso alla rete di distribuzione delle informazioni e a molte delle fonti tradizionali del giornalismo. Una popolazione di nuovi &#8220;operatori del settore&#8221; ha cominciato ad abitare il territorio tradizionalmente occupato dai giornalisti, ma senza essere legata a un sistema produttivo. La disponibilità di informazione gratuita ha cominciato a mettere in crisi il concetto di valore economico (non di valore assoluto) dell&#8217;informazione. Ma, come sempre succede, l&#8217;ecosistema si stava lentamente riequilibrando. Le grandi testate stavano abbracciando la nuova situazione e stavano provando a riorganizzarsi.</p>
<p>Fino a ieri tutto pareva seguire il suo corso, finchè la crisi economica mondiale ha accentuato ed accelerato la crisi. Oggi la transizione non è più morbida e graduale. Il sistema produttivo, molto costoso,<br />
non è più in grado di far vivere la popolazione di giornalisti, il cui numero è molto cresciuto nel tempo. Perchè il giornalismo (inteso come professione) funzioni, è necessario infatti che vi siano e che funzionino i costosi sistemi che lavorano su approvvigionamento, confezionamento e distribuzione delle informazioni. Se questi sistemi cessano di produrre valore, non si potranno avere le risorse per mantenere i giornalisti (confezionamento) e per garantire una buona informazione (approvvigionamento). La popolazione dei giornalisti, allo stato, è prevedibilmente in via di drastica diminuzione. Come sono diminuite le popolazioni di molte specie animali quando il loro ecosistema si è modificato troppo in fretta per dar loro il tempo di reazione.</p>
<h5>Lo scenario</h5>
<p>Uscendo dalla semplificazione, che ci ha chiarito in maniera persino banale quanto una professione per restare tale debba contare su un sistema che produca valore, la situazione può essere descritta con maggior precisione. Quello che sta succedendo è riassumibile in una serie di considerazioni:</p>
<ul>
<li>I costi di distribuzione tradizionale sono troppo elevati rispetto alla domanda di mercato: il numero di copie vendute comincia a non giustificare la stampa e la distribuzione in moltissimi casi (anche includendo i proventi da allegati e optional di acquisto vari: libri, cd eccetera). Questo può anche essere vero, con i dovuti distinguo e in fase meno avanzata, per la televisione generalista che sta riscontrando un forte calo di ascolti e di raccolta pubblicitaria. E una televisione generalista costa tanto: la cenerentola italiana, RaiTre costa oltre 300 milioni di euro l&#8217;anno.</li>
<li>È cambiato il pubblico. Ci sono fin troppi segnali: la lettura del quotidiano non è più adatta ai ritmi vitali della vita di oggi, non sulla scala grande che serve a stamparlo. Il ciclo veloce di disponibilità di informazione, in tempo reale, ha abituato gli individui a consumare le notizie e le opinioni in maniera molto più mirata e rapida rispetto ai tempi di circolazione e senescenza di un quotidiano. E, come dice <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">Mark Hamilton</a>, è cambiato il consumo di media: nessuno legge più solo un quotidiano e per l&#8217;individuo non ha più troppo importanza la fonte, poichè ne ha tante a disposizione e le usa. Questo non vuol dire che si sia ridotta l&#8217;autorevolezza delle grandi testate, ma piuttosto che non dovendo più pagare per informarsi, l&#8217;aumento dell&#8217;offerta ci consente di saltare da una fonte all&#8217;altra con evidenete facilità, limitando l&#8217;affezione a una data testata (non più necessaria).</li>
<li>Il processo di informazione e di distribuzione non si esaurisce più nella linearità del processo giornalistico. Gli individui mediano le diverse fonti, le rielaborano, le rimettono in circolazione<br />
