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	<title>Apogeonline &#187; Giorgio Jannis</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Collettività che danno nuovi nomi alle cose</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Dec 2011 07:30:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[comunità]]></category>
		<category><![CDATA[iperlocalità]]></category>
		<category><![CDATA[Marketing]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[I territori devono imparare a presentarsi degnamente in rete. Dalle brochure ai social network, è in corso una colossale opera di traghettamento culturale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Bene, sono almeno cinque anni che sappiamo che abitiamo nel social web. Non è che prima parlassero tra loro solo i computer, con lunghe stringhe di zero e uno, di argomenti che riguardano solo loro. Eravamo sempre noi umani lì a scrivere cose e a far girare informazioni opinioni e punti di vista e decisioni. Narrazioni, conversazioni, così chiamiamo oggi i flussi di informazioni non più “puntuali” e frammentati come lo erano dentro pagine web statiche, ma anzi veloci nel sapersi autonomamente propagare in Rete. Una volta le cose erano più lente, tutto qui. E si è anche capito che il web serve per parlare di tutto, compreso quello che mi sta vicino, i luoghi dove abito fisicamente. «Il territorio fa emergere narrazioni», sento dire, e mi viene in mente la nebbiolina che sale sopra i campi nelle mattine d’inverno.<span id="more-7652"></span></p>
<h5>Iperlocali</h5>
<p>Oppure vedo che molte web agency offrono tra i loro servizi professionali la progettazione e la realizzazione di campagne informative o videoproduzioni su tematiche iperlocali, avendo poi magari come committenti le stesse Agenzie del Turismo interessate (finalmente) a popolare i loro asettici siti web, pensati magari ancora come portali, con contenuti ben disegnati e tagliati sul turista-viaggiatore, oppure disposte a ascoltare e riproporre nella loro comunicazione quanto viene appreso dai feedback che le iniziative innescano sulla Rete. Stanno emergendo, diciamo così, dei microformat digitali di narrazioni territoriali. Pacchetti strutturati capaci di raccontare le peculiarità geografiche antropiche o emozionali di un territorio, al punto che già potrebbe essere possibile organizzarli secondo una stilistica. Tutti quelli che negli anni scorsi si sono concentrati nell’ideare le Vie del Vino o dell’Amore, oppure “Gli itinerari segreti della zona collinare”, o i percorsi di archeologia industriale ora devono rapidamente adeguare i materiali e lo stile della narrazione alle nuove esigenze mediatiche del social web.</p>
<p>Oggidì qualsiasi campagna mediatica di un evento territoriale pubblico o privato deve sapersi presentare degnamente in rete, avere un sito leggero e funzionale, deve saper attivare e mantenere luoghi di conversazione e reti sociali, promuoversi con stile per poter piacere (“like”) alle persone e trovare nuovi modi di far conoscere se stessa. Sul lungo termine, vediamo una colossale opera di traghettamento, come al solito, dove tutta la cultura a esempio dell’offerta turistica tipica di un territorio, stratificata in decenni di brochure e convegni del settore va ricodificata nelle nuove forme espressive, nel bottone “like” e nei flussi degli aggregatori, nei manufatti architettonici e nei totem elettronici con appiccicato sopra il QR code, negli audiovisivi che vanno reimpacchettati per poter essere fruiti in mobilità con i cellulari, e tutto questo nell’orizzontalità del passaparola (che però richiede la progettazione di contenuti dall’alta <em>spreadability</em>, ovvero resi disponibili in un formato tale che con facilità one-click possano essere ri-pubblicati e re-immessi nel flusso imperterrito della comunicazione online, nei propri lifestraming).</p>
<h5>Lo spirito del luogo</h5>
<p>Non si tratta mica solo di comunicazione istituzionale, calata dall’alto, progettata e realizzata con tanti soldi. Dicevamo del web 2.0, quello partecipativo, che con graziosi software Ajax e soprattutto tramite smartphone permette con facilità a tutti di pubblicare ogni tipo di documento multimediale, quel social web dove i commenti di tutti costruiscono le conversazioni: gli apporti spontanei fluiscono nel calderone della socialità digitale, lì trovando a loro volta viralità e diffusione nella pratica della condivisione. Come la panna che affiora dal latte, i motori di ricerca e gli aggregatori più o meno automatici per la curation dei contenuti faranno auspicabilmente emergere quelle narrazioni georeferenziate maggiormente adeguate a descrivere il contesto territoriale, a restituire lo spirito di quel Luogo e le esperienze che può offrire. Quell’adeguatezza al momento appare oscura e casuale, nessuno capisce ancora bene come funzioni questo progressivo mettersi in scena delle identità locali nelle rappresentazioni mediatiche, su base geografica locale o iperlocale. Quel che è certo è che sempre di più ci rendiamo conto di abitare linguaggi, non territori. Allora la conclusione è semplice: dobbiamo sperimentare molto, perché ci servono nuovi nomi da dare a cose sempre esistite, tanto quanto a cose mai viste prima da essere umano.</p>
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		<title>Chiude Splinder, con le nostre storie dentro</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 07:30:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[blog]]></category>
		<category><![CDATA[reti sociali]]></category>
		<category><![CDATA[Splinder]]></category>

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		<description><![CDATA[La piattaforma italiana di blogging più popolare dello scorso decennio sospende il servizio, portandosi dietro, come lacrime nella pioggia, parole e vissuti spesso più analogici che digitali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Splinder chiude. La piattaforma per antonomasia della blogsfera italica, quel luogo da sempre un po’ farraginoso dove certuni hanno imparato a scrivere, e certi altri a leggere e commentare. Dove le pacche sulle spalle e i complimenti hanno convinto del proprio valore chi sapeva raccontare, e magari quello ci ha creduto un po’ di più, e oggi fa un lavoro migliore per cui è stimato, e la Rete tuttora lo legge sui quotidiani o lo segue nei social media. Perché è difficile che poi chi su web ha trovato terreno congeniale e onori  sparisca per sempre, si può sempre mollare come un Rimbaud un blog di poesia e riapparire come sagace agit-prop sotto altro nickname.<span id="more-7597"></span></p>
<h5>Blogstar splinderiane</h5>
<p>Qui il discorso sembrerebbe andare verso una descrizione dell’Olimpo delle blogstar splinderiane, mentre a me interessava notare quel propagarsi di pseudopodi che ha via via unito i blog tra loro, ha creato le reti sociali, quel tessuto connetivo che ci ha permesso di percepire e concepire una comunità che sotto i nostri occhi si nutriva di informazioni e scambi interpersonali. Persone che vengono a conoscersi, grazie ai media. Pensiamo solo a quell’escalation sensuale (c’è sempre più corpo) chissà quante volte accaduta, con cui qualcuno è passato magari dai commenti al blog alla mail privata all’autore, allo scambio foto, alla voce dentro il telefono all’incontro alla stazione alle fughe romantiche al convivere e avere figli, galeotto fu il web.</p>
