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	<title>Apogeonline &#187; Gabriella Longo</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Facebook scommette sui gruppi d&#8217;acquisto</title>
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		<pubDate>Thu, 05 May 2011 08:20:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il social network entra con passo vigoroso nel settore di Groupon e Google Offers, provando a coniugare il successo degli acquisti collettivi con il suo collaudato motore sociale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Facebook ha lanciato Deals, un servizio di offerte e buoni sconto di gruppo  simile (almeno nell&#8217;iniziativa) a tanti altri presenti sul mercato, primo fra tutti <a href="http://www.groupon.com">Groupon</a>, seguito da <a href="http://livingsocial.com/">LivingSocial</a>, <a href="http://www.opentable.com/">OpenTable</a>, <a href="http://scoutmob.com/">Scoutmob</a>, <a href="http://www.zozi.com/">zozi</a>, fino al recente <a href="https://www.google.com/offers/">Google Offers</a>. Si tratta di un progetto &#8211; per ora in versione beta &#8211; avviato solo in cinque città degli Stati Uniti (Atlanta, Austin, Dallas, San Diego e San Francisco) ma in futuro potrebbe estendersi ad altre località.  Attenzione a non confonderlo, però, con l&#8217;applicazione <a href="https://www.facebook.com/deals/business/">check-in deals</a> -già disponibile in Italia <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_gennaio_31/facebook-deal_97b72c58-2d63-11e0-becd-00144f02aabc.shtml">da qualche mese</a> e utile per condividere gli sconti e usufruire delle promozioni geolocalizzandosi tramite il proprio smartphone con <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/27/facebook-places-quante-discussioni-sulla-mappa">Places</a>. Quello dei gruppi di acquisto online è il nuovo trend dell&#8217;ultimo anno: stando alle <a href="http://it.nielsen.com/news/GruppiDAcquisto160211.shtml">elaborazioni Nielsen</a> sui dati Audiweb, relative all&#8217;andamento della rete nel 2010, nella categoria Coupons/Reward si è passati da circa 4 milioni di utenti del 2009 agli 8,7 dell&#8217;anno scorso.<span id="more-5529"></span></p>
<h5>Esperienze sociali</h5>
<p>Piattaforme come Groupon forniscono una serie di sconti giornalieri su varie attività o beni relativi  al  turismo, al benessere, allo sport, al tempo libero (come viaggi, visite specialistiche, palestre, spa). Una volta scelta l&#8217;offerta, per poterla sbloccare è necessario raggiungere un numero minimo di partecipanti entro un certo periodo di tempo. Dopodiché, basta stampare il tagliando e usufruire dello sconto. Con oltre 600 milioni di iscritti, Facebook punta ora a costruire le sue offerte attorno a esperienze sociali: la sua capacità di mettere in collegamento gli utenti gli consentirà di realizzare «un servizio più competitivo di quello dei suoi rivali», <a href="http://bits.blogs.nytimes.com/2011/04/25/facebook-is-latest-rival-to-groupon-livingsocial-facebook/">scrive</a> Miguel Helft del New York Times. Ma «non si tratta di imitare un modello economico già esistente e adattarlo con forza a Facebook», <a href="http://blogs.wsj.com/digits/2011/04/25/facebook-tries-deals-with-a-social-twist/">sostiene</a> Emily White, direttore delle attività locali del social network . In questo caso la premessa è un&#8217;altra: «le persone  vengono su Facebook per avere esperienze sociali», e «sarà facile condividere le offerte con gli amici, vedere quando qualcuno di loro compra qualcosa o trovare offerte che possono essere di loro interesse», continua il direttore.</p>
<p>Deals mira soprattutto a offrire sconti su attività da poter svolgere insieme agli amici, come concerti, eventi, degustazioni di vini. Le offerte disponibili arrivano direttamente sulla propria e-mail e, in caso di acquisto, vengono automaticamente mostrate nella bacheca principale. Insomma, una volta trovata un&#8217;offerta interessante, si può condividere con gli amici, acquistarla con un clic e aspettare l&#8217;effettiva attivazione a partire dalle 24 ore successive fino a una settimana. «Molti siti ritengono che le loro offerte siano sociali», continua Emily White, «ma non direi che siano davvero ben integrati con Facebook». Con Deals, ogni singolo step è in qualche modo legato ai propri amici: la condivisione dell&#8217;offerta, la prenotazione e infine l&#8217;esperienza vissuta. E ciò inevitabilmente rende tutto più piacevole, associando a quell&#8217;offerta sensazioni positive e, di conseguenza,  motivando il ritorno su quella piattaforma. Ma al di là del vantaggio di essere più socialmente connessa, cosa rende unica la versione di Facebook rispetto all&#8217;ormai indiscusso affollamento dei siti group-discount?</p>
<h5>Credits</h5>
<p>Le transazioni possono avvenire non solo tramite carte di credito e PayPal, ma anche mediante i Credits. Per la prima volta è quindi possibile utilizzare la moneta virtuale (il cui uso era destinato principalmente a social game come Farmville e PetVille) per acquistare beni reali. Come rivela Emily White, molti utenti usano regolarmente i Credits e la decisione di incorporarli nei pagamenti per godere degli sconti è stata immediata e intelligente. E soprattutto lucrativa: «Quando i clienti pagano per gli articoli con i Credits, Facebook solitamente trasferisce il 70% del guadagno al commerciante o allo sviluppatore e trattiene il 30% per sé», <a href="http://www.chicagotribune.com/business/breaking/chibrkbus-facebook-credits-to-be-used-for-real-world-goods-20110428,0,7087135.story">spiega</a> il Chicago Tribune. Gli acquirenti, dal canto loro, ne traggono vantaggio: con 1 dollaro possono comprare 10 monete virtuali e facendo grandi spese ottengono uno sconto (convertito in buoni regalo). Dicono gli analisti questo fenomeno stia generando una vera e propria economia virtuale: «L&#8217;obiettivo di Facebook è quello di condurre un ricco ecosistema basato sui Credits su molteplici fronti», afferma Justin Smith, fondatore della società Inside Network, «I Credits rappresentano una delle loro maggiori strategie per entrare nei pagamenti dei clienti».</p>
<p>E nel frattempo, in rete aumentano le discussioni sulla possibilità che il nuovo servizio di Facebook possa sorpassare Groupon, uno degli attuali protagonisti del panorama delle offerte online. Deals può davvero essere definito Groupon-killer? <a href="http://www.fastcompany.com/1749849/why-facebook-deals-marks-a-turning-point-for-the-deals-business">Per alcuni</a>, di fatto,  l&#8217;approccio sociale di Facebook potrebbe essere la chiave vincente, anziché cercare di competere offrendo semplicemente sconti più vantaggiosi. E «dare alle persone la capacità di condividere e realizzare un mondo più aperto e connesso» rientra esattamente nel cuore della sua mission e della sua solidità. Vinicius Vacanti, CEO di Yipit, servizio che aggrega e raccomanda le migliori offerte giornaliere sulla base dei gusti dell&#8217;utente, <a href="http://www.businessinsider.com/why-facebook-deals-wont-kill-groupon-livingsocial-2011-4?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+typepad/alleyinsider/silicon_alley_insider+(Silicon+Alley+Insider)&amp;utm_content=Google+Reader">ritiene</a> invece che la nuova creazione di Facebook non “ucciderà” Groupon e LivingSocial. Per varie ragioni. Innanzitutto, il social network non ha forza nelle vendite: Groupon funziona con 3.000 venditori (che procurano le offerte), mentre Facebook conta in tutto 2.000 impiegati.  Altro motivo, Facebook ha molte piccole imprese che sostengono le pagine e che non sottoscriveranno offerte di alta qualità.  In più, Deals non costituisce una risorsa completa delle offerte, quindi molti utenti potrebbero usare questo servizio in aggiunta alle altre piattaforme. Oltretutto, gli utenti non si fidano delle offerte consigliate da Facebook: per poter vendere, è necessario avere autorità sia negli affari che nelle offerte. In altre parole, acquisire credibilità in modo da motivare un cliente nell&#8217;acquisto di un buono.</p>
<h5>Concorrenza</h5>
<p>Tuttavia, continua Vinicius Vacanti, Deals porterà inevitabilmente a dei cambiamenti a Groupon e LivingSocial. A partire dall&#8217;affollamento della posta elettronica: gli utenti riceveranno più email di offerte giornaliere e «ciò significa che il tasso di successo di Groupon e LivingSocial diminuirà». Non sono più gli unici proprietari della posta degli utenti. Inoltre, poiché queste piattaforme utilizzano Facebook per condividere le offerte in bacheca, andranno in competizione con quelle di Deals.  E infine, l&#8217;acquisizione degli utenti non sarà più tanto semplice: se prima pubblicizzavano le loro offerte tramite il social network, ora, a detta di Vacanti, è meglio che trovino un altro modo per portarsi i clienti a casa.  «Non credo che le persone perderanno il loro rapporto con Groupon e LivingSocial», <a href="http://www.businessinsider.com/facebook-needs-to-hire-3000-people-if-it-wants-to-compete-with-groupon-and-living-social-2011-4?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+typepad/alleyinsider/silicon_alley_insider+(Silicon+Alley+Insider)&amp;utm_content=Google+Reader">dichiara</a> in un&#8217;intervista a Business Insider. Piuttosto, potrebbero dedicarci un po&#8217; meno attenzione rispetto a prima, forse la metà.</p>
<p>Il giornalista Erik Sherman <a href="http://www.bnet.com/blog/technology-business/3-reasons-groupon-and-livingsocial-have-nothing-to-fear-from-facebook/10223">fa un&#8217;osservazione interessante</a>: nonostante i 60 milioni di utenti registrati a Groupon possano sembrare irrisori rispetto alle persone connesse su Facebook, sono più ricettivi, perché hanno deciso di entrare a far parte del servizio di acquisto online. La percentuale degli utenti del social network registrati al servizio di offerte dovrebbe essere molto più alta per poter competere con Groupon, se consideriamo che il 70% degli iscritti a Facebook si trova fuori gli Stati Uniti. Senz&#8217;altro una bella scommessa per Zuckerberg. Come <a href="http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=1047&amp;doc_id=206077">fa notare</a> Ron Miller su Internet Evolution, Groupon e LivingSocial hanno qualcosa a loro favore: realizzano questi servizi dall&#8217;inizio alla fine con l&#8217;unico obiettivo di trasmettere giornalmente delle offerte. E sanno come costruire e commercializzarle.</p>
<h5>Nuovi mercati</h5>
<p>D&#8217;altra parte, <a href="http://www.latimes.com/business/la-fi-facebook-deals-20110427,0,2146559.story">sostiene</a> l&#8217;analista Greg Sterling, c&#8217;è abbastanza spazio sul mercato per ospitare (e far sopravvivere) tutti i giocatori. «È del tutto possibile che i consumatori non avranno tanta devozione (fedeltà) per un servizio in particolare», conclude Miller. «Alcuni probabilmente potrebbero realizzare un sito di aggregazione delle offerte, e tutti saranno vincitori». «È un po&#8217; triste che giovani imprese come Facebook e Google stiano contemporaneamente dominando innovazioni autentiche e utilizzando le loro squadre qualificate per creare prodotti già esistenti anziché trovare e costruire nuovi mercati», <a href="http://www.businessinsider.com/glittering-distractions-2011-4">commenta</a> l&#8217;imprenditore Paul Wallbank,  attento osservatore dei cambiamenti delle società all&#8217;interno di un sistema economico connesso. «Speriamo che il tempo occupato a realizzare i loro servizi di acquisti di gruppo non li distrarrà dall&#8217;anima dei loro affari» .</p>
