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	<title>Apogeonline &#187; Bernardo Parrella</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>L&#8217;etica di WikiLeaks nuoce ai citizen media?</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/01/24/letica-di-wikileaks-nuoce-ai-citizen-media</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 07:30:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il paradosso di un fenomeno percepito come frontiera del web, pur sposando relativamente poco la logica di partecipazione e condivisione della rete abitata dalle persone]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rudolf Elmer, ex manager della banca svizzera Julius Baer, è stato <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=135293&amp;sez=HOME_NELMONDO">riconosciuto colpevole</a> di violazione del segreto bancario. È stato condannato a pagare le spese processuali (7.200 franchi svizzeri, 5.600 euro) con la condizionale, scampando la galera. Passate un paio d&#8217;ore, <a href="http://www.grr.rai.it/dl/grr/notizie/ContentItem-cc365760-3194-4b30-bd07-007df5353596.html">viene però nuovamente arrestato</a>. L&#8217;accusa? Qualche mese addietro aveva passato a WikiLeaks informazioni riservate sull&#8217;istituto di gestione patrimoniale e i suoi clienti. Bissando pochi giorni fa con la consegna a Julian Assange di altri due dischetti contenenti dati su 2.000 fra i principali clienti della banca. Un doppio arresto per &#8220;rivelazioni&#8221; largamente preannunciate dai <a href="http://www.repubblica.it/esteri/2011/01/16/news/wikileaks_conti-offshore-11298345/index.html?ref=search">titoli dei giornali</a> sull&#8217;arrivo della lista dei conti offshore dei Vip consegnate da un ex banchiere ad Assange.<span id="more-4710"></span></p>
<h5>Etica hacker</h5>
<p>Grazie all&#8217;ennesimo <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Whistleblower">whistleblower</a> e a WikiLeaks stavolta verremo a sapere i nomi di «alcune migliaia di multimilionari potenzialmente grandi evasori, tra cui una quarantina di politici». A conferma della <em>mission</em> di Julian Assange e soci: la pubblicazione diffusa di documentazione riservata allo scopo ultimo di imporre la <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikileaks">massima trasparenza delle istituzioni</a>, quale «garanzia di giustizia, di etica e di una più forte democrazia». Fiumi di inchiostro e di bit sono stati versati in queste settimane intorno a questa vicenda, sia a favore sia contro (assai utile l&#8217;ampia raccolta di <a href="http://www.theatlantic.com/technology/archive/2010/12/how-to-think-about-wikileaks/67689/1/">The Atlantic</a>, in inglese). Non sono mancate la retorica e l&#8217;enfasi, in particolare sulle testate tradizionali, sempre in cerca di un mostro o di un eroe da sbattere in prima pagina. Mentre online sono riemerse le cyber-utopie della salvezza che nei primi anni della rete, inizio anni ’90, accomunavano una <a href="http://www.theatlantic.com/technology/archive/2010/12/the-hazards-of-nerd-supremacy-the-case-of-wikileaks/68217/2/">ristretta elite di addetti ai lavori</a> convinti che Internet potesse <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/A_Declaration_of_the_Independence_of_Cyberspace">cambiare il mondo</a> e che loro stessi avrebbero dovuto fungere da avanguardia incaricata di indicare la via. È lo stesso ambito in cui affonda le radici anche la cosiddetta <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Etica_hacker">etica hacker</a>, che fa da propellente alla battaglia per la trasparenza totale portata avanti oggi da WikiLeaks.</p>
<p>Vale comunque la pena di riflettere in questa sede sull&#8217;onda lunga del rapporto tra il ruolo dei citizen media e l&#8217;etica di WikiLeaks. L&#8217;<a href="http://networkcultures.org/wpmu/geert/2010/08/30/ten-theses-on-wikileaks/">estrema spettacolarizzazione</a> messa in atto è diretta a catturare in primis l&#8217;attenzione del mondo occidentale, ben oltre il contenuto e il senso stesso del materiale divulgato. Assai più sfumate le reazioni online <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/12/americhe-analisi-reazioni-e-interrogativi-sui-cablogrammi-diffusi-da-wikileaks/">in Sud America</a>, ad esempio. E anche quando i cittadini danno vita a <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/arrivano-wikileaks-thaileaks-indoleaks-pinoyleaks-nei-paesi-del-sud-est-asiatico/">cloni di WikiLeaks</a>, come accaduto in Indonesia, Tailandia e Filippine, ci si appella alla società civile per la ricerca di informazioni riservate o si fondano organizzazioni non-profit che lavorano apertamente con i blogger. Nell&#8217;area del Maghreb le reazioni sono apparse <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/12/wikileaks-e-marocco-tra-corruzione-a-corte-ed-equilibrate-reazioni-dei-cittadini/">accorte ed equilibrate</a>, rispetto alle prove di corruzioni governative già note a tutti. E lo scorso agosto, in occasione delle prime rivelazioni sulla guerra in Afghanistan, <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/08/wikileaks-per-gli-afgani-tutto-questo-scalpore-non-ha-alcun-senso/">anche i blogger locali</a> erano rimasti calmi, soprattutto perché lì quelle informazioni riservate non sembravano tali.</p>