nei diversi network e nella blogosfera. È quanto Shirky chiama <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">superdistribuzione</a>.</li>
</ul>
<h5>Il sistema produttivo</h5>
<p>Molti analisti si concentrano su come debba cambiare la professione e su come debba cambiare il contenuto giornalistico per far fronte alla crisi. Probabilmente questo assomiglia a concentrarsi su uno dei sintomi (il più evidente, è chiaro) ma non sulla causa. Se avessimo il miglior giornalismo possibile, il più affascinante che riusciamo a immaginare, dovremmo dare per scontato che averlo basti a ritornare allo <em>status quo</em>. Ovvero: la gente ricomincia a comprare i giornali, gli inserzionisti ricominciano a investire pesantemente e tutto torna all&#8217;età dell&#8217;oro grazie a una o più innovazioni nel confezionamento dell&#8217;informazione. Ma io non sarei così sicuro: in genere una buona soluzione parte da una buona descrizione del problema. E il problema alla fine è semplice: se non si fa fatturato, non c&#8217;è professione. Se si dimezza il fatturato, si dimezza la popolazione che riesce a viverci facendo quel lavoro.</p>
<p>E per fare fatturato, per mantenere i costi (alti) di approvvigionamento e di confezionamento (se non paghiamo il confezionamento il giornalismo cessa di essere una professione), serve un modello che tenga conto della realtà e non che viva sulle speranze di un ritorno al passato. È abbastanza fatale che gli acquirenti di giornali (già in piena senescenza) non smettano di diminuire e che il pubblico televisivo (negli anni) tenda a non consumare la televisione come la conosciamo oggi. E ne consegue che se diminuisce il pubblico e diminuisce la capacità dei mass media di fare cornice sociale, si ridimensioni l&#8217;appeal della (costosa) pubblicità su questi strumenti. E se dimuiscono i soldi in ingresso, diminuiscono i soldi per coprire quanto accade nel mondo e per pagare i giornalisti a livello professionale. E diminuisce l&#8217;informazione organizzata, che non può essere (per evidenti ragioni di approvvigionamento) sostituita in maniera autorganizzata dall&#8217;informazione dal basso (che ne è un complemento importante, ma non un sostituto).</p>
<p>Secondo il Pew Research Center, già nel 2008 negli Stati Uniti i lettori dei giornali online hanno superato per la prima volta quelli delle edizioni cartacee. E l&#8217;informazione si consuma in maniera sempre più prevelente attraverso i network. Ma persino la pubblicazione dei <em>legal ads</em> ormai <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/04/one-more-kick-in-the-kidneys-for-papers-the-end-of-legal-ads/">viene fatta online</a> perchè i giornali non garantiscono più la sufficiente distibuzione per rendere le informazioni <em>informazioni di tutti</em>.</p>
<h5>La transizione</h5>
<p>Prima dell&#8217;accelerazione dovuta alla crisi, si contava molto sulla raccolta pubblicitaria perchè non si riesce a vendere il contenuto online. Ma diverse ragioni, oggi, rendono questa strada molto difficoltosa. Prima di tutto per via della concorrenza, perchè i canali non sono più solo quelli dell&#8217;informazione canonica e, anzi, <a href="http://www.niemanlab.org/2009/01/why-its-so-hard-to-move-revenue-from-print-to-online/comment-page-1/">spesso sono meno competitivi</a>. Poi perchè la pubblicità online risulta meno efficace: gli utenti la percepiscono meno, ha meno capacità di emozionare e colpire, perde il senso di &#8220;massa&#8221; che aveva sui media (appunto) di massa. Certo, è più facile da costruire in modo mirato e intelligente, ma costa infintamente meno. Nonostante i lettori online aumentino, le pubblicità sulla carta vengono (ancora) pagate infinitamente di più. Non durerà a lungo. Ma i prezzi bassi e forzatamente concorrenziali dell&#8217;online non potranno certo supplire allo stesso modo. E tenderanno a scendere.</p>
<p>Anche se la raccolta pubblicitaria online migliorasse, potrebbe non bastare. Il tradizionale sistema di finanziamento dei news media posava su tre fattori, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,1877191,00.html">nota Walter Isaacson</a>: vendita in edicola, abbonamenti e pubblicità. E aggiunge: basato solo sulla pubblicità è come se una sedia a tre gambe dovesse stare in piedi solo su una.</p>
<p>Le soluzioni su cui si sta discutendo hanno dell&#8217;avventuroso, ma fanno parte di un ragionamento che deve per forza avvenire a 360 gradi. Lo stesso Isaacson ha recentemente rilanciato l&#8217;<a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/12/business/media/12carr.html&amp;OQ=_rQ3D3Q26scpQ3D1Q26sqQ3DitunesQ2520newsQ26stQ3Dcse&amp;OP=306f9a34Q2FQ26td0Q26GlNQ7Esll.vQ26vQ5EQ5EEQ26Q5EIQ26IvQ260-Q7E!7dQ7EQ7EQ26xdG!Q5BQ26IvNQ5BsspQ3F.xk">idea</a> di David Carr dei <a href="http://www.aspeninstitute.org/site/c.huLWJeMRKpH/b.4959311/k.49F5/A_Bold_Old_Idea_for_Saving_Journalism_2009_HaysPress_Enterprise_Lecture_by_Walter_Isaacson.htm">micropagamenti</a>: il modello è semplice, si paga qualche centesimo per articolo. E, citando un vecchio pezzo di Shirky che ricordava come in realtà il costo mentale della transazione rende i <a href="http://www.shirky.com/writings/fame_vs_fortune.html">micropagamenti quasi fallimentari</a>, ha proposto di raccogliere l&#8217;insegnamento di iTunes. In rete se ne sta dicutendo molto, ma prevalgono le obiezioni. Shirky stesso <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/02/why-small-payments-wont-save-publishers/">ha replicato</a>, sostenendo che il paragone con iTunes non regge perchè iTunes rappresenta l&#8217;unica alternativa legale a un prodotto, a differenza dell&#8217;informazione. Quindi, i micropagamenti funzionano solo in assenza di un mercato con altre opzioni legali. Inoltre, <a href="http://www.thebigmoney.com/articles/impressions/2009/02/09/micro-economics?page=0,0">aggiunge</a> Gabriel Sherman su Slate, la musica è un contenuto con un ciclo di vita molto più lungo delle news.</p>
<p><a href="http://recoveringjournalist.typepad.com/recovering_journalist/2009/02/asking-people-to-pay-for-news-what-he-said.html">Secondo Mark Potts</a> la cosa può funzionare solo per alcune nicchie mirate. Ma, come <a href="http://www.tamark.ca/students/2009/02/08/paying-a-little/">sostiene Mark Hamilton</a>, si deve anche tenere conto del fatto che se si può scegliere tra gratis e a pagamento è più probabile che si escluda quanto bisogna pagare dalle proprie letture, anche considerando le attuali abitudini di consumo dell&#8217;informazione tra moltissime fonti.</p>
<h5>Non si può non stampare</h5>
<p>Le alternative paiono poche. Sul <a href="http://www.nytimes.com/glogin?URI=http://www.nytimes.com/2009/01/28/opinion/28swensen.html&amp;OQ=_rQ3D1Q26pagewantedQ3Dprint&amp;OP=5c3e4797Q2FQ3CcKpQ3C@PGjQ5EPPwQ2AQ3CQ2AQ3DQ3D3Q3CQ3DfQ3CQ2AIQ3CPyQ60Q5BQ60PQ5BQ3CQ2AIjcKQ5BjKQ5BQ25-w1Q7C">New York Times</a> si è lanciata l&#8217;ipotesi di fare dei <em>news media</em> fondazioni o enti no profit. Ma, al di là dell&#8217;effettiva praticabilità (quante testate potrebbero resistere?) è stato subito notato il rischio, sul fronte democratico e della qualità, del <a href="http://www.slate.com/id/2210333/pagenum/all/">distacco tra le testate e la pressione del mercato</a>. Altrove si è suggerita l&#8217;<a href="http://www.latimes.com/news/opinion/sunday/la-oe-rutten4-2009feb04,1,4979706.column">esenzione dalle norme antitrust e la formazione di un cartello</a>. La tesi è facile. Se tutti i giornali tranne qualcuno regalano i contenuti (puntando sulla raccolta pubblicitaria) nessun giornale da solo potrà mettere a pagamento i contenuti e avere qualche speranza. Invece devono sedersi, formare un cartello e negoziare una strategia comune di pagamento per i contenuti. Ma anche questa strada appare poco praticabile.</p>
<p>Jarvis, tempo fa, <a href="http://www.buzzmachine.com/2008/12/20/can-the-la-times-turn-off-its-presses/">sostenne</a> che il Los Angeles Times poteva pagare gli stipendi di tutti i giornalisti solo con le entrate dell&#8217;online. Ma gli stipendi non sono gli unici costi, anzi. Il punto vero, per la sopravvivenza del sistema come lo conosciamo, è che non <a href="http://newsosaur.blogspot.com/2009/02/why-newspapers-cant-stop-presses.html">si possono fermare le macchine di stampa</a>, perchè dalla carta viene una percentuale considerevole degli introiti. Quindi, se diamo per scontata l&#8217;insostenibilità economica della stampa (almeno nei numeri cui siamo abituati oggi) il sistema non può restare come lo conosciamo. Cambierà inesorabilmente e non sappiamo come. La &#8220;specie&#8221; dei giornalisti cambierà con il sistema che non è più apparantemente in grado di sostenerla. E non è detto che siano tutte rose e fiori.</p>
<p>In attesa di vederlo e di capirlo, il cambiamento, non mancano gli esercizi: Steve Outing (segnalato anche da <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2009/02/06/oltre-la-carta-come-dovrebbe-essere-una-redazione-digital-only/">Tedeschini</a> qui da noi) <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003936131">immagina una redazione all digital</a> e dà <a href="http://www.editorandpublisher.com/eandp/columns/stopthepresses_display.jsp?vnu_content_id=1003918050">anche qualche consiglio</a>. E Ken Paulson ci racconta come sarebbero stati i giornali se fossero stati <a href="http://www.poynter.org/column.asp?id=45&amp;aid=158153">inventati dopo il modem</a>. Due letture utili<br />
per capire cosa (forse) succederà.</p>
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		<title>L&#8217;internet del 2009</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 07:24:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un anno di transizione, che ci porta verso la chiusura di un ciclo. Tutto sta avvenendo molto in fretta, più di quanto ci aspettassimo: i network stanno scomparendo dentro la realtà]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Grazie a due fattori (l&#8217;aumento di scala delle persone connesse e la disponibilità di strumenti, tutti sociali, ma <em>diversi</em> come grammatica) stiamo assistendo a un mutamento abbastanza sensibile sia di quella che un tempo chiamavamo &#8220;topografia della rete&#8221;, sia dei processi sociali e di relazione cui eravamo abituati. Non è facile tracciare un quadro generale, sebbene vi siano alcuni segnali, più problematici che solutori. Alcuni hanno osservato come si stia rilevando una <a href="http://www.suzukimaruti.it/2008/12/28/gente-tranquilla-che-commentava/">riduzione della partecipazione</a> nei blog o una (sana) <a href="http://friendfeed.com/e/55e2df2e-bcbc-4d68-bd67-b8cfa7e01e2a/nota-che-nessuno-parla-piu-di-blogbabel-Chissa/">diminuzione dell&#8217;attenzione</a> verso classifiche come Blogbabel. Altri, come Fabio Metitieri, hanno finito per sostenere che sia la morte del blog o di una certo modo di pensare il blog, legato e collegato al concetto di &#8220;grande conversazione&#8221;.<span id="more-293"></span></p>
<p>Nei fatti, quello che sta succedendo è abbastanza semplice. Nei primi anni 2000 la parte abitata della rete (o il web sociale, come vogliamo chiamarlo) ha scoperto se stesso nella blogosfera e nella nascita dei canali personali o in quello che alcuni chiamano <em>user generated content</em>. Fino al 2003/2004 avevamo solo (o soprattutto) i blog e attraverso i blog facevamo passare tutte le nostre interazioni e le nostre necessità relazionali. Poi, con il tempo, l&#8217;offerta di soluzioni è aumentata: dalle <em>repository</em> (come YouTube e Flickr) ai social network tematici (si pensi ad aNobii), a &#8220;ripetitori di stimoli&#8221; come FriendFeed, a strumenti di microblogging &#8211; qualsiasi cosa oggi significhi &#8211; come Twitter, ad ambienti polifunzionali diversissimi tra loro, come Facebook o Second Life &#8211; vere città nella città, in cui ciascuno trova il suo modo di utilizzare le opportunità.</p>
<p>Nel frattempo l&#8217;onda dell&#8217;<a href="http://www.ericsink.com/bell2.gif">adozione di massa</a> ha superato i blog ed è arrivata sui social network <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Mainstream">mainstream</a>, popolandoli e facendo entrare la rete sempre più nel linguaggio e nelle abitudini quotidane. Il concetto stesso di ambienti di rete <em>mainstream</em> è apparentemente un ossimoro per i pionieri che, per anni, hanno contrapposto le logiche di internet a quelle del mainstream (appunto), identificato con la televisione e i grandi gruppi editoriali. Ma, per buttarla semplicemente, quando <a href="http://www.akille.net/2008/10/27/butta-via-tutto/">tuo padre ti aggiunge su Facebook</a> probabilmente devi aggiornare il tuo concetto di mainstream, anche perché molte trasmissioni di televisioni generaliste sono forse meno conosciute del popolare social network.</p>
<p>Ma se i fatti sono osservabili e visibili, l&#8217;interpretazione non è così lampante e scontata. Molte delle categorie interpretative che abbiamo usato in questi anni vanno aggiornate a una realtà veloce. A livello macro (se è ancora intellettualmente affrontabile un discorso a livello macro su Internet) io vedo alcune tendenze forti.</p>
<h5>1. Specializzazione</h5>
<p>Nel 2009 tenderemo probabilmente a specializzare sempre più l&#8217;uso del nostro tempo vitale online, attraverso le vocazioni degli strumenti, come già stiamo facendo oggi ripetto alla prima fase della blogosfera. Questa ipotesi spiega, ad esempio, lo spostamento di tutti i <em>contenuti relazionali</em> (che prima avevano forzatamente sede nei commenti dei blog o nelle conversazioni &#8220;via post&#8221;) verso strumenti più adatti (Twitter, Friendfeed, alcuni usi di Facebook). Anche se questo, per me, non significa la fine del blog, ma una sua maturità di vocazione: il blog tenderà, probabilmente, a essere il luogo dei contenuti editorializzati, del &#8220;racconto&#8221; di ciò che accade in altri ambienti di rete (si pensi ai numerosi blog di avatar di Second Life o di giocatori dei Mmorpg) o fuori dalla rete.</p>
<p>Fatta salva una parte della blogosfera (quella diaristica e intima) che è prevalentemente relazionale anche nei post, il contenuto di relazione (dal cazzeggio alla <em>vicinanza emotiva</em>) tenderà a spostarsi sempre più verso ambienti che, rispetto ai commenti di un blog, facilitano l&#8217;interazione con il tastino <em>Publish</em>, per costume interno e per (apparente) velocità di senescenza dei contenuti. E lo spostamento su diversi assi del tempo vitale finisce anche per spiegare la progressiva perdita di senso del ranking sui blog. Io non ho mai creduto alle classifiche, per svariate ragioni, ma è innegabile che esse fornissero ai blogger un feedback che costruiva parte della sensazione di appagamento, fondamentale per dedicare un investimento del proprio tempo vitale online come offline. Ora, anche nei casi più marcati (e meno sani) di dipendenza dalle classifiche si nota una certa riduzione dell&#8217;attenzione verso gli ex <a href="http://it.blogbabel.com/metrics/">deifici</a>: se le attività online e (di conseguenza) la nostra presenza non sono più solo rappresentabili attraverso il blog, il nostro appagamento non è più totalmente legato ad esso.</p>
<h5>2. Frammentazione</h5>
<p>Venendo dai media tradizionali già ci sembrava complicata e frammentata la conversazione quando cominciammo ad avere migliaia di blog. Oggi che la <em>big conversation</em> si svolge in una quantità di ambienti diversi è decisamente molto più frammentata di allora. E probabilmente richiede una dose superiore di <em>information literacy</em> per essere affrontata, poichè un modello di sintesi mi pare tecnicamente ancora lontano. La specializzazione degli ambienti, con funzioni spesso sovrapponibili (relazione, contenuto eccetera) potrebbe portare a porzioni di rete non necessariamente connesse con le altre. Già oggi Google (come motore di ricerca e di accesso) non regna sovrano se non su una parte di &#8220;web piano e aperto&#8221;. È una porzione enorme di dati, ma non necessariamente di società connessa. I motori di ricerca non sono in grado, ad esempio, di monitorare i social network giustamente chiusi per privacy (in cui però avviene parte della big conversation) o ambienti come Second Life, in cui pure succedono cose e crescono forme di conoscenza.</p>
<h5>3. Normalità banale</h5>
<p>Ho la sensazione che il 2009 sarà un anno di transizione, di chiusura di un ciclo, un po&#8217; come i primi anni 2000 hanno chiuso il ciclo di Geocities e dei portali. Non è una sensazione basata su fatti tecnici, quanto su una serie di segnali deboli, di esigenze raccolte in giro, di osservazioni sentite un po&#8217; qui e un po&#8217; là. Soprattutto fuori dalla Rete. Io non sono mai stato preoccupato per il digital divide, perchè nella mia lettura della realtà lo consideravo (e lo considero) fisiologico: la televisione ci ha messo 36 anni per arrivare nelle case degli italiani e internet ci metterà molto meno. Di conseguenza sono stato sempre più preccupato per il &#8220;divide&#8221; culturale, quello che riguarda la capacità di orientarsi tra i nuovi strumenti e le nuove logiche sociali.</p>
<p>Ma mi pare che tutto corra più veloce di quanto prevedessimo pochi anni fa, soprattutto più veloce di quanto prevedessero i pessimisti. Ma anche più veloce di quanto prevedessi io. Il punto vero è che internet sta scomparendo dentro la realtà, sta diventando normale per molti e portando la normalità di molti nei suoi bit. Forse abbiamo appena passato o stiamo passando un&#8217;importante soglia di scala. Se l&#8217;<em>hype</em> dei media su Facebook dal punto di vista degli addetti ai lavori è semplicemente <em>hype su Facebook</em>, è anche vero che l&#8217;effetto è quello di trasportare verso il web sociale una bella quantità di persone che prima non lo frequentavano. Ma a leggere i giornali o a parlare con la gente, per strada o sul lavoro, internet non è più il territorio di una minoranza colta e pronta a sperimentare. Certo, il livello di consapevolezza a volte sfiora la superstizione, ma internet è nella vita di tutti i giorni di tantissime persone.</p>
<p>Prima o poi doveva succedere, lo auspicavamo da tempo. E questo significa o può significare molte cose: sarà abbastanza interessante vedere come cambieranno quelli che arrivano in rete oggi senza averne seguito da dentro il percorso. E sarà interessante osservare come si imposteranno le dinamiche sociali dopo i nuovi massicci innesti. E come cambierà internet.</p>
<h5>4. La crisi e l&#8217;informazione</h5>
<p>In rete, dato che i contenuti difficilmente si vendono, al momento ci sono tre modelli di business prevalente. Il primo è quello della raccolta pubblicitaria. Il secondo è l&#8217;ecommerce. Il terzo è quello di Linden Lab con Second Life, che vende terra e batte moneta. A senso, data la crisi, soffriranno un po&#8217; tutti. Ma quelli che soffriranno di più potrebbero essere coloro che vivono sulla raccolta pubblicitaria. La crisi economica ha accelerato la crisi dei giornali, senza che la rete fosse pronta per un modello sostituitivo. Tanti potrebbero chiudere, per poi rinascere con equilibri diversi dopo la crisi. Certo, sarà più facile riaprire online. E, forse, dopo la bufera si sposteranno in rete più investimenti pubblicitari. Forse. Diciamo che il mio è più un augurio che una previsione, perchè di giornalismo vero abbiamo bisogno. E se i giornali chiudono, la rete attualmente non paga, o paga poco (come sa bene l&#8217;esercito di freelance che combatte per una collaborazione).</p>
<p>Una delle cose che scopriremo con il 2009, temo, è se il giornalismo come professione è in grado di mantenere tutti i giornalisti che lo hanno scelto come professione. I primi segnali dicono di no. E se i grandi editori non ne vengono a capo, gli anni successivi saranno perfino più crudeli.</p>
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		<title>Twinity, a spasso per Berlino</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Dec 2008 07:45:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Granieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessione digitale del mondo atomico, questo nuovo mondo metaforico permette di socializzare e svolgere attività tra gli spazi e le architetture della città scelta (sono in arrivo anche Londra e Singapore). Parola d'ordine: powered by real life

Twinity è un mondo mirror che riproduce (per ora) la città di Berlino, nei sui spazi e nelle sue archetitetture. Ma è anche una piattaforma sociale e uno spazio relazionale. Vi raccontiamo le nostre prime impressioni.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A differenza di Second Life, che con il nome e l&#8217;abuso iniziale dell&#8217;aggettivo &#8220;virtuale&#8221; ha sempre creato un&#8217;idea erronea di mondo <em>altro</em> rispetto a quello reale, il claim di <a href="http://www.twinity.com/en">Twinity</a> è decisamente più efficace: <em>powered by real life</em>. Twinity è uno dei tanti nuovi metaversi che stanno fiorendo ovunque. È, tecnicamente, un <em>mondo mirror </em>perchè è basato sui dati del mondo atomico (Google Earth e Satnav) e tende ad essere una riflessione digitale della realtà materiale. La prima città riprodotta è <a href="http://www.twinity.com/en/berlin">Berlino</a> (non a caso, data la matrice tedesca del mondo, ideato dalla startup tedesca <a href="http://www.twinity.com/en/berlin">Metaversum</a>), ma le ambizioni sono molto più grandi: si mira a <a href="http://www.virtualworldsnews.com/2008/10/quick-stat-over-50000-users-in-twinity-beta.html">Londra</a> e, con finanziamenti governativi, a <a href="http://virtualeconomicforum.com/content-library/blogging/about/twinity_gets_government_funding_for_singapore_replica/">Singapore</a>.</p>
<p>Entrare in Twinity oggi, dunque, ci consente di fare una passeggiata per le strade di Berlino, di cui è stata riprodotta una buona parte con buona accuratezza. Come già con Second Life, va osservato, le architetture che replicano spazi e ambienti delle nostre città non hanno una grande capacità di emozionare o di offrire un forte &#8220;senso di essere lì&#8221;, soprattutto quando sono realizzate su piattaforme che, non essendo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Virtual_reality">realtà virtuale</a>, tendono a mantenere forte la percezione del medium che usiamo per visitarle. Si tratta, soprattutto per Second Life, della scelta più facile per raccontare un territorio: ma questi primi anni raccontano che il potenziale comunicativo di simili esperimenti è abbastanza basso se limitato alla semplice riproduzione del reale.</p>
<p>Nel caso di Twinity, la logica di geolocalizzione e di replica &#8220;a specchio&#8221;, può però rivelarsi interessante nel tempo. Sul piano della comunicazione territoriale (e turistica) si tratta di un esperimento ancora rudimentale, forse, ma con buone potenzialità: abbiamo la capacità di muoverci e orinetarci in una simulazione abbastanza realistica degli spazi e dei percorsi all&#8217;interno di una città e possiamo quindi cominciare a farci un&#8217;idea del posto che visiteremo e che vorremmo visitare. Il costo che si paga, ovviamente, è il basso contenuto creativo ed esperienzale, a tutto vantaggio di un contenuto informativo. Rispetto a Second Life, direi, meno creatività e contaminazione, più voglia di realismo e appeal patinato.</p>
<p>Ma Twinity non è solo una versione in 3D di servizi diversi come Google Earth o come i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_informativo_territoriale">GIS</a>: è un &#8220;mondo&#8221; (nel senso esteso di altri ambienti come Second Life o MMOG) e quindi è una piattaforma sociale. In realtà, rispetto a Second Life ci sono molte differenze di approccio: si può scegliere di usare il proprio nome e cognome (e ci sono le opzioni per decidere a chi mostrare il cognome), il sito web ha tutte le caratteristiche dei social network (profilo, messaggi) e anche &#8220;dentro&#8221; il mondo la parte sociale è gestita con logiche e interfaccia simile in tutto a quanto ci hanno abituato gli strumenti di social networking che utilizziamo ogni giorno.</p>
<p>In  generale l&#8217;aspetto di social networking è meglio assecondato nel mondo metaforico tedesco laddove per i residenti del mondo Linden spesso ci doveva appoggiare a strumenti esterni (come i social network costruiti su <a href="http://www.ning.com/">Ning</a>). Poi, naturalmente, anche su Twinity si può <a href="http://www.twinity.com/en/real_estate_offers">prendere casa o avviare attività</a>. E la personalizzazione del proprio avatar è orientata al <em>powered by real life</em>: si può anche modellare il volto del proprio avatar partendo da fotografie. Il client, rispetto a quello di Second Life mi pare abbia raccolto molte esperienze dai client di gioco dei vari <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/MMORPG">MMORPG</a>. Ma è solo per sistemi Windows.</p>
<p><object type="application/x-shockwave-flash" class="youtube" data="http://www.youtube.com/v/UtmpgazKyPk" width="425" height="350"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/UtmpgazKyPk" /></object></p>
<p>Insomma, la prima impressione è cauta ma positiva, anche se è ancora tutto in beta (pubblica solo da un mesetto) e anche se certe scelte &#8211; escludendo la logica mirror e le future finalità di comunicazione territoriale &#8211; mi pare appiattiscano Twinity più sul versante relazionale (in versione social network 3D) che su quello di insieme (contenuti, relazioni, design ecc.) che conosciamo in Second Life. Non è ancora un mondo molto popolato: si parla di poche decine di migliaia di utenti registrati (che non sono quelli attivi) e prevedibilmente si tratterà soprattutto di utenti tedeschi, per i quali il metaverso patrio può avere un senso differente. Ma, proprio come ci ha insegnato Second Life, alla fine la qualità di questi mondi è determinata dalla qualità delle idee che le persone vi portano dentro. Tanto più che non staremo mai tutti nello stesso: ognuno cercherà quello che gli è utile o in cui si trova meglio o che asseconda i suoi interessi.</p>
<p>Da tenere d&#8217;occhio, in ogni caso.</p>
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