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		<title>Apple e la partita del carrello mobile</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 07:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A Cupertino vogliono tenere ben saldo il controllo sugli acquisti sviluppati da un'applicazione, penalizzando le sperimentazioni degli editori più inclini alla personalizzazione dei processi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La bomba è esplosa quando Apple ha respinto un&#8217;applicazione, sviluppata da <a href="http://ebookstore.sony.com/rme/%20">Sony</a>, che permette di acquistare ebook direttamente dallo store dell&#8217;azienda giapponese. <a href="http://www.apple.com/pr/library/2011/02/15appstore.html">A detta</a> della casa di Cupertino, tutte le applicazioni che consentono la vendita di contenuti simili a quelli della Sony devono passare necessariamente attraverso il circuito Apple. In altre parole, tutte le transazioni devono avvenire <em>in app</em>, cioè dentro l&#8217;applicazione, e non separatamente in una pagina del browser. Ciò significa, per esempio, che un&#8217;app come Kindle, che permette di accedere ai libri in vendita sul sito di Amazon, deve consentire l&#8217;acquisto solo all&#8217;interno dello store di Apple.<span id="more-5128"></span></p>
<h5>Il controllo dei clienti</h5>
<p>A  breve, quindi, da alcune applicazioni potrebbe <a href="http://go-to-hellman.blogspot.com/2011/02/how-apple-may-inadvertently-boost-ebook.html">scomparire il link</a> a siti esterni, a partire dal pulsante “Shop in the Kindle Store”, che rimanda a transazioni fuori dalle app. In più, le nuove regole impedirebbero alle aziende di offrire altrove abbonamenti più vantaggiosi rispetto a quelli proposti agli utenti Apple. Obbligando l&#8217;utente a utilizzare il meccanismo di pagamento in app, Apple riceve il 30% del valore di ogni transazione. «Non abbiamo cambiato le nostre condizioni di sviluppo o linee guida», <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/%20http://digitaldaily.allthingsd.com/20110201/apple-on-sony-reader-we-have-not-changed-our-guidelines/%3Fmod=ATD_rss%20">ha dichiarato</a> Trudy Muller, portavoce dell&#8217;azienda, ad <em>All Things Digital</em>. Pare, insomma, che stiano semplicemente rafforzando una regola preesistente, secondo cui le app che consentono all&#8217;utente di acquistare i contenuti, funzioni o servizi devono utilizzare il sistema Api (<em>In App Purchase</em>). Tale meccanismo è rivolto a tutti i produttori di applicazioni basate su contenuti, come la musica, i giornali e le riviste, e i video.</p>
<p>Ad ogni modo, questa decisione potrebbe avere forti ripercussioni sugli editori (che, evidentemente, non incasserebbero più il 100% delle vendite), sugli sviluppatori, e, di conseguenza, su applicazioni come Kindle, Netflix, Pandora e altre. «Questo cambiamento improvviso», <a href="http://www.nytimes.com/2011/02/01/technology/01apple.html">spiega</a> James L. McQuivey di Forrester Research, «ci suggerisce che Apple ha probabilmente capito il valore della sua piattaforma» e non solo dei dispositivi. Su questa questione, l&#8217;European Newspaper Publishers&#8217; Association appare molto preoccupata: «Se Apple ha il pieno controllo delle vendite, gli editori perdono l&#8217;accesso alle informazioni personali dei sottoscrittori», dati utili nella vendita pubblicitaria. In linea più generale, <a href="http://www.enpa.be/en/news/publishers-call-for-access-to-newspapers-on-tablets-for-subscribers-without-restrictive-conditions_56.aspx">secondo l&#8217;associazione a tutela dei giornali</a>, «gli editori dovrebbero essere liberi di scegliere i sistemi di pagamento per i loro lettori e avere la possibilità di negoziare i livelli di prezzo per le loro pubblicazioni digitali».</p>
<h5>Le regole di Apple</h5>
<p>«Tutto quello che chiediamo è che, se un editore sta facendo un&#8217;offerta di abbonamento al di fuori dell&#8217;app, un&#8217;offerta simile (o migliore) può essere fatta all&#8217;interno, in modo che i clienti possano facilmente sottoscriversi con un solo clic», ha spiegato Steve Jobs. «Crediamo che questo servizio innovativo di abbonamento offrirà agli editori una nuova opportunità per estendere l&#8217;accesso digitale ai loro contenuti tramite iPad, iPod Touch e iPhone, per il piacere sia dei nuovi che dei vecchi abbonati». In altre parole, Apple costruisce la competizione sull&#8217;esperienza utente e sull&#8217;accesso immediato, terreno forte della piattaforma.</p>
<p>Rhapsody, uno dei principali servizi di abbonamento alla musica digitale, <a href="http://news.cnet.com/8301-17938_105-20032119-1.html?tag=mncol;1n">ha dichiarato</a> di non volersi conformare alle regole e che continuerà a permettere ai propri clienti di registrarsi al sito web da uno smartphone o tramite qualsiasi dispositivo che permette l&#8217;accesso a Internet. Nel frattempo l&#8217;azienda si sta muovendo per avviare un&#8217;adeguata risposta legale alla nuova politica di Apple.  Sul fronte editori, Amazon, una delle aziende che potenzialmente potrebbe risentire in misura maggiore delle nuove regole, <a href="http://www.businessinsider.com/amazon-kindle-for-web-2011-2?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+typepad/alleyinsider/silicon_alley_insider+(Silicon+Alley+Insider)">potrebbe</a> non essere poi così preoccupata delle eventuali implicazioni. L&#8217;azienda di Jeff Bezos sta infatti lavorando alla versione beta di Kindle per il web che emula la user experience dell&#8217;app. Per ora è possibile solo accedere all&#8217;anteprima del primo capitolo di alcuni titoli selezionati, ma a breve sarà disponibile l&#8217;intero testo.</p>
<h5>Antitrust</h5>
<p>In linea più generale, nonostante le preoccupazioni iniziali, sembra che molti editori in fondo si sentano quasi sollevati: temevano che le nuove regole sarebbero state molto più restrittive e dannose. Tigerspike, responsabile della creazione delle app per più di una ventina di pubblicazioni, ha rivelato <a href="file:///C:/Users/Sergio/Desktop/Amazon,%20which%20wants%20to%20get%20Kindle%20on%20every%20platform,%20has%20been%20working%20on%20Kindle%20for%20the%20web%20for%20some%20time.%20Right%20now%20it's%20in%20beta,%20but%20it%20ought%20to%20come%20out%20soon.%20And%20for%20something%20like%20e-books,%20with%20HTML5,%20Kindle%20on%20the%20web%20could%20potentially%20be%20just%20as%20good%20a%20user%20experience%20as%20the%20Kindle%20app.%20On%20iOS%20devices,%20you%20can%20bookmark%20web%20sites%20as%20a%20button%20on%20your%20screen,%20indistinguishable%20from%20apps.%20And%20then%20iPad%20users%20could%20still%20get%20their%20Kindle%20books%20the%20same%20way%20they%20do%20now,%20but%20through%20a%20web%20app%20and%20not%20an%20iOS%20app.Read%20more:%20http://www.businessinsider.com/amazon-kindle-for-web-2011-2%3Futm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+typepad%2Falleyinsider%2Fsilicon_alley_insider+%28Silicon+Alley+Insider%29#ixzz1FI8XG0ZE">a  paidContent</a> che i suoi editori erano pronti al peggio e temevano che la Apple potesse impedire qualsiasi sottoscrizione al di fuori dello store. Invece, possono anche realizzare un abbonamento personale fuori dall&#8217;applicazione e, allo stesso tempo, avere qualcosa anche all&#8217;interno della piattaforma: «Stanno dando loro flessibilità», aggiunge Tigerspike. Da un punto di vista degli utenti, le reazioni sembrano più che positive: a loro interessa solo la semplicità del meccanismo e una buona esperienza utente, come <a href="http://arstechnica.com/apple/news/2011/02/some-publishers-relieved-others-irate-over-apple-subscription-plan.ars">ha dichiarato</a> l&#8217;analista Michael Gartenberg ad Ars technica.</p>
<p>Se da una parte sembra che il sistema possa non essere poi così male come alcuni si aspettavano, dall&#8217;altra ha inevitabilmente attirato l&#8217;attenzione dell&#8217;antitrust. Una fonte delle autorità federali -che vuole mantenere l&#8217;anonimato- <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704657704576150350669475800.html">ha rivelato</a> che La Federal Trade Commission e il Dipartimento di Giustizia statunitense stanno indagando, in maniera informale, sulla potenziale violazione delle regole antitrust da parte della Apple. Al momento è ancora presto per parlare di una reale inchiesta in atto: prima si dovrà dimostrare che l&#8217;azienda di Cupertino ha una posizione dominante sul mercato  e se sta esercitando una pressione anticompetitiva sul prezzo. Ma, intanto, dicono i federali, è meglio monitorare attentamente la situazione.</p>
<p><strong>L&#8217;impatto</strong></p>
<p>Herbert Hovenkamp, docente che si occupa di leggi antitrust alla University of Iowa College of Law, <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704409004576146613997208194.html">dubita</a> che Apple abbia acquisito una posizione sufficientemente dominante per assicurarsi il controllo dell&#8217;antitrust. Ma se si dovesse arrivare al punto in cui il 60% delle vendite di tutti gli abbonamenti digitali passa attraverso l&#8217;App Store allora ci muoveremmo in un territorio in cui «un intervento dell&#8217;antitrust sembrerebbe plausibile».   Di fronte ad alcuni termini di sottoscrizione abbastanza restrittivi, Apple potrebbe venirne fuori con una giustificazione aziendale, sostiene Shubha Ghosh, docente di legge alla University of Wisconsin Law School. In fondo «loro hanno investito in una piattaforma, quindi hanno bisogno di creare degli incentivi per stimolarne l&#8217;utilizzo»</p>
<p>Come sostiene Gartenberg, è ancora troppo presto per determinare l&#8217;impatto che questa nuova policy avrà sulle aziende e soprattutto capire quale sarà la loro prossima mossa.  Gli editori, <a href="http://digitaldaily.allthingsd.com/20110215/june-30-deadline-for-apple-subscriptions/%20">secondo quanto riferisce</a> Apple, hanno tempo fino al 30 giugno per aggiornare le proprie applicazioni, adeguandole al sistema API per la vendita dei contenuti. Se non rispettano le regole, allora non sarà concessa loro la possibilità di offrire materiale digitale all&#8217;interno dell&#8217;App Store. Gli sviluppi nel tempo possono essere tanti e forse qualcuno potrebbe decidere di uscire completamente dal meccanismo di Apple, magari a favore di altre piattaforme, come <a href="http://www.google.com/landing/onepass/">Google One Pass</a>, una sorta di edicola elettronica dall&#8217;approccio più aperto, che promette di trattenere solo il 10% di ogni transazione. Di certo, si prospetta uno scenario in continuo fermento. E la sfida è aperta.</p>
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		<title>The Daily, il giornale di Murdoch sulla tavoletta</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Feb 2011 07:30:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L'informazione è un'applicazione, che si scarica ogni giorno sull'iPad (per ora soltanto negli Stati Uniti). Una scommessa tutta ancora da vincere]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Nuovi tempi richiedono un nuovo giornalismo» e la sfida è quella di «prendere il meglio del giornalismo tradizionale (consumare le suole e avere uno sguardo critico) e combinarlo con la tecnologia migliore, come le fotografie a 360 gradi». Con <a href="http://seekingalpha.com/article/250275-rupert-murdoch-new-times-demand-new-journalism?source=feed">queste parole</a> Rupert Murdoch <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/02/02/news/murdoch_presenta_il_daily_per_ipad-11974704/?rss">ha presentato</a> al Guggenheim di New York The Daily, il primo quotidiano concepito esclusivamente per l&#8217;iPad, il tablet della Apple. Secondo i creatori, si tratta di una grande occasione per cercare di reinventare il giornalismo, soprattutto alla luce dell&#8217;enorme successo dei tablet e, in particolare dell&#8217;iPad. Proprio il gadget di Apple, è centrale: «ci ha imposto di reinventare il nostro lavoro e io sono convinto che nei tablet ci sia spazio per un nuova voce, fresca e robusta», dichiara Murdoch.<span id="more-5033"></span></p>