<h5>Attenzione</h5>
<p>Inoltre, la pratica attuata è tipicamente verticale e consona ai canali mediatici tradizionali, giocoforza travasata (e finanche imposta) al fluire della conversazione online dove vigono invece consuetudini orizzontali, partecipative. Non a caso su blog, Twitter e Facebook la saga WikiLeaks ha prodotto toni e sfumature di ogni fattura, creando ancor più rumore del solito, forzando di fatto le discussioni e rifocalizzando l&#8217;attenzione di molti cyber-cittadini. Un contesto in cui di fatto è tornata a restringersi la &#8220;voce dei senza voce&#8221;, già penalizzata nei canali tradizionali e che va trovando forza quasi soltanto sull&#8217;onda dei citizen media.</p>
<p>Quando l&#8217;attenzione diventa uno dei beni primari (se non il primo in assoluto) del mondo dell&#8217;informazione odierna, un simile battage mediatico relega ancor più nell&#8217;angolino, tanto per dirne una, i tweet rilanciati via cellulare da qualche villaggio del Congo sui <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Blood_Diamond_-_Diamanti_di_sangue">diamanti insanguinati</a> o i video autoprodotti che documentano <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2010/02/congo-elettrodomestici-smartphone-e-computer-alimentano-il-conflitto-bellico/">l&#8217;estrazione del coltan</a> che foraggiano le guerre dimenticate. E chi si darà la briga di leggere le traduzioni non perfette (perché magari da testi o voci originali in dialetti locali) di post sui nativi brasiliani che apprendono l&#8217;uso dei social media per amplificare <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/brasile-le-comunita-indigene-si-confrontano-e-rilanciano-sulluso-di-internet/">le loro battaglie sociali e ambientali</a>? Perfino nei reportage di questi giorni sulle rivolte tunisine non mancano i <a href="http://it.globalvoicesonline.org/2011/01/tunisia-congratulazioni-e-rilanci-dal-mondo-arabo/">riferimenti a certi cablogrammi</a> di WikiLeaks, come a rendere più qualificanti le proteste, più degne di attenzione. Quando invece meglio sarebbe sottolineare il <a href="http://daily.wired.it/blog/open_voices/tunisia-quando-i-social-media-fanno-la-differenza-1.html">successo dei social media</a> e dei materiali digitali prodotti da semplici cittadini sul campo come <a href="http://daily.wired.it/blog/open_voices/oltre-wikileaks-i-netizen-informano-e-rilanciano.html">efficaci strumenti</a> di trasparenza e democrazia (evitando però le esagerazioni di analoghi casi in cui si era addirittura parlato di <a href="http://neteffect.foreignpolicy.com/posts/2009/04/07/moldovas_twitter_revolution">Twitter Revolution</a>).</p>
<h5>Wiki?</h5>
<p>Altro possibile danno collaterale per la condivisione online innescato dalle mosse di Julian Assange è l&#8217;equivoco sul termine (e ancor più sulla pratica) del <em>wiki</em>: solo all&#8217;epoca del lancio nel 2006 <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Wikileaks">WikiLeaks</a> ha brevemente prodotto contenuti modificabili dagli utenti (tipo Wikipedia), per poi spostarsi sul modello editoriale tradizionale chiuso a commenti o editing esterni. E concentrandosi sempre più sulle rivelazioni di gole profonde di alto livello. Come ha ribadito Jimmy Wales di Wikipedia in una <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-12171977">recente intervista a BBC News</a>: «Il loro lavoro non ha nulla a che fare con la stesura collaborativa di contenuti, cioè la base stessa di Wikipedia. Però molta gente confonde ancora le due entità, incluso il personale di sicurezza negli aeroporti».</p>