<p>Amicizie, amori, pizzate, ospitate, litigi furibondi, tanto in quello digitale quanto nel mondo fisico Splinder ha mosso un sacco di vita, questo è certo. Si erano create delle reti sociali fortissime, tuttora rintracciabili nei social odierni. C’era la partecipazione, ne emergeva sentimento di appartenenza alla comunità &#8211; l’orgoglio splinderiano del “difendere il fratello piccolo”, direi, e l’esclusività di certe cerchie di frequentazione &#8211;  ciascuno col suo blog e il suo bel blogroll di fianco, e i commenti che rimbalzavano. E ora è tutto lacrime nella pioggia. Cosa facciamo?</p>
<h5>Esporta tutto</h5>
<p>Che cosa fa chi aveva un blog su Splinder? Salva tutto, esporta il proprio blog? Ricrea le reti sociali, cerca di affezionarsi a un nuovo indirizzo, ripensa la propria figura pubblica per adeguarsi alle nuove circostanze di vita? Morire per ricominciare? Leggo di gente che potrebbe abbandonare tutto. Quella era un’altra vita, spiegano, scrivevo quelle cose lì sei sette otto anni fa, e a parte il fatto che era già un po’ che non ci scrivevo sopra sul blog, credo proprio sia avvenuto in me quel cambiamento che ora impone nuove vesti, nuovi ambienti, nuove case in Rete dove esprimere me stesso.<br />
E tutto quel che sono stato, tutto ciò su cui mi sono tormentato in quegli anni e pubblicavo lì dove abitavo, può sparire come lacrime nella pioggia (ancora); accompagno peraltro quell’oblio eterno con il sentito ringraziamento per l’opportunità tecnologica concessami, di scrivere liberamente quello che volevo su una piattaforma gratuita, e con la mia generazione primo al mondo nel poter far sapere qualcosa subito a tutto il pianeta con un click. E essere letto e commentato, qual meraviglia. Aver imparato cose, tra cui la prima è aver imparato in quelle palestre di cittadinanza digitale a comunicare in Rete, conversando con stile e rispetto per i fatti e le opinioni.</p>
<h5>Dieci anni</h5>
<p>Molte migliaia di persone che si leggono da anni, questo vedo davanti a me nell’osservare certe reti e certi ambienti digitali. Nuvole di percorsi, densità variabili di opinioni che si consolidano nel venir continuamente riprese e sviscerate, certi moti vorticosi qua e là che ogni tanto attraggono moltitudini, immancabili relazioni tra persone e tra idee, e nel tempo tessiamo l’arazzo complessivo, di noi stessi e della socialità su web. Girarsi indietro e guardare tutto in prospettiva è già vertigine, dopo così tante cose in soli dieci anni. La vita in fondo è quello che ci succede mentre siamo impegnati a bloggare (devo controllare se John Lennon aveva originariamente taggato come “liberamente modificabile, purché se ne riporti la paternità CC3.0” quella frase che qui reinterpreto).</p>
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		<title>Chi fa ordine nel mondo social dei vip twitteri?</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Dec 2011 07:30:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[spin doctor]]></category>
		<category><![CDATA[Twitter]]></category>

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		<description><![CDATA[Anche i personaggi famosi ora twittano, perfino in Italia. Ma le reti sociali mal si conciliano con la celebrità e i grandi numeri di fan. E qui, a ben vedere, si aprono nuove opportunità professionali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anni fa leggevamo delle battaglie per il numero dei follower su Twitter del vippame (vippume? vipz? vabbè) americano, l’attrice e la presentatrice e i rockettari, e lì abbiamo cercato di fare i conti con il fenomeno senza in realtà ben capire, perché da noi individui con milioni di follower non ce n’erano, e due tre anni fa eravamo proprio in pochi su Twitter. Oggi però compri un cellulare e dentro c’è Twitter, e quindi anche i vip nostrani hanno un profilo, lo spin doctor che ne cura l’immagine e la comunicazione ha consigliato loro di crearsi l’account, o magari gliel’ha detto un amico al bar.<span id="more-7508"></span></p>
<h5>Reti sociali</h5>
<p>E i vips battibeccano tra loro, ma tu guarda, come i comuni mortali. Il che fa pensare che ogni tanto si leggano tra loro, oltre a twittare gustose descrizioni di monumenti o paesaggi o robe di musica o di vestiti. Absit iniuria verbis, eh, cos’altro vuoi fare su Twitter? Dire cose. Noi tutti diciamo cose. Commenti la vita che ti passa davanti, secco, oppure infiorisci un po’ con lo spunto sagace, o metti un hashtag e partecipi alla discussione del momento. E se il vip ha milioni di follower, non puoi costringerlo alla conversazione, starebbe tutto il giorno attaccato allo schermo. E allora oltre al numero iperbolico di quelli che seguono quel profilo pubblico prende valore il ragionamento sul following, su chi il nostro personaggio mediatico stia seguendo, da chi prende ispirazione, qual è la sua rete sociale, quali sono le altre persone di cui gli interessa vedere il feed in home.</p>
<p>Ecco un altro lavoro nuovo nuovo per le agenzie web, o per i consulenti all’immagine: dopo la cura della reputazione online, è il momento di suggerire al vip di turno i profili da seguire assolutamente, la rete sociale più trendy, quel flusso twitter di tal o tal altro sempre immancabile nel segnalare mode o opinioni tranchant o personaggi mediatici già di loro gran rimestatori di spam. Come dei cuochi che cucinano i feed, e offrono una dieta mediatica bilanciata sui gusti del committente. O più semplicemente, ecco lo stagista che ti prepara un magazine ben impaginato per restare sintonizzato a colpo d’occhio con centinaia di notizie e commenti di cronaca.</p>
<h5>Parole chiave</h5>
<p>Chi sceglie le parole chiave? Il professionista che segue il vip è un semplice esecutore &#8211; sa ravanare tra feed e aggregatori, si intende di content curation per scovare informazioni secondo le parole chiave che gli sono state dette &#8211; oppure ha più margine di libertà creativa, e quindi diventa determinante per scolpire il mondo dell’opinione del vip? Su lungo termine un buon spin doctor ha una responsabilità notevole su quello di cui si parla nel web. Financo il progresso dell’umanità stesso, dato dal saper rinnovare e inventare contenuti e linguaggi nuovi, è ora nelle mani di chi decide di cosa si debba parlare. Ma di questo l’umanità parla da sempre.</p>
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		<title>Il guestbook di tutti i luoghi del mondo</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 07:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Bruce Sterling]]></category>
		<category><![CDATA[Foursquare]]></category>
		<category><![CDATA[Google Sidewiki]]></category>
		<category><![CDATA[Internet degli oggetti]]></category>

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		<description><![CDATA[Raccontiamo quello che viviamo, dove lo viviamo, lasciando ovunque commenti insieme alle nostre scie elettroniche]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di ogni posto del mondo che visitiamo o su cui abitiamo per qualche tempo, possiamo darne rappresentazione. Possiamo dipingerlo, fotografarlo, filmarlo. Descriverlo, nei romanzi e nelle brochure turistiche. Se ogni posto del mondo avesse un Libro degli Ospiti, un guestbook, ci si potrebbe lasciare sopra i saluti e i commenti, come nei musei o nelle case dei personaggi defunti.<span id="more-7423"></span></p>
<h5>Nominatio rerum</h5>
<p>Certo, oggi usiamo Foursquare o equivalente, e ci siamo. Geotagghiamo pezzi di mondo che diventano Luoghi: in questo preciso momento  vengono raccontati molti posti che ieri non erano percepiti come località geografiche o antropiche meritevoli di menzione. Testimonianze e reportage spontanei di viaggiatori e abitanti, oppure microformat narrativi progettati a tavolino da qualche agenzia per la promozione turistica, aggregatori di feed in grado di mostrarmi sul cellulare quello che molti con un tag dicono essere meritevole, ovvero di qualità. Panorami e monumenti, ma anche angoli di strade, incroci, boschi, il muretto dove Luca e Nicoletta si sono baciati per la prima volta. Una colossale opera di nominatio rerum, come al solito, che traghetta dentro il digitale altri pezzi di mondo, dopo i documenti, dopo le nostre persone, con i nostri pensieri e i nostri scambi relazionali, le nostre cerchie sociali.</p>
<p>Noi ci mettiamo del nostro nel nominare quello che vediamo, e macchine fotografiche connesse o smartphone hanno dato un impulso fortissimo alla rappresentazione della realtà &#8211; con recenti tendenze a una sua estetizzazione, se pensiamo al dilagare di software di fotoritocco come Instagram. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che l’Internet delle Cose procede autonomamente, gli Oggetti (di questo parla Sterling nel suo <a href="http://www.apogeonline.com/libri/9788850324781/scheda">La forma del futuro</a>) comunicano se stessi, la propria storia e la propria posizione, e si tratta di un’idea sì suggestiva da far vacillare il pensiero, nel poter seguire scie elettroniche finissime, capaci di raccontare lo spazio e il tempo degli Oggetti, dal loro essere progettati al loro rifluire nella rinaturalizzazione, dal loro essere dislocati ovunque sul pianeta al loro poter essere rintracciati nei percorsi della loro esistenza. Gli individui e le cose e i luoghi, e le parole stesse che usiamo per raccontarli, tutto viene ora tracciato, trova uno spazio di messa in scena, l’allestimento di un contesto.</p>
<h5>Una bella idea</h5>
<p>Via via che internet si diffonde negli oggetti che abbiamo sempre con noi, nel nostro essere sempre connessi e tracciabili, nel nostro continuo taggare i Luoghi del mondo, arriveremo ad avere una pagina web per ogni posto, per ogni persona, per ogni concetto, come in un teatro grande come il mondo dove prendono vita tutte le rappresentazioni a cui l’umanità dà voce e parola. A quel punto, i giochi sembrano fatti. Per commentare o lasciare traccia del mio abitare sul mondo, potrò sempre lasciare traccia sulla controparte digitale di quel pezzo di mondo, quell’ambiente online dove quel qualcosa trova rappresentazione, e  insieme offre spazio  alla conversazione, nell’intrecciarsi dei commenti e dei punti di vista.</p>
<p>Ecco perché sarebbe interessante poter lasciare commenti su qualsiasi pagina web, senza scrivere direttamente su quella pagina web, ma piuttosto come i commenti a margine che facciamo sulle pagine di un libro. Poter trovare su ogni schermata di internet una sorta di bacheca, una lavagna, il libro degli ospiti (però integrato nel browser, non offerto dal sito che stiamo consultando) che appare scivolando da un lato della pagina, un plugin sociale del nostro browser per punteggiare le nostre navigazioni. Qualcosa come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Google_Sidewiki">Google Sidewiki</a>, ecco. Poter tutti commentare con facilità ogni singola pagina web&#8230; era una bella idea, Sidewiki, sulla carta. Sul web non ha funzionato, Google sospende il servizio a partire dal 5 dicembre.</p>
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		<title>Tutte le strade, oggi, portano a Google</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Nov 2011 07:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Claude Lévi-Strauss]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Google Maps]]></category>
		<category><![CDATA[Jurij Michajlovič Lotman]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Eco]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalle mappe a due dimensioni fino alle ambientazioni tridimensionali raccolte dalle macchine di Mountain View in giro per il mondo, e poi indietro fino all'Impero romano]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vecchie suggestioni culturali tra Lotman e Eco cercavano di individuare delle costanti nelle strutture profonde simboliche del pensiero occidentale. Strutture culturali, enciclopediche, sia chiaro, come Eco stesso rimproverò a Levi-Strauss in una famosa polemica internazionale di quarantacinque anni fa. Mezzo secolo fa peraltro le discussioni accademiche o culturali duravano anni, visto che i canali della propagazione del meme erano i libri, le prefazioni dei libri, i convegni, gli atti dei convegni. Tutto lento e ponderato.<span id="more-7095"></span></p>
<h5>Le strade romane</h5>
<p>Bisognava costruire le strade della divulgazione, inventarsi i percorsi di pubblicazione, le collane editoriali, le riviste culturali che riuscivano a bloccare in un qui-e-ora su un supporto materico la nuvola delle nuove idee di qualche gruppo di intellettuali, a Bologna come a Parigi o a Francoforte&#8230; non è mica semplice come aprire un blog multiautore. Comunque a me Eco è venuto in mente perché stavo guardando una notizia che parlava di Google Maps, di come in pochi anni abbiamo dapprima avuto a disposizione delle cartografie satellitari planetarie, e in seguito una copertura “orizzontale”, realizzata dalle Google Car che con le macchine fotografiche sul tetto stanno facendo il giro del mondo.</p>
<p>Gli antichi Romani erano famosi per le strade. Hanno permesso al Mediterraneo tutto di concepirsi come entità, le strade romane. Quelli in Spagna sapevano che avrebbero potuto incamminarsi su quei sofisticati manufatti di pietra e sabbia che resistevano nei secoli, tecnologia mirabile, e dopo qualche mese di viaggio giungere in Medio Oriente, ma l’idea che ci fosse un Medio Oriente viaggiava su quelle stesse pietre. Sì, le strade sono tecnologie abilitanti. I Romani, pensiamoci, quelli che portano a massimo livello di tributo sociale la carica di Pontefice, quello che fa i ponti, che unisce una separazione e celebra socialità. Come i provider oggi.</p>
<h5>Saluti da Mountain View</h5>
<p>Poi c’è quella passione tutta latina di riflettere sul significato del <em>limen</em>, del passaggio, della soglia che una volta attraversata battezza una nuova situazione, e non può essere altrimenti. C’è un prima e un dopo, c’è una causa e un effetto, c’è l’ineluttabile necessità del cambiamento, c’è Romolo che traccia i confini di Roma con la spada e Giulio Cesare che varca il Rubicone armato, sapendo cosa questo significhi. Ci sono le porte del tempio di Giano a Roma, e non è un dio a caso, che rimangono aperte in tempo di guerra. Questo sentimento, più che comprensione, dello scorrere degli accadimenti, questo sancire una nuova parola che denota una nuova situazione proprio sulle strade va ora scherzosamente fatto. Perché se rimarra sempre vero che “tutte le strade portano a Roma”, il discorso oggi è da riferirsi solo alle strade fisiche, quelle che tocchiamo. Delle reti elettroniche, non sappiamo stabilire direzione e verso, tutto va dappertutto e senza nessun riguardo per la geografia. Dove il nostro conversare è <em>già</em> costruire testi che si collegano tra loro, in un modo che da parecchi decenni diciamo ipertestuale.</p>
<p>Rimane ancora da dover sancire un cambiamento, con un escamotage poetico, di questo prima e dopo nelle rappresentazioni del mondo, che son sempre oggetti del mondo, mappe che a volte parlano di territorio e a volte parlano di altre mappe. Tutte le strade, oggi, portano a Google. Perché se guardiamo il mondo sulle mappe di Google Maps, potremmo risalire il percorso fatto da quelle automobili con le fotocamere, e arrivare idealmente al punto da cui sono partite, le palazzine di Google a Mountain View, in California. E infatti se con Google Street View andate <a href="http://maps.google.com/maps?ll=37.420896,-122.083307&amp;spn=0.000202,0.000343&amp;layer=c&amp;cbll=37.420896,-122.083179&amp;cbp=12,34.67,,0,5.04&amp;t=h&amp;vpsrc=0&amp;panoid=1lkDqFlmwL2WSC_3krpHvA&amp;h">lì dove ha sede</a> l’azienda che scolpisce il senso del nostro vivere odierno (sempre Google, sì) trovate tutti i dipendenti in piedi sul ciglio della strada, che ci salutano. E le loro facce, uniche in tutto il pianeta, non sono state pixelate, sono loro in persona. Allora è questo il cambiamento: non è un mondo dove le mappe abitano il territorio, è un mondo dove noi e le nostre situazioni abitiamo dentro rappresentazioni mediatiche. Esattamente quello che la cultura ci dice da un secolo.</p>
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		<title>L&#8217;aver cura della propria socialità in rete</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/27/laver-cura-della-propria-socialita-in-rete</link>
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		<pubDate>Thu, 27 Oct 2011 07:38:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Altavista]]></category>
		<category><![CDATA[Geocities]]></category>
		<category><![CDATA[Google Author]]></category>
		<category><![CDATA[ICQ]]></category>
		<category><![CDATA[lifestreaming]]></category>
		<category><![CDATA[Napster]]></category>

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		<description><![CDATA[Stiamo arrivando per prove e errori a costruire il nostro personalissimo hub identitario organizzato in strumenti di ascolto e pubblicazione, che ci permette di abitare il web stando comodamente a casa nostra, senza per forza frequentare salotti (i social come Facebook) per partecipare alle conversazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ormai è discorso da proporre al bancone del bar, per superare i tempi morti. «Ti ricordi com’era internet dieci anni fa? Ti ricordi Napster, Geocities, Altavista? ICQ? I gruppi di discussione?» Eh. Leggevamo molto, scrivevamo sui forum, o pagine html crude. Ma i percorsi di navigazione allora frantumati e solleticati dalla serendipità erano decisamente più liberi/selvaggi di oggi, e venivano da noi stessi ricomposti nel loro senso, nel nostro renderne conto altrove, scrivendo e segnalando, aggiungendo contesto. Oggi sono nati gli strumenti per restare sintonizzati con migliaia di flussi informativi. Strumenti per ripubblicare ovunque ciò che vogliamo reinstradare, reimmettere nel calderone della socialità digitale, non aggiungendo talvolta nemmeno una briciola del nostro contesto.<span id="more-7028"></span></p>
<h5>Dove andiamo</h5>
<p>Rimane la presenza, il  fatto stesso che siamo proprio noi a ritrasmettere quell’informazione, ovvero il significato che quell&#8217;informazione liquida ha avuto nel nostro personale mondo, nel nostro lifestreaming. E forse una competenza necessaria del nostro essere cittadini digitali riguarda proprio saper fare curation del nostro lifestreaming, aver cura della nostra identità digitale. Per chi ha visto nascere le forme di aggregazione online, lo schiumare delle onde dell’intelligenza collettiva, l’edificazione di Luoghi di socialità, per chi è curioso delle forme che il brusìo elettronico dell’umanità prenderà nei prossimi anni, la domanda è quella lì &#8211; dove stiamo andando. Certo, dobbiamo ancora riuscire a diffondere tra noi delle competenze sulla gestione dei flussi informativi che ci arrivano addosso, siamo tuttora inebriati dalla vorticosità del duepuntozero, che ha stretto patti con il mobile e ci permette di parlare sempre, di segnalare tutto.</p>
<p>Presi nel turbine dei servizi social, sperimentiamo tutte le app di questo mondo digitale: sono tutte possibilità dell’esprimere sé stessi e dell’abitare, ma molte sono senza significato, sono semplici funzionalità che emergono dalla tecnologie. Sono come parole &#8220;ben formate&#8221; che però non denotano nulla; sono aggregazioni casuali di pezzi Lego senza un progetto ordinatore. Il loro significato è il loro connettersi (la loro semantica è la loro sintassi) con altri dispositivi e altre nicchie web, da cui possiamo eventualmente trarre informazioni per arredare il nostro lifestreaming. Qualche volta avviene il fenomeno contrario, certo: invento una parola, un dispositivo, un servizio web (o gli Sms “scoperti” lateralmente rispetto alla tenologia della telefonia cellulare), e solo in seguito scopro il senso del suo connettersi ecologicamente con altre parole, altri dispositivi, altri servizi web. Esperimenti espressivi, nuovi linguaggi che abilitano il mio pensiero a pensar laddove forse non si sarebbe rivolto. Stiamo imparando.</p>
<h5>Cosa chiediamo</h5>
<p>Un’altra domanda potrebbe forse riguardare il cosa chiediamo, mentre andiamo nelle socialità connesse. Chiediamo forse di essere aiutati a scegliere? Scegliere che posizione tenere riguardo a un&#8217;azione legislativa governativa, riguardo che vestito comprare, che film vedere. Il nostro molto umano appoggiarci a gruppi sociali, essere identificati in rete per partecipazione, tematiche e interessi condivisi, questi i risvolti che sul nostro fare e sul nostro essere riverberano. Di qui, si diceva la necessità (?) di fare curation del nostro stesso lifestreaming. Renderlo visibile con rappresentazioni come le timeline, utilizzando strumenti per l’ascolto e ripubblicazione. Connettersi significativamente alle persone, per allestire dei buoni filtri sociali. Impostare degli aggregatori dei momenti salienti della mia vita, in grado di mostrare le informazioni che io stesso ho pubblicato in rete nel corso degli anni, di me e del mio punto di vista.</p>
<p>Quelle tecnologie traccianti <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/12/29/tecnologie-traccianti-nel-web-sociale">di cui parlavo anni fa</a> si sono evolute, permettono di inseguire e scovare il mio dire ovunque esso appaia, nelle conversazioni che avvengono in molti Luoghi web. Diventa possibile veicolare il contesto enunciativo (non solo il messaggio), il contesto crea relazioni, le relazioni forgiano la mia identità. E forse stiamo arrivando per prove e errori a costruire quella sorta di nostro personalissimo hub identitario organizzato in strumenti di ascolto e pubblicazione che ci permette di abitare il web stando comodamente a casa nostra, senza per forza frequentare salotti (i social come Facebook) per partecipare alle conversazioni. Con strumenti di reinstradamento sempre più semplici e interconnessi (come <a href="http://ifttt.com/" target="_blank">ifttt.com</a> per ruotare i feed), con curation tool sempre più performanti e personalizzabili (è la nostra identità in gioco), con soluzioni come <a href="http://www.googlisti.com/2011/10/10/google-introduce-il-tag-per-mostrare-la-paternita-dei-nostri-post.html">Google Author</a> per tenere stretti il dire e l’autore, in modo veritero e condivisibile, io già abito in Rete.</p>
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		<title>Butta fuori quei rami, Google, sii organico</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/10/20/butta-fuori-quei-rami-google-sii-organico</link>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 06:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Google Buzz]]></category>
		<category><![CDATA[Google Wave]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>
		<category><![CDATA[open government]]></category>
		<category><![CDATA[Steve Yegge]]></category>

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		<description><![CDATA[Perché i social network del motorone di ricerca finiscono per avere sempre un successo contenuto o comunque non decisivo? Una risposta ecologica ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Immaginate un albero o un arbusto che cresce sotto un altro albero, o sotto una tettoia, o vicino a un muro. La pianta è geneticamente programmata per svilupparsi, per estendere il proprio apparato radicale, nasceranno rami e infiorescenze. Inizialmente i rami punteranno in tutte le direzioni, per garantire alla pianta il suo abitare al meglio il proprio spazio vitale. Ahimè, c&#8217;è un muro, la pianta deve inventarsi qualcosa, proverà a piegare i rami, crescerà storta (che poi dal suo punto di vista non è &#8220;storta&#8221;, è &#8220;vita&#8221;), ma questo non necessariamente pregiudica alcunché, se la specie è quella giusta potrebbe comunque risultarne un albero capace di vivere per secoli. Quindi, quella forma vivente è un patteggiamento, una negoziazione tra un istinto e un pezzo di mondo, tra un messaggio e un contesto. È un dialogo tra l&#8217;intenzionalità del parlante (lo slancio vitale della pianta) e la situazione enunciativa, quell&#8217;angolo del cortile. Il discorso per come poi appare nel tempo, la forma unica e originale di quella pianta, è la storia di quell&#8217;interazione esistenziale, la narrazione dei rami sagomati dal cemento.<span id="more-6966"></span></p>
<h5>Oppure</h5>
<p>Quando parlano di rendere pubblici e disponibili i dati delle pubbliche amministrazioni, negli approcci open data e open gov, sta emergendo una visione nuova. La pubblica amministrazione non deve costruire i contenuti, dicono in molti, deve approntare dei contenitori dentro cui i portatori d&#8217;interesse tutti &#8211; cittadini, imprese, altre PA &#8211; possono riversare le loro competenze, le loro visioni, moltiplicandone la potenza e la profondità grazie alla condivisione di esperienze e punti di vista in ambienti sociali collaborativi, i contenitori di socialità che la PA dovrebbero predisporre onde permettere la pratica civica e partecipativa dei cittadini.<br />
Perché dover anche stabilire che cosa dire? Le idee appartengono alle menti che le pensano, da lì nascono le direzioni che è meglio seguire, le apps che è meglio sviluppare, gli interventi territoriali o di ottimizzazione della pubblica amministrazione che è prioritario intraprendere, secondo la forma che il contesto determina. Una PA deve fare come l&#8217;albero, non decidere a priori &#8220;butto fuori un ramo lì, bello grosso, e un altro lì&#8221;, ma lasciar germogliare potenzialità ovunque, confidando nel contesto e-partecipation per una sbozzatura, una piega vitale, uno slancio al fare scaturito da una reale e concreta esigenza, contenuti espressi da cittadini. Il buon giardiniere non guarda solo la pianta, guarda la relazione tra la pianta e la circostanza che la contiene.</p>
<h5>Oppure</h5>
<p>Google non ci sa fare con i social, lo sappiamo. Dopo Wave, Buzz, ha provato con Google+, quello dove son da fare le cerchie sociali, e pare che non stia andando bene. L&#8217;idea è interessante, ci sono dei vantaggi a poter organizzare la propria rete sociale secondo criteri personali (fare le liste, insomma), ma siamo ancora dentro una creatività retta-da-regole, dentro schemi logici di funzionamento che ci portano dapprima a dover costruire una rappresentazione mentale delle nostre sfere amicali e professionali, per poi arredare il nostro G+ con le cerchie corrispondenti. E quando dobbiamo comunicare? Veramente suddividiamo i discorsi da tenere rispetto alle varie cerchie? Devo dire qualcosa solo agli amici intimi, e faccio un messaggio solo per loro? Creo un gruppo dei miei collaboratori professionali, e comunico con quella cerchia? E se volessi quel messaggio lo leggesse anche Tizio, che però non appartiene alla cerchia? Mi trovo imbrigliato in un sistema idiosincratico, una struttura per organizzare il mio flusso comunicativo che ho edificato personalmente e quindi sì unico, ma che si rivela magari poco flessibile.</p>
<p>La pianta che deve crescere è costretta in una forma, e se incontra un ostacolo non può liberamente svilupparsi in altre direzioni, e quindi potrebbe morire, se non viene raggiunto un equilibrio che garantisca la sopravvivenza. Qualcosa di simile dice Steve Yegge, <a href="http://www.huffingtonpost.com/2011/10/12/google-engineer-trashes-g_n_1007248.html" target="_blank">a giudicar da quanto racconta Huffington Post</a>. Yegge è uno che lavora a Google, e forse per sbaglio forse volutamente ha pubblicato un post sul suo muro G+ dove esprime giudizi negativi proprio sul social di Google. Dice che «Facebook is successful because they built an entire constellation of products by allowing other people to do the work. So Facebook is different for everyone». Quel &#8220;lasciare che siano le persone a fare il lavoro&#8221; è quello che dicevo sopra. Facebook ha buttato fuori rami in tutte le direzioni, poi le app costruite da terze parti e i comportamenti delle persone hanno determinato il successo di un tentativo o di un altro, e il sistema tutto si è ridisegnato, ha assunto una forma adeguata all&#8217;ambiente.</p>
<h5>Organici</h5>
<p>Le cose che muoiono magari non muoiono per sempre, eh, sono semplicemente tentativi che non si sono imposti nel mainstream, sono parole poetiche che non hanno assunto dignità sufficiente e un utilizzo diffuso e quindi non sono mai entrate nel dizionario dell&#8217;umanità, ma potrebbero rimanere come dei pezzi di DNA che si sono inseriti nel genoma, dei retrovirus che permettono all&#8217;organismo di ottimizzare il proprio funzionamento futuro, al mutare delle circostanze. Facebook è stato più &#8220;leggero&#8221;, meno direttivo, più flessibile nel crescere e cambiare secondo le spinte che riceve quotidianamente dai comportamenti di decine di milioni di persone. Mentre l&#8217;errore di Google, dice sempre Yegge, è stato il cercare di predire cosa la gente volesse, e darglielo («&#8230;was to attempt to predict what people want and deliver it for them»). Non devi dire cosa, Google, devi offrire possibilità e aver fiducia, devi farti suggerire come. Non devi progettare per, devi progettare con.</p>
<p>Smettila di essere industriale, sii compiutamente conversazionale, tu che sull&#8217;immateriale fondi la tua fortuna. Liberati da vecchi retaggi mentali che ancora ti condizionano. Il tuo motore di ricerca negli anni ha vinto anche perché quella pagina è sempre restata bianca. In un web da concepire come un sistema ecologico, essere organici potrebbe essere vantaggioso.</p>
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		<title>Curation tool, un pettine per i flussi informativi</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2011 07:30:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[content curation tool]]></category>
		<category><![CDATA[Curated.by]]></category>
		<category><![CDATA[curation]]></category>
		<category><![CDATA[Montage]]></category>
		<category><![CDATA[Paper.li]]></category>
		<category><![CDATA[pearltrees]]></category>
		<category><![CDATA[personal knowledge management]]></category>
		<category><![CDATA[Scoop.it]]></category>
		<category><![CDATA[Storify]]></category>

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		<description><![CDATA[Storify, Paper.li e gli altri: emergono nuovi strumenti e nuove pratiche per selezionare, organizzare e archiviare contenuti, servendosi naturalmente del potere delle reti sociali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Confrontando  due vocabolari cartacei, uno italiano e uno inglese, per esplorare le  aree semantiche relative alle azioni del “curare un archivio documentale  o museale”, probabilmente troveremmo ancora una sostanziale somiglianza  tra i rispettivi termini individuati. Quello che in italiano conosciamo  come la mansione professionale di un curatore/conservatore di  biblioteca in inglese viene identificato dalla parola <em>curation</em>: sulla  stessa radice latina vengono articolate le nuvole dei significati nelle  due lingue, fino a ieri decisamente sovrapponibili. Anzi, diciamo fino a  metà 2009, per amor di precisione.<span id="more-5323"></span></p>
<h5>Restare sintonizzati</h5>
<p>Un  anno e mezzo fa, a giudicare dalle ricerche su Google, il termine  inglese <em>curation</em> ha subìto un primo slittamento semantico, arrivando a  abbracciare nuovi significati per la comunità dei parlanti anglofona.  Partendo dalla descrizione di una serie di azioni precise riferite alla  selezione, all’organizzazione e all’archiviazione di materiali  documentali, qualcuno ha cominciato a usare il termine “curation” in  relazione al mondo giornalistico, lasciando intravvedere una possibile  figura del giornalista del futuro come una persona che nei suoi metodi  di lavoro ha saputo migliorare il confezionamento e la distribuzione  delle news  integrando nel proprio flusso lavorativo questi nuovi modi per  ottimizzare e potenziare l’organizzazione interna della propria nuvola  di fonti di informazioni e notizie.</p>
<p>Certo,  da sempre il lavoro del giornalista è innanzitutto saper ascoltare e  rendere fedelmente gli accadimenti. Di conseguenza la pratica del  restare sintonizzati sulle agenzie di stampa, sugli altri giornali,  sulle televisioni, su tutte le sorgenti di cronaca “dal territorio”  rappresenta la quotidianità dei giornalisti professionisti e dei  moltissimi altri comunicatori che oggi per lavoro producono informazione  e curano la comunicazione anche dentro le aziende o le pubbliche amministrazioni, quella redazione ormai necessaria per ogni minima  realtà sociale che abbia deciso di abitare sul web, con un blog o con un  portale, con una pagina Facebook o un semplice flusso Twitter.</p>
<h5>Spremere informazioni</h5>
<p>Ognuno  di noi in realtà per domare l’information overload ha nel tempo  sviluppato strategie e prassi quotidiane. Dai servizi di bookmarking  agli aggregatori di feed ai flussi di Twitter, con questi strumenti  ormai classici abbiamo via via allestito e tenuto aggiornata l’abilità  con cui sondiamo quella nuvola tutta personale del web sociale da cui  spremiamo informazioni, l’insieme delle fonti a cui abbiamo deciso di  esporci. Nel corso degli anni abbiamo coltivato una rete sociale che  allo stesso tempo agisce come un filtro rispetto ai flussi informativi  che ci colpiscono. Aggregare il feed di qualcuno che stimiamo  professionalmente ci dà buone garanzie che dall’insieme delle  conversazioni attuali vengano escluse informazioni irrilevanti, ovvero  che dalla sensibilità di quel blogger o quel giornalista emergano  segnalazioni interessanti, arricchite da qualche indicazione di  contesto, una traccia d’interpretazione, un punto di vista.</p>
<p>Per  facilitare l’iniziativa dei singoli e ottimizzare le disparate  procedure di raccolta, categorizzazione e ripubblicazione dei flussi,  negli ultimi mesi sono comparsi in rete servizi web che offrono  all’utente un ambiente integrato per compiere esattamente le stesse  funzioni sopra descritte, ma in maniera semplificata e coordinata.  Ambienti digitali online dove poter radunare le migliaia di feed a cui  siamo abbonati, i flussi di Twitter e quelli degli aggregatori, taggarli  secondo criteri personali di rilevanza e di pertinenza, e infine  re-inoltrare le notizie e i contenuti interessanti verso precise  destinazioni &#8211; tipicamente i diversi social network &#8211; oppure impaginarli  dentro contenitori graficamente strutturati, offerti alla lettura  pubblica e re-immessi nel circuito della Grande Conversazione.</p>
<h5>Padroneggiare l&#8217;overload</h5>
<p>Se  oggi cercate “curation” su Google, quello che vi viene restituito  tratta sempre meno di biblioteche, accenna certo alle trasformazioni del  lavoro giornalistico, ma soprattutto lascia emergere un interesse  diffuso per quei <em>content curation tool</em> di cui una redazione professionale non può più fare a meno, e che  tornano utili anche per chi per lavoro ha comunque bisogno di  “pettinare” e in seguito reimpaginare e rendere visibili specifici  flussi informativi. Questi  nuovi strumenti per la cura e la pubblicazione dei flussi derivano da  approcci e tecnologie diverse, che però han saputo convergere verso  quello che effettivamente oggi risulta necessario per padroneggiare  l’overload informativo, avendo ben presente le caratteristiche che  intendiamo privilegiare nella gestione del nostro ambiente personale di  conoscenza, ovvero il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Personal_knowledge_management">personal knowledge management</a>.</p>
<p>Questi  ambienti digitali per la cura dei contenuti sono sorti a esempio dallo  sviluppo di servizi bookmarking basati sul web, che hanno però acquisito  la capacità di ri-pubblicare le selezioni da noi ritaggate, oppure  potrebbe trattarsi di aggregatori di feed che si sono specializzati  nell’organizzazione delle fonti secondo gruppi di tematiche organizzate  detti <em>cluster </em>o <em>bundle</em>. Oppure ancora abbiamo a che fare con applicativi  web-based per la reimpaginazione “in bella forma”, come quelli che  prendono il vostro flusso Twitter o Facebook e lo rendono visibile  cercando di assomigliare graficamente a un quotidiano cartaceo, e  contribuiscono a mettere ordine nei flussi caotici dei servizi di  lifestreaming.</p>
<h5>Curation tool</h5>
<p>Ho provato e trovo divertenti &#8211; per stabilire la loro utilità aspetto ancora qualche settimana &#8211; <a href="http://www.scoop.it/">Scoop.it</a>, <a href="http://www.curated.by/">Curated.by</a>, <a href="http://www.pearltrees.com/">pearltrees.com</a>, <a href="http://paper.li">Paper.li</a>, <a href="http://montage.cloudapp.net/">Montage</a>, <a href="www.storify.com">Storify</a> e altri, tutti servizi che indubbiamente aiutano a focalizzare e  raffinare il nostro scandagliare il web alla ricerca di informazioni e  punti di vista sempre più precisi e puntuali. Robin Good <a href="http://www.masternewmedia.org/real-time-news-curation-newsmastering-and-newsradars-the-complete-guide-part-1/">su </a><a href="http://www.masternewmedia.org/real-time-news-curation-newsmastering-and-newsradars-the-complete-guide-part-1/">Master New Media</a> offre una guida esaustiva a questi nuovi strumenti per la <em>content curation</em>,  rivendicando per sé inoltre l’aver saputo fin dal 2004 indicare la  necessità di poter usufruire di tool per il reperimento e la selezioni  di notizie e segnalazioni, secondo un concetto di newsradar decisamente affascinante per i tempi. Certo, ci sono anche riflessioni critiche che non vanno ignorate: <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/12/14/content-farms-v-curating-farmers/">Jeff Jarvis</a> sin dall’inizio sottolinea l’importanza del fattore umano nella  capacità di individuare percorsi di senso non “meccanicamente”  predeterminati dagli algoritmi di ricerca, secondo cui curare dev’essere sempre qualcosa in più di un freddo aggregare,  nella capacità del giornalista o del fruitore di “annusare” le notizie  da fonti inconsuete e in seguito di fornire elementi di contesto e un  punto di vista personale, nella loro riproposizione ad altri pubblici e  altri canali comunicativi.</p>
<p>Dieci  anni fa l’esplorazione del web avveniva secondo quote di serendipità  molto maggiore, nell’inseguire collegamenti stralunati o chiavi di  ricerca su motori molto meno perfezionati di oggi. Il margine di  aleatorietà era molto più ampio, e al prezzo di navigazioni spesso  insulse poteva capitare di imbattersi in gemme preziose, inaspettate e  incredibilmente calzanti rispetto ai nostri interessi del momento. Oggi  ci nutriamo di informazioni predigerite e già organizzate da parte di  servizi web che aggregano le fonti secondo criteri di pertinenza spesso  eccessivamente meccanici, che non lasciano più spazio alla scoperta  casuale. Abbiamo guadagnato potenza e focalizzazione, abbiamo perso un  po’ di libertà e di apertura all’inaspettato. Ma inventeremo sempre  nuovi modi per far fare agli strumenti quello per cui non sono  stati progettati: il nostro fare creativo, collaborativo e condiviso,  saprà individuare nuovi territori della Conoscenza, e nuovi modi di  esplorarli.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Brunetta, il JumPC e la scuola in rete</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2009 07:28:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giorgio Jannis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Sicurezza]]></category>
		<category><![CDATA[Circolo Didattico Walt Disney]]></category>
		<category><![CDATA[cultura digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Mondo Digitale]]></category>
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		<category><![CDATA[innovazione]]></category>
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		<category><![CDATA[netbook]]></category>
		<category><![CDATA[Olidata]]></category>
		<category><![CDATA[peer to peer]]></category>
		<category><![CDATA[Renato Brunetta]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[società della conoscenza]]></category>
		<category><![CDATA[software]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo la positiva sperimentazione in Lazio, Piemonte e Sicilia, i ministri dell'innovazione e dell'istruzione intendono estendere la sperimentazione del computer in classe a «centinaia di migliaia di bambini», dalle elementari alle superiori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco <a href="http://www.zeusnews.com/index.php3?ar=stampa&amp;cod=10127&amp;numero=999">una</a> <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tecnologia%20e%20Business/2009/04/scuole-JumPc-intel-olidata.shtml?uuid=4391fd20-2d8c-11de-bf43-2ea9a6202a14&amp;DocRulesView=Libero">notizia</a> che dovrebbe rallegrare, chi genitore o professionista della formazione, ha a cuore la modernità dell&#8217;insegnamento e la promozione di tecnologie educative aggiornate in àmbito scolastico. Mi riferisco alle dichiarazioni del ministro Renato Brunetta sulla futura diffusione di netbook ai giovanissimi studenti delle scuole primarie, dichiarazioni espresse in occasione della conferenza stampa tenutasi a Roma presso il circolo didattico Walt Disney per illustrare gli esiti di una sperimentazione condotta in questi mesi dalla <a href="http://www.mondodigitale.org/">Fondazione Mondo Digitale</a> (presieduta da Tullio De Mauro), insieme a Intel e Olidata, in diverse regioni italiane, riguardante la distribuzione gratuita a circa 150 bambini e a 15 docenti di un computer personale denominato <a href="http://www.olidata-jumpc.com/">JumPC</a>.<span id="more-565"></span></p>
<p>Si tratta in ogni caso di prendere atto dei risultati concreti di un cambiamento strategico peraltro lungamente atteso da chi si occupa del &#8220;fare scuola&#8221; odierno, in linea con l&#8217;espressa volontà ministeriale di svecchiare la Scuola italiana grazie a dotazioni tecnologiche quali la presenza di connettività veloce e di lavagne interattive multimediali. Le domande certo sarebbero molte, a partire dalle implicazioni &#8220;etiche&#8221; del progetto nella scelta dei partner commerciali, alla preferenza per software proprietario, fino alle modalità di funzionamento dei filtri alla navigazione installati da Olidata sul JumPC mediante l&#8217;applicativo <a href="http://magicdesktop.easybits.com/it/">Magic Desktop</a>, ma le informazioni sono ancora troppo lapidarie per poter comprendere i piani di utilizzo e i risvolti sociali dell&#8217;introduzione dei pc in classe, ovvero le modificazioni effettive della pratica d&#8217;insegnamento nel contesto di attuazione del progetto. Perché un insegnante che vede dinanzi a sé quindici o venti &#8220;coperchi&#8221; alzati a nascondere il viso degli studenti, che convive cinque ore con il ronzìo soffuso ma penetrante delle ventole, che abita con gli allievi dentro reti relazionali sostenute da collegamenti wifi e ha sotto la freccina del mouse tutto lo scibile umano non può continuare a concepire i processi dell&#8217;apprendimento come prima che tutto questo accadesse, come se nulla fosse successo.</p>
<p>Mi rallegro dell&#8217;introduzione capillare del pc a scuola, perché modificherà l&#8217;ambiente cognitivo ed emozionale dentro cui avviene oggi l&#8217;apprendimento formale; forzerà positivamente la mano a quelli che lodano i bei tempi andati perché non capiscono la Società della Conoscenza attuale, costringendoli almeno a mantenere una dignità nel loro sproloquiare; riuscirà col tempo a promuovere pratiche significative di utilizzo didattico adeguate alle nuove potenzialità offerte dallo strumento tecnologico, magari evitando che venti computer vengano contemporaneamente accesi dentro la stessa stanza per fare il dettato su un programma di videoscrittura &#8211; altrimenti la dotazione di pannelli fotovoltaici sul tetto delle scuole diventa oltremodo impellente, moltiplicando anche solo poche decine di watt per il milione di netbook che i ministri Brunetta e Gelmini intendono introdurre nelle scuole.</p>
<p>Ma esperienza e pragmaticità già mi dicono che inesorabilmente i primi anni di questa Scuola 2.0 saranno connotati da utilizzi bassamente strumentali delle ex-nuove tecnologie &#8211; come già abbiamo visto, tranne poche coraggiose iniziative, accadere ieri con la famigerata aula multimediale e oggi con le lavagne interattive, utilizzate appunto quali mere succedanee dell&#8217;ardesia senza prendere in considerazione le innovazioni didattiche che questi ritrovati tecnologici potrebbero apportare all&#8217;insegnamento in quanto supporti interattivi e connessi, in grado di lasciar emergere quelle dimensioni gruppali di condivisione di informazioni e scambio dialogico importantissime in una concezione sociale e socializzata dell&#8217;apprendimento.</p>
<p>Non si tratta qui di fare facili previsioni su un iniziale &#8220;fallimento&#8221; dei pc in classe, anzi sono consapevole del fatto che storicamente sia necessaria in ogni piccola o grande rivoluzione di certe pratiche sociali &#8211; per giunta in grado di coinvolgere le istituzioni stesse, come in questo caso &#8211; una certa &#8220;rottura&#8221; rispetto a pensieri linguaggi e prassi sedimentati nella mente dei docenti e nella struttura stessa dell&#8217;organizzazione scolastica ormai non più adeguati alla modernità. Proprio questa potrebbe essere la strada per innescare fattivamente cambiamenti nel fare scuola.</p>
<p>Si tratta di qualcosa che doveva succedere, e che stavamo aspettando. Qui in Occidente molti di noi utilizzano i computer per lavoro, per produrre quel bene economico intangibile che è informazione e distribuzione delle conoscenze, mentre i ragazzini a scuola, <em>knowledge worker</em> per eccellenza, sono ancora lì a ricopiare il problema di matematica dalla lavagna sul quaderno. Molti insegnanti rimarranno favorevolmente sorpresi dai concreti risultati scolastici che otterranno dalle pratiche didattiche &#8220;aumentate&#8221;, rese più potenti dai pc personali e dalla spinta motivazionale e dal &#8220;peer-to-peer&#8221; delle conoscenze nel gruppo-classe. Questo non si può certo chiamare fallimento, né dal loro punto di vista (seppur ancora legato alla percezione di risultati valutati secondo ottiche da mondo analogico) né dal mio, che in questo rito di passaggio epocale noto comunque una opportunità per una educazione informale della classe insegnante nazionale, che si troverà di qui a qualche anno a riconoscersi cambiata senza accorgersene, e in molti casi senza neppure volerlo.</p>
<p>In ogni caso punto fermo e finalità del fare scuola deve essere l&#8217;apprendimento, e sulla scorta di questa considerazione è bene non confondere l&#8217;hardware della Scuola con il relativo software, la disponibiltà fisica dei computer e di altre nuove tecnologie in classe con l&#8217;automatico miglioramento della qualità dell&#8217;offerta formativa, misurata nella sua capacità di promuovere competenze personali (non solo abilità) e di suscitare nei giovanissimi consapevolezza e senso critico rispetto al proprio essere futuri cittadini connessi e interconnessi (su <a href="http://aggiornamento.splinder.com/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato#/post/20299282/Nessuno+nasce+imparato">Il blog nella didattica</a> potete trovare tracce di alcune recentissime discussioni su questi argomenti riguardanti le tecnologie didattiche in classe, tra lavagne Lim e stili di apprendimento dei nativi digitali). Per questo confido e auspico che qualche milione di euro venga nell&#8217;immediato futuro destinato alla promozione ministeriale di corsi intelligenti di aggiornamento per gli insegnanti e per i dirigenti scolastici: usando la metafora dell&#8217;automobile, ora che le macchine quattoruote vengono distribuite a tutti sarebbe il caso di provvedere una seria educazione al comportamento su strada, magari concentrandosi un po&#8217; meno sulla tecnica del carburatore e della frizione e un po&#8217; di più sul rispetto della segnaletica (guidare l&#8217;auto è azione sociale) e sulla scelta qualitativa degli itinerari da percorrere.</p>
<p>La pensabilità delle nuove potenzialità didattiche offerte dalle tecnologie prima di diventare prassi quotidiana strutturata è qualcosa che vive dentro la testa degli insegnanti, e nuovi criteri per la progettazione e la valutazione della formazione possono e devono essere sapientemente comunicati dentro i programmi di aggiornamento professionale per i docenti, dove poter finalmente affrontare le tematiche dell&#8217;acquisizione di competenze di abitanza digitale specifiche. Competenze non limitate a infarinature sull&#8217;utilizzo di applicativi tipo ufficio, non affogate dentro denominazioni tecniche che con l&#8217;informatica come scienza nulla hanno a che fare, ma schiettamente orientate a fornire degli orizzonti di operatività concreta, da subito sociale e glocale come può essere a esempio una mappa satellitare da noi stessi arricchita con segnalazioni multimediali originali, rispetto alle suggestioni di questa tutta nostra Cultura Digitale in cui viviamo, a cui noi stessi abbiamo faticosamente contribuito abitando in Rete senza declinare responsabilità, consapevoli della tecnosocialità quale ambiente di crescita e di vita delle nuove generazioni.</p>
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