<h5>Nuovo giornalismo?</h5>
<p>The Daily, almeno nelle intenzioni, potrebbe segnare l&#8217;inizio di un nuovo giornalismo, in un epoca in cui, secondo Murdoch, gran parte dei consumatori di notizie sta perdendo l&#8217;abitudine alla lettura della carta stampata o all&#8217;utilizzo della tv. Il target, infatti, è «il sempre più ampio segmento della popolazione istruita e sofisticata, che non legge un quotidiano ma che allo stesso tempo usa i media. Gente che si aspetta contenuti tagliati su misura ai loro specifici interessi, consultabili ovunque e quando vogliono». The Daily è scaricabile dall&#8217;App Store americano (o direttamente <a href="http://www.thedaily.com/about%20">sul sito</a>) e l&#8217;accesso ai contenuti costa 99 centesimi a settimana oppure 39,99 dollari all&#8217;anno (solo 14 centesimi al giorno, quindi). Fino al 28 febbraio sarà possibile accedervi gratuitamente. Offre più di 100 pagine di contenuti digitali al giorno, gallerie fotografiche e video in alta definizione, realizzati appositamente  per iPad (quindi con un ottimizzazione della risoluzione). Il tutto figlio di un investimento di 30 milioni di dollari e del lavoro di più di 100 giornalisti (molti dei quali ex blogger).</p>
<p>Un valore aggiunto del Daily, rispetto ad altre esperienze simili, è la possibilità di condividere gli articoli tramite Facebook e Twitter: «Le notizie non esistono nel vuoto: sono condivise, e la capacità di seguire i link è decisiva», ha <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-02-02/daily-su-ipad-184013.shtml?uuid=AafpJE5C">affermato</a> Jonathan Miller, direttore dell&#8217;area digitale di News Corp. A poche ore dal lancio dell&#8217;ultima creazione di Murdoch, hanno cominciato a circolare voci sul <a href="http://www.ilgiornale.it/interni/the_daily_gia_piratato_figuraccia_mondiale_o_trovata_pubblicitaria/05-02-2011/articolo-id=503950-page=0-comments=1">Daily piratato</a>: voci che hanno dato luogo a giudizi affrettati su un sistema che in origine si definiva chiuso, ma che poi si è rivelato facilmente hackerabile. In realtà la questione merita una lettura più approfondita. Quel che è vero è che un giovane programmatore statunitense ha impiegato poco tempo per aggregare tutti gli articoli del quotidiano &#8211; già presenti sul web grazie all&#8217;opzione di condivisione online delle pagine &#8211; pubblicando <a href="http://thedailyindexed.tumblr.com/">The Daily: Indexed</a>, la versione gratuita del quotidiano per iPad sfogliabile sul web.</p>
<h5>Condivisione dei materiali</h5>
<p>Come <a href="http://mariotedeschini.blog.kataweb.it/giornalismodaltri/2011/02/04/the-daily-su-ipad-sistemi-chiusi-e-web-sono-meno-sciocchi-di-quanto-sembri/?utm_source=twitterfeed&amp;utm_medium=twitter">sostiene</a> Mario Tedeschini, non si tratta di mera ingenuità dei suoi creatori, dietro c&#8217;è una scelta strategica ben ragionata, come dichiara  lo stesso direttore Jesse Angelo. «Un giornale non è fatto solo dei lettori che pagano per averlo, ma anche (e prima di tutto) dall’influenza sociale che riesce a esprimere», scrive il giornalista. Per questo, l&#8217;obiettivo non è vendere esclusivamente la notizia, ma il prodotto nel suo complesso: vendere, in altri termini, una esperienza d&#8217;uso che, non solo altre app dei giornali per tablet non hanno, ma che è totalmente differente da quella offerta su web (che risulta molto più limitata e poco util). «E una delle caratteristiche specifiche di questa esperienza d’uso (oltre al ricchissimo corredo d’immagini) è appunto la possibilità di condivisione dei materiali», continua Tedeschini. Per il resto,  i contenuti del Daily al momento non sembrano differenziarsi molto da quelli disponibili altrove: «Credo che avranno serie difficoltà se non troveranno una chiave per rendere più utili i contenuti lineari tradizionali. Ma se ci riuscissero sarebbe poi tanto male? Internet non è solo il web o solo il web libero, c’è spazio per tutti».</p>
<p>Intanto un primo segnale di allarme sembra arrivare proprio <a href="http://nymag.com/daily/intel/2011/02/daily_editor_rallies_the_troop.html" target="_blank">in questi giorni</a> direttamente dal direttore. Jesse Angelo ha infatti inviato un memo ai suoi redattori invitandoli a migliorare i contenuti, cercando notizie esclusive senza limitarsi alla ricerca sul web e tramite agenzie, perché «sono le buone storie che faranno ritornare le persone al Daily». Ma al momento è solo possibile avanzare delle ipotesi sul reale significato del messaggio (e sull’eventuale retroscena). Anche Jacob Weisberg, presidente di Slate, <a href="http://www.wwd.com/media-news/fashion-memopad/blasting-the-daily-arrival-departure-3484461?src=rss/media/20110214">critica</a> pesantemente il Daily: «È soltanto una brutta versione di un giornale in formato elettronico costruita su un&#8217;idea molto accondiscente dell&#8217;audience», dice. I contenuti, inoltre, sembrerebbero banali e le notizie poco aggiornate: «È una selezione, non ha una relazione attiva con le notizie come ci aspettavamo. Non ci sono commenti, né social media, né collegamenti esterni».</p>
<p><strong>Una scommessa</strong></p>
<p>La domanda che in rete in molti si pongono è se, a fronte di un grosso investimento iniziale, News Corp riuscirà a sostenere i costi nel tempo e se in qualche modo i conti torneranno. Se da una parte il successo dei tablet è stato finora provato (solo l&#8217;iPad conta in poco più di un anno quasi 15 milioni di pezzi venduti e Murdoch prevede che si raggiungeranno 50 milioni di tablet entro il 2012), quel che lascia nel dubbio è se gli utenti saranno allo stesso modo predisposti ad acquistare applicazioni di informazione. «Abituato a internet, il pubblico ha molti modi per raggiungere le notizie gratuitamente», <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-02-04/ciclone-tablet-spazi-business-074333.shtml?uuid=AaTTIV5C&amp;fromSearch">scrive</a> Luca De Biase. «The Daily, in questo senso, offre un&#8217;indicazione strategica decisiva: i giornali non vendono notizie, ma un modo speciale per confezionarle».</p>
<p>Ciò che potenzialmente spinge il pubblico all&#8217;acquisto non sono quindi le informazioni, continua de Biase, «il prodotto in vendita è la chiave di lettura editoriale, la selezione significativa di notizie, il design unico». E poi aggiunge: «la scommessa di News Corp è che il tablet diventi un oggetto tanto comune da far emergere un genere di lettori che si divertono a leggere notizie più dense di emozione e gossip che di analisi approfondite». È ancora tutto da vedere. «La riuscita del Daily avrebbe un grande significato: un atteggiamento imprenditoriale coraggioso può ancora pagare nell&#8217;editoria del nuovo millennio».</p>
<p><a href="http://www.nytimes.com/2011/02/03/business/media/03daily.html?pagewanted=2&amp;_r=1">Secondo </a><a href="http://www.nytimes.com/2011/02/03/business/media/03daily.html?pagewanted=2&amp;_r=1">Sarah Rotman Epps</a>, analista di Forrester Research «anche se hai fatto un buon lavoro creando un&#8217;applicazione per la quale la gente è disposta a pagare, il successo arriverà a piccoli numeri. Credo ci sia bisogno di una visione di lungo periodo». È ancora presto, quindi, per esprimere dei giudizi: solo nei prossimi mesi si vedrà se le aspettative verranno confermate. Per ora, è meglio valutare con prudenza e aspettare di capire meglio i talenti e gli eventuali limiti della nuova testata.</p>
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		<title>Oltre i giochi, soluzioni creative con Kinect</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Jan 2011 07:30:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La periferica di Microsoft che usa il corpo come controllo per i giochi di Xbox non si limita al mondo dei videogiochi, ma grazie ad hacks e personalizzazioni si prepara a portare l'interfaccia touchless incontro a evoluzioni interessanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non ci pensiamo spesso, ma è frequente che le grandi innovazioni nel campo dell&#8217;interfaccia tra noi e le macchine vengano dalla continua ricerca del mondo del <em>gaming. </em> E una delle novità di maggior rilievo, in questi mesi, è l&#8217;approccio naturale introdotto da <a href="http://www.xbox.com/it-IT/kinect">Kinect</a>, il nuovo sistema lanciato da Microsoft e subito premiato dal mercato. Per la console Xbox 360, infatti, il 2010 rappresenta l&#8217;anno di maggiori vendite, ma è proprio dopo l&#8217;uscita di Kinect, a novembre, che si registra il momento di maggiore picco.<span id="more-4785"></span></p>
<h5>Il corpo come controller</h5>
<p>Il nuovo accessorio targato Microsoft presenta un valore aggiunto rispetto alle altre tecnologie simili disponibili sul mercato: permette di dialogare con la propria tv in modo nuovo, mediante i movimenti del proprio corpo e quindi senza l&#8217;utilizzo di controller. Ciò è possibile grazie a una telecamera RGB, un doppio sensore di movimento a raggi infrarossi e quattro microfoni per un riconoscimento ottimale dei comandi vocali (ma in Italia si dovrà aspettare la primavera prossima). Secondo una recente ricerca di mercato, si stimano ben 8 milioni di sensori Kinect venduti in 60 giorni e, nonostante un successo di vendita nel mese di Natale possa non sembrare molto significativo (nei prossimi mesi vedremo se verrà confermato), quel che è certo è che l&#8217;innovativa periferica sta riscuotendo interesse.</p>
<p>Kinect stimola infatti la creatività di molti, giocatori e non, mettendo in evidenza alcuni utilizzi e potenzialità finora sconosciuti, il più delle volte frutto di hacker e appassionati del settore che si cimentano nella creazione di applicazioni non ufficiali. A partire dal controllo di un semplice videogioco, come lo storico<a href="http://www.youtube.com/watch?v=8CTJL5lUjHg&amp;feature=player_embedded"> platform Super Mario</a>, fino a multiplayer online, come World of Warcraft. Un <a href="http://www.youtube.com/watch?v=62wj8eJ0FHw&amp;feature=player_embedded">video</a> che ha riscosso molto successo in rete mostra il celebre Mmorpg comandato da specifici movimenti del corpo del giocatore che gli permettono di interagire con il personaggio. World of Warcraft funziona con <a href="http://projects.ict.usc.edu/mxr/faast/">FAAST</a> (<em>Flexible Action and Articulated Skeleton Toolkit</em>), un software gratuito ideato da alcuni ricercatori dell&#8217;Institute for Creative Technologies dell’University of Southern California) grazie alla quale è possibile integrare la periferica con i sensori di movimento nei videogames. E World of Warcraft sembrerebbe solo l&#8217;inizio, viste anche le capacità offerte dallo stesso programma.</p>
<h5>Più che un gioco</h5>
<p>L&#8217;aspetto innovativo di Kinect non si limita solo ai videogiochi. Durante il Ces 2011 di Las Vegas, Steve Ballmer, Ceo di Microsoft, ha presentato Avatar Kinect, una nuova applicazione <em>social </em>per Xbox Live che permette di comunicare con gli amici tramite un&#8217;interfaccia digitale che prende le sembianze del nostro corpo, riproducendone in tempo reale i movimenti e le espressioni facciali. Una sorta di «esperienza alla Second Life attraverso l&#8217;Xbox» , come <a href="http://ces.crunchgear.com/2011/01/avatar-kinect-promises-second-life-like-thrills-through-your-xbox/">scrive</a> John Biggs di TechCrunch, ma stavolta con meno barriere all&#8217;ingresso. Proprio quelle che, nel caso di Second Life, rappresentano ancora oggi un grande ostacolo per i meno esperti.</p>
<p>E, restando sempre in tema di riconoscimento facciale, un gruppo di ricercatori del Tech College of Computing in Georgia ha pensato bene di integrare l&#8217;uso di Kinect in <a href="http://cats.gatech.edu/content/copycat">CopyCat</a>, un gioco progettato per insegnare il linguaggio dei segni americano ai bambini sordi. Nelle prime versioni del progetto era previsto l&#8217;utilizzo di una singola webcam e ai bambini venivano fatti indossare dei guanti colorati con incorporati degli accelerometri per interpretare i movimenti. Ma con l&#8217;introduzione della tecnologia che individua i tratti scheletrici non è stato più necessario. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=qFH5rSzmgFE&amp;feature=player_embedded">Durante le prime verifiche</a>, il sistema di riconoscimento Kinect è risultato molto preciso, ma per ora i test sono stati condotti con un lessico limitato e il prossimo passo degli studiosi sarà l&#8217;aumento dei termini, con frasi più lunghe e complesse, associato all&#8217;interpretazione della forma delle mani, non solo dei movimenti delle braccia.</p>
<h5>Esperimenti creativi</h5>
<p>In rete circolano anche diversi video che mostrano curiosi esperimenti di associazione di Kinect ad altre periferiche. È il caso di un giocatore che ha unito l&#8217;accessorio per Xbox al pc e a degli occhialini <a href="http://www.vuzix.com/consumer/products_vr920.html" target="_blank">Vuzix iWear VR920</a> generando un&#8217;esperienza di realtà virtuale a tre dimensioni seguita da un senso di totale immersione nel videogioco, come possiamo vedere nel <a href="http://www.youtube.com/watch?v=WDlvn3voblQ">video</a>. È interessante &#8211; magari per i più <em>geek- </em>anche l&#8217;uso contemporaneo di Kinect, pc e controller della Wii per perfezionare i movimenti del corpo e, quindi, i comandi di un videogame <a href="http://www.youtube.com/watch?v=bo7QUdrZAkA&amp;feature=player_embedded">come Call of Duty</a> in cui la precisione dei colpi è molto importante ai fini del gioco. E anche la trovata di un ingegnere che <a href="http://www.youtube.com/watch?v=GdSfLyZl4N0&amp;feature=player_embedded">ci mostra</a> come far emulare i movimenti del proprio corpo ad un robot, Veltrobot, attraverso il nuovo accessorio Microsoft.</p>
<p>Ma al di là dei vari <em>hacks</em>, molto presto arriverà &#8211; formalmente &#8211; un dispositivo che permetterà un controllo gestuale su computer. <a href="http://www.businessinsider.com/kinect-creators-making-pc-controller-2011-1?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+typepad/alleyinsider/silicon_alley_insider+%28Silicon+Alley+Insider%29&amp;utm_content=Google+Reader">È quanto annuncia</a> PrimeSense, un&#8217;azienda israeliana che ha contribuito allo sviluppo di Kinect, che, insieme ad Asus, sta lavorando alla realizzazione di  un doispositivo simile per pc. Si chiama <em>Wavi Xtion</em> e, a detta delle aziende, potrà essere usato non solo per i videogiochi ma anche per accedere alle principali funzioni per le quali un utente medio utilizza il computer, come sfogliare contenuti multimediali, accedere al web e ai social network. Inoltre, saranno disponibili applicazioni &#8211; questa volta ufficiali &#8211; e un negozio online in cui poterle acquistare (o venderle, nel caso degli sviluppatori). Probabilmente il sistema verrà lanciato nel secondo quadrimestre dell&#8217;anno, ma non sono ancora disponibili informazioni sul prezzo. «Stiamo cercando di muoverci al di là del gioco includendo il mondo della socializzazione, film, tv, musica, e stiamo cercando di rendere l&#8217;esperienza accessibile a tutti i componenti della famiglia, non solo ai giocatori usuali», <a href="http://news.bbc.co.uk/2/hi/programmes/click_online/9348265.stm">ha dichiarato</a> Ballmer. Secondo l&#8217;amministratore delegato, anche la sua azienda sosterrà in futuro Kinect per pc, ma i tempi non sono ancora chiari: «Lo supporteremo in maniera formale al momento giusto e quando avremo un annuncio da fare lo faremo».</p>
<h5>Touchless a distanza</h5>
<p>Sempre al Ces di Las Vegas l&#8217;azienda norvegese <a href="http://www.ellipticlabs.com/">Elliptic Labs</a> ha presentato <a href="http://www.youtube.com/watch?v=S7PvCuc3WPQ&amp;feature=player_embedded">un prototipo per iPad</a> basato su un principio simile all&#8217;interfaccia <em>touchless</em> di Kinect: una <em>docking station</em> che funziona a ultrasuoni in grado di riconoscere i comandi a distanza, senza dover toccare il display del proprio tablet. La tecnologia emette un campo di ultrasuoni attorno al dispositivo, capta i movimenti della mani e li traduce in comandi sullo schermo. Naturalmente rispetto alla periferica per Xbox le funzionalità sono più limitate, ma «l&#8217;idea è quella di utilizzare i movimenti a distanza per gestire funzioni primarie in situazioni in cui sei in cucina e hai le mani bagnate o sporche» <a href="http://www.mobilemag.com/2010/12/21/kinect-like-technology-for-ipad-to-wave-by-at-ces/">spiega</a> Stian Aldrin, Ceo dell&#8217;azienda. Pare che in un ospedale norvegese questo sistema venga già utilizzato dai chirurghi mentre sono in sala operatoria e, secondo quanto suggerisce Elliptic, questa tecnologia potrebbe essere utilizzata per vari scopi, dai comandi rapidi musicali nelle macchine alla gestione dell&#8217;illuminazione della propria casa.</p>
<p>È prevedibile che nel prossimo futuro vedremo ancora nuove soluzioni e tante altre applicazioni. E magari non solo da Microsoft: la strada pare ormai aperta.</p>
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		<title>Imparare in classe può essere un gioco</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Dec 2010 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il rapporto tra videogiochi e apprendimento continua a stuzzicare osservatori e ricercatori. E intanto le prime console entrano negli istituti scolastici]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con tutta la tecnologia che ci circonda, qualcosa sta cambiando anche nelle forme di insegnamento. Certo, è un versante che a molti potrebbe sembrare in opposizione alla fatica dello studio: prendiamo ad esempio l&#8217;introduzione dei videogiochi nelle scuole. Il tema è complesso e abbiamo già avuto modo <a href="../webzine/2010/01/19/la-vita-che-si-impara-giocando-col-computer">di parlarne</a>, ma una serie di nuovi stimoli ci forniscono il pretesto per riprendere il discorso.<span id="more-4384"></span></p>
<h5>Tre livelli</h5>
<p>Secondo la giornalista americana<a href="http://radar.oreilly.com/2010/10/gaming-education.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+oreilly/radar/atom+%28O%27Reilly+Radar%29"> Elizabeth Corcoran</a> esistono tre tipologie di giochi diffusi in ambito formativo. Un primo gruppo è quello dei classici <em>educational game</em> dalle ambizioni pedagogiche e dal design non sempre efficaci. Si tratta di giochi concepiti per divertire i ragazzi e tenerli impegnati: «Qualsiasi comico vi dirà quanto sia arduo intrattenere la gente a lungo. È ancora più difficile con i giovani che consumano il divertimento di un gioco più in fretta dell&#8217;evoluzione stessa dei videogame», commenta Corcoran. Qualche anno fa, invece, alcuni educatori hanno cercato di coinvolgere direttamente gli studenti nella creazione di <em>game </em> e progetti multimediali, come <a href="http://scratch.mit.edu/">Scratch</a>, sviluppato al Media Lab del MIT, e <a href="http://research.microsoft.com/en-us/projects/kodu/">Kudo</a> di Microsoft, un linguaggio di programmazione per realizzare videogiochi per Xbox. In particolare, racconta la Corcoran, chi realizza giochi con Scratch può ricevere <em>feedback</em> e commenti dagli altri giocatori, il che rende i ragazzi molto motivati a continuare anche dopo la scuola, oltre a essere un ottimo modo per esporli agli strumenti tecnologici.</p>
<p>Infine, in ciò che definisce il terzo approccio, la scrittrice include il termine <em>gamification</em>, ovvero l&#8217;utilizzo di sofisticate meccaniche di gioco nelle applicazioni &#8211; anche serie  o antiquate &#8211; per accrescere la motivazione da parte del consumatore/giocatore. È il caso, per citare un esempio attuale, delle piattaforme di geolocalizzazione come Foursquare, costruite intorno alla logica della premiazione (tramite <em>badge</em>, avanzamento di livello) e della condivisione dell&#8217;esperienza. E secondo l&#8217;autrice dell&#8217;articolo, se utilizzato nelle scuole potrebbe accrescere lo spirito competitivo nei ragazzi e «alla fine della giornata, chi sa come creare le regole del gioco, sa anche come vincere».</p>
<h5>Valutati per il gioco</h5>
<p>Alcuni educatori del Florida State University, tra cui Valerie Shute, docente di psicologia dell&#8217;educazione e sistemi dell&#8217;apprendimento, <a href="http://chronicle.com/article/A-Stealth-Assessment-Turns/125276/">ritengono</a> che i videogame possano essere un valido strumento non solo per gli studenti per imparare delle nozioni complesse, ma anche per permettere agli insegnanti di valutare e misurare le abilità di pensiero dei ragazzi, come la creatività, la perseveranza e il pensiero critico. «A tutti piace giocare. E quindi si potrebbe fare molto utilizzando i videogame», commenta Shute. Come ci spiega un altro ricercatore, la tecnica di immergere i ragazzi in un mondo virtuale &#8211; e  osservarli mentre risolvono compiti complessi &#8211; elimina l&#8217;ansia e la preoccupazione che in qualche modo possono influenzare la performance degli studenti.</p>
<p>Ed è proprio con questo obiettivo che i docenti dell&#8217;università <a href="http://www.gainesville.com/article/20100902/COLUMNISTS/9021038?p=2&amp;tc=pg&amp;tc=ar">hanno ideato</a> un corso online basato su StarCraft, un videogioco di strategia in tempo reale nel quale più giocatori possono competere online. Di fatto, agli studenti viene richiesto di giocare un paio di ore alla settimana e, in seguito, vengono valutati in base alle loro annotazioni sul gioco, alle decisioni che prendono e alla presentazione finale (online). «Il gioco diventa uno strumento, proprio come un libro di testo», spiega l&#8217;insegnate Nate Poling, e trasmette loro importanti abilità (come la strategia, la gestione del rischio, l&#8217;uso efficiente delle risorse) applicabili nel mondo reale. Secondo Poling la lezione può essere vista come una parte di un&#8217;avvicinamento dell&#8217;educazione al mondo dei ragazzi e «i videogame rappresentano una grande parte di ciò che sono gli studenti» ed «è ciò che riflette un corso come questo».</p>
<h5>Un luogo eccitante</h5>
<p>In realtà lo scenario attuale è persino più ampio. La nostra comprensione di quanto accade nelle aule e nei rapporti tra docenti e discenti è sempre più strutturata. Alva Noë, insegnante, <a href="http://www.npr.org/blogs/13.7/2010/11/05/131088812/politics-respect-and-the-teacher">argomenta</a> in un suo lungo post: «Non c&#8217;è niente di sbagliato nel lavorare duramente per trasformare la classe nel posto più eccitante. Ma noi non siamo ingegneri sociali e gli studenti non sono prodotti che stiamo fabbricando. Gli studenti, come i cittadini, sono liberi e uguali, e hanno la capacità della ragione». E poi conclude: «Sono un insegnante, non un professionista. Alla base della mia pratica di insegnamento c&#8217;è il rispetto per gli studenti. Non cerco di cambiarli. Non cerco di influenzarli. Non cerco di modificarli. Semplicemente cerco di mostrare loro qualcosa per definire un mondo di idee, problemi, letterature e interessi prima di loro. Poi lascio che ne facciano quello che vogliono».</p>
<p>Nelle scuole italiane, invece, spesso non si va al di là della didattica multimediale o del classico <em>edutainment</em>. Anche la pur contestata Mariastella Gelmini si dice fortemente interessata all’aspetto educativo dell’universo digitale e <a href="http://vitadigitale.corriere.it/2010/10/videogiochi-aesvi-gelmini.html">sostiene</a> che «i videogiochi rappresentano un mondo ricco e complesso, dalle grandi potenzialità» e, aggiunge, «un’opportunità per introdurre nella scuola linguaggi digitali e nuove strategie di apprendimento». In fondo non è necessario ricorrere alla <a href="http://smartercity.liquida.it/2010/03/30/aboliamo-le-scuole-e-istruiamo-i-bambini-con-i-videogames-una-provocazione">provocazione</a> di abolire la scuola e insegnare con i videogame. Basta comprendere che il mondo che abbiamo intorno, gli stimoli che ci offre e le possibilità di inventarci nuove soluzioni per trasmettere conoscenze ed esperienza sono già enormi e tenderanno a crescere. È una sfida importante per l&#8217;educazione, che va colta prontamente.</p>
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		<title>Oltre nativi e immigrati, nuovi profili digitali</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/24/oltre-nativi-e-immigrati-nuovi-profili-digitali</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Nov 2010 08:45:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Boccia Artieri]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Sofri]]></category>
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		<category><![CDATA[Nicola Greco]]></category>
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		<description><![CDATA[A distanza di qualche anno, Mark Prensky supera la sua celebre contrapposizione propone nuove descrizioni per gli abitanti della rete]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«L&#8217;essere giovani è una situazione transitoria e in un futuro prossimo saremo tutti dei nativi digitali», è l&#8217;osservazione del giovane esperto Nicola Greco <a href="http://nicolagreco.com/valore-alle-idee/2009">in una breve intervista</a>. «Il termine <em>digital natives</em> funzionerebbe se si intendessero tutti quei ragazzi che utilizzano internet in modo utile (non per forza in modo produttivo, ma sicuramente in modo costruttivo) e con un determinato tipo di competenze».  Meglio, consiglia Greco, che i giovani sfruttino la loro condizione, valorizzando le loro idee e i loro progetti per farsi conoscere. Eppure nel tempo gli studiosi hanno sempre avuto la necessità di descrivere (e spiegare) l&#8217;ambiente che abitiamo secondo delle categorie che ci aiutano a interpretare la realtà. Le più diffuse &#8211; e attorno alle quali si sono costruiti diversi dibattiti negli ultimi anni &#8211; risalgono al 2001 e al saggio di Marc Prensky <a href="http://www.marcprensky.com/writing/Prensky%20-%20Digital%20Natives,%20Digital%20Immigrants%20-%20Part1.pdf">sui nativi digitali e gli immigrati digitali</a>. La distinzione è di tipo generazionale: i nativi sono immersi nel digitale sin dalla nascita (per loro è la norma), mentre gli immigrati (per alcuni, gli “ibridi”) hanno dovuto adottare le tecnologie e adattarsi pian piano, in età avanzata. In altre parole, hanno imparato col tempo ad abitare la rete.<span id="more-4314"></span></p>
<h5>Contesti</h5>
<p>Quella proposta da Prensky è una definizione rigida e piuttosto statica e non applicabile<em> tout court</em>, poiché non tiene conto di alcune variabili, come la cultura e l&#8217;educazione familiare, la distribuzione geografica e la possibilità di accesso alla banda larga (<em>digital divide</em>). In breve, del contesto in cui si cresce. E, non ultima, della curiosità. Per intenderci, ci possono essere settantenni che non hanno difficoltà a orientarsi nell&#8217;ambiente digitale e ragazzi dell&#8217;ultima generazione che, pur avendo da sempre gli strumenti a portata di mano, faticano a comprenderne l&#8217;utilizzo o sono meno “dentro” la cultura digitale di un &#8211; chiamiamolo &#8211; immigrato. Come <a href="http://mediamondo.wordpress.com/2009/06/28/nativi-inconsapevoli/">sostiene</a> Giovanni Boccia Artieri: «Che siano nativi digitali non significa che siano<em> early adopter</em> entusiasti delle possibilità di certa democratizzazione ed assoluta parità partecipativa». E poi, poco dopo, aggiunge: «possono essere nativi consapevoli o inconsapevoli idioti (abbastanza preparati) o solo figli dei loro tempi… vedremo». Luca Sofri, nella prefazione del libro “Nati con la rete”, <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/05/20/lera-dei-tardivi-digitali/">introduce</a> una seconda categoria di non nativi: i tardivi, ovvero «coloro che hanno cominciato a occupare e a occuparsi di internet solo da poco, di fatto, e soprattutto grazie alla nuova accessibilità e familiarità di alcuni suoi luoghi e prodotti».</p>
<p>L&#8217;arrivo di Facebook, per esempio, ha da una parte, avvicinato sempre più persone alla rete, ma dall&#8217;altra l&#8217;ha normalizzata: «i suoi nuovi abitanti, meno coraggiosi e attrezzati, vi ricostruiscono i modelli familiari». Il che può anche avere delle controindicazioni perché per i tardivi potrebbe tradursi in una sopravvalutazione della propria esperienza ed è importante imporsi un limite, impedendo che questo primo e facile accesso alla rete sia viziato dalle conoscenze passate. «Per alcuni di loro», sottolinea sempre Sofri, «questa ritardata emozionante scoperta si traduce rapidamente in elaborazioni, considerazioni, idee, e persino progetti imprenditoriali in ritardo di anni su quanto la rete ha già discusso e analizzato e creato prima».</p>
<h5>Saggi digitali</h5>
<p>In ogni caso, a distanza di qualche anno, Prensky, <a href="http://www.innovateonline.info/pdf/vol5_issue3/H._Sapiens_Digital-__From_Digital_Immigrants_and_Digital_Natives_to_Digital_Wisdom.pdf">in un recente articolo</a>, supera la vecchia contrapposizione di tipo anagrafico e introduce un nuovo profilo: quello del saggio digitale (<em>digital wisdom</em>) come risultato dell&#8217;interazione tra la mente umana e i nuovi strumenti che ha a disposizione. «Quello della saggezza digitale è un duplice concetto, poiché fa riferimento sia alla saggezza derivante dall&#8217;utilizzo del digitale per accedere all&#8217;abilità cognitiva al di là della nostra capacità innata, sia alla saggezza riferita all&#8217;utilizzo prudente della tecnologia per accrescere le nostre potenzialità», spiega lo studioso. Inoltre, osserva Prensky, c&#8217;è una differenza sostanziale tra il saggio digitale e chi è semplicemente più intelligente: quest&#8217;ultimo potrebbe essere molto bravo tecnicamente a usare o creare la tecnologia ma non per questo competente nel senso di essere in grado di mettere in pratica nuovi approcci per risolvere problemi o creare opportunità. Un esempio di saggezza digitale, continua l&#8217;autore, può essere quello dei giornalisti che usano tecnologie partecipative (i blog, per dirne una) per allargare le loro prospettive e quelle dell&#8217;audience. O anche quello di alcuni leader che utilizzano le tecnologie disponibili per entrare in contatto con i propri elettori durante votazioni, come del resto ha fatto Obama nel 2008 durante la campagna presidenziale.</p>
<p>Pier Cesare Rivoltella, docente di tecnologia dell&#8217;educazione, nell&#8217;interpretazione dell&#8217;articolo di Prensky, <a href="http://piercesare.blogspot.com/2010/10/da-marc-prensky-marc-prensky.html">introduce</a> altri profili: non solo quello di saggio digitale, ma anche quello dello «smanettone» (<em>digital skillness</em>) e dello «stupido digitale» (<em>digital stupidity</em>). Il primo «possiede le competenze tecniche già attribuite al nativo: rapido, esperto, dotato di grande dimestichezza rispetto ai diversi supporti», mentre il secondo è colui che fa usi impropri delle tecnologie o addirittura ne ha un vero e proprio rifiuto considerandole fonte di tutti i mali. «Non mi sembra vi sia molta differenza tra la saggezza di cui Prensky parla e l&#8217;obiettivo che da decenni la <em>Media Literacy</em> si propone: responsabilità, senso critico, consapevolezza nell&#8217;uso dei media sono da sempre &#8220;nel mirino&#8221; di un movimento vastissimo e con una tradizione enorme», aggiunge poi Rivoltella, «sicuramente la saggezza digitale corrisponde a quell&#8217;idea di competenza digitale cui la Comunità Europea pensa quando la indica all&#8217;interno del <em>framework</em> delle competenze di cittadinanza».</p>
<p>In fondo, conclude il professore, quello della saggezza digitale è un problema dell&#8217;educazione alla cittadinanza, e non solo ai media digitali. Un problema cui tutti noi dovremmo guardare con attenzione.</p>
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		<title>La filosofia Apple e le chiavi del giardino</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2010/11/04/la-filosofia-apple-e-le-chiavi-del-giardino</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Nov 2010 07:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla censura dei messaggini sospettati di sexting ai licenziamenti nell'Apple Store di Grugliasco, dalla selezione fin troppo prudente sui contenuti dell'App Store al tentativo di portare le applicazioni anche sul Mac: il lato meno esposto della Mela]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Non riesco a ricordare più di un centinaio di nomi, per questo voglio avere accanto persone che conosco personalmente. Quindi se il numero di persone aumenta, saremo costretti a seguire una diversa struttura organizzativa. Il modo migliore per lavorare è quando posso toccare tutto con mano».  È la tipica osservazione che farebbe Steve Jobs, secondo John Sculley, il precedente Ceo di Apple. «Ciò che rende la metodologia di Steve differente da quella di tutti gli altri è che ha sempre creduto che le più importanti decisioni che prendi non riguardano le cose che fai, ma le cose che decidi di non fare. È un minimalista», <a href="http://www.cultofmac.com/john-sculley-on-steve-jobs-the-full-interview-transcript/63295">dichiara</a> l’ex amministratore delegato in una lunga intervista su Jobs.<span id="more-4169"></span></p>
<h5>Sexting</h5>
<p>Una filosofia, strettamente riassunta in poche righe, che, da una parte, riflette la mentalità di chi vuole avere la situazione sotto controllo e, dall’altra, ci fornisce gli strumenti per ricostruire alcuni casi di eccesso di controllo dell’esperienza da parte di casa Cupertino. Controllo che spesso si traduce in censura. A partire da un<a href="http://www.dailybits.com/apple-goes-after-sexting/"> nuovo brevetto</a> per iPhone, registrato di recente da Apple: è il <a href="http://www.freepatentsonline.com/7814163.html">Text-based communication control for personal communication device</a>, approvato dall&#8217;US Patent and Trademark Office. Il brevetto bloccherebbe l’entrata e l’uscita di Sms a sfondo sessuale, in breve impedirebbe il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Sexting"><em>sexting</em></a>.</p>
<p>Il funzionamento è semplice: un’applicazione <em>parent control</em> valuta se il testo presenta termini inappropriati o se non è stato autorizzato e, nell’ultimo caso, l’applicazione o richiede all’utente di sostituire il testo, oppure cancella automaticamente il termine o addirittura l’intera comunicazione. Forse il nuovo brevetto servirà a tranquillizzare i genitori più protettivi, anche se, come <a href="http://techcrunch.com/2010/10/12/apple-patents-anti-sexting-device/">ci fa notare TechCrunch</a>, chi è interessato al sexting probabilmente troverà qualche termine non direttamente censurabile dall’applicazione. D’altra parte, cogliendo il lato positivo dello strumento, sembrerebbe che mentre impedisce che i ragazzi mandino testi salaci, li abiliti anche a imparare i linguaggi e non solo le parole proibite.</p>
<h5>Mercati</h5>
<p>Ma siamo proprio sicuri che si tratti di semplice <em>parent control</em> e non di censura, <a href="http://www.pcmag.com/article2/0,2817,2370709,00.asp">si chiede</a> John C. Dvorak. «Questo brevetto non riguarda il sexting ma un discorso politico. Apple vuole il suo telefono in Iran, Cina, Arabia Saudita, e altre parti del mondo dove la divergenza politica è un crimine. Dal suo punto di vista, la chiave del brevetto si trova proprio nella sua descrizione: «In one embodiment, the control application includes a parental control application». E «one embodiment» sta a indicare che ci sono altri utilizzi: è tutto uno stratagemma, sostiene Dvorak. «L’aspetto più triste di tutto ciò è che nessuno protesterà. Nessuno condannerà Apple per andare oltre ciò che io considero un brevetto anti-umanitario e il business continuerà come al solito. Nel frattempo, molte persone credono sia un’ottima idea. Ma chiamiamola per quello che è: uno squallido meccanismo di censura e niente di più.»</p>
<p>È una soluzione che di certo sta facendo discutere abbastanza in rete. E non è la sola firmata Steve Jobs. Di casi di censura e di controllo dell’esperienza (o di tutela degli utenti?) ne ha collezionati un po’ Apple, anche solo nell’ultimo anno. Senza andare troppo lontano, nei giorni scorsi il <a href="http://www.corriere.it/economia/10_ottobre_18/apple-grugliasco-gru-dipendenti-licenziati_36b1db42-dad4-11df-9e55-00144f02aabc.shtml">caso di Grugliasco</a> e il licenziamento di alcuni dipendenti Apple &#8211; senza nessuna spiegazione plausibile se non «non sei allineato al pensiero dell’azienda» &#8211; può essere un esempio di eccesso di controllo della società. E in attesa di risposte valide da parte di Apple, <a href="http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2010/10/21/buongiorno-dottor-biagini/">le discussioni in rete aumentano</a>.</p>
<h5>Satira</h5>
<p>Un altro episodio di censura, poi, risale a pochi mesi fa quando l’azienda di Cupertino ha vietato nell’Apple Store la pubblicazione di vignette che ridicolizzano personaggi pubblici. <a href="http://blogs.computerworld.com/15955/iphone_pulitzer">È il caso di Mark Fiore</a>, scrittore di satira politica e vincitore del premio Pulitzer, il quale ha creato un’applicazione che gli è stata rifiutata poiché violava la <em>policy</em> dello Store. «Sinceramente ne sono rimasto sorpreso»,  afferma Fiore, «sono stato un fan della Apple e del loro lavoro, e utilizzo i loro prodotti». Successivamente Apple, dopo <a href="http://www.niemanlab.org/2010/04/mark-fiore-can-win-a-pulitzer-prize-but-he-cant-get-his-iphone-cartoon-app-past-apples-satire-police/">l’intervento</a> della Nieman Journalism Lab, ha invitato lo scrittore a riproporre le sue creazioni: «È stato un errore cui stiamo rimediando», <a href="http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2010/04/16/steve-jobs-says-apple-made-a-mistake-in-rejecting-pulitzer-winners-app/">ha dichiarato</a> personalmente Steve Jobs.  Secondo Fiore, «dal momento che Apple si è fatta strada sul mercato con le applicazioni per mobile, per loro ha senso essere aperti». Intanto allo scrittore piace pensare che l&#8217;azienda stia crescendo e magari, aggiunge speranzosamente, questo episodio possa essere l’inizio di un cambiamento. Fiore, allo stesso tempo, <a href="http://www.wired.com/epicenter/2010/04/apple-reconsiders-satire-ban/">si sente colpevole</a> del trattamento preferenziale non riservato ad altri vignettisti (o artisti, più in generale) non altrettanto famosi.</p>
<p>Ma Apple nel tempo ha anche proibito alcune <em>app</em> che permettevano l’accesso a testate nazionali e internazionali, <a href="http://www.ilounge.com/index.php/news/comments/apple-rejects-newspaper-reading-app-over-content/">come Newspaper(s)</a>, perché alcuni contenuti includevano materiale a sfondo sessuale o immagini di corpi nudi. E non è di certo l’unico esempio di casi in cui la società di Cupertino decide quali applicazioni possono entrare nel catalogo e in che modo. Come la <a href="http://www.mobilecrunch.com/2009/08/05/apple-censors-iphone-dictionary-app/">messa in discussione</a> del dizionario di inglese <em>Ninjawords</em> che contiene termini offensivi (parolacce) che la Apple ha pensato bene di eliminare, restringendo anche l’accesso al dizionario a chi ha più di 17 anni. E si potrebbe continuare ancora a lungo, se pensiamo anche ai vari casi di censura editoriale: solo qualche mese fa Apple <a href="http://www.gizmodo.com.au/2010/06/the-latest-examples-of-apples-editorial-censorship/">ha chiesto</a> di “coprire” qualche nudità (non pornografica) dalla <em>graphic novel</em> di Ulisse, <a href="http://mediadecoder.blogs.nytimes.com/2010/06/14/update-apple-rethinks-its-ulysses-ban/">ripensadoci</a> successivamente perché, dopotutto, non era poi così oscena.</p>
<h5>Intermediazione</h5>
<p>La questione comincia ad essere assai delicata, soprattutto nel settore dell’editoria. <a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2010/04/18/apple-dice-no-a-un-premio-puliter-niente-satira-sulliphone/">Come osserva</a> Massimo Russo &#8211; quando l’iPad non era ancora diffuso in Europa ma già aveva successo negli Stati Uniti &#8211; molti editori di periodici e quotidiani guardano al nuovo tablet di Apple «come a una delle piattaforme di distribuzione elettive per trovare un modello di ricavi digitali efficace per le proprie pubblicazioni». E, sempre in quei mesi, anche la Columbia Journalism Review <a href="http://www.cjr.org/the_audit/its_time_for_the_press_to_push.php?page=all">lanciava un appello</a> agli editori, scrivendo grosso modo così: l’iPad rappresenta una grande opportunità per i media,  ma &#8211; utilizzando la traduzione di Russo &#8211; «se le testate cedono sull’intermediazione, stanno facendo un grave errore. A meno che Apple non garantisca loro (e a chiunque voglia produrre un’applicazione per iPhone e iPad, aggiungiamo noi) la libertà di pubblicare tutto quel che ritengano opportuno nelle proprie applicazioni».</p>
<p>Intanto, altra notizia degli ultimi giorni, Steve Jobs all’evento <em>Back to the Mac</em> ha presentato, tra le altre novità, il Mac App Store: l’estensione del negozio online dove poter scaricare le applicazioni Apple su computer, e non solo più su iPhone e iPad. Un’innovazione che potrebbe rappresentare un limite per l’utente, più che una possibilità di scelta. O almeno è l’opinione di alcuni, come <a href="http://www.internetevolution.com/author.asp?section_id=960&amp;doc_id=198949">Michael Bennett Cohn</a>: «Altri siti hanno fatto essenzialmente la stessa cosa per anni. La differenza è che non sono stati controllati da Apple (e Apple non li ha tagliati fuori). Quindi quello che sembra essere una maggiore possibilità di scelta è in realtà un modo di creare meno scelta. In poco tempo, molti utenti non si sentiranno dalla parte del giusto scaricando applicazioni fuori dallo <em>store</em>».  Inoltre, continua Cohn, non è stato casuale che, durante la dimostrazione di un acquisto nell’App Store, Jobs abbia simulato di comprare Pages, un programma di scrittura di proprietà della Apple. «Pages sarà sempre più semplice (ed economico) da installare sul Mac rispetto a Word, e quando digiti “word processing” nel campo di ricerca dell’App Store, Pages sarà sempre in cima alla lista dei risultati». Cohn e molti fan di Apple « continueranno a sperare in un mondo in cui è possibile essere un utente Apple senza consentire all’azienda di controllare per intero i nostri computer e le nostre vite». E nel frattempo, <a href="http://dashes.com/anil/2010/10/how-to-make-an-open-app-store-on-the-mac.html?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+AnilDash+%28Anil+Dash%29">c’è chi progetta</a> nuove alternative per un open app store sul Mac.</p>
<h5>Libera scelta</h5>
<p>«Apple dichiara di aver bisogno di costruire un <em>walled garden</em> per proteggere i suoi utenti» <a href="http://www.eff.org/deeplinks/2010/06/eff-nothing-new-about-iphones-closed-platform">scrive</a> Shari Steele dell’Electronic Frontier Foundation, ma dal punto di vista dei proprietari di un iPad o iPhone, sembra più un tentativo di controllo dell’utente e di «reimpostazione delle tradizionali aspettative riguardanti quello che puoi fare con i prodotti che acquisti». Come sostiene Jason Snell, Apple dovrebbe offrire «un’opzione che permette di installare le <em>app</em> da fonti sconosciute», una sorta di pulsante di «libertà di scelta» per chi vuole abbandonare la sicurezza di applicazioni pre-approvate. Se Apple è davvero interessata alla protezione dell’esperienza dell’utente, aggiunge Steele, dovrebbe «abbandonare la mentalità chiusa e supportare il vostro diritto di avere il controllo sui vostri dispositivi». E dovrebbe «restituire le chiavi del giardino».</p>
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		<title>La testa che non regge il passo della tecnologia</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Oct 2010 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Allarmisti ed entusiasti concordano ormai sul fatto che gli strumenti digitali stanno cambiando il funzionamento del nostro cervello e il nostro rapporto con l'informazione. Quello che ancora non sappiamo è come e quanto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Capita a tutti, ogni tanto, di pensarlo. Forse non siamo più «all’altezza degli impegni mentali della nostra epoca». Frank Schirrmacher, nel libro <a href="http://www.ibs.it/code/9788875781644/schirrmacher-frank/liberta-ritrovata-come.html">La liberta ritrovata. Come (continuare a) pensare nell’era digitale</a>, riflette su come la continua inondazione di informazioni cui siamo esposti stia inevitabilmente modificando il nostro cervello inducendoci alla distrazione. Il giornalista tedesco, tra sms, email, feed, siti di notizie e telefonate cerca di dirigere il traffico dei dati come fa un controllore di volo con il traffico aereo, ma con la continua preoccupazione di aver dimenticato qualcosa di importante e di perderne il controllo. D’altra parte sostiene: «se domani non avessi più accesso a internet o a un computer non mi sentirei semplicemente sconnesso dal provider, ma avvertirei la fine sconvolgente di una relazione sociale».<span id="more-4003"></span></p>
<p>Nonostante l’indiscutibile utilità delle nuove tecnologie e dei – chiamiamoli nuovi &#8211; mezzi di comunicazione, racconta Schirrmacher, la sua testa non sta più al passo. «Con il flusso di informazioni da cui siamo bombardati il cervello ha un continuo rapporto di decadimento parziale. Sento che il terminale biologico nella mia testa dispone solo di funzioni limitate, e nella sua confusione comincia a imparare moltissime cose sbagliate». Insomma, si sente divorato dalle informazioni che, a loro volta, divorano e si nutrono della sua attenzione: «Non stiamo perdendo l’intelligenza ma stiamo disimparando a volare, ad avere una visione d’insieme», scrive l’autore. E, intanto, andando sempre a caccia di informazioni digitali, stiamo diventando <em>Informavores Rex</em> (re degli Informivori).</p>
<h5>Intelligenza sintetica</h5>
<p>Il ragionamento è argomentato. Mentre a partire dalla fine degli anni Novanta gli informatici prevedevano un futuro in cui i computer avrebbero superato l’intelligenza umana, ora, con internet  la questione è se l’intelligenza umana diventerà più sintetica. Stiamo vivendo l’epoca del taylorismo digitale in cui ci sottoponiamo volontariamente alle macchine, adattando e avvicinando sempre più il nostro cervello ai microprocessori. Il multitasking  è solo un modo, o meglio, un «tentativo dell’essere umano di diventare un computer» che porta solo alla distrazione. Se da una parte le persone traggono vantaggio dal fatto di poter accedere facilmente alle informazioni, dall’altra diventa sempre più difficile distinguere le informazioni importanti. Significa, in altre parole, che quando «la nostra attenzione è stata divorata» siamo portati a comportarci secondo un programma: non riusciamo più a selezionare le informazioni rilevanti, ma agiamo secondo degli script. «Non sono né internet né le tecnologie a limitare o instupidire la gente, bensì l’ansia di perdere il controllo e di conseguenza l’agire secondo un copione».</p>
<p>E questo processo, secondo l’autore tedesco, viene accentuato da Google e dal meccanismo del <em>Page Rank</em> che permette di valutare la popolarità di una pagina in base al numero dei link che la collegano ad essa. In questo modo, le informazioni acquisiscono una sorta di prestigio sociale, per dirla con Schirrmacher, ma «agli algoritmi non interessa che cosa dica» E, ora, il discorso dell’autore si potrebbe estendere anche a <a href="../webzine/2010/09/13/quanto-incide-google-instant-sul-seo">Google Instant</a>. I continui stimoli informativi cui siamo sottoposti ci esauriscono dopo poco tempo e attiviamo il pilota automatico: «Siamo costretti a esercitare un continuo autocontrollo, perché siamo circondati da continui stimoli e siamo portati ad assumere un comportamento paragonabile alla sindrome da shopping compulsivo». Questo fenomeno ci rende passivi e danneggia il quoziente di intelligenza. E tutto diventa una fatica. La via d’uscita è rinforzare quelle capacità che ci distinguono dalle macchine: la creatività, la flessibilità e la spontaneità. E tanta forza di volontà. Inoltre, poiché diventa sempre più difficile trovare l’informazione che ci serve, i computer potrebbero guidarci nella ricerca, calcolando e prevedendo le nostre associazioni, per esempio analizzando i nostri movimenti e i dati lasciati in rete.</p>
<h5>Allarmisti</h5>
<p>Ma quello affrontato da Schirrmacher non è un tema nuovo. In questi ultimi anni si stanno moltiplicando gli allarmi sul modo in cui i nuovi strumenti digitali ci stanno cambiando, modificando il funzionamento del nostro cervello e il modo in cui ci rapportiamo all’informazione. Solo qualche mese fa ha fatto notizia la dialettica su «Internet ci rende stupidi», con le <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284981644790098.html">posizioni opposte</a> di Nicholas Carr e Clay Shirky. Carr, nell’articolo <em>Is Google Making Us Stupid</em>? (di cui <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284981644790098.html">abbiamo già discusso</a>), sostiene di avere l’impressione che internet – e non solo Google, contrariamente al titolo &#8211; stia diminuendo la nostra capacità di concentrazione e di riflessione: «Da qualche anno ho la spiacevole sensazione che qualcosa o qualcuno stia giocando con il mio cervello,  riconfigurando i circuiti neurali, riprogrammando la memoria. Non penso più come pensavo una volta». In più, secondo Carr, i link contribuiscono – in differente misura &#8211; alla distrazione.</p>
<p>Shirky, <a href="http://online.wsj.com/article/SB10001424052748704025304575284973472694334.html">sulla sponda opposta</a>, riflette (in particolare nel suo ultimo libro) su un concetto interessante: quello del surplus cognitivo. Il tempo libero che prima gli americani passavano guardando la televisione, ora è stato rimpiazzato da internet. E le sue conclusioni sono di segno <a href="http://www.vincos.it/2010/09/28/clay-shirky-cognitive-surplus/">totalmente contrario</a>. Anche Kevin Kelly, giornalista e cofondatore di Wired, <a href="http://www.edge.org/images/Internazionale.pdf">supporta</a> la linea non allarmista: secondo il grande teorico visionario, infatti, quando «ci tuffiamo» nella rete pensiamo in modo diverso: «Il mio pensiero è più attivo, meno contemplativo. Invece di cercare una risposta o di seguire un’intuizione riflettendo a vuoto, comincio a fare qualcosa sulla base della mia ignoranza». E poi aggiunge che internet ha cambiato la sua capacità di attenzione soprattutto perché è diventato un’unica cosa: «Ormai la rete è una cosa sola, un mezzo di comunicazione che unisce tutti i mass media, un intermedia con due miliardi di schermi. L’intera matassa delle sue connessioni è come un enorme libro che stiamo appena imparando a leggere. Sapere che questa cosa esiste e che la uso continuamente ha cambiato il mio modo di pensare».</p>
<h5>Nuova complessità</h5>
<p>Ma è un tema su cui discuteremo a lungo e su cui si discute tanto. Solo nei giorni scorsi Nick Bilton, uno degli interpreti della tecnologia per il New York Times, <a href="http://www.time.com/time/business/article/0,8599,2023997,00.html">in un’intervista</a> sul libro <em>I Live in the Future &amp; Here&#8217;s How It Work</em>s, rifletteva sul perché Internet non ci stia rendendo stupidi. In particolare, alla domanda «Perché lasceresti giocare i tuoi bambini con i videogame?», altro tema caldo e correlato, risponde che i videogiochi hanno effetti positivi sul cervello (dalla coordinazione mano-occhio, all’aumento della memoria operativa) e privarli di queste tecnologie sarebbe come aver impedito loro di leggere un libro ai tempi della macchina tipografica. Una scelta che «comprometterebbe il futuro dei bambini». È presto per farci un’opinione generale. Di certo, a una nuova complessità corrispondono nuovi strumenti. Seguendo magari <a href="http://antoniodini.blogspot.com/2010/10/how-to-social.html">l’esempio di Howard Rheingold</a>.</p>
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		<title>Quanto incide Google Instant sul SEO?</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Sep 2010 07:30:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Web Design]]></category>
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		<description><![CDATA[Un passo in avanti nella ricerca web o una mossa furba per ottimizzare le rendite di AdSense? Il dibattito sull'impatto delle nuove funzionalità introdotte a Mountain View è aperto. Un percorso tra i pareri più interessanti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Vogliamo che Google diventi la terza parte del vostro cervello», <a href="http://www.businessinsider.com/google-search-event-live-2010-9">dichiara</a> Sergey Brin, co-fondatore dell’azienda di Mountain View durante una conferenza stampa. Mercoledì scorso Google ha introdotto <a href="http://www.google.com/instant/">Istant</a>, una sorta di passo evolutivo di <em>Suggest</em> che, oltre a prevedere il termine di ricerca che si sta per digitare, ne mostra i risultati in tempo reale. La nuova funzione ha sollevato in questi giorni un dibattito intorno alle ipotetiche ripercussioni sulla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ottimizzazione_%28motori_di_ricerca%29">Search Engine Optimization</a> e sui servizi per la pubblicazione di annunci pubblicitari come <a href="https://www.google.com/accounts/ServiceLogin?service=adsense&amp;rm=hide&amp;fpui=3&amp;nui=15&amp;alwf=true&amp;ltmpl=adsense&amp;passive=true&amp;continue=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2Fadsense%2Fgaiaauth2%3Fhl%3Dit&amp;followup=https%3A%2F%2Fwww.google.com%2Fadsense%2Fgaiaaut">AdSense</a>.  Da una parte, Steve Rubel <a href="http://www.steverubel.com/google-instant-makes-seo-irrelevant">sostiene</a> che il lancio di Istant corrisponda in qualche modo alla morte delle strategie di ottimizzazione per i motori di ricerca: «La possibilità di ricevere feedback in tempo reale cambierà e personalizzerà le abitudini di ricerca delle persone» e, aggiunge, «nessuno vedrà più lo stesso web».  Dall’altra, invece, crescono in rete le prime obiezioni di chi, come Danny Sullivan, <a href="http://searchengineland.com/seo-is-here-to-stay-it-will-never-die-50192">afferma</a> con sicurezza: «No, Google Instant non sta uccidendo il SEO». Se è vero che Istant può velocizzare la ricerca, i risultati continueranno comunque a essere influenzati dal Seo «come è sempre stato».<span id="more-3692"></span></p>
<h5>Assetti da aggiornare</h5>
<p>In fondo, <a href="http://www.mattcutts.com/blog/thoughts-on-google-instant/">come nota</a> Matt Cutts, ogni volta che Google cambia qualcosa ci si chiede se l’ottimizzazione dei motori di ricerca sia destinata a sparire, ma «il miglior SEO si adatta e rinasce anche quando ci sono dei cambiamenti». Marissa Mayer, vice presidente di Google, <a href="http://techcrunch.com/2010/09/08/marissa-mayer-google-instant-seo-ad-sales-mobile/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+Techcrunch+%28TechCrunch%29&amp;utm_content=Google+Reader">crede</a> che il cambiamento sarà minimo: «anche se le metriche contano i clic e qualcosa può cambiare, è probabile che il numero complessivo dei clic che portano a un determinato sito rimanga costante». E intanto, proprio dal fronte pubblicità, «si mormora che gli inserzionisti non siano particolarmente entusiasti, perché vedono Istant soprattutto come una strategia di Google per guadagnare di più, come <a href="http://www.starnewsonline.com/article/20100909/ZNYT01/9093008">sembra suggerire</a> Matt Hessler, di Trada, azienda che lavora sul marketing nei motori di ricerca.</p>
<p>Sicuramente qualche assetto è destinato ad aggiornarsi. Nel blog di Google dedicato ad AdWords <a href="http://adwords.blogspot.com/2010/09/google-instant-more-innovative-approach.html">si legge</a>: «Anche se Google Istant non cambia il modo in cui le pubblicità vengono mostrate, le <em>ad </em>e i risultati di ricerca si baseranno su delle previsioni». Inoltre «è possibile che questa funzione possa aumentare o diminuire i vostri livelli complessivi di accessi». L’azienda <a href="http://adwords.google.com/support/aw/bin/answer.py?hl=en&amp;answer=187309">spiega</a> che le visualizzazioni della pubblicità vengono calcolate in tre situazioni: quando si inizia a digitare una parola chiave e si clicca ovunque sulla pagina (un risultato o anche un annuncio pubblicitario, per esempio), quando si sceglie una particolare <em>query</em> cliccando sul pulsante <em>search</em> o selezionando un suggerimento, oppure quando si smette di digitare e i risultati vengono visualizzati per un minimo di tre secondi.</p>
<h5>Come funziona</h5>
<p>Ma vediamo come funziona Google Instant. «Il dato fondamentale da cui siamo partiti è che gli utenti digitano lentamente, ma sono in grado di leggere molto più rapidamente», spiega Google. Ora con Instant gli <em>user</em> possono cambiare i risultati mentre digitano il termine di ricerca, anziché premere invio e aspettare che il sistema elabori le soluzioni. In questo modo, gli utenti possono risparmiare da due a cinque secondi per ogni ricerca e &#8211; secondo le stime di Google &#8211; se tutti usassero questa funzione si risparmierebbero 3,5 miliardi di secondi al giorno. Che si tradurrebbe in 11 ore di risparmio al secondo. In più, altro vantaggio, le previsioni dovrebbero aiutare a indirizzare la ricerca ed, eventualmente, a cambiare in corso d’opera la <em>query </em>e a perfezionarla.</p>
<p>Ma le tante ore che ogni utente risparmia potrebbero incidere negativamente sulla pubblicità? No, <a href="http://techcrunch.com/2010/09/08/google-instant-adwords/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+Techcrunch+%28TechCrunch%29">risponde</a> Frederick Vallaeys, AdSense Evangelist per Google: «Credo che agli utenti verrà insegnato come migliorare le proprie ricerche» E maggiori <em>search</em> «significa maggiori opportunità per gli inserzionisti di stabilire un contatto con gli utenti». E quindi, quando gli <em>advertiser</em> ricevono un clic, «hanno molta più probabilità di ottenere una vendita». La nuova funzione è utilizzabile anche con il dominio del nostro Paese, ma solo effettuando l’accesso ad un account Google. «C’è voluto un po’ di tempo prima che avvenisse un cambiamento degli schemi nel <em>search</em>», <a href="http://www.nytimes.com/2010/09/09/technology/techspecial/09google.html">dichiara</a> Jordan Rohan dello Stifel Nicolaus. Google Instant «ha cambiato il modo in cui le persone fanno ricerca» e difficilmente potrà essere imitato dai suoi concorrenti.</p>
<h5>Previsioni</h5>
<p>Per fare le sue previsioni, Google si basa sui dati registrati, calcolando la frequenza dei termini più cercati. Per esempio, digitando la lettera T, ci suggerisce come chiave di ricerca “trenitalia” e in <em>real time</em> anche i risultati corrispondenti. Poi, man mano che aggiungiamo delle lettere, cambiano i suggerimenti e, di conseguenza, l’esito della ricerca. Per avere un’idea di come funziona, in rete è disponibile la ricostruzione dell’alfabeto di Google (provvisorio, naturalmente), sia nella versione <a href="italiano%20http:/www.ilpost.it/2010/09/09/google-instant-completamento-automatico-alfabeto/%3Futm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+ilpost+%28Il+Post+-+HP">italiana</a> che <a href="http://blogs.wsj.com/digits/2010/09/08/the-google-alphabet/">americana</a>. Non per tutti i termini, però, è previsto un suggerimento: c’è una <em>blacklist</em> per parole e frasi che l’azienda considera offensive poiché legate alla violenza, l’odio e la pornografia. «Ci preoccupiamo molto della sicurezza dei bambini e di questo tipo di problemi, quindi dobbiamo stare molto attenti all’autocompletamento e a come funziona quando si ricevono i risultati», <a href="http://www.theregister.co.uk/2010/09/09/google_instant_blacklist/">dichiara</a> Hohanna Wright, product manager di Google. «Se stai digitando qualcosa che potrebbe non essere appropriato per certe persone, non vedrai i risultati finché non premerai <em>enter</em>». Ad ogni modo, è anche possibile disabilitare la funzione Instant dal menu impostazioni in alto a destra nell’home page<em> </em>di Google.</p>
<p>John P. Mello Jr. di PC World <a href="http://www.pcworld.com/article/205183/google_instant_pros_and_cons.html?tk=hp_new">ha stilato</a> una lista di pro e contro, raccogliendo una serie di commenti e opinioni in rete. Tra i vantaggi c’è la possibilità di risparmiare tempo e di raffinare le ricerche: «Instant aiuterà a mostrare in modo più rapido quali sono i link giusti», <a href="http://www.eweek.com/c/a/Search-Engines/How-Google-Instant-Will-Impact-SEO-639514/1/">dichiara</a> Hadley Reynolds, e dovrebbe ridurre il problema degli utenti che scorrono in maniera ripetitiva i risultati «finché non sono troppo scoraggiati per continuare». Dall’altra parte, invece, c’è chi crede che il nuovo modo di fare ricerca faccia perdere più tempo di quanto ne faccia risparmiare: «potresti finire col farti distrarre dai suggerimenti e leggere un articolo che non stavi cercando» <a href="http://www.bbc.co.uk/newsbeat/11245410">racconta</a> una ragazza alla BBC. Inoltre, altro punto a sfavore, non è accessibile dappertutto: non è ancora disponibile sui dispositivi mobili, non è collegato alla barra di ricerca nella <em>toolbars</em> e, se non si utilizza il dominio degli Stati Uniti, è necessario avere un account Google per avere accesso alla funzione.</p>
<p><a href="http://blogs.wsj.com/marketbeat/2010/09/09/google-instant-can-it-return-mojo-to-shares/">Secondo</a> il Susquehanna Investment Group «nella ricerca su dispositivi mobili, Google Instant potrebbe cambiare le regole del gioco. L’azienda pensa di lanciare la funzione per mobile nei prossimi mesi. Considerando la difficoltà di digitare sugli <em>smartphone</em>, il servizio dovrebbe semplificare la ricerca rendendo disponibili i risultati già dopo una o due lettere. Quindi, Google Instant, se lanciato sui <em>mobile phone</em>, potrebbe significativamente accelerare la crescita delle interrogazioni».</p>
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		<title>Ora Gmail è anche un telefono. Funziona?</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 07:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gabriella Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Google lancia il Voip associato all'email, puntando su un bacino già enorme e muovendosi minacciosamente verso il territorio di Skype. Buona qualità, buone intuizioni, ma qualche limite non del tutto trascurabile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno Gmail, la posta elettronica di Google, è anche telefono. Il <a href="http://googleblog.blogspot.com/2010/08/call-phones-from-gmail.html">nuovo servizio</a> permette di effettuare chiamate verso qualsiasi dispositivo (fissi, cellulari e anche instant messenger Gtalk) direttamente dalla propria casella di posta e utilizzando soltanto browser, senza altri programmi dedicati. Sull&#8217;onda della novità, gli utenti si sono scatenati: sono state <a href="http://twitter.com/google/status/22199802288">più di un milione</a> le chiamate effettuate nelle prime 24 ore soltanto negli Stati Uniti. Selezionando l’inglese come lingua della casella di posta, <a href="http://gadgetwise.blogs.nytimes.com/2010/08/30/does-googles-free-phone-service-work-in-other-countries/">spiega</a> il portavoce di Google Randall Sarafa, «è possibile accedere alle chiamate anche in qualche altro Paese». Ed è il caso dell’Italia.<span id="more-3560"></span></p>
<h5>Come funziona</h5>
<p>Una volta installato il <a href="http://www.google.com/chat/video">plugin per chat e video</a>, <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187615">per telefonare</a> basta selezionare la voce <em>Call phone</em> che compare in cima alla finestra di chat: a quel punto appare una piccola tastiera telefonica per inserire il numero oppure per cercare il contatto. In più, è anche possibile <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187933"> consultare lo storico</a> delle chiamate, sia in entrata che in uscita, e <a href="http://www.google.com/support/chat/bin/answer.py?answer=187923">aggiungere credito</a> tramite Google Checkout.  Le chiamate negli Stati Uniti e in Canada sono completamente gratuite e lo saranno fino alla fine dell’anno. Per le chiamate internazionali sono comunque previsti <a href="https://www.google.com/voice/rates">prezzi bassi</a>: per esempio, telefonare in Italia su rete fissa, ma anche in Inghilterra, Francia, Cina, Germania e Giappone, costa 0,02 dollari al minuto. In Italia le tariffe sono leggermente più convenienti di quelle di Skype, il più famoso tra i programmi che utilizzano il protocollo internet per telefonare. Inoltre, per poter anche ricevere le chiamate, è necessario attivare un account <a href="https://www.google.com/voice/help/setupUnavailable?gsessionid=fGOZ60ixuJEZKkRWCLRROQ">Google Voice</a>, un servizio lanciato nel marzo 2009 e disponibile solo negli Stati Uniti. Agli utenti registrati viene fornito (gratuitamente) un numero di telefono per chiamare sia da computer che da telefono, oltre all’accesso ad una serie di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Google_Voice#Features">altre funzioni</a>.</p>
<p>Da quando Google ha annunciato l’integrazione di Gmail con il <em>voice</em>, in rete ci si chiede quanto questa nuova funzione possa influenzare l’uso di Skype da parte degli utenti. <a href="http://www.pcworld.com/article/204379/google_voice_5_truths_behind_the_hype.html">Secondo</a> Charles Golvin, di Forrester Research, «l’impatto su Skype non interesserà il suo utilizzo, ma potrebbe riguardare quel sottoinsieme di persone che usano SkypeOut», un servizio a pagamento che consente di telefonare dal computer a telefoni fissi. Oltretutto il pioniere del VoIP, conta oltre 560 milioni di utenti registrati che gestiscono chiamate da un computer all’altro o da un computer verso altri telefoni. Riuscirà Skype a mantenere il suo primato e a reggere la competizione? Lo vedremo solo col tempo.</p>
<h5>Pro e contro</h5>
<p>Intanto, aumentano le discussioni e si registrano i pareri di chi ha provato la nuova funzione di Gmail. Come Paul Boutin che, in un articolo del New York Times, ne analizza alcuni limiti. Innanzitutto, a differenza di Skype, il servizio non funziona dai cellulari: è possibile chiamare un numero di rete mobile, ma le telefonate sono effettuabili solo dal computer. E questo è un (grande) punto a sfavore dell’azienda di Mountain View, poiché, continua l’autore, molti possessori di iPhone preferiscono utilizzare Skype. In più, il sistema di chiamate non permette di chiamare il 911, né i numeri speciali. Senza un numero Google Voice non si possono ricevere chiamate e, come dicevamo, per far funzionare il servizio bisogna installare un add-on. Ma c’è una funzione, spiega Boutin, che lo distingue: il trasferimento di chiamata da Gmail a un altro telefono senza interruzione. «Ciò significa che, se devi metterti in viaggio, puoi iniziare una chiamata dal tuo computer e continuarla sul tuo cellulare. Puoi trasferire una telefonata di lavoro alla sala conferenza più vicina per un incontro sul posto in vivavoce con i colleghi».</p>
<p>Anche Mitch Wagner su ComputerWorld <a href="http://blogs.computerworld.com/16845/gmail_voice">ne descrive</a> pregi e difetti. Da una parte, la qualità del suono è ottima (come del resto su Skype) e il servizio è conveniente e semplice da utilizzare. Dall’altra, però, per poter accedere alla funzione è necessario possedere un account Gmail, anche se si è interessati soltanto alla <em>voice</em> chat. Skype, invece, offre video, <em>voice</em>, chat testuale. E nient’altro. Funzionando tramite browser, può capitare che le finestre vengano chiuse accidentalmente, perdendo così la chiamata. Altro limite: il servizio non è ancora disponibile a livello internazionale. «Sto utilizzando Skype come principale <em>desktop phone </em>insieme a Google Voice. Il servizio di Gmail sarà un utile sostituto per le occasioni in cui altre opzioni telefoniche non sono disponibili o non sono convenienti».</p>
<h5>Evolutivo, non rivoluzionario</h5>
<p><a href="http://www.telegraph.co.uk/technology/google/7968595/Google-Gmail-calls-calling-time-on-the-telephone.html">Secondo</a> Robin Murdoch, di Accenture, il passo di Google è «evolutivo più  che rivoluzionario». In sostanza, Big G ha integrato il servizio <em>voice</em> (già esistente) con Gmail. Ma la potenzialità e il valore aggiunto del gigante dei motori di ricerca risiede nella aver unito in un unico sistema diversi modi per poter comunicare. «Gli utenti stanno perdendo progressivamente il senso di dove stanno facendo qualcosa attraverso il browser o mediante un’applicazione dedicata o un programma», continua Murdoch. «Diventerà sempre più difficile distinguere dove finisce il browser e dove inizia l’applicazione».</p>
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