<p>Mirando a «fare la guerra alle superpotenze» e a rivangare obsolete <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Teorie_cospirative">teorie cospirative</a>, WikiLeaks si pone insomma come una sorta di avanguardia interessata soprattutto ai riflettori mediatici, nel bene e nel male. Rischiando così di creare inutili scontri ideologici nello stesso fluire digitale e di provocare un effetto boomerang proprio ai danni di quei netizen che meglio sanno come perseguire ritmi e obiettivi locali. Nell&#8217;odierno villaggio globale &#8211; condiviso, partecipato, orizzontale &#8211; ha poco senso incensare cyber-elite che svelano al mondo segreti di Stato o i conti offshore dei Vip, veri o presunti che siano. Né conviene a nessuno fare di Assange un <a href="http://daily.wired.it/news/cultura/assange-persona-decennio.html">eroe dell&#8217;etica hacker</a>, per tenerlo invece a più modesto e concreto esempio di trasparenza e attivismo per la vita di tutti i giorni. Quel che conta è tirarsi su le maniche per allargare l&#8217;area della partecipazione, passo dopo passo, online e offline.</p>
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		<title>Nel Sud del mondo rinasce l&#8217;infodiversità</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/12/23/nel-sud-del-mondo-rinasce-linfodiversita</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 07:45:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il citizen journalism intacca il latifondo mediatico nelle democrazie occidentali e fa emergere la vivacità dei paesi all'ombra dei mainstream media. Intervista a Gennaro Carotenuto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il giornalismo partecipativo nelle sue varie incarnazioni è una delle pratiche simbolo del nuovo modo di fare informazione nell&#8217;era delle tecnologie mobili e digitali. Un trend che acquisterà sempre più centralità nel futuro di redazioni e cittadini, in modo particolarmente marcato nel mondo non occidentale. Nella nebulosa informativa odierna, i grandi gruppi editoriali restano tali pur se scricchiolanti, ma la speranza corre via internet, dove milioni di liberi cittadini rilanciano e commentano fatti (o almeno provano a farlo) e dove libertà di stampa vuol dire biodiversità informativa. Di questo abbiamo parlato con Gennaro Carotenuto, autore del recente volume <a href="http://www.gennarocarotenuto.it/giornalismo-partecipativo-storia-critica-del-giornalismo-al-tempo-di-internet-arriva-il-libro/">Giornalismo partecipativo: Storia critica dell’informazione al tempo di Internet</a> (Nuovi Mondi) e docente di Storia del giornalismo e dei nuovi media all’Università di Macerata.<span id="more-1715"></span></p>
<p><strong>Gennaro, come nasce questo saggio?</strong></p>
<p>Il libro è nato da quasi 18 anni di vita in Internet, dal confronto con migliaia di persone incontrate studiando internet e la sua storia, facendo informazione in Rete dal 1992 a oggi, soprattutto attraverso il mio <a href="http://www.gennarocarotenuto.it">sito personale</a>. Nonostante l&#8217;importanza della florida letteratura scientifica sul tema è stato il confronto, il dialogo proprio della nebulosa informativa a essere la chiave di volta. Inoltre la mia esperienza come docente universitario, l&#8217;organizzazione del primo master in Italia in giornalismo partecipativo, la costruzione di una radio universitaria sono stati altrettanto importanti.</p>
<p><strong>Nella presentazione insisiti sull&#8217;esistenza del &#8220;latifondo mediatico&#8221; e sulla necessità della &#8220;biodiversità informativa&#8221;: che cosa intendi di preciso?</strong></p>
<p>Il latifondo mediatico è sempre esistito, ma dalla tivù commerciale in avanti &#8211; come rivela il classico <em>La fabbrica del consenso</em> di Chomsky. La concentrazione editoriale, l&#8217;ammettere solo poche voci a parlare, tutte interne a quello che il gallego Ignacio Ramonet, direttore di <em>Le Monde Diplomatique</em>, ha definito «pensiero unico», sono state la cifra del mondo dell&#8217;informazione negli ultimi decenni anche nelle democrazie liberali. La libertà di espressione si è trasformata in libertà di omologazione e soprattutto di concentrazione, distruggendo le realtà medio-piccole. In Italia i primi sei giornali vendono la metà di tutte le copie e la più piccola delle tv nazionali, Rai3, costa 300 milioni di euro l&#8217;anno. Tutto ciò ha però prodotto anche la crisi etica ed economica dei media mainstream, mentre i giornali cartacei sembrano alla fine del loro ciclo vitale e allo stesso tempo stanno sprecando l&#8217;opportunità offerta dalla Rete. In tal senso la cosiddetta &#8220;coda della cometa&#8221; &#8211; centinaia di migliaia di media partecipativi, né buoni né cattivi per definizione, ma sì sfuggenti all&#8217;ottica concentrazionaria del &#8220;pensiero unico&#8221; &#8211; rappresenta una possibile speranza.</p>
<p><strong>Proprio nel senso della speranza, quali sono a tuo parere gli esperimenti di giornalismo partecipativo meglio riusciti nel mondo occidentale?</strong></p>
<p>Uno degli esempi che faccio nel libro è la trasformazione della ragione sociale dell&#8217;associazionismo. Molte associazioni dall&#8217;occuparsi del tema X sono passate a utilizzare gli strumenti della rete, semplici Cms, per fare informazione sul tema X. Potrei fare molti esempi ma mi piace ricordare Libera di Don Luigi Ciotti che gemma <a href="http://www.liberainformazione.org/">Liberainformazione</a>.</p>
<p><strong>Eppure è innegabile che il citizen journalism appare più vivo e fruttuoso nei Paesi in via di sviluppo (Medio-oriente, Sudamerica, Africa), in aree e su temi del mondo spesso dimenticate dai Big Media: come vedi quest&#8217;ambito?</strong></p>
<p>Senza internet difficilmente un luogo periferico come il Chiapas, con una popolazione di appena quattro milioni e mezzo di abitanti perlopiù analfabeti e completamente isolati, si sarebbe trasformato in un esempio globale già nella prima metà degli anni &#8217;90. Nonostante qualcuno abbia sopravvalutato l&#8217;universalità del messaggio zapatista, già da allora gli ultimi della terra dimostravano, usando la rete, che Francis Fukuyama aveva avuto torto a parlare di «fine della storia», ma soprattutto che un&#8217;altra informazione era possibile. In California oggi si studiano i servizi di informazione via cellulare diretti agli immigrati indocumentati messicani per evitare le retate e le conseguenti deportazioni. Spero che qualcosa di simile possa esistere anche da noi.</p>
<p>I &#8220;media personali di comunicazione di massa&#8221; (preferisco chiamarli così rispetto alla «autocomunicazione di massa» del pur sempre illuminante Manuel Castells) sono già stati protagonisti di movimenti popolari dalla Thailandia all&#8217;Egitto, dall&#8217;Ecuador alla Spagna. Proprio il caso spagnolo, quello dell&#8217;11-14 marzo 2004, che ribaltò il risultato delle politiche dopo le bombe di Al Qaeda e le menzogne orchestrate da governo e media (caso ben dettagliato nel libro) testimonia che i media personali di comunicazione di massa vengano usati ancora in maniera estemporanea, carsica. Ma&#8230; <em>ce n&#8217;est qu&#8217;un début, continuons le combat. </em></p>
<p><strong>E dunque che cosa ti aspetti nel prossimo futuro?</strong></p>
<p>Dal Chiapas ai migranti, dalla comunità sudanese al Cairo alle radio comunitarie venezuelane molti studi oggi affermano che il divario digitale tra Nord e Sud del mondo si sta riducendo fortemente. Secondo il rapporto ITU del 2007 nei 10 anni tra il 1997 e il 2007 il divario digitale tra i Paesi Ocse e quelli in via di sviluppo si è costantemente ridotto passando da 80 a 1 a 6 a 1, nonostante strumenti fondamentali come la banda larga siano tuttora prerogativa del Nord del mondo. La mia esperienza, maturata in costanti giri per il Continente ribelle e grazie alla partecipazione a incontri mondiali sull&#8217;informazione da Porto Alegre a Cochabamba a Caracas all&#8217;Avana a Belem a Buenos Aires, mi testimonia la vitalità del Sud nell&#8217;abbattere dogmi e paradigmi. Non mancano certo esempi in quest&#8217;ambito, da progetti come <a href="http://globalvoicesonline.org/">Global Voices Online</a> a <a href="http://www.telesurtv.net/">Telesur</a>, la prima televisione pubblica multistatale, che fa sì che oggi il nord del mondo, che nel mainstream è dominante fino a occupare tutto lo spettro informativo e imporre finanche l&#8217;immaginario collettivo, nel mondo dell&#8217;informazione partecipativa deve spesso guardare. Ripeto: <em>ce n&#8217;est qu&#8217;un début, continuons le combat.</em></p>
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		<title>Crescono le sinergie tra socialità e rete</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Nov 2009 08:42:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Digital Youth Project]]></category>
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		<description><![CDATA[Uno studio del Pew Internet and American Life Project ribalta il luogo comune del navigatore isolato e solitario: maggiore coinvolgimento della media in luoghi pubblici e attività sociali]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;utilizzo diffuso di internet e delle nuove tecnologie di comunicazione non riduce affatto il livello di partecipazione degli utenti all&#8217;interno delle comunità locali, ma ne lega anzi le attività. E spesso chi viaggia sul web, i blogger e gli utenti di telefoni cellulari, sono coinvolti in attività di volontariato e di aiuto sociale. Questo, in estrema sintesi, il succo della più recente indagine condotta sul territorio statunitense dal <a href="http://www.pewinternet.org">Pew Internet and American Life Project</a>, intitolata <em>Social Isolation and New Technology. How the Internet and mobile phones impact Americans&#8217; social network</em>.<span id="more-1264"></span></p>
<p>La ricerca è basata su interviste telefoniche condotte con 2.512 adulti nel periodo luglio-agosto 2008. Emerge, fra l&#8217;altro, che «le attività sui social network sono legate a una serie di benefiche attività sociali, comprese le reti di confronto che comprendono generalmente persone provenienti da differenti background sociali». L&#8217;uso di internet «non isola la gente dai luoghi pubblici. Semmai, è associato a un maggior coinvolgimento in luoghi come i parchi, i bar e i ristoranti, ovvero in quei luoghi dove le persone hanno maggiori probabilità di incontrare un&#8217;ampia gamma di individui con punti di vista diversi».</p>
<p>Lo <a href="http://www.pewinternet.org/Reports/2009/18--Social-Isolation-and-New-Technology.aspx">studio</a> del Pew Internet and American Life Project è quindi in linea con quanto va emergendo da altre recenti indagini e contrasto con le prime ricerche, sostanzialmente viziate da una scarsa compresione della socialità online, dalle quali emergeva che dal 1985 la tecnologia aveva reso gli statunitensi più isolati e più poveri di contatti sociali. Oltre alle conferme della comune quotidianità, crescono insomma anche i dati scientifici secondo cui le nuove tecnologie online vengono utilizzate principalmente dagli utenti per rimanere in contatto soprattutto con la propria rete sociale in senso lato, e quando si raggiungono persone sconosciute o che vivono lontano ciò comporta una variegata gamma di opinioni.</p>
<p>Tra i dati specifici, si nota come in media la gamma di persone con cui si interagisce normalmente è il 12% più ampia in quanti usano la telefonia mobile, il 15% più vasta per chi usa anche poco internet e il 9% più grande tra chi condivide foto online e ricorre all&#8217;instant messaging. E pur se i contatti faccia a faccia sono ancora cruciali per la famiglia e gli amici stretti, i cellulari vanno eclissando i telefoni fissi in fatto di simili conversazioni personali. Secondo Keith Hampton, uno dei ricercatori, tali risultanze «fanno parte di un trend storico negli Stati Uniti: lo stesso è successo con l&#8217;introduzione del telefono, quando improvvisamente le persone hanno compreso di poter avere immediato accesso a validi rapporti sociali oltre quelli con il vicino di casa».</p>
<p><a href="http://www.cnn.com/2009/TECH/11/02/kids.social.networks/index.html">Tendenza confermata</a> finanche tra giovani e giovanissimi: un sondaggio realizzato nel 2006 sempre dal Pew Internet evidenziava come, a fronte del 38% degli interpellati tra i 12 e i 14 anni che avevano un qualche tipo di profilo personale online (percentuale ovviamente cresciuta oggi), il 61% spiegava di usare i siti di social network per inviare messaggi e dialogare con gli amici, e il 42% lo faceva ogni giorno.</p>
<p>D&#8217;altronde quasi 15 anni fa <a href="http://www.apogeonline.com/libri/88-503-2233-X/scheda">Sherry Turkle</a> ci anticipava le positive istanze delle nuove tecnologie e degli ambienti interattivi, senza nasconderne ovviamente rischi e problemi, nello storico volume <em>La vita sullo schermo</em>, tuttora ristampato. E pur non volendo andare così lontano, giusto un anno fa il <em>Digital Youth Project</em> metteva a fuoco le <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/11/26/19/200811261901">potenzialità sociali, umane e didattiche</a> del rapporto tra media digitali e giovani. Uno studio in cui si stabiliva come gli adolescenti continuassero a sviluppare online importanti competenze sociali e tecniche, grazie a un uso della Rete spesso finalizzato a intensificare rapporti quotidiani con persone che già conoscono. «Cellulari, messaggistica istantanea e siti di social network contribuiscono ad approfondire le relazioni con amici e compagni di scuola, aprendosi al contempo in un inedito ma stimolante spazio pubblico di rete», <a href="http://digitalyouth.ischool.berkeley.edu/report">spiegava l&#8217;indagine</a> dopo aver seguito 800 giovani e giovani adulti intervistati tramite un team di 28 ricercatori in sparsi nel Paese e coordinati dalla University of Southern California a Irvine e dalla University of California a Berkeley.</p>
<p>Certo, nessuna campionatura dei miliardi di persone che oggi usano le nuove tecnologie può esser presa per oro colato. Ma è evidente come i dati della ricerca Social Isolation and New Technology siano in sintonia con il trend in atto un po&#8217; ovunque. Non a caso l&#8217;indagine ha ricevuto <a href="http://news.google.com/news/search?aq=f&amp;pz=1&amp;cf=all&amp;ned=us&amp;hl=en&amp;q=Social+Isolation+and+New+Technology">vasta attenzione sulle testate internazionali</a> ben oltre l&#8217;ambito online. Tra queste, la conclusione di un <a href="http://timesofindia.indiatimes.com/home/opinion/edit-page/Net-Result-Friends/articleshow/5209236.cms">articolo su The Times of India</a> offre un quadro azzeccato e colorito: «Internet ha rivoluzionato la condivisione di conoscenza e democratizzato l&#8217;accesso all&#8217;informazione a un livello senza precedenti nella storia umana. Certo, come per ogni tecnologia, non mancano dei lati negativi. E le pressioni della vita moderna sono senza dubbio numerose e variate. Ma una cosa che internet non ha ottenuto è stato far rimanere la gente in pigiama e farli diventare dei moderni reclusi, come neppure ci erano riuscite le tecnologie del passato».</p>
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		<title>«La trasparenza è la nuova obiettività»</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Oct 2009 08:43:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dietro a un titolo a nove colonne c'è un processo editoriale che il più delle volte non si sa e non si può conoscere. L'apertura di questo processo è un passaggio chiave nell'evoluzione dei modi di fare informazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra i mille rivoli che oggi danno forma alle varietà di giornalismi possibili, «occorre rivelare ben più che il prodotto finito», <a href="http://bit.ly/hVXys">scrive  David Cohn</a>, co-fondatore di <a href="http://www.spot.us/">Spot.us</a>, esperimento di giornalismo collaborativo nella Bay Area di San Francisco. E paragonando il giornalismo agli scacchi, aggiunge, «se il contenuto è re e la collaborazione regina, la trasparenza è la scacchiera stessa». Una pratica resa ancor più inevitabile (imposta?) dall’intreccio continuo tra media tradizionali e digitali a cui pur volendo è impossibile sfuggire.<span id="more-992"></span></p>
<p>Dal raffinamento della notizia grezza alla  ricerca e verifica delle fonti, dalla stesura del pezzo (o altri supporti) alla sua continua revisione, un tale processo si rivela spesso tortuoso e complesso. Per non parlare delle email avanti e indietro, o delle loro angosciosa assenza, del setacciar via il rumore che infesta troppi spazi online, delle piste suggerite casualmente dai social media rivelatesi poi enormi perdite di tempo, e via di seguito nel turbinio della Rete. Ah, poi ci sono gli inevitabili impicci tecnici, visto che oggi giornalismo significa anche saper addomesticare piattaforme e strumenti elettronici, o quantomeno litigare con il webmastro o l’administrator di turno. E quand’anche si operi solo online o neppure strettamente nel contesto del giornalismo investigativo, capita comunque che si debba scendere in strada, seguire eventi e magari “postare” dal vivo, fare telefonate in giro e quant’altro a stretto contatto con la comune quotidianità. Ci si sporca eccome, a fare informazione e condividere conoscenza, finanche nell’era di Internet.</p>
<p>Eppure tutto ciò &#8211; che nelle redazioni sia online sia tradizionali di una certa portata è solo la punta dell’iceberg di un’attività caotica e frenetica, un giorno dopo l’altro &#8211; non viene mai lontanamente rivelato o immaginato dal grande (o piccolo) pubblico, ormai abituato a sorbirsi copertine luccicanti e titoloni spiccioli a scatola chiusa. Si preferisce il prodotto ben finito e impacchettato. Arraffato al volo, come una lattina di fagioli ribolliti al supermercato, senza leggerne gli ingredienti e verificarne l’effettivo valore nutritivo. E che dire della conversazione diffusa innescata poi dalla Rete? Gli strascichi di commenti e suggerimenti dei lettori a cui ogni giornalista degno di questo nome è chiamato a replicare. O le modalità con cui il pezzo viene ripreso e contestualizzato negli anfratti della blogosfera, con possibilità di ulteriori aggiustamenti diretti (risa o imprecazioni incluse).</p>
<p>Né vanno dimenticati gli annessi e connessi legati al processo del freelancing, pratica da sempre assai diffusa nel giornalismo anglosassone e ora in ascesa anche in Italia sull’onda dei tagli occupazionali e la spinta di Internet. Ce lo rammenta ancora David Cohn: «Oggi le comunicazioni tra editor e aspirante autore che includono la proposta di un articolo, le relative contro-proposte e gli aggiustamenti, i tempi di consegna e la stesura finale, sono assai più rapide ma avvengono comunque in una relazione uno-a-uno. Il pubblico non è mai cosciente di queste fasi. Né vede l’attesa angosciosa delle risposte, delle correzioni o dell’assegno finale».</p>
<p>Già, altro capitolo delicato rimane quello delle questioni finanziarie, del reperimento e della ripartizione del budget che oramai interessa ogni sorta di <em>publishing venue</em>. In tal senso, lo stesso Spot.us sta provando a buttar giù un’altra barriera: sono i contributi (generalmente piccoli) dei singoli cittadini a finanziare specifici articoli o inchieste, con monitoraggio e intervento pubblico di ogni ulteriore passaggio editoriale e finanziario dell’operazione. In breve, quel che viene definito <a href="http://spot.us/news_items">community-funding reporting</a>.</p>
<p>Al tutto va poi aggiunta una riflessione di ordine più generale, sintetizzata recentemente da <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/David_Weinberger">David Weinberger</a>: «La trasparenza è la nuova obiettività; nell’odierna ecologia della conoscenza va rimpiazzando parte del vecchio ruolo svolto dall’obiettività». Secondo il noto autore e osservatore della Rete, quel che una volta prendevamo a scatola chiusa come obiettività per l’autorevolezza e il curriculum di un autore, oggi viene messa alla prova dalla citazione di fonti e riferimenti, dalle revisioni dell’opera, dai commenti altrui – elementi che tutti noi possiamo, anzi siamo chiamati a, verificare direttamente e in tempo reale. La trasparenza prospera e si moltiplica in un medium (Internet) fatto di correlazioni continue, laddove invece nel cartaceo o in radio-Tv era l’oggettività pre-confezionata a farla da padrone. «All’estremo limite della conoscenza — nell’analisi e nella contestualizzazione che oggi i giornalisti ci dicono essere il loro valore concreto — noi vogliamo, necessitiamo, possiamo avere e pretendiamo trasparenza», <a href="http://www.hyperorg.com/blogger/2009/07/19/transparency-is-the-new-objectivity/">conclude David Weinberger</a>.</p>
<p>Non trattandosi di tematiche nuove per chi segue questo spazio, qualcuno saprà sicuramente suggerire altre istanze di trasparenza giornalistica (basta usare lo spazio sottostante dei commenti, grazie!). Come pure vanno citate valide obiezioni alla sua attuazione assoluta all&#8217;interno della deontologia odierna: l’energia e il tempo per occuparsene in un mestiere spesso frenetico, le noiose fasi di editing, riscrittura, verifica di un pezzo/media che pare inutile dettagliare al pubblico. Scenari spesso complicati anziché facilitati dall’ubiquità della Rete, come evidenziato sopra. Ma resta il fatto che il giornalismo è un processo e non un prodotto, un verbo e non un sostantivo. E nell’era della partecipazione diffusa anche il mestiere “sporco” del giornalista non può non farsi sempre più visibile, verificabile, trasparente. Pena l’ulteriore distacco dalla gente, e dal loro portafoglio.</p>
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		<title>Paure e speranze nel futuro delle news</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 09:13:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fallimenti, perdite millionarie, licenziamenti e chiusure: la stampa americana vive un momento drammatico, possibile preludio a un profondo rinnovamento sul web. Spunti dal rapporto annuale sullo stato dei news media e dalle proposte di Clay Shirky e Steven Johnson]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sull&#8217;onda di una super-crisi economica stavolta originata dall&#8217;interno, sembra procedere inarrestabile anche la caduta della stampa statunitense. Dal 1 gennaio 2008 si sono avuti circa 15.000 licenziamenti nelle redazioni, con ampia flessione di vendite, pubblicità e valori borsistici. Oltre alla <a href="http://news.google.com/news?hl=en&amp;ned=us&amp;q=tribune+co.&amp;btnG=Search+News">dichiarazione di bancarotta per Tribune Co.</a>, che vanta testate quali Chicago Tribune, Los Angeles Times, Baltimore Sun, c&#8217;è il New York Times che ipoteca la propria sede, il palazzo realizzato da Renzo Piano a due passi da Times Square acquistato appena lo scorso anno, per rastrellare 225 milioni e far fronte a una parte dei propri debiti. Né se la passano meglio i quotidiani minori, con <a href="http://www.google.com/hostednews/afp/article/ALeqM5iEpRuIdvKFqStgE9OPbUYDedBdFA">il Miami Herald tuttora in cerca di acquirenti</a> e il San Francisco Chronicle <a href="http://www.cnn.com/2009/US/02/27/rocky.mountain/index.html?iref=mpstoryview">in rosso per 50 milioni di dollari</a> nel 2008, con rischio concreto di una prossima messa all’asta. Un paio di settimane fa, infine, hanno chiuso definitivamente battenti due testate locali in Pennsylvania e soprattutto <a href="http://www.lsdi.it/2009/03/06/il-canto-del-cigno-della-stampa-usa/">l&#8217;indipendente Rocky Mountain News</a>, quotidiano di Denver con quasi 150 anni e quattro premi Pulitzer alle spalle.<span id="more-500"></span></p>
<p>Tendenza confermata dal fresco <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_overview_intro.php?media=1">The State of the News Media 2009</a>, sesto rapporto annuale sullo stato dell&#8217;informazione americana, il cui sommario si apre con «alcune cifre da brivido: le entrate dalle inserzioni dei quotidiani sono calate del 23% negli ultimi due anni, uno su cinque giornalisti nelle redazioni oggi è stato licenziato, e il 2009 potrebbe rivelarsi un&#8217;annata ancora peggiore. Perfino nelle Tv locali lo staff giornalistico viene drasticamente ridotto e nel 2008, anno elettorale, si è avuto un meno 7% nelle entrate pubblicitarie, cosa mai sentita prima, mentre i rating sono in caduta o statici per l&#8217;intero pailinsesto».</p>
<h5>Fame di informazione</h5>
<p>Si tratta forse del canto del cigno? Non proprio, intanto perché in realtà la <a href="http://www.upi.com/Business_News/2009/03/16/Newspaper_woes_continue_in_US/UPI-89811237238938/">gente continua ad aver fame d&#8217;informazione confezionata professionalmente</a> e, come conferma lo stesso rapporto di cui sopra, il pubblico <a href="http://www.stateofthemedia.org/2009/narrative_online_audience.php?media=5&amp;cat=2#88">consuma notizie in modi nuovi</a>, soprattutto online, dunque l&#8217;industria tradizionale ha tuttora molte frecce al proprio arco. Il punto è semmai che il settore non ha fatto granché per (imparare al meglio come) convertire quest&#8217;interesse più attivo e dinamico in soldoni, letteralmente. Conversione che non potrà avvenire se non sperimentando variamente con le potenzialità del digitale, dei social media, del giornalismo partecipativo. Fatto di cui, al di là dei piagnistei sulla presunta morte dei giornali, oggi sembrano finalmente convinti sia i piccoli che i grandi nomi &#8211; a partire dallo stesso New York Times.</p>
<p>Prima con l&#8217;avvio sperimentale della versione <a href="http://www.nytimes.com/">&#8220;Extra&#8221; della propria homepage</a>, che propone numerosi link ad articoli di diretti concorrenti quali Wall Street Journal, Boston Globe, BBC News, oltre che a una varietà di blog e testate (Huffington Post, Politico, Drudge Report ecc.). Chi volesse poi ulteriori approfondimenti, può saltare al volo su  <a href="http://www.blogrunner.com">Blogrunner</a>, news aggregator che fornisce la tecnologia per l&#8217;iniziativa e che dal 2005 fa parte della scuderia dello stesso New York Times. E poi con il fresco <a href="http://nytimes.com/marketing/thelocal/?hp">The Local</a>, una partnership tra cittadini-reporter e i redattori della cronaca che ha lo scopo di investire sull&#8217;ambito iper-locale (due aree del quartiere di Brooklyn e tre zone residenziali del New Jersey, per cominciare), in collaborazione con la <a href="http://www.buzzmachine.com/2009/02/28/the-times-cuny-and-others-go-hyperlocal/">scuola di giornalismo di Jeff Jarvis</a>.</p>
<h5>Verso l&#8217;iperlocale</h5>
<p>In quest&#8217;ambito va segnalata la battaglia per <a href="http://www.niemanlab.org/2009/03/google-exec-nyt-go-hyper-local/">occupare lo spazio dell&#8217;iperlocale nelle metropoli della East Coast</a>, in primis proprio nell&#8217;affollato New Jersey, poi a Boston, con il concomitante lancio di <a href="http://www.patch.com/">Patch</a>, progetto in cui è coinvolto addirittura Google. Oltre agli scetticismi e ai primi fallimenti, sono partire anche delle denunce, poi appianate, a riprova delle alte speranze risposte nei network di giornalismo locale &#8211; dove si spera di recuperare quegli introiti legati ai piccoli annunci &#8220;rubati&#8221; alle grandi testate dalla valanga delle <a href="http://www.craigslist.org">Craigslist localizzate</a>. Perché è chiaro che, comunque vada, inserzionisti e imprenditori dispositi a investire in aree o progetti così ristretti non sono certo molti.</p>
<p>C&#8217;è poi chi si affida definitivamente al web, percorso compiuto nei giorni scorsi da un&#8217;altra testata storica, il <a href="http://www.seattlepi.com/">Seattle Post-Intelligencer</a> della Hearst Corp., in vita da 146 anni e maggior quotidiano dell&#8217;intero Paese ad aver abbandonato la carta stampata. Il giornale tirava 117.000 copie quotidiane, rispetto alle 198.000 del suo rivale cittadino, The Seattle Times: com&#8217;è capitato al Rocky Mountain News di Denver, se lo spazio si restringe per due testate cartacee, l&#8217;online offre qualche soluzione. Tant&#8217;è che anche quest&#8217;ultimo s&#8217;appresta al rilancio solo in digitale, con 30 ex-redattori che stanno per dar vita a <a href="http://www.indenvertimes.com/">InDenver Times</a> &#8211; purché entro il 23 aprile arrivino 50.000 abbonamenti a 4,99 dollari al mese, per un totale di 250.000 dollari a garanzia di stipendi e costi gestioniali, a cui si aggiugeranno gli investimenti di alcuni imprenditori locali.</p>
<p>Il fatto che la proposta decolli dipende prima di tutto dai cittadini: non solo per l’<a href="http://massimorusso.blog.kataweb.it/cablogrammi/2009/03/16/facciamo-pagare-linformