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	<title>Apogeonline &#187; Giovanni Boccia Artieri</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Conversazioni intorno alla rinascita dei blog</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Dec 2011 13:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#risorgiblog]]></category>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Granieri]]></category>
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		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[A scadenze regolari si annuncia la fine dei blog, cannibalizzati dai flussi in presa diretta dei social network. Eppure lo strumento blog è tutt'altro che morto, al contrario ne avremmo più che mai bisogno. Partendo da un dibattito in corso nella blogosfera italiana, abbiamo approfondito alcuni punti di vista ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è una profezia che aleggia sul mondo Internet da molti anni e che riemerge nei periodi di bilancio, come quelli di fine anno: la morte dei blog. Lo sappiamo: la realtà del web, penso all’Italia, si è trasformata in dieci anni da una prateria punteggiata da blog personali – che mettevano in relazione contenuti e lettori in una (quasi) spesso coincidenza fra chi scrive e chi legge. Il lettore solitamente era un altro gestore di blog che da lì, oltre che dai commenti, rispondeva e rilanciava – a un suk denso di update di status, flussi di tweet, comunicazioni spesso fatiche (like, retweet), spalmabilità di contenuti raddoppiati tra i profili Facebook, Twitter, Google+, FriendFeed eccetera.<span id="more-7759"></span></p>
<h5>Ecosistema</h5>
<p>L’afflusso massificato degli ultimi anni prima su Facebook poi su Twitter mi sembra abbia riportato alla nostra attenzione la necessità di riflettere sulla forma che questo ecosistema dei social media sta assumendo e lo spazio che il blog può avere come luogo in cui fermare il pensiero sottraendolo al flusso e alla necessità dell’essere continuamente newsificato, concedendo ai contenuti un archivio in chiave social (benvenuti a commenti di ampi respiro, risposte da altri blog, segnalazioni a compendio eccetera) che possano resistere al deperimento e alla volatilità di pseudo conversazioni a basso tasso di ricercabilità, come quelle presenti su Facebook o Twitter.</p>
<p>Su questo #risorgiblog (perdonate l’#hashtag volutamente ideologico lanciato su Twitter durante uno scambio sul tema) ho provato a stimolare una riflessione a partire dal post “<a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/27/per-un-uso-ecologico-di-twitter/">Per un uso ecologico di Twitter</a>”, nel quale ho cercato di mettere a fuoco l’emergere di un bisogno che avremo di ridare vita agli spazi blog in nuovi modi, tutti da sperimentare, relazionati ai flussi dei social network. La conversazione che è nata attorno a #rinasciblog è cresciuta attraverso diverso interventi dispersi tra blog e social network che ho cominciato ad aggregare “storificandoli” su <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/12/29/risorgiblog/">#risorgiblog</a>. A partire da questi stimoli ho cercato di approfondire parlandone con alcuni osservatori interni alla realtà dei social media italiani che in questi anni hanno saputo vivere e interpretare il mutamento, anche in modi molto diversi, e che, qualche anno fa, i giornalisti compiacenti avrebbero chiamato blogger. Il dato di partenza me lo ha fornito Vincenzo Cosenza partendo dai dati di fatto e spiegandomi che:</p>
<blockquote><p>i blog su WordPress, la piattaforma più usata, sono in aumento e stanno per toccare i 70 milioni. Quelli su Tumblr sfiorano i 40 milioni. Certo non è dato conoscere il tasso di abbandono, ma la crescita delle nuove aperture è significativa. Quello che vedo è una mutazione del modo di usare i blog. Prima venivano usati per condividere lunghe elucubrazioni, brevi pensieri o contenuti scovati in rete. Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare. Ai social network il compito di amplificare i pensieri del blog e accogliere frammenti di esistenza fuggevoli, utili a segnalare la nostra posizione in rete e a curare le relazioni amicali.</p></blockquote>
<h5>Conti</h5>
<p>Luca Conti, che ha recentemente scritto un post sulla sua decisione di <a href="http://www.lucaconti.it/2011/12/28/meno-facebook-meno-twitter-piu-blog/">ridurre l’uso dei social network nel 2012</a> a favore dei suoi blog, mi ha spiegato le motivazioni di fondo:</p>
<blockquote><p>Leggendo un po’ di ebook su minimalismo, stile di vita, dieta digitale, ecc., mi sono reso conto che Facebook e Twitter sono diventati quasi una droga, nel senso letterale. Posso farne a meno, certo, ma quando sono davanti al computer sono portato a controllare se qualcuno ha reagito a cosa ho scritto e questo è fonte di grande perdita di tempo e di interruzione. A proposito devo assolutamente stoppare le notifiche e i blip di iPad ogni volta che qualcuno fa qualcosa su Twitter e Facebook perché è una continua tentazione!! :)</p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>GBA: La tua è una decisione personale e professionale assieme, mi sembra. Ma come vedi la relazione che si strutturerà fra mondo dei social network e blog? Credi sia una tendenza alla ricrescita di spazi conversazionali diversi oppure solo una distinzione tra luoghi più affollati e pubblici (e di immediata gratificazione: like, commenti, eccetera) e luoghi (seppur pubblici) più intimi con un pubblico?</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Personale nel senso che voglio ridurre il tempo dedicato alle relazioni attraverso i social network, a favore di relazioni fuori dai social network. Nel 2011 mi son reso conto di aver speso e investito molto tempo in cura di relazioni con persone a distanza, alcune anche mai ancora conosciute di persone. Alcuni di questi investimenti non sono stati fruttuosi e quindi mi interrogo quanto paghi e quale equilibrio avere nel curare relazioni mediate dai social network. Non li rifuggo, ma credo di dover tornare su un equilibrio che ne riduce il tempo e l&#8217;investimento. Non necessariamente questo significa sostituire quel tempo con la cura del blog personale. Non ho mai usato le note su Facebook, per capirci, quindi non intendo usare il blog personale in sostituzione degli aggiornamenti di stato di Facebook o Twitter. Questi restano per segnalazioni brevi sul piano professionale.</p>
<p>Mi rendo conto di aver disperso parte del potenziale accumulato nel tempo con Pandemia, un po’ per naturale uso dei social network come complemento alla produzione, diffusione, personal personal branding, un po&#8217; per mancata cura degli spazi propri, come avrebbero necessitato. Oggi chi vuole farsi una opinione professionale del sottoscritto può dedurre qualcosa da Pandemia ma dai miei blog personali, in italiano e in inglese, trova poco a cui riferirsi e questo è un potenziale danno per le mie attività. Danno a cui devo riparare, anche con un aggiornamento grafico di Pandemia, troppo trascurato e vecchio ormai.</p>
<p><strong>GBA: In Italia abbiamo sempre parlato annualmente di “fine dei blog”. L&#8217;arrivo dei social network &#8211; e l&#8217;affluenza di massa &#8211; mi sembra abbia mostrato l&#8217;esistenza di luoghi sensati per produrre e condividere contenuti senza la &#8220;pesantezza&#8221; della struttura editoriale del blog. Eppure oggi mi sembra che (a livello non solo italiano) ci sia l&#8217;esigenza di riaffermare una rinascita del blog.</strong></p>
<p><strong>Luca Conti:</strong> Credo che ognuno che abbia cominciato a vivere il social web con un blog, trovi oggi il proprio equilibrio nell&#8217;uso del blog e dei social network dopo averne sperimentato l&#8217;uso per un tempo ormai sufficientemente ampio da capirne i pro e i contro. Voglio dire che ognuno di questi strumenti risponde a esigenze solo in parte sovrapponibili, quindi poco sostituibili tra loro. L&#8217;uso e l&#8217;abuso dei social network, per novità, per affezione, per facilità d&#8217;uso, per dipendenza da attenzione, vedono oggi un riflusso da parte dei blogger della prima ora o di quelli più consapevoli, non perché ci sia un male nell&#8217;uso dei social network e un bene nel blog, ma perché il blog mantiene e rafforza la propria identità digitale e la conserva nel tempo.</p>
<p>La differenza oggi e il potenziale riflusso verso il blog è determinato da una maggiore consapevolezza, tutto qua. Non vedo contrapposizioni e non vedo i blogger duri e puri come vincitori, anzi! Dal mio punto di vista la vita di cittadino digitale oggi non può prescindere dalla cura e dall&#8217;interazione su Facebook e su Twitter, perché quelli sono i luoghi di dibattito pubblici. Arroccarsi sul proprio blog è un po&#8217; come restare chiusi in casa con la porta aperta, lasciando entrare gli amici e i passanti, più o meno fedeli, ma la vita online è anche altrove.</p>
<h5>Mantellini</h5>
<p>Massimo Mantellini, intervenendo e rilanciando il dibattito – va ricordato che il suo è uno dei blog più letti del panorama nazionale – <a href="http://www.mantellini.it/?p=16984">notava</a> come nell’ultimo anno i post dei blog da lui seguiti sono calati inesorabilmente e per questo gli ho chiesto di approfondirne le motivazioni.</p>
<p><strong>GBA: Mi interessa approfondire la tua percezione di una presenza ridotta dei contenuti della blogosfera. Al di là del numero dei blog esistenti, come tu dici, dipende anche da quanti contenuti produci e da quanta conversazione (aggiungerei io) si produce. Mi interessa capire allora se secondo te &#8211; a parte anomalie &#8211; la realtà della forma blog sta assumendo i tratti del commento (vedi i singoli blog dei quotidiani online) o dell&#8217;editoria (vedi ilPost) e se, di conseguenza, il blog &#8220;personale&#8221; tradizionalmente inteso ha ancora senso.</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Io credo che per quello che leggo io i blog abbiano abbandonato in gran parte la loro connotazione diaristica (ci sono strumenti che un tempo non esistevano molto più affini al diario) e mostrino oggi due vie di sviluppo principali: una strettamente personale simile a quella degli esordi ma liberata dai piccoli contenuti che oggi finiscono altrove, si tratta di luoghi che mantengono necessariamente un basso profilo numerico e producono in gran parte opinioni e punti di vista con un raggio di esplorazione vario.</p>
<p>Poi una seconda via di sviluppo che è più francamente editoriale e che segmenterei in due gruppi: blog gestiti spesso da un singolo che si occupano di temi specifici, progetti con una qualche aspirazione giornalistica/specialistica, e invece progetti multiautore, anche in forma di aggregatore sul tipo di quelli nati negli ultimi due anni da Il Post in avanti ma anche del tipo &#8220;aggregazione di persone intorno ad un tema&#8221; (pensa a ValigiaBlu) Questi ultimi strumenti si immaginano generalisti in uno spazio in parte occupato dal nanopublishing (che per quanto sia in Italia fa ancora bei numeri) ma con chiare aspirazioni editoriali</p>
<p><strong>GBA: Che relazione fra blog e social network si sta a tuo parere sviluppando in Italia (e se la ritieni diversa da quella che osservi altrove).</strong></p>
<p><strong>Massimo Mantellini:</strong> Mi pare di vedere una grande divaricazione: mentre il flusso dai blog verso i social network è naturale e voluto, il contrario avviene per forza di cose con meno frequenza. La riduzione di attenzione verso i blog è in buona parte secondaria alla migrazione dell&#8217;attenzione verso i social network. Se c’è una economia dell’attenzione questa moneta prima o poi finisce. Resta da capire quanto ci convenga in termini generali (visto che sono un lurido moralista, moraleggio) preferire la navigazione rapida sulla superficie delle cose piuttosto che tentare la sua analisi in profondità. Ma ho come la sensazione che la direzione di simili scelte sia molto adeguata ai nostri tempi.</p>
<h5>Granieri</h5>
<p>Poiché questo dibattito chiama in causa direttamente il modo che abbiamo di usare i nostri blog, Giuseppe Granieri <a href="http://www.bookcafe.net/blog/blog.cfm?id=1487">ha scritto un bel post</a> per descrivere i motivi che abbiamo oggi per tenere un blog: «Se hai qualcosa da dire, probabilmente il blog è il posto migliore per farlo. Per una serie di ragioni: è completamente ricercabile, hai totale controllo sul contesto e sul messaggio».</p>
<p><strong>GBA: È ovvio che siamo passati dalla supremazia della blogosfera alla distribuzione dispersa di contenuti che i social network ci ha insegnato. Questo forse ha modificato in Italia il modo di “dire” e “fare” in Rete. Pensi che i blog rappresentino, quindi, una specie di battaglia di retroguardia o la loro posizione nell&#8217;ambiente dei social media ha nuovo senso?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Non so se sia vera supremazia. Dipende dalle abitudini e dalla posizione che ciascuno di noi sceglie in rete. Se guardo le mie abitudini i blog (quelli che leggo) stravincono sui social network, che uso fondamentalmente come ripetitori, come canali di distribuzione. Le mie fonti, cui non rinuncerei per nulla al mondo, sono i blog. Anche quando vengono riassemblate con strumenti molto evoluti come Zite. Alla fine la tecnologia va verso la specializzazione e ciascuno utilizza alcuni degli strumenti disponibili e lo fa nel modo in cui gli servono. Con tanta offerta di strumenti e con attenzione limitata non si può fare diversamente.</p>
<p>I blog sono l&#8217;approdo per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo, ma non possiamo pensare che tutti, tutti i giorni abbiano qualcosa da dire. Io vedo abbastanza fisiologico l&#8217;assetto che si sta delineando, con i contenuti di segnalazione e relazione che si spostano sui social network. Ma personalmente reagirei in modo tiepido alla chiusura di un social network, mentre invece mi sentirei molto meno intelligente se perdessi l&#8217;accesso alle mie fonti che mi danno modo di costruirmi opinioni più ricche e strutturate.</p>
<p><strong>GBA: Oltre al tuo blog personale gestisci anche blog di lavoro e un blog per la Stampa. Abbiamo pensato nel passato che la produzione dei contenuti dal basso stesse nei nostri walled garden ben pettinati. Ci siamo trovati di fronte ai suk prodotti dai social network. Mi sembra che il blog stia diventando uno strumento che necessita di una maggiore cura editoriale, più vicino ad un prodotto meno estemporaneo. Che sia l&#8217;indice di come nella relazione pro-am la dimensione pro conti?</strong></p>
<p><strong>Giuseppe Granieri:</strong> Anche qui, non c&#8217;è più spazio secondo me per le grandi generalizzazioni. Il blog è sempre più un canale editoriale, ma editorale nel senso che ti obbliga a editorializzare il tuo pensiero, a dargli una forma compiuta, a farne una lettura in qualche modo completa. Poi, puoi usarlo per scopi professionali o personali, o di finzione, in un contesto comunque sempre più strutturato rispetto ai social network. Il ragionamento a mio parere va impostato rispondendo alla domanda: qual è il lavoro che fa lo strumento che uso? Il blog è per i contenuti, per la loro permanenza e ricercabilità. I social network sono l&#8217;estemporaneo, l&#8217;evenemenziale, la relazione, la distribuzione. È vero che ciclicamente si parla di &#8220;morte del blog&#8221; o si fa il punto della situazione sugli strumenti ma io credo che stavolta stiamo entrando in una nuova fase.</p>
<p>La prospettiva non è più uniforme come prima, le informazioni (nel senso più generale possibile) si stanno sgretolando non solo in più strumenti ma in più livelli di percezione. È vero che il blog non è mai morto, o forse è morto e poi resuscitato, ma è anche vero che il mondo dei blog di 10 anni fa non esiste più. Da una prospettiva &#8220;editoriale&#8221; non è più possibile una Teoria del Tutto, in cui il blog aveva un suo posto ben preciso (e un suo ritmo), i social media offrono più livelli di percezione e il blog ne esce cambiato. L&#8217;informazione ora è un fiume che scorre a diverse velocità in differenti punti e quindi non ha più senso cercare il &#8220;social network&#8221; perfetto che possa racchiudere contemporaneamente conversazione, coinvolgimento, identità, relazioni. Lo strumento blog, quindi, diventa ancora più importante come complemento di questi fattori, a patto di adattarsi.</p>
<h5>Alagna</h5>
<p>La complessa relazione fra blog e ambiente dei social network ci porterà quindi a ripensare il nostro modo di “confezionare” editorialmente un blog. Per questo credo occorra il coraggio di sperimentare nuovi formati, nuovi linguaggi e forme di integrazione. E non parlo del lato “tecnico” della faccenda. Non quindi di come integrare i like di Facebook o le segnalazioni facili di Twitter in coda ai post. Ma di come cambiare il <em>frame</em> in cui incorniciare nel blog – per quello che sta diventando – contenuti “adatti” alle grammatiche dei social network e allo “spirito” di quell’ambiente. Trovo che una bella sperimentazione in questo senso la stia facendo Luca Alagna a cui ho chiesto di condividere il suo modo di pensare/confezionare i post.</p>
<p><strong>GBA: Come vedi la relazione fra il blog personale e la presenza delle segnalazioni/conversazioni sui social network? E quale modello stai usando tu di integrazione? Dico integrazione non in senso tecnico ma concettuale perché mi sembra che sia nel design che nel modo di concepire i post e le sezioni, hai sviluppato un’integrazione che presenta una piattaforma interessante.</strong></p>
<p><strong>Luca Alagna:</strong> Il modello che ho iniziato a usare nel mio blog dedicato alle news <a href="http://instant.stilografico.com/" target="_blank">instant.stilografico.com</a> è abbastanza chiaro, lo sperimento da tempo (come nel caso del post che scrissi <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/%5bhttp:/l40nn.altervista.org/blog/blog/2011/05/23/lannosa-questione-della-moschea-di-sucate-a-milano/">in questo modo su Sucate</a> per 140nn, <a href="http://blog.italiansubs.net/macchianera-blog-awards-2011-ecco-i-vincitori/6931/">riscoperto e dibattuto</a> mesi dopo) e ormai lo identifico concettualmente con “instant”: il blog si inserisce nel flusso più veloce ma mantiene una sua natura più lenta. Il tweet è un post, ma il post è incapsulato in un tweet, le informazioni dei social media vengono rallentate per poterle approfondire, espandere, e poi vengono riaffidate alla corrente veloce. È anche fratello di altri tentativi (tra i quali quello eccellente è il blog <a href="http://thelede.blogs.nytimes.com/">The Lede</a> sul New York Times), a volte nati per necessità (dalla blogosfera iraniana del 2009 ai blog della Primavera Araba), altre volte già presenti sui quotidiani online (come fa a volte Il Post o l&#8217;Huffington Post).</p>
<p>Ma mi interessa rimarcare la differenza concettuale di questa idea, che vive volutamente nel suo ambito con una linea editoriale ben precisa, non dettata necessariamente dall&#8217;Agenda generale, e si presta per sua natura alla cooperazione. Anche graficamente l&#8217;intento è di chiarezza e di priorità cronologica. Mi sto convincendo sempre più che i quotidiani del prossimo futuro (che saranno ancora il punto di riferimento dell&#8217;informazione) su web avranno definitivamente la forma del blog.</p>
<h5>Newsification</h5>
<p>Una lunga panoramica, la nostra, sulla complessità da mettere in gioco sul tema #risorgiblog. Quello che è certo che mi sembra ci sia spazio nel 2012 per ripensare la bulimia da social network ed osservare come la blogosfera italiana risponda a nuovi bisogni latenti di approfondimento e cura editoriale post segnalazione e <em>newsification</em>. Perché, come ha scritto Massimo Mantellini in <a href="http://www.mantellini.it/?p=17103">un accorato post</a>:</p>
<blockquote><p>lo strumento blog resta un campo di gioco formidabile e sarà ancora frequentato da chi ha voglia e idee. E la metadiscussione sui blog di questi giorni ci dice anche che la blogosfera, grande o piccola che sia, può essere anche un grande social network. Molto meglio strutturato e stabile di tanti altri, capace di tirar fili in mezzo al niente, collegando persone che magari non si conoscono: senza che qualcuno li abbia fatti diventare amici o followers.</p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>La persona dell&#8217;anno, secondo noi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Dec 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Year in Hashtag]]></category>

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		<description><![CDATA[Il manifestante, d'accordo. Ma le piazze sono diverse e Time non le cita nemmeno tutte. Mentre invece una cosa è stata chiara, quest'anno: che siamo diventati consapevoli della nostra nuova posizione nel mondo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stavo scrivendo un post sulla <a href="http://www.time.com/time/specials/packages/article/0,28804,2101745_2102132,00.html">persona dell’anno di Time per il 2011</a>, <em>the Protester</em>, il manifestante. Avevo notato come l’illustre settimanale americano aveva spogliato dalle diversità piazza Tahrir e Zuccotti Park, la Piazza Rossa e quelle egiziane, rendendole un tutto indifferenziato dietro cui stava la forza di un fenomeno sorto spontaneamente e caratterizzato dall’avere come protagonisti giovani borghesi e ben istruiti che «condividono la convinzione che i sistemi politico ed economico dei loro paesi siano cresciuti in modo disfunzionale e corrotto». A me sembrava invece di aver visto manifestanti che partivano da motivazioni anche molte diverse, il bisogno di equità e democrazia si giocavano su equilibri e bilanciamenti disomogenei e non avevamo a che fare, ovviamente, con un unico movimento globale: le maschere di Guy Fawkes versione “V for Vendetta” del manifestante Anonymus e i manifestanti a piazza Tahrir il 2 febbraio aggrediti da uomini armati con cavalli e cammelli in un mercoledì di sangue.<span id="more-7681"></span></p>
<h5>Cercarci</h5>
<p>E poi nell’articolo del Time non c’era neanche un minimo accenno alle strade londinesi, a quella rabbia infuocata che <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2011/08/12/riot-act/">aveva acceso i riot-act</a>, come se quelli non fossero manifestanti con le stesse caratteristiche generazionali e con le stesse motivazioni circa una crescita politica ed economica «in modo disfunzionale e corrotto» della loro Gran Bretagna. Stavo scrivendo quel post annotandomi il ruolo che la rete per quei manifestanti aveva avuto: «I social network non hanno generato questi movimenti ma li hanno mantenuti in vita e li hanno connessi», scrive Kurt Andersen e continua: «Quest’anno, invece di infilarsi le cuffie precipitando in uno stato di fuga indotto da internet e cedere tranquillamente alla disperazione, hanno usato internet per trovarsi l’un l’altro e scendere in piazza e insistere sull’equità e (nel mondo Arabo) sulla libertà».</p>
<p>Eppure la nostra presenza sul web e nei social network per “cercarci” e consentire di auto-organizzare una realtà che non ha un’organizzazione propria – come può essere un movimento “dal basso” – è il punto di arrivo di anni in cui abbiamo deciso di smettere di “cedere tranquillamente alla disperazione”. In questo 2011 è diventata visibile quella trasformazione che ci ha reso consapevoli che la nostra posizione nella comunicazione e nel mondo era diversa: potevamo percepirci non più come “oggetti” del potere e dei media ma come soggetti attivi. E potevamo rendere visibile questo mutamento. Blog, siti di social network, wiki eccetera sono lo strumento che hanno permesso di misurarci con questa trasformazione e di sospingerla rendendola più tangibile.</p>
<h5>Hashtag</h5>
<p>Allora mentre scrivevo quel post mi sono accorto che ho incontrato spesso la persona dell’anno, il manifestante, e l’ho incontrato nelle diverse piazze, anche quelle lontane da me, e non in modo estemporaneo ma con una continuità che spesso mi ha mostrato il suo modo di vedere le cose e mi ha informato su quello che accadeva intorno. E ho avuto occasione di misurarmi con le differenze, di provare a capire le diverse piazze e le loro motivazioni, prima ancora che i media me le raccontassero. Le ho sentite raccontare da noi, le ho seguite dietro un #hashtag, che è stata un po’ la mia persona dell’anno, quella che ha fatto la differenza, perché mi ha permesso di capire e partecipare, di anticipare e di vedere.</p>
<p>Così quando ho seguito l’uscita del sito <a href="http://yearinhashtag.com/">Year in Hashtag </a>ho realizzato che siamo diventati sempre di più editor di noi stessi, collettivamente. Vedere riassunto quello che è accaduto nel mondo dal punto di vista della rete ha significato non visualizzare un punto di vista parziale, ma aprirsi a un modo di raccontare quel che è accaduto condiviso e collettivo, spesso anticipando i tempi di reazione dei racconti mediali. È attraverso alle narrazioni raccolte attorno ad #hashtag come #feb14, #LondonRiots, #OccupyWallStreet, #Egypt e altri che abbiamo rivolto la nostre attenzione, mobilitandoci anche attorno alle nostre connessioni e alle reti sociali che condividiamo ed estendendo i rapporti.</p>
<h5>Mood</h5>
<p>Anche questa, se volete, è una visione ideologica: il mondo non si riduce, infatti, al nostro <em>sharare</em> e promuovere idee attraverso la rete. Eppure attorno a questo progetto che rende visibili le forme partecipative e le news “dal basso” sugli accadimenti ai quali, in qualche modo, da cittadino del mondo connesso ho partecipato, ritrovo il <em>mood</em> vissuto durante questo anno di cambiamenti. Come scrivono i curatori del sito:</p>
<blockquote><p>sono le piazze i luoghi in cui la Storia è passata e si è fermata a lungo nel 2011, sono coloro che hanno animato quelle piazze ad aver scritto pagine di storia, ad aver gettato le basi per le storie che verranno. Però noi pensiamo che persona dell’anno sia anche “il citizen journalist”, che spesso non è altro che “il manifestante” armato di smartphone e account su un social network e in altri casi è qualcuno che non può fisicamente essere presente ma da casa sua, con computer e connessione a internet, partecipa agli eventi in modo semplice ma fondamentale: raccontando quello che succede, raccogliendo notizie, informazioni, richieste, fotografie, video e rilanciandoli, amplificandoli, contribuendo a costruire la narrazione dell’evento.</p></blockquote>
<h5>Esperienza</h5>
<p>Perché la costruzione di una narrazione, l’attenzione che dedichiamo alla realtà che ci circonda, il tentativo di raccontarla mettendo in connessione la nostra rete relazionale ed estendendola attraverso l’attività di <em>posting</em> in pubblico è un modo di agire da cittadini in modi nuovi e complessi. Un modo di rappresentare le molte differenze in modo che le piazze non siano spersonalizzate, in modo che “il manifestante” non sia solo un’icona anonima e generalizzata, quasi astratta, ma che si faccia vita concreta, concreto modo di agire, capace di raccontarsi senza farsi raccontare dai media generalisti o da un apolitica che se ne appropria per trattarlo attraverso un proprio linguaggio.</p>
<p>Questa modalità di fare giornalismo diffuso della propria esperienza sui luoghi sia materiali che immateriali, di “curare” le notizie, di selezionare ed organizzare il racconto è l’autentico spirito del tempo. Come ha scritto qualcuno «le idee non possono realizzare nulla. Per realizzare le idee, c&#8217;è bisogno degli uomini, che mettono in gioco una forza pratica» (Karl Marx), anche attraverso le connessioni di una rete. Ecco, per me la persona dell’anno è questo modo di essere che vogliamo costruire.</p>
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		<title>Monti e il nuovo presidio della scena pubblica</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[crisi economica]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Elsa Fornero]]></category>
		<category><![CDATA[governo Monti]]></category>
		<category><![CDATA[manovra finanziaria]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Silenzio quando non serve parlare, dire piuttosto che stare, non monopolio della scena. Un frame comunicativo tutto da studiare. A cominciare dalle prime reazioni su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molti anni di berlusconismo hanno plasmato il nostro modo di percepire e vivere la politica italiana, facendoci spesso concentrare sulle forme, come se queste non fossero indissolubilmente connesse ai contenuti. Quando si dice(va) «Berlusconi è un grande comunicatore», ad esempio, ci concentriamo sulle capacità espressive ed emotive amplificate dai media – alcuni dei quali controllati direttamente dalla sua famiglia – confondendo la personalizzazione della politica con lo svuotamento dei contenuti politici a favore della superficie. Forse anche questa è un’eredità di un “berlusconismo” dal quale fatichiamo a uscire.<span id="more-7571"></span></p>
<h5>Silenzio</h5>
<p>Per questo il principale strappo rispetto al passato che ci sembra di cogliere in queste prime settimane di un nuovo governo italiano è proprio sul piano della comunicazione, in quella strategia del silenzio che poco ha concesso ai media (e ai cittadini), nella scelta, pare dettata da Monti ai suoi ministri, di non monopolizzare il palinsesto televisivo con la presenza ad ogni tipo di programma di informazione politica o pseudo tale. A fronte di un continuo e pervasivo presidio della scena pubblica dove lo <em>stare </em> contava quasi più del <em>dire</em>, questa riservatezza è sembrata figlia del rigore tecnico, dove l’aggettivo tecnico sostantiva “una cosa diversa e distante da prima” che, quindi, non si inquina con le strategie precedenti. Solo che questo governo non ha detto che si rifiutava di usare la comunicazione solo che avrebbe parlato quando aveva delle cose da dire. La strategie non era “la consegna del silenzio”, ma quella della costruzione dell’attesa di un evento. Per questo la conferenza stampa di domenica 4 dicembre del governo presieduto da Mario Monti è stato un momento significativo nella svolta di linguaggio della politica italiana verso i media e nei confronti del pubblico/cittadino.</p>
<p>Provate ad osservare le reazioni a caldo delle audience connesse, quelle che si esprimono in rete durante la messa in onda di un evento e che creano un contrappunto collettivo e personale in pubblico. Su Twitter, ad esempio, la marcatura di novità e apprezzamento era abbastanza evidente. E so che sto personalizzando un luogo di pluralità di opinioni ma, <a href="http://twendz.waggeneredstrom.com/">misurando per gioco il sentiment</a> rispetto agli hashtag <a href="https://twitter.com/#!/search/%23Monti">#Monti</a> e <a href="https://twitter.com/#!/search/%23Manovra">#Manovra</a> durante il tempo della conferenza stampa, trovavamo un risultato positivo (oltre 80% contro un 20% neutro). Ma lo sforzo che si richiede a una cittadinanza politica matura è quello di non concentrarci sulla superficie e ricompattare forma e contenuto. E lo so che emotivamente ci lasciamo prendere da un modo di comunicare della politica che ci sembra nuovo o che ci sembra esserlo rispetto al passato, per distinzione, appunto. Ma vale la pena sottolineare che una lettura più strategica di quanto avvenuto sul piano comunicativo durante la conferenza stampa può aiutarci meglio a inquadrare noi stessi come interlocutori di questo modo di fare politica, perché alla fine di questo si tratta e non di “tecnica”.</p>
<h5>Frame</h5>
<p>Se dovessi riassumere in pochi punti la strategia comunicativa del governo Monti in conferenza stampa la tratteggerei come segue. Imporre il frame: il presidente del Consiglio comincia costruendo il frame in cui collocare tutto quanto sarebbe stato raccontato a proposito della manovra proposta e lo fa rivolgendosi direttamente agli italiani – «Vogliamo che gli italiani non si sentano più derisi» – e chiarendo che ci saranno sacrifici, ma costruendo un contesto di sintonia tra la sua immagine pubblica e quello che chiederà. Lo fa con la frase: «Ritengo che sia doveroso rinunciare al mio compenso come presidente del Consiglio e ministro dell’Economia». Noi sappiamo che si tratta di rinunciare a circa 12.000 euro al mese e che come Senatore a  vita gli resta uno stipendio di 25.000 euro al mese a cui aggiungere 35.000 euro di pensione, ma non è questo il punto: il suo gesto produce la cornice attraverso cui osserveremo tutto il resto, c’è il dividersi i sacrifici, l’equità, una retorica anti-casta eccetera.</p>
<p>Soundbites: è sempre il premier a fornire ai media e ai cittadini la frase chiave per comunicare quello di cui sta parlando: «Chiamatelo decreto salva Italia». I quotidiani del giorno dopo ne fanno il titolo principale, sia che ne parlino positivamente o in modo critico. Fa parte del modo in cui imporre il frame garantendosi un uso da parte dei media delle parole chiave che si vogliono strategicamente utilizzare. <a href="https://twitter.com/#!/search/%23salvaitalia">#salvaitalia</a> è uno splendido hashtag e l’uso che ne viene fatto su Twitter mi sembra confermare l’adesione al frame.</p>
<h5>Anti divismo</h5>
<p>Differenza per contrasto: è evidente che la strategia comunicativa del governo, così schivo nelle anticipazioni – se non quelle strategiche per saggiare reazioni – e l’anti divismo dei ministri è particolarmente adatta a produrre un confronto per differenza rispetto a chi li ha preceduti. Solo questa scelta di sobrietà comunicativa – ripeto: come strategia precisa, come cifra stilistica – può consentire di introdurre la pesantezza di temi di riforma che non solo non possono essere trattati demagogicamente ma che richiedono sacrifici tali che per essere metabolizzati hanno necessità di essere collocati in un contesto emotivo particolare. Mario Calabresi sintetizza perfettamente su Twitter il clima: «#Monti grande serietà e nessuna battuta, incutono timore, sembra la commissione della maturità. Speriamo che l&#8217;Italia stavolta passi l&#8217;esame». Ma è lo stesso premier a giocare sulle differenze quando dice: «Non dirò mai  “L&#8217;Europa ce lo chiede”». Vi ricordate chi lo diceva, vero?. E ironicamente, sempre su, su twitter <a title="Wil Nonleggerlo" href="https://twitter.com/#%21/Nonleggerlo">Nonleggerlo</a> chiosa: «<a title="#Manovra" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Manovra">#Manovra</a> <a title="#Monti" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Monti">#Monti</a>: ho sovrapposto una conf. stampa a caso del Gov. Berlusconi a questa. In questo momento eravamo a “Mai pagato prostitute”».</p>
<p>Coralità: la “squadra” di governo si presenta come un team, con i ministri che si passano la parola e si correggono anche in pubblico con tranquillità e pochi protagonismi. Rispetto alla politica dei continui distinguo viene sottolineato il fatto che ogni ministro ha messo da parte il protezionismo circa le sue competenze per convergere rispetto alla dimensione corale. La molteplicità di voci produce una jam session capace di prevedere i singoli assoli come un arricchimento e non come uno spazio inevitabile da fornire ai singoli per la loro esposizione mediale.</p>
<h5>Lacrime</h5>
<p>Empatia: un momento di massima espressività emotiva lo abbiamo avuto quando il ministro del welfare Elsa Fornero, chiamata ad annunciare lo stop all&#8217;indicizzazione delle<em> </em><em>pensioni</em> rispetto all&#8217;inflazione, si è commossa: è questa l’immagine simbolo del decreto salva Italia. Un costo anche psicologico che ha messo a dura prova, aveva cominciato a dire il ministro quando ha dovuto interrompersi per trattenere i singhiozzi, mostrando così la dimensione empatica in tutta la sua evidenza comunicativa. Prendiamo ancora l’umore su Twitter. Roberta Milano: «La commozione della <a title="#Fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Fornero">#Fornero</a> dopo intervento chiaro, rigoroso e duro. Finalmente, solo una Donna. Siamo così, è difficile spiegare». Livia Iacolare: «La commozione della <a title="#Fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Fornero">#Fornero</a> si chiama <a title="#umanità" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23umanit%C3%A0">#umanità</a>. Una cosa che la nostra politica non vedeva dal dopoguerra». 24job: «<a title="#monti" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23monti">#monti</a> <a title="#fornero" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23fornero">#fornero</a> le lacrime sono un valore per le donne non debolezza la giudicheremo non da questo ma dal suo operato».</p>
<p><a href="https://twitter.com/#!/search/%23Fornero"> #Fornero</a> è stato un altro dei trending topics di queste giornate. E anche laddove ci fosse un tentativo di lettura critica su quanto avveniva la marcatura di novità  e il <em>sense of wonder</em> è sembrato prevalere. Barbara Sgarzi: «perché equiparare lacrime all&#8217;umanità? cosa c&#8217;entrano? non era empatia, era tensione, da controllare». Claudia Vago (@tigella): «Ma solo a me le lacrime della Fornero paiono ipocrite? O perlomeno non mi toccano: è un ministro, accidenti!». Roberta Milano: «@tigella è una persona. Trovo che la commozione la renda più vicina alle persone che un account twitter».</p>
<h5>Praxis</h5>
<p>Il giorno dopo resta la necessità di parlare dei contenuti. Il sentiment su Twitter è al 98% in zona grigia. Abbiamo apprezzato il cambio di passo, ma non cadiamo nella retorica della comunicazione di superficie: l’empatia, la coralità, questo tipo di emozioni riportate in politica sono servite per ottenere la nostra attenzione e costruire un coinvolgimento. Sta a noi passare dal senso di meraviglia per la novità ad una funzione critica dal basso, a partire dalle singole competenze. Se no rischiamo di richiuderci ancora una volta nel meccanismo in cui il berlusconismo ci ha adagiato, quello che ha scisso la forma dal contenuto, gestendoli come piani separati ed imponendo la dittatura della forma comunicativa. Dietro le parole dette da Monti e dai ministri ieri c’era molta praxis, sta a noi riapporpriarcene.</p>
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		<title>Lasseter e i capolavori Pixar in mostra a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Nov 2011 07:30:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Fornasari]]></category>
		<category><![CDATA[John Lasseter]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Grazia Mattei]]></category>
		<category><![CDATA[Meet the Media Guru]]></category>
		<category><![CDATA[pixar]]></category>
		<category><![CDATA[Walt Disney Animation Studios]]></category>

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		<description><![CDATA[Il passaggio milanese del guru dell'animazione digitale e un percorso straordinario tra i capolavori della casa di produzione statunitense]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.pixar.com/">Pixar Animation Studios</a> rappresenta il modo in cui l’industria culturale ha coniugato il digitale e l’anima delle cose. Come ho sentito dire a <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/John_Lasseter">John Lasseter</a>, che è direttore creativo della Pixar e della Walt Disney Animation Studios: la tecnologia è niente se non c&#8217;è un&#8217;anima nel digitale. Sarà per questo che l’incontro organizzato da Maria Grazia Mattei per <a href="http://www.meetthemediaguru.org/">Meet the Media Guru</a> ha visto letteralmente sommergere la sala del Teatro Dal Verme a Milano di una folla transgenerazionale con l’eccedenza dei giovani adulti il cui immaginario si è forgiato a colpi di modellizzazione 3D e rendering. Come ha twittato @SemharGS: «Stasera c&#8217;era il concerto di #LennyKravitz ma non ho resistito&#8230;ho preferito l&#8217;appassionante story telling di John Lassater».<span id="more-7494"></span></p>
<h5>Trending topic</h5>
<p>La sua presenza a MMG ha prodotto un racconto geolocalizzato e sparso su Twitter a cui è dedicato <a href="http://storify.com/mmguru/john-lasseter-al-teatro-del-verme-mmglasseter?awesm=sfy.co_OeS&amp;utm_campaign=&amp;utm_medium=sfy.co-twitter&amp;utm_source=t.co&amp;utm_content=storify-pingback">uno storify</a> che sintetizza umori e voci: un bel modo di mettere in narrazione eventi e rete, di mostrare i percorsi di relazione fra pubblico in sala e online, fra esperienza nei luoghi materiali e immateriali attorno a uno spettacolo organizzato. È a partire da questa narrazione che per la serata <a href="https://twitter.com/#!/search/%23MMGLasseter">#MMGLasseter</a> resterà trending topic non solo nella classifica italiana ma anche in quella globale. Potenza non solo della lingua inglese, ma dell’universalità delle immagini Pixar che hanno colonizzato il nostro immaginario animato negli ultimi vent’anni.</p>
<p>Sì perché probabilmente il nostro modo di vivere (con) le immagini digitali oggi dipende anche dalla lenta socializzazione lungo cui i prodotti Pixar ci hanno accompagnato come spettatori, videogiocatori, consumatori di gadget. La fascinazione affettiva per gli oggetti digitali passa anche da qui. Da oggetti digitali caricati di un’esaltazione della dimensione “tattile” ed emotiva. L’estetica morbida e rassicurante di mostri (Monsters&amp;Co.), giocattoli (la serie di Toy Story), macchine (Cars) o robot (Wall-e) associata a un racconto che armonizza il nostro rapporto con la diversità ha concretizzato il sex appeal dell’inorganico, raccontato da Walter Benjamin per descrivere la seduzione delle merci e riattualizzato da Mario Perniola per sancire l’incontro tra i corpi (qui materiali e immateriali) come pura esteriorità, in cui astrazione e passionalità si incontrano.</p>
<h5>Allestimento</h5>
<p>La presentificazione di questo incontro lo abbiamo nella mostra <a href="http://www.mostrapixarmilano.it/">Pixar 25 anni di animazione</a> al Padiglione di Arte Contemporanea. Proveniente dal MoMa di New York, l&#8217;esposizione è curata dalla bravissima Elyse Klaidman (tanto per sottolineare come stiamo parlando di una forma d’arte contemporanea che ha strutturato le estetiche dello sguardo) e per l’Italia curata dalla stessa Maria Grazia Mattei, con un allestimento dell’architetto Fabio Fornasari (realizzatore già del <a href="http://www.museodelnovecento.org/">Museo del Novecento</a>) che sa valorizzare i contenuti richiamando la cornice dello sviluppo dell’arte della meraviglia intrecciata al percorso museale. Straordinarie ad esempio le <em>wunderkammer</em> sparse lungo il percorso, camera delle meraviglie contemporanee che mettono in mostra specie digitali diverse sotto forma di  sculture dei diversi personaggi dei film. E poi schizzi, <em>Story Reel</em> e gli stupefacenti <em>colorscript</em>, veri e propri <em>storyboard</em> della luce e dell&#8217;uso dei colori caldi e freddi nelle scene: in un pannello l’equazione di cui parla Lasseter  luce+colore=emozione del film <em>Gli Incredibili</em> spiega bene il lavoro progettuale che sta dietro a ogni particolare della scrittura di un’animazione. Poi ovviamente c’è tutto il resto:</p>
<blockquote><p>Un percorso costruito con oltre 500 opere, un viaggio attraverso la creatività e la cultura digitale come linguaggio innovativo applicato all’animazione e al cinema: dal primo lungometraggio dedicato a Luxo Jr. (1986) ai grandi capolavori come Monster&amp;Co. (2001), Toy Story (1, 2 e 3), Ratatouille (2007), Wall-e (2008), Up (2009) sino a Cars 2 (2011) e con un’anticipazione di Brave, in uscita nel 2012.</p></blockquote>
<h5>Panoramatici</h5>
<p>Ma forse l’affermazione della cultura digitale costruita dalla Pixar e la strutturazione del rapporto con le immagini che ha prodotto con noi, suo pubblico, lo ritroviamo perfettamente rappresentato nei due “dispositivi” della mostra: lo zootropio e l’Artscape. Il primo – controllato a distanza dall’America – riprende l’arte dello spettacolo visivo ottocentesco, un’epoca di socializzazione con le immagini in movimento, in cui attraverso un artificio ottico i personaggi plastici di Toy Story, lo <a title="Sceriffo Woody" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sceriffo_Woody">Sceriffo Woody</a> e Buzz Lightyear, il cane a molla Slinky e la cowgirl di pezza Jessie, prendono vita sotto il nostro sguardo. Ne esistono solo due al mondo: l’altro, cui questo si ispira, lo trovate nel Museo dello Studio Ghibli pensato da quello straordinario generatore di mondi animati che è Hayao Miyazaki. La risonanza tra le due realtà produttive è evidente.</p>
<p>L’Artscape si richiama ai dispositivi “panoramatici”, siamo sempre nelle descrizioni del contesto emergente dell’industria culturale e dell’immaginario che Walter Benjamin fa nello scritto <em>Parigi capitale del XIX secolo</em>: «C’erano panorami, diorami, cosmorami, diafanorami, navalorami, pleorami, fantascopie, fantasmaparastasi, <em>expériences fantasmagoriques</em>, viaggi pittoreschi in una stanza, georami; pittoreschi ottici, cinerami, fanorami, stereorami, ciclorami, <em>panorama dramatique</em>». Lo spettatore entra in una sala in cui un megaschermo lo immerge senza tecnologie aggiuntive in una simulazione animata 3D che propone un viaggio nel concept art dei film Pixar attraverso le tecniche tradizionali che stanno alla base del lavoro: il disegno, i colori a tempera, i pastelli, il carboncino… In pratica si fa un’esperienza delle immagini dal punto di vista di chi le crea, lasciandosi avvolgere da luci e colori, dalle animazioni di base, da quell’artigianato che permea la poesia che sta nelle cellule di un cartone animato. La mostra è quindi un potente contenitore simbolico capace di raccontare il rapporto che abbiamo costruito con le immagini digitali, basta guardare i comportamenti di adulti e bambini che la visitano.</p>
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		<title>Se @palazzochigi parla ai passanti del web</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 07:30:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[@palazzochigi]]></category>
		<category><![CDATA[Claudia Vago]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[jumpingshark]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>
		<category><![CDATA[uomoinpolvere]]></category>

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		<description><![CDATA[Il caso dei tweet di Mario Monti che raccontano i primi giorni al governo, anche se alla fine non era davvero lui]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando cerchiamo qualcosa in un ambiente che abitualmente frequentiamo ci sembra sempre di sapere dove trovarla. Ma per l’informazione online non è sempre così. Prendete ad esempio il bisogno di news che coprano le recenti vicende politiche dell’Italia. Sono in molti gli italiani su Twitter che in queste convulse giornate di consultazioni per la costituzione di un nuovo governo hanno seguito il succedersi degli eventi dietro l’account del futuro premier Mario Monti: <a href="https://twitter.com/#!/palazzochigi">@palazzochigi</a>. Il 10 novembre scrive: «Austerità, sacrificio, serietà. Questa la cura per sistemare i 20 anni di sprechi. Mi attende un incarico difficile ma sono ottimista. <a title="#italia" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23italia"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>italia</a>».<span id="more-7459"></span></p>
<h5>Il gioco continua</h5>
<p>Il 14 novembre: «Mi domando se coloro che hanno paura dello <a title="#spread" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23spread"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>spread</a> sanno cosa sia. Ci vuole serietà non panico in <a title="#Italia" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Italia"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>Italia</a>. Lavoriamo italiani!». Il 16 novembre: «Il team ha giurato e dopo una frugale celebrazione ci aspetta un austero lavoro nella massima serietà e rigore per l&#8217;<a title="#Italia" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Italia"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>Italia</a> e gli italiani». Chiariamo subito che si tratta di un <em>fake</em>, una di quelle operazioni di <em>subvertaising</em> dei linguaggi politici che attraverso l’ironia, più o meno pungente, giocano con la consapevolezza e l’inconsapevolezza del pubblico e delle istituzioni. Bastava andare sul profilo e seguire all’indietro i tweet per scoprire una realtà diversa in cui chi parla è Berlusconi, l’inquilino del momento di Palazzo Chigi. Il 30 maggio: «Adesso vediamo come se la cavano i napoletani, con i magistrati che chiudono le discariche e un loro amico come sindaco.<a title="#napoli" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23napoli"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>napoli</a> <a title="#ballottaggio" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23ballottaggio"><span style="text-decoration: line-through;">#</span>ballottaggio</a>». Palazzo Chigi resta, il proprietario cambia e il “gioco” continua.</p>
<p>La cosa che colpisce, invece, è come sia professionisti del giornalismo e del web così come molti affamati di news si siano affrettati a leggere e re-twittare le perle di “sobria e rigorosa” saggezza del Monti fake. Basta leggere la raccolta fatta nello storify da <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/uomoinpolvere">uomoinpolvere</a> con il titolo <a href="http://storify.com/uomoinpolvere/sua-eccellenza-il-palazzo-questo-mondo-ormai-e-mar">Sua Eccellenza il Palazzo | Questo Mondo Ormai È Marcio</a> per scoprire come la giornalista Martina Sassoli consiglia di seguire l’account («É ora di seguire Mario Monti&#8230; Su @palazzochigi !!!») o i molti auguri che vengono fatti seriamente al profilo: «@palazzochigi speriamo in buoni cambiamenti!!! Buon lavoro presidente!», «@palazzochigi complimenti,sembra di essere in un paese normale.auguri.».</p>
<h5>Banalità disarmante</h5>
<p>Pensiamo di conoscere il luogo che frequentiamo, e la presenza dell’account giusto (@palazzochigi), che utilizza un tono che ci sembra coerente (l’ironia, se volete, è implicita e non immediatamente coglibile nel flusso) associato al bisogno che negli ambienti di comunicazione mediata come i social network le istituzioni siano presenti al pari nostro, crea un mix esplosivo di di (in)credulità: il dubbio viene sempre in un secondo momento, la fiducia nell’ambiente comunicativo prevale. Per questo le reazioni associate allo svelamento possono essere più o meno ruvide. Le troviamo nello storify di <a href="http://storify.com/jumpinshark" target="_blank">jumpinshark</a>, <a href="http://storify.com/jumpinshark/palazzochigi-su-twitter-con-serieta-e-sobrieta">PalazzoChigi su Twitter con serietà e sobrietà</a>, in cui sono presenti i tweet del giornalista e parlamentare di area PD Andrea Sarubbi che racconta di aver segnalato l’account alla Polizia postale, ma anche le critiche che gli vengono fatte sulla repressione della satira; oppure troviamo chi ha segnalato direttamente a Twitter l’account come furto d’identità per chiederne la chiusura.</p>
<p>Nelle forme che l’attivismo politico assume online, una delle tattiche utilizzate è quella del <em>detournement</em> situazionista, manipolazione del senso a partire da un sovvertimento testuale. In questo caso esemplificato dall’ufficialità dell’account (che nel frattempo è stato chiuso) e dalla probabile-improbabilità del contenuto: il profilo, con l’immagine di Mario Monti e il rinvio ai siti ufficiali del governo, sforna status di una “banalità” disarmante – cioè ancorati al “fare” quotidiano, ad esempio «Finito il CDM dove abbiamo iniziato a progettare il piano di salvaggio e rigore con misure di austerità ora una frugale cena e poi riposo.», che propongono in modo reiterato aggettivi come “frugale”, “austero”, “rigoroso”. Attivismo politico… Potremmo meglio dire che si tratta di una forma che assume l’essere cittadini online in modi attivi, forma che poco ha a che spartire con la militanza di partito, ma che prevede comunque una componente passionale che si gioca nelle connessioni sul web. Per questo i giochi di re-tweet o di contestazione.</p>
<h5>Svelamento</h5>
<p>Certo, questa “colonizzazione” di un account istituzionale, al di là di una tattica di svelamento della politica, pone dei problemi. Non tanto di tipo etico, relativo al furto di identità, ma più strettamente di cultura del digitale. <a href="http://tigella.altervista.org/se-palazzo-chigi-sbarca-su-twitter-ma-non-e-quel-palazzo-chigi/#.TsT271awW3c">Come spiega bene Claudia Vago</a> (aka @tigella su Twitter), che compie una quotidiana acuta selezione e diffusione dei contenuti politici online:</p>
<blockquote><p>Chi come me auspica che istituzioni e enti pubblici usino sempre più il web per comunicare con i cittadini, aprire canali di dialogo, favorire la trasparenza spera che un giorno la presidenza del consiglio apra davvero un account Twitter e quel giorno, con ottima probabilità, lo troverà occupato. La mancanza di cultura digitale dei nostri amministratori e decisori è tale che porta inevitabilmente allo “<em>squatting</em>” di account da parte di chi è più veloce a registrarsi.</p></blockquote>
<p>Capita quindi che nel nostro percorrere contenuti sparsi da cittadini con bisogni informativi ci imbattiamo in realtà ambigue, ironiche, ma anche ingannevoli, superficiali e non solo profonde: la cultura del digitale deve crescere anche sul versante del reperimento delle informazioni.</p>
<h5>Giardiniere</h5>
<p>Abitare in questi anni la rete mi ha insegnato che mi muovo in una realtà che molto spesso penso sia un giardino ben curato, ma che in realtà è un territorio diversificato con le sue asperità ed erbacce e trovare i sentieri migliori per affrontare il percorso che si vuole fare richiede dei punti di riferimento. Questi punti di riferimento li incontri casualmente durante le tue esplorazioni online alla ricerca di informazione o intrattenimento, quando frequenti social network di diverso tipo oppure attraverso segnalazioni in cui incappi. Finisce che ti costruisci una mappa per muoverti che non disegna il territorio, ma è fatta di punti di accesso che selezionano per te, ti indirizzano. Solitamente sono rappresentati da profili di cui hai imparato a fidarti e che hanno una loro reputazione. Finisce che tu stesso cominci a diffondere buoni contenuti che hai trovato selezionati ed impari a selezionare. Finisce che non ti lasci affascinare dal primo colpo d’occhio sul giardino ma quello che vedi sono i singoli arbusti e la loro cura. Non sarai un botanico professionista, ma un giardiniere amatoriale e non un semplice passante del web.</p>
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		<title>Perché a Twitter non piace Servizio Pubblico</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/11/07/perche-a-twitter-non-piace-servizio-pubblico</link>
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		<pubDate>Mon, 07 Nov 2011 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Freccero]]></category>
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		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Il Fatto Quotidiano]]></category>
		<category><![CDATA[Michele Santoro]]></category>
		<category><![CDATA[Repubblica.it]]></category>
		<category><![CDATA[Servizio Pubblico]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[La trasmissione di Santoro esce dal palinsesto per diventare un esperimento di televisione di servizio ad azionariato diffuso e con declinazioni intermediali. La prima realtà indie della tv italiana? Meno di quanto ci si aspetterebbe, a leggere i commenti su Twitter]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosciamo bene le strategie di messa in onda del nuovo programma di Michele Santoro, <a href="http://www.serviziopubblico.it/">Servizio Pubblico</a>, che ha stimolato la sua audience attraverso un’operazione di azionariato diffuso: bastavano 10 euro per renderlo un evento possibile e ha raccolto circa 100.000 sottoscrittori-associati. Sì, perché alla base dell’organizzazione troviamo l’Associazione Servizio Pubblico che <a href="http://www.serviziopubblico.it/media/allegati/Statuto-Associazione.pdf">nello statuto</a> ne declina così le finalità: «L&#8217;associazione non ha fini di lucro neanche indiretto e si propone di favorire la più completa libertà d&#8217;espressione, la libera circolazione delle idee e la piena attuazione del pluralismo nei mezzi di comunicazione. Finalità dell&#8217;associazione è la promozione di iniziative e attività culturali, di formazione e ricreative, per attivare l&#8217;incontro tra le diverse identità culturali dell&#8217;Europa e del Mediterraneo e quindi contribuire allo sviluppo civile e culturale degli associati e, in generale, dei cittadini dell&#8217;Unione Europea».<span id="more-7124"></span></p>
<h5>Non solo spettatori</h5>
<p>La promessa è: non siete solo spettatori, fate parte di qualcosa e con la vostra piccola azione economica rendete possibile questo “qualcosa”, siete editori diffusi e pubblico allo stesso tempo: il sogno pro-am sembra realizzarsi nella nuova intermediazione complessa che viene messa in piedi per realizzare il ciclo di programmazione. Mood ottimista: la prima realtà <em>indie</em> della (post)televisione italiana. Una televisione “di servizio” che nello strutturare i contenuti vuole proporre un pluralismo senza i vincoli del contraddittorio della lottizzazione da partito. Come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/05/lo-spettatore-paga-e-comanda-e-le-santanch-vanno-in-soffitta/">ha commentato Carlo Freccero</a>, «Mettiamoci un bel punto, spazziamo il vecchio. Andiamo oltre il nemico, il contraddittorio, il pesetto di maggioranza. Non c’è bisogno di avere la Santanché o Ghedini. Questa comunità ha rivoluzionato la televisione. Stringiamoci intorno al nuovo, e smettiamola di creare teatrini e presepi con chi dice qualcosa e chi replica col contrario. Abbiamo visto una trasmissione nuova con un modo nuovo».</p>
<p>Partiamo dal modo nuovo. Il canale di messa in onda è quello intermediale, già <a href="https://mediamondo.wordpress.com/2010/03/26/rai-per-una-notte-era-o-non-era-tv/">sperimentato durante &#8220;Rai per una notte&#8221;</a>, un mix di diretta web (anche dai siti de <em>Il Fatto Quotidiano</em>, <em>Repubblica</em> e <em>Corriere della Sera</em>), tv locali (con presenza praticamente in ogni Regione) e qui spinto più a fondo grazie all’accordo con Sky, quindi con una piattaforma possibile di pubblico più ampia. Strategico questa volta nel <em>concept</em> della trasmissione l’uso dei social network, in particolare con <a href="https://www.facebook.com/servpubblico">la pagina Facebook</a>, con 185.533 adesioni a oggi e 181.071 persone che ne parlano, come dire: <em>buzz </em>delle <em>audience </em>garantito. E da lì web-spettatori hanno assistito alla diretta della prima puntata, giovedì 3 novembre.</p>
<h5>Che cosa dicono i numeri</h5>
<p>Difficile per questo tipo di televisione &#8211; ma possiamo ancora definirla tale o sarebbe meglio <em>videoevento</em>, <em>trasmissione intermediale</em> o qualcos&#8217;altro che verrà? &#8211; definire chiaramente il successo di “visione”, perché l’audience non è raccolta come nella tv tradizionale davanti a uno schermo, ma occorre mappare le forme di fruizione sparse. Raccogliendo le tracce scopriamo che la prima puntata andata in onda giovedì 3 novembre ha raccolto questi numeri:</p>
<ul>
<li>12,03% di share assommando gli ascolti di tv regionali (2.276.418 spettatori) e SkyTg24 Eventi (645.113), altri dati stimano tra 12% e 14% complessivo;</li>
<li>172.000 spettatori che hanno seguito lo streaming su Facebook;</li>
<li>400.000 utenti sul sito del Corriere della Sera e altri 400.000 sui siti del Fatto Quotidiano e dell&#8217;associazione Servizio Pubblico, mentre su Repubblica.it 5 milioni di contatti e più di 300.000 utenti medi contemporanei.</li>
</ul>
<p>A questo andrebbero aggiunti dati qualitativi tutt’altro che trascurabili, come il fatto che la pagina Facebook <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/tag/dati-ascolto-servizio-pubblico/#.TrZcHHIwPAw">ha raccolto</a> «120.000 risposte complessive ai sondaggi e più di 5.000 commenti» o che <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/11/04/news/santoro_giorno_dopo-24405431/?ref=HRER1-1">è stato</a> «l&#8217;evento live più seguito di sempre su iPhone e iPad in Italia, con un picco di 4.000 utenti contemporanei» oppure che è stato <em>trending topic</em> su Twitter per l&#8217;intera serata, con 2.500 follower che si sono aggiunti durante l&#8217;evento. Queste cifre sono tutte raccolte nel <a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=314661688548811&amp;set=a.309019772446336.92231.281125725235741&amp;type=1&amp;ref=nf">manifesto riassuntivo</a> sui principali risultati delle audience tele-connesse pubblicato su Facebook. Per tutto questo Michele Santoro ha potuto definire la serata come «una rivolta contro il degrado della tv generalista occupata dai partiti, sia nel pubblico che nel privato» e dichiarare che «lavoreremo per estendere questa rivolta, per trasformarla in rivoluzione».</p>
<h5>Commenti su Twitter</h5>
<p>Fin qui i commenti della componente generalista, dei giornali, del conduttore, degli esperti di cose della televisione che vedono ed esaltano la dimensione rivoluzionaria del nuovo, del fare televisione nell’epoca del web e dei social network. Ma io vorrei tornare proprio al rapporto tra “nuova trasmissione” e “modo nuovo” di farla. Immaginate di avere “visto” la puntata di Servizio Pubblico attraverso Twitter, cioè con gli occhi di una audience connessa che rappresenta forse oggi in Italia la realtà meno generalista, più critica e politicizzata. Forse estremizzo per capirci, ma non di molto. Il corrispettivo delle audience generaliste sta invece su Facebook. Beh, dicevo, se guardavate da qui la puntata al successo numero del pubblico si associa immediatamente un mood critico che potremmo riassumere con: è piaciuta così così.</p>
<p>Se vi fosse andato di <a href="http://twendz.waggeneredstrom.com/">giocare alla misurazione del <em>sentiment</em></a> avreste visto un 25% con valore negativo, un 65% in grigio e solo un 10% con valore positivo. E le indicazioni che derivano dall’analisi dei contenuti dei tweet è utile per capire cosa non è andato.</p>
<blockquote><p>@lucasofri: “Noia, vado a leggere di meglio, buonanotte”.</p>
<p>@Jacopopaoletti: “@lucasofri avrebbe dovuto essere un modo nuovo (e possibilmente diverso) di fare informazione e approfondimento, peccato”.</p></blockquote>
<h5>Sui contenuti</h5>
<p>A proposito del contenuto. Spazzare via il contraddittorio mantenendo il format tutto sommato di Anno Zero ha depotenziato l’efficacia del programma:</p>
<blockquote><p>@damnation4sale “#ServizioPubblico una puntata tipica di anno zero solo più lunga e più libera. Attendiamo di meglio ancora!”</p></blockquote>
<p>Anche la gestione dei tempi va rodata per evitare l’effetto monologo:</p>
<blockquote><p>@lucasofri “Insomma, la nuova invenzione televisiva di #ServizioPubblico è il #pippone” pippone senza fine”</p>
<p>@gianlucaneri “Durante l&#8217;intervento di Travaglio è tornata l&#8217;ora legale”</p></blockquote>
<p>Va bene eliminare il contradittorio ma lasciare il format sostanzialmente invariato produce un effetto da prove generali:</p>
<blockquote><p>@webgol “Manca un feticcio narrativo di cdx da punzecchiare con sadismo fumogeno. E così del rito di Santoro si vedono le quinte, tipo B-movie”</p></blockquote>
<h5>Sul finanziamento</h5>
<p>C’è poi la questione del finanziamento: va bene, azionariato diffuso, 10 euro pagati, ma comunque le interruzioni pubblicitarie le abbiamo avute e in dosi rilevanti:</p>
<blockquote><p>@mante: “Il servizio è pubblico ma la pubblicità è da privati <a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a>”.</p>
<p>@s_grizzanti: “<a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a> ha pure al pubblicità? Dopo che ha chiesto 10€ a persona per autofinanziarsi? Cazzo conviene pagare il canone Rai!”</p>
<p>@calogerogrifasi: “Mandate pure la pubblicità ma restituite i 10,00€ <a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a>”.</p></blockquote>
<p>Il dubbio su cui si è discusso online circa la natura di quella pubblicità – se fosse del programma o dei canali – è facilmente risolvibile <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/tag/servizio-pubblico-santoro/#.TraWwXIwPAw">leggendo le dichiarazioni di Publishare</a> :</p>
<blockquote><p>Publishare ha gestito la raccolta pubblicitaria su Servizio Pubblico, quattro break da quattro minuti ciascuno che sono andati in onda in diretta nazionale sul network di tv regionali; gli stessi spot sono stati trasmessi anche da tutti i siti internet che avevano in streaming il programma.</p>
<p>@ItalianPolitics: “Cacchio! <a title="#Santoro" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Santoro">#Santoro</a>: &#8220;Prevediamo un costo/puntata di circa €250mila a puntata&#8221;. Ma usi più streaming e voip a basso costo!”</p></blockquote>
<h5>Oltre il palinsesto</h5>
<p>Veniamo poi alla novità della dimensione intermediale e dell’uso del web. Beh quella <a href="https://mediamondo.wordpress.com/2010/03/26/rai-per-una-notte-era-o-non-era-tv/">si è consumata – e celebrata – con Rai per una notte</a>. Lì abbiamo visto che i pubblici connessi ci sono e che era possibile pensare un modello diverso. La novità non può essere che ci si rivolga al pubblico in rete ma il <em>come</em>. Ci si aspettava quindi di più:</p>
<blockquote><p>@diritto2punto0 “<a title="#serviziopubblico" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23serviziopubblico">#serviziopubblico</a> mi sembra pensato ancora per la televisione. Il web, per ora, appare un ripiego se l&#8217;interazione è limitata al sondaggio&#8230;”</p></blockquote>
<p>È vero, che ci sia il web, che si facciano i sondaggi su Facebook, che il pubblico diventi follower su Twitter rappresenta, al solito, un tema di estremo interesse per i media generalisti. Ma quella che abbiamo visto resta televisione, una tv che sostituisce al televoto il <em>like</em>. La partecipazione degli azionisti diffusi non l’abbiamo vista. Fatevi fare domande dal web, mandate nel sottopancia i tweet o fateli scorrere in uno schermo dietro chi parla prendendole come provocazioni, create canali multipli di interazione, portate la redazione social network in studio… le cose da fare possono essere molte, semplici e complesse, rischiose o meno. Ci avete fatto comprare il diritto di fare una nuova televisione intermediale, nessuno vi censurerà né vi farà uscire dal palinsesto.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Twitter in redazione inseguendo la Storia</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/24/twitter-in-redazione-inseguendo-la-storia</link>
		<comments>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/24/twitter-in-redazione-inseguendo-la-storia#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Oct 2011 06:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
		<category><![CDATA[Holly Pickett]]></category>
		<category><![CDATA[Library of Congress]]></category>
		<category><![CDATA[Mu'ammar Gheddafi]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[La cattura di Gheddafi vista attraverso i media che guardano il social network: un problema di messa a fuoco ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Twitter, ci sembra di saperlo, è diventato un elemento centrale nel sistema dell’informazione. Certo, è vero che spesso i giornalisti scovano elementi notiziabili nei tweet o raccontano gli umori collettivi condendo i propri servizi con quello che le persone twittano. Come ho già raccontato: <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/04/11/se-i-tweet-sono-pesci-come-cambia-il-pescato">cambia il pescato dell’informazione</a> e spesso sul bancone vengono spacciati per freschissimi pesci surgelati o per tagli pregiati fondi di paranza. Qualche altra volta invece è a partire da una pesca più attenta dei fondali e dei movimenti dei branchi, che fortunata, che scaturiscono news profonde.<span id="more-6982"></span></p>
<h5>Gheddafi</h5>
<p>Così nel racconto di eventi centrali, come l’uccisione di Muʿammar Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī, conosciuto in Italia come Colonnello Gheddafi, era inevitabile che i media si confrontassero con quello che le persone hanno commentato su Twitter. E i primi pezzi usciti, a ridosso delle prime news, sono stati i tipici pezzi di costume. Come <a href="http://www.mirror.co.uk/news/top-stories/2011/10/20/gaddafi-dead-twitter-users-see-the-funny-side-of-tyrant-s-demise-115875-23502409/">quello online del Mirror</a>: «Gheddafi morto: gli utenti di Twitter vedono il lato divertente della scomparsa del tiranno». Due righe di introduzione e via con una sequela di tweet di più o meno dubbio gusto. Oppure <a href="http://www.nesn.com/2011/10/muammar-gaddafis-reported-capture-death-prompt-twitter-reaction-from-sports-world.html">quello del Daily Blend</a>: «Moammar Gadhafi&#8217;s Reported Capture, Death Prompt Twitter Reaction From Sports World». Oppure quello <a href="http://www.periscopepost.com/2011/10/gaddafi-is-dead-best-of-the-twitter-reaction/">del Periscope Post</a> che raccoglie le migliori reazioni su Twitter: l’Associated Press che scrive: «La fine di Gheddafi è l&#8217;ultimo paradosso. Ha predicato un’utopia rivoluzionaria ai libici ma questo principio ha alimentato la rivoluzione contro di lui. –EF».</p>
<p>Cose così, dove la vera news è più Twitter in sé, come ineliminabile elemento di novità entrata nelle nostre vite informative, che il fatto della cattura/uccisione di Gheddafi. Per capirci: pochissimi media hanno pensato a Twitter come strumento di testimonianza in tempo reale, come luogo in cui cercare l’informazione. In particolare all’inizio, quando non erano confermate né la cattura né l’uccisione. Potremmo vedere le cose da questo punto di vista: Twitter può essere utilizzato come fonte informativa oppure dobbiamo rassegnarci a vederlo come un ormai inevitabile corollario di costume? Oppure: il giornalismo pensa ai contenuti prodotti in Rete, nei blog e nei social network come fonti informative oppure come occasionali materiali che si incontrano, utili a produrre un corollario alla “serietà” delle news?</p>
<h5>Le lenti di Holly</h5>
<p>Per capirci: bastava seguire l’hashtag #Gaddafi o #Gheddafi o #Lybia. Avreste scoperto il canale di <a href="https://twitter.com/#!/hollypickett">Holly Pickett</a>, che è una foto giornalista freelance – <a href="http://hollypickett.blogspot.com/">nel suo blog The Pickett Lens</a> trovate nell’ultimo post uno spaccato per immagini dell’Egitto nel 2010 e nel penultimo quelle della rivolta tunisina. Holly ha raccontato in una sequenza di Tweet che <a href="https://twitter.com/#!/hollypickett/status/127074582472556544">cominciano con</a>:</p>
<blockquote><p>I saw the body of Col. Muammar <a title="#Gaddafi" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Gaddafi"><span style="text-decoration: line-through;">#</span><strong>Gaddafi</strong></a>. So weird. <a title="#Sirte" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Sirte"><span style="text-decoration: line-through;">#</span><strong>Sirte</strong></a> <a title="#Libya" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Libya"><span style="text-decoration: line-through;">#</span><strong>Libya</strong></a>.</p></blockquote>
<p>È stato re-twittato direttamente più di 60 volte, abbastanza per galleggiare nello <em>stream</em>. Holly ha seguito l’ambulanza che trasportava il corpo vedendo l’esultanza ai check point; tre ribelli le hanno mostrato un video in cui Gheddafi era sanguinante ma vivo; ha colto i dubbi su Twitter circa la morte del dittatore e ha continuato il suo lavoro di testimonianza spiegando chiaramente le motivazioni:</p>
<blockquote><p>I was a little afraid that this would turn into another undocumented rumor. That&#8217;s why I chased the ambulance with <a title="#Gaddafi" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Gaddafi">#Gaddafi</a>&#8216;s body. <a title="#Libya" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Libya">#Libya</a>.</p></blockquote>
<p>Solo <a href="http://www.abc.net.au/news/2011-10-21/journalist-tweets-about-seeing-gaddafi27s-body/3591184">l’ABC</a> ci ha costruito un pezzo. Il giorno dopo. E la foto di Holly Pickett che rappresenta il <a href="http://www.time.com/time/photogallery/0,29307,2097526_2318913,00.html">I saw the body</a> è diventata parte di un fotoracconto del Time sull&#8217;evento. Poi.</p>
<h5>Twitter in redazione</h5>
<p>Discutere del ruolo dei social media per il giornalismo è oggi non solo centrale, ma anche di vitale importanza. Infatti la relazione sempre più stretta fra contenuti in tempo reale, flusso degli eventi e possibilità di moltiplicare le fonti di diversa natura (scritte e audio-visive) si intreccia con le tematiche della democratizzazione dell’informazione e anche con i rischi di disinformazione e manipolazione. Non sempre quindi gli intrecci e i percorsi sono chiari. Eppure ci troviamo di fronte a una trasformazione culturale che vede giornalisti produrre contenuti originali su Twitter, appropriandosi così in prima persona delle logiche del mezzo e vediamo organizzazioni e persone singole che esprimono in tempo reale consenso e dissenso commentando i fatti del giorni e lanciando news originali.</p>
<p>Spesso le redazioni non sono particolarmente preparate nel riconoscere ed utilizzare il valore informativo che si produce in rete, ad esempio su Twitter, che al momento più di tutti costituisce un interessante campo di sviluppo di competenze informative e di diffusione. Non si tratta infatti di tradurre come notizie unicamente eventi “interni” alla Rete – una pagina Facebook polemica su questo o quello o un litigio via Twitter – o i modi che la Rete ha di commentare gli eventi del mondo. Pensare al valore di archiviazione e aggregazione dei tweet, ad esempio, come vere e proprie fonti, come di fatto <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/04/21/storia-presente-i-tweet-archiviati-al-congresso">suggerisce l’operazione della Biblioteca del Congresso</a> mostra che il senso della Storia è rintracciabile anche lì, nelle storie che produciamo, condividiamo e rilanciamo. Pensare allora questo apparente mare magnum come una “fonte” rilevante richiede di dedicare tempo alla ricerca di metodi di filtraggio e organizzazione di contenuti, richiede di costruire una sensibilità del giornalismo verso questo tipo di dati e, soprattutto, di integrare la pratica dello stream nelle redazioni. La consapevolezza di confrontarsi con questo modo di produrre e condividere in tempo reale news di peso diverso diventa sempre più centrale per gli utenti/produttori: il giornalismo professionale non può limitarsi a curiosare perché anche la loro Storia passa di lì.</p>
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		<title>Che cosa significa scendere in piazza, oggi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/17/che-cosa-significa-scendere-in-piazza-oggi</link>
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		<pubDate>Mon, 17 Oct 2011 06:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#15ott]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Gilioli]]></category>
		<category><![CDATA[indignados]]></category>
		<category><![CDATA[indignati]]></category>
		<category><![CDATA[Indymedia]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Calabresi]]></category>
		<category><![CDATA[Occupy Everything]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Vittorio Zucconi]]></category>
		<category><![CDATA[Wu Ming]]></category>

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		<description><![CDATA[I fatti di Roma lasciano amarezza, frustrazione e interrogativi aperti. Ma forniscono anche il pretesto per ripensare a come cambi l'aggregazione collettiva]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le manifestazioni di piazza, le grandi manifestazioni di massa, sono una forma di attivismo che porta molte persone che condividono una certa opinione a mostrarsi e attraverso il loro mostrarsi a rendere visibile la loro opinione. Essere in piazza ha un significato simbolico e il numero di corpi e la riuscita della partecipazione ha un valore che può essere amplificato dalle rappresentazioni mediali, interpretato dalle forze politiche, raccontato dagli opinionisti eccetera. Le manifestazioni di massa hanno rappresentato nel Novecento un momento fondamentale per lo sviluppo della democrazia; si sono misurate con l’evoluzione dei linguaggi mediali fino a riuscire a interpretare le logiche di notiziabilità che le ha trasformate spesso in <em>happening</em> pieni di inventiva, miscelando la capacità di informazione con quella dell’intrattenimento. «È stata una grande festa», abbiamo spesso sentito dire.<span id="more-6921"></span></p>
<h5>Indignati</h5>
<p>Così doveva essere sabato 15 ottobre la presenza degli <em>indignados</em> nelle piazze di tutto il mondo, compresa quella di San Giovanni a Roma. Sono bastati una manciata di corpi incappucciati e le loro azioni ad alto tasso di notiziabilità – auto bruciate, vetrine rotte, lancio di sanpietrini, l’incendio di una camionetta della polizia ecc. – a far sì che una piccola parte desse valore diverso al tutto. Bastano «cento autenticissimi stronzi incappucciati», come li definisce <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/10/15/cento-stronzi-e-il-resto/">Alessandro Gilioli</a>, oppure come scrive <a href="http://zucconi.blogautore.repubblica.it/2011/10/15/roma-brucia-missione-compiuta/">Vittorio Zucconi</a> «un governo che non sa garantire l’ordine e la sicurezza di una manifestazione autorizzata e pacifica nella propria capitale, che non sa prevedere e prevenire quello che tutti noi avevamo temuto, che permette a centinaia di professionisti dello sfascio di arrivare tranquillamente lungo il percorso annunciato della sfilata addirittura con &#8220;uniformi nere e maschere antigas&#8221;».</p>
<p>Alla fine quello che resta il giorno dopo è l’amarezza e la frustrazione. La speranza che qualche testata racconti l’altra parte della manifestazione, quella dei manifestanti che hanno isolato e consegnato tre “black bloc” (così li chiamano i media) alle forze dell’ordine, quelli che hanno alzato le mani al grido di “no alla violenza” frapponendosi fra forze di Polizia e gli incappucciati, quelli che <a href="http://www.corriere.it/cronache/11_ottobre_16/imarisio-giovani-ultra-del-calcio_93576d2c-f7bf-11e0-8d07-8d98f96385a3.shtml">si sono messi a rimettere a posto cassonetti e tombini</a>, quei giovani, come <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=9324">scrive Mario Calabresi</a>, che abbiamo visto «battere le mani a polizia e carabinieri, li abbiamo visti provare a cacciare dal corteo gli incappucciati, li abbiamo visti piangere di rabbia».</p>
<h5>Fraintendimento</h5>
<p>È inutile oggi dire che seguendo anche minimamente le modalità organizzative del movimento – modalità che risiedono anche nelle forme auto organizzative della rete – emergeva uno stato di inquietudine e di tensione: basta leggere questo post che è stato commentato dalla lista Italy <a href="http://italy.indymedia.org/node/864">riportato da Indymedia</a>. Ma si sa, la rete è luogo di esposizione delle differenze, di circolazione delle emozioni e degli umori. Mica la realtà. La realtà è la Piazza. Le grandi manifestazioni di massa. L’attivismo. I corpi. Il mostrarsi. E credo che qui stia il grande fraintendimento che movimento e mezzi di informazione, politica e opinione pubblica stanno osservando.</p>
<p>Le masse del Novecento non sono le moltitudini di oggi. Non abbiamo a che fare con il movimento organizzato della classe operaia, con le grandi organizzazioni politiche. Gli indignati sono una moltitudine che racchiude sotto uno stesso termine ombrello una molteplicità di differenze, anche estreme. Non è possibile il principio di rappresentatività interna, non c’è un leader del movimento da intervistare. È cambiato il soggetto che porta in pubblico la sua opinione, ma i modi che utilizziamo per farlo pensiamo debbano essere ancora gli stessi. Le grandi manifestazioni di piazza sono un retaggio del ‘900. Non c’è bisogno di ostentare e sacrificare i corpi. Di cadere nei rischi della demagogia della politica e della violenza. Non c’è bisogno di diventare ostaggi collettivi di pochi atti di delinquenza. Non c’è bisogno di subire cariche e frapporre la propria non violenza con il proprio corpo. O meglio: non sta solo lì il valore simbolico dell’attivismo, dell’essere partecipi.</p>
<h5>Delocalizzazione</h5>
<p>La logica e i linguaggi della rete ce lo hanno insegnato nel nostro avere imparato ad abitare il web, ad auto organizzarci, a costruire informazione quotidianamente e a condividerla, ad auto rappresentare le nostre istanze e le nostre opinioni. Certo, non tutti e con tutti i distinguo che volete. Come non tutti sabato erano in piazza rappresentando sé stessi o seguivano la manifestazione da casa attraverso il web o i media mainstream. Ma quello che la rete ci ha insegnato, ad esempio, è creare un nuovo rapporto fra aggregazione collettiva e delocalizzazione. Non c’è bisogno di essere tutti nello stesso luogo per esprimere contemporaneamente la stessa opinione. Possiamo ad esempio rendere visibile il nostro numero aggregando i contenuti da luoghi diversi e fare diventare la nostra opinione un elemento rilevante attraverso un tag.</p>
<p>Sabato scorso la maggior parte dei tweet con hashtag <a href="http://twitter.com/#!/search/%23indignados">#indignados</a> o <a href="http://twitter.com/#!/search/%2315ott">#15ott</a> parlavano di Roma e moltissimi venivano dalla manifestazione di Roma. Quella visibilità – #15ott è stato trending topics – la si avrebbe avuta ugualmente se la partecipazione fosse stata diffusa sul territorio italiano, se si fossero ideate mille azioni creative utile alla guerriglia mediale per far parlare di sé in modi non violenti attraverso la messa in scena e l’aggregazione di idee. Possiamo portare la voce dell’indignazione sul territorio senza essere tutti in un unico luogo. Possiamo connetterla senza essere co-presenti. Possiamo partecipare attraverso modi diversi che mostrano sfumature che vanno dal comunicare all’esserci.</p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>La rete ci ha anche insegnato che possiamo provare a rivedere la nostra idea di partecipazione e di utilità dell’informazione condivisa uscendo fuori dal paradigma novecentesco fatto di attivismo politico in cui il politico coincideva con il partitico e dei media di massa da cui ci siamo lasciati rappresentare – necessariamente – durante la nostra Storia di cittadini. Questo movimento mostra chiaramente l’impossibilità per ogni struttura politica di rappresentare le moltitudini che erano nella piazza. Proviamo allora a chiederci: retwittare è una forma di partecipazione? Commentare gli eventi raccontati dai social network è una forma di partecipazione? Aggregare contenuti è una forma di partecipazione? Aprire i propri spazi sociali online per dare visibilità al racconto degli eventi è una forma di partecipazione? Ad esempio <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">il collettivo Wu Ming dalle pagine del suo blog ci mostra</a> questo punto di vista così:</p>
<blockquote><p>Visto che abbiamo un blog molto visitato e seguito, e che nella giornata di oggi l’informazione e la controinformazione saranno faccende di <em>vitale </em>importanza e urgenza, mettiamo a disposizione questo spazio. Chi ha seguito le discussioni su Giap delle settimane scorse, sa che abbiamo forti perplessità su come è stata organizzata questa scadenza, ma oggi qualunque perplessità va messa in secondo piano: alla massima libertà di discussione devono seguire la massima unità nell’azione e la solidarietà a chi manifesta. Per cause di forza maggiore, purtroppo non siamo riusciti a scendere a Roma, dunque cerchiamo di renderci utili in altro modo, approntando e implementando strumenti per seguire l’evento. Ricordiamo a tutti che la “visione panoramica” di chi sta fuori è sovente utilissima a salvare il culo a chi sta dentro.</p></blockquote>
<h5>Tweet</h5>
<p>È stata una visione profetica la loro o, più semplicemente, consapevole delle incongruenze tra esigenze di rappresentazione della moltitudine – lo slogan mondiale era <em>Occupy Everything</em> – e le scelte di una modalità della tradizione delle masse – la grande manifestazione. La rete ci ha anche mostrato, nel bene e nel male, che è possibile dare visibilità alle differenze anche nella connessione e che è possibile produrre un racconto che parte da quello che si sta vivendo. Così se “guardavamo” la manifestazione di sabato da Twitter e la confrontavamo con quanto emergeva di minuto in minuto dai quotidiani online le immagini sembravano mettere a fuoco cose simili e cose diverse. Un paio per tutte: alcuni siti di news segnalavano come fossero stati “gli incappucciati” ad avere spezzato in due il corteo, mentre da Twitter risultava essere stata la polizia; oppure la sensazione di pericolo creato da camionette delle forze dell’ordine che sfrecciavano pericolosamente, forse in preda al panico di chi le guidava.</p>
<p>E anche la posizione di condanna dall’interno della manifestazione per quello che stava accadendo diventava visibile con estrema lucidità di tweet in tweet: <a title="Serena" href="https://twitter.com/#%21/MissEsse">MissEsse</a> «Lo so ke ormai e&#8217; la rabbia ke parla,e siamo arrivati ad1situazione al limite,ma queste scene dalla manifestazione mi danno la nausea <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; <a title="Laura" href="https://twitter.com/#%21/Laula76">Laula76</a> «a chi fa comodo una manifestazione mandata in vacca?!?! <a title="#indignati" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23indignati">#indignati</a> <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; «<a href="https://twitter.com/#%21/tigella">tigella</a>: Ma se i &#8220;violenti&#8221; erano in via Labicana, cosa c&#8217;entrano le cariche n piazza San giovanni? <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>»; <a href="https://twitter.com/#%21/_rainbowarrior">rainbowarrior</a> «Tre infiltrati fermati dai manifestanti e consegnati alle forze dell&#8217;ordine, continuate così,smascherateli tutti! <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>», <a href="https://twitter.com/#%21/virinthesky">virinthesky</a>«<a title="#Roma" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23Roma">#Roma</a>, Polizia usa idranti contro facinorosi, i manifestanti pacifici applaudono poliziotti ke fermano incapucciati <a title="#15ott" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%2315ott">#15ott</a>».</p>
<h5>Opinioni</h5>
<p>E poi, ovviamente, abbiamo i tanti racconti, video e foto che dal giorno dopo cominciano a essere pubblicati, condivisi e commentati. E se vogliamo andare oltre la crosta del racconto generalista dei media possiamo avventurarci nella moltitudine di storie. Certo costa fatica e tempo. Richiede un impegno che va oltre il lasciarsi raccontare da un tg o dal proprio quotidiano come sono andate le cose. È un racconto che non ci si limita a leggere perché nel ricercare informazioni siamo noi a costruire via via il racconto, magari partecipando con un like o un commento. Magari così non ci limiteremo a parlare di un’occasione perduta o dell’inferno che si è generato, entrambi posizioni consolatorie del tipo buoni contro cattivi. Forse ci toccherebbe confrontarci anche con le opinioni di chi cerca di interpretare la violenza di sabato come una forma estrema dell’indignazione, con chi cerca di capire quale significato ci sia dietro a queste forme di conflitto sociale. Forse ci troveremmo a confrontarci con <a href="http://cristianaraffa.tumblr.com/post/11516588597/dopo-lo-sgomento-per-le-immagini-di-una-roma-in">punti di vista anche forti</a>:</p>
<blockquote><p>&#8220;abbiamo visto distintamente teste rasate col fascio littorio al braccio che gestivano gruppi armati&#8221;, &#8220;era pieno di gente dello stadio con sciarpe della Roma e della Lazio&#8221; sigle ACAB passate dalle curve alla camionetta bruciata, e poi anarchici, cani sciolti, greci, no tav…</p></blockquote>
<p>Forse ci troveremmo a confrontarci con verità anche scomode e con domande a cui forse non sappiamo rispondere: <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599&amp;cpage=1#comment-8564">cosa succede se</a></p>
<blockquote><p>Chi si è incappucciato è lo stesso che poi interviene alle assemblee e con le quali siete poi d’accordo, gli stessi che intervengono all’Infedele o da Formigli, chi fa le lotte sociali nelle città e nei luoghi di lavoro [?]… [se] siamo noi, non altri [?].</p></blockquote>
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		<title>Il tunnel della Gelmini, i tic dei giornalisti e noi</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/09/26/il-tunnel-della-gelmini-i-tic-dei-giornalisti-e-noi</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 06:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[#masiamopazzi]]></category>
		<category><![CDATA[#morattiquotes]]></category>
		<category><![CDATA[#tunnelgelmini]]></category>
		<category><![CDATA[Cern]]></category>
		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Stella Gelmini]]></category>
		<category><![CDATA[Miur]]></category>
		<category><![CDATA[neutrini]]></category>
		<category><![CDATA[Piero Vietti]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[L'infortunio del ministro, le ghignate dei cittadini, la gara alla battuta su Twitter, il pezzo di colore sui giornali. È davvero tutto qui?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quest&#8217;ultimo anno di esperienze di <em>civic engagement</em> della parte abitata della rete italiana ci ha mostrato una costruzione della realtà informativa del Paese che vede relazionarsi in modi nuovi e complessi media <em>mainstream</em> e contenuti web. Sul lato della produzione di contenuti dal basso abbiamo visto la dinamica attraverso cui le persone si appropriano di un terreno proprio dell’informazione usando l’ironia, la potenza di connessione e la visibilità permessa dall’uso degli <em>#hashtag</em> su Twitter.<span id="more-6696"></span></p>
<h5>Flirt con l&#8217;hashtag</h5>
<p>Basta ricordarsi dei  #morattiquotes, nati attorno alla campagna amministrativa milanese dopo una affermazione calunniosa su Giuliano Pisapia fatta durante un confronto televisivo da parte di Letizia Moratti. Oppure dei #masiampazzi dedicati a Pierluigi Bersani durante il referendum, un po’ stimolati dal Crozza televisivo e un po’ rilanciati in rete dal PDNetwork, in uno dei primi esempi di autoironia politica funzionale alla costruzione di un clima referendario. I media generalisti hanno flirtato con questi contenuti producendo articoli e servizi che miscelavano l’espetto di costume con il contenuto politico, spesso approfondendo poco le motivazioni alla base di questo tipo di produzioni: un pizzico di indignazione, tanta ironia e, alla fine, una moda diffusa da riprendere quando si è alla ricerca di un modo di portare la rete come news sulle argomentazioni in agenda:</p>
<blockquote><p>Ricordate le Morattiquotes e #colpadiPisapia, i tormentoni su Twitter che avevano scandito la fine dell&#8217;era di Letizia Moratti come sindaco di Milano? […] Le ultime dichiarazioni del premier Berlusconi dopo il declassamento del rating da parte di Standard&amp;Poor &#8211; “è tutta colpa dei media” &#8211; stanno ottenendo un effetto simile.</p></blockquote>
<h5>Gelmini e neutrini</h5>
<p>La settimana scorsa abbiamo visto con chiarezza ancora maggiore quanto sta accadendo nel rapporto tra informazione prodotta e distribuita dal basso e media. Prendiamo il caso del #tunnelgelimini. Un <a href="http://twitpic.com/6prpmc">comunicato stampa</a> del Ministero dell&#8217;Università e della Ricerca cita l’esperimento del Cern con i neutrini ed esprime le (auto)congratulazioni del ministro Gelmini per aver sostenuto la «costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento». L’hashtag #tunnelgelmini comincia a far emergere contenuti connessi a questa news, diventa in brevissimo tempo trending topic su Twitter (ovvero entra nella classifica degli argomenti più discussi) e la porta all’attenzione dei media. I primi articoli vengono messi online nel giro di poco.</p>
<p>Sul sito del<a href="http://www.unita.it/scienza/neutrini-la-gaffe-del-tunnel-della-gelmini-1.335197">l&#8217;Unità</a>: «Su Internet è già un cult. È il tormentone del tunnel della Gelmini. Tra i &#8220;trending topics&#8221;, ovvero gli argomenti più <em>twittati</em> in Italia, alle 13.45 l&#8217;hashtag #tunnelgelmini è al secondo posto». E de <a href="http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/421839/">La Stampa</a>: «&#8221;Tunnel tra il Cern e il Gran Sasso&#8221;, il Web ride per la gaffe della Gelmini». Seguono edizioni serali dei telegiornali. La consapevolezza da parte di chi produce contenuti sul web di diventare parte del flusso mediale comincia a manifestarsi. Bastet scrive in un Tweet: «Mi trovo citata su <a href="https://twitter.com/#%21/SkyTg24">@SkyTg24</a> insieme ad altri per un RT di <a href="https://twitter.com/#%21/GBA_mediamondo">@GBA_mediamondo</a> (<a href="http://tg24.sky.it/tg24/politica/2011/09/24/cern_gran_sasso_neutrini_errore_comunicato_miur_gelmini.html">link</a>)  <a title="#tunnelgelmini" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23tunnelgelmini">#tunnelgelmini</a>». Catepol: «Ciao mamma i miei tweet son passati al Tg3 <a title="#tunnelgelmini" href="https://twitter.com/#%21/search?q=%23tunnelgelmini">#tunnelgelmini</a>».</p>
<h5>Un po&#8217; di colore</h5>
<p>I media inglobano l’uso tattico dei tweet dandogli voce, amplificandolo, e allo stesso tempo riconducendolo all’interno delle logiche informative dei media stessi: si tratta solo di news, tutte equivalenti, spesso utili a colorare i pezzi con luoghi comuni come «lo dice il web». Inoltre l’interpretazione del significato che sta dietro alla produzione di ogni tweet viene espropriato a chi lo produce per diventare racconto mediale. Su <a href="http://www.repubblica.it/scuola/2011/09/24/news/gelmini_graticola_web-22159777/?ref=HREC1-4">La Repubblica</a> leggiamo:</p>
<blockquote><p>Sarcasmo, cinismo, ironia. Una valanga di freddure che si diffonde su tutti i social network. Su Twitter #tunnelgelmini è già un cult: decine di commenti al secondo. Studenti, ricercatori, semplici cittadini. Tutti a sottolineare lo svarione del ministro. E per la serie la fantasia al potere non mancano neanche i fan di Harry Potter: &#8220;Si informano i signori passeggeri che il binario 9 e 3/4 non conduce a Hogwarts, ma al Cern di Ginevra&#8221;.</p></blockquote>
<h5>Rabbia e indignazione</h5>
<p>Sarcasmo, cinismo, ironia? Una valanga di freddure? Harry Potter? E perché non rabbia o indignazione? Se leggete il flusso non trovate solamente l’atteggiamento di chi partecipa a un grande gioco di gruppo, magari con la speranza di vedersi citato nei media – atteggiamento che, dopo le ultime esperienze, ci dobbiamo aspettare anche nella parte abitata della rete, altrimenti fatico a capire chi sforna con una continuità imbarazzante tentativi di “freddure”. Trovate anche l’indignazione politica: «Ma poi quando abbiamo finito di ridere gliele chiediamo le dimissioni?». «I neutrini viaggiano più veloci della luce.. ma le cazzate della germini sono irraggiungibili&#8230;». «Adesso almeno sappiamo dove sono finiti i soldi tagliati alle Università negli ultimi tre anni». E così via. L’ironia come tattica non è un equivalente di <em>freddura</em>.</p>
<p>È difficile per i media capire e spiegare che cosa muova centinaia di persone a produrre e a condividere contenuti taglienti, talvolta sbeffeggianti, spesso pacati anche se ironici. Alla fine si riduce tutto a un fatto di costume, a una moda, al limite a una velata protesta. Ma è solo un strategia del giornalismo affamato di facili novità che dà troppa voce a delle chiacchiere da bar come <a href="http://www.ilfoglio.it/cambidistagione/796">scrive Piero Vietti</a>?</p>
<blockquote><p>Ormai è chiaro, Twitter è la nuova arma del giornalista collettivo e pigro. Basta che un argomento qualsiasi sia twittato da qualche decina di persone che ecco compaiono subito articoli, gallery e titoloni sui principali giornali on line. Nessuno ci salva da pippe mostruose su il-popolo-della-rete (declinato in questi casi in il-popolo-di-twitter) che fa-impazzire-i-social-network a colpi di tormentoni-sul-web […] Il meccanismo è pazzesco, a volte funziona, spesso produce articoli che hanno lo stesso valore di una chiacchierata al bar.</p></blockquote>
<h5>Opinione pubblica</h5>
<p>Oppure siamo di fronte a un tentativo di (ri)appropriarsi del territorio dell’informazione, di scuotere con una semantica diversa il modo di raccontare il nostro Paese? Capisco che sembri difficile pensare a semplici tweet come a un modo di costruire l’opinione pubblica. Eppure possiamo pensare a questi fenomeni come il tentativo di riprendere nelle nostre mani la narrazione, il racconto di quello che proviamo a vivere nel nostro Paese. Ed è un racconto fatto in modo trasparente e visibile, in pubblico. Un racconto che mette in relazione gli ambiti privati delle nostre vite (essere studenti, operai, intellettuali, genitori) con temi di interesse generale.</p>
<p>Una narrazione fatta di tanti racconti aggregati, ricercabili, che si spargono e vengono rilanciati, che incontri accidentalmente come contenuti, per esempio un tweet prodotto da un <em>friend</em> e ti fa leggere pagine di approfondimento online da consigliare con il tweet successivo. Narrazioni che ti fanno sentire parte di qualcosa che va oltre il fatto di essere un singolo individuo e che ti fanno pensare che questo sentirti parte di qualcosa ha un valore. Piccoli passi, certo, ma che stanno dietro alle possibilità di trasformazione di una società.</p>
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		<title>La guerra dell&#8217;identità e il diritto al soprannome</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Sep 2011 06:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Boccia Artieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Captain Crunch]]></category>
		<category><![CDATA[Cory Doctorow]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[Mendax]]></category>
		<category><![CDATA[Nymwars]]></category>
		<category><![CDATA[Second Life]]></category>
		<category><![CDATA[Violet Blue]]></category>

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		<description><![CDATA[Google+ cancella il profilo di chi non si registra con nome e cognome. Una scelta drastica, che taglia con l'accetta la complessità delle nostre vite online]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le differenze culturali tra i modelli proposti da Google+ e Facebook hanno a che fare con l’idea di socialità e con la conseguente immediatezza nel riconoscere con chi condividere contenuti: l’idea delle cerchie, ad esempio. Sembrano quindi trattare la privacy in modi culturalmente diversi. Eppure, guardando meglio, ci troviamo di fronte alla stessa prospettiva culturale del significato da attribuire all’essere online: tu devi essere online con la tua reale identità, cioè con il tuo nome vero.<span id="more-6653"></span></p>
<h5>Pseudonimi</h5>
<p>È questo il principio che Google+ sta proponendo con forza, cancellando i profili di tutti coloro che non si registrano con il proprio nome reale. La policy recita: «To help fight spam and prevent fake profiles, use the name your friends, family or co-workers usually call you». Il che significa l’abolizione di nickname e pseudonimi, oltre di nomi non standard che contengono caratteri linguistici diversi, Ascii eccetera. Questa regola ha dato vita a una guerra degli utenti che va sotto il nome di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nymwars">Nymwars</a> (contrazione di <em>pseudonym wars</em>) e ha generato un dibattito pubblico che ha fatto di questa policy la cartina di tornasole del rapporto tra vita online e logiche di mercato, tra identità ed esperienza. <a href="http://www.guardian.co.uk/technology/blog/2011/aug/30/google-plus-discuss-identity">Cory Doctorow spiega chiaramente</a> che si tratta di una politica che incarna</p>
<blockquote><p>una teoria controversa sull’identità: le nostre vite sarebbero vissute in modo migliore se avessimo una singola identità persistente in ogni contesto nel tempo, così i tuoi nonni avrebbero la stessa esperienza di te che ha la persona che ami, il tuo capo vedrebbe lo stesso lato di te che vede tuo figlio.</p></blockquote>
<h5>Modelli</h5>
<p>E non rispondetemi che basta creare le giuste cerchie o settare la privacy dei contenuti in modo oculato. Oppure, come fa Google, che <a href="https://plus.google.com/117378076401635777570/posts/2y7vqXBtLny">uno non è obbligato a iscriversi</a>. Qui stiamo discutendo di un modello sociale online di costruzione dell’individuo che viene imposto e del suo futuro come modello dominante nei social network e oltre: abbiamo tutti i diritti di parlarne e di cercare di capirne le conseguenze. Prendiamo per ora il rapporto fra forma dell’esperienza online e rete di <em>friend</em>. Opensource Obscure è il nome da avatar su SecondLife di un utente italiano che ha il profilo sospeso e che ci spiega <a href="http://www.flickr.com/photos/opensourceobscure/5915226844">la contraddizione che legge nella policy di G+:</a> «È l&#8217;unico modo in cui sono conosciuto su internet. I Community Standard di Google dicono di &#8220;usare il nome con cui normalmente ti chiamano i tuoi amici, la tua famiglia o i tuoi colleghi&#8221; e nel mio caso è &#8220;Opensource Obscure&#8221;. E tuttavia il mio profilo è tuttora sospeso a causa del nome che ho scelto».</p>
<p>La sua riconoscibilità su internet passa dal suo pseudonimo, che è ricco di storia, di relazioni, di contenuti prodotti e condivisi. Vale la pena di ricordare che una piattaforma come Second Life obbliga a scegliere i cognomi dell’avatar entro un set di cognomi fittizi definiti, promuovendo, di fatto, l’anonimato o il semi-anonimato come policy di ingresso. Siamo di fronte a un conflitto razziale: abbiamo moltissimi potenziali utenti di una piattaforma (Second Life) trattati come migranti che devono cambiare il loro nome per entrare nella civiltà (Google+) abbandonando i nomi tribali della loro comunità per accettare di essere naturalizzati come cittadini del nuovo mondo.</p>
<h5>Vita online</h5>
<p>Ma poniamo anche che il nome Opensource Obscure sia fonte di una scelta razionale, non mi interessano le motivazioni che lo hanno portato a scegliere uno pseudonimo per stare in rete. Quello che conta è che la <em>vita online</em> di Opensource Obscure deve essere cancellata e ripartire dall’era di fondazione di G+, un’era che dovrebbe essere più autentica e reale, secondo la visione un po’ distorta di Google. Molti di coloro che hanno commentato la <em>naming policy</em> si sono concentrati sui problemi di riconoscibilità e distinzione di un nome reale da uno inventato che spesso porta ad accettare nomi falsi (<a href="http://www.zdnet.com/blog/violetblue/google-plus-too-much-unnecessary-drama/652">come nel caso di Violet Blue</a>) o sul fatto che in alcuni paesi è possibile cambiare legalmente il proprio nome, con conseguenze su una modifica successiva dell’account, oppure sull’esistenza contemporanea di nomi diversi in contesti diversi (magari sei Lady Gaga per il pubblico, ma gli amici ti chiamano Stefani Joanne Angelina Germanotta, o magari accorciano anche il tuo nome “reale”).</p>
<p>Si tratta certamente di obiezioni sensate che mostrano la complessa relazione tra identità e identificazione, ma presuppongono comunque una riconoscibilità in qualche modo pubblica dell’individuo attraverso il suo nome. A mio parere invece il problema va più in profondità, alle radici, come dicevamo all’inizio, del nostro modo di risiedere in rete e di utilizzare la rete. La prospettiva che emerge dalle policy di Google+ è chiara: la forma di evoluzione della civiltà, nella sua propaggine digitale, sta nell’abolire l’anonimato. L’anonimato è una delle forme su cui si è costruita la cultura internet. La possibilità di produrre e distribuire informazione e costruire conversazioni e forme comunicative online dietro a un nickname fa parte delle radici del nostro modo di stare in rete.</p>
<h5>Chat</h5>
<p>Ad esempio le comunità Irc ci hanno mostrato come le persone preferissero avere un <em>nome de plum</em> online, che era però un elemento identitario e identificativo forte del soggetto anonimo. Infatti usare il nick di un altro rappresentava un tabù che dava vita a veri  e propri processi pubblici e autodafé. Oppure pensiamo alla mitologia sorta attorno agli pseudonimi nella cultura hacker. È così che ci ricordiamo ancora un <em>phreaker</em> come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/John_Draper">Captain Crunch</a><strong>, </strong>che ha diffuso un sistema per aggirare le compagnie telefoniche negli Stati Uniti – scoprendo per caso che il fischietto omaggio dei cereali Cap’n Crunch, emetteva un suono con la frequenza giusta per telefonare gratis – e che è riuscito a farsi passare al telefono il Presidente Nixon comunicandogli una grave crisi nel Paese: «Siamo senza carta igienica, Signor Presidente».</p>
<p>Oppure pensiamo alle radici della storia personale di Julian Assange, ideatore di una forma di <em>wikileakscrazia</em>, che affondano dietro lo pseudonimo da hacker che aveva assunto a 16 anni: <em>Mendax</em>. È Mendax a <a href="http://www.newyorker.com/reporting/2010/06/07/100607fa_fact_khatchadourian?currentPage=all">scrivere alcune regole base della cultura hacker</a>: «Don&#8217;t damage computer systems you break into (including crashing them); don&#8217;t change the information in those systems (except for altering logs to cover your tracks); and share information». Come dire: l’anonimato online ha sì a che fare con le forme dell’identità che gli individui assumono, ma è un affare che va oltre la dimensione personale. Non è solo una diffrazione del sé, ma un principio culturale che da subito si connette alla libertà di residenza digitale e di propagazione dell’informazione.</p>
<h5>Anonimato</h5>
<p>Non sempre dobbiamo confondere l’anonimato con forme di inganno, truffa o insicurezza dell’abitare i territori digitali. Al contrario, possiamo pensare all’anonimato digitale come una forma di resistenza dell’individuo a tutta l’assoluta trasparenza e sovraesposizione cui le piattaforme ci assoggettano, rovesciando la prospettiva dell’essere sicuri dalla visibilità assoluta a una visibilità celata: io se voglio sono il mio nick.</p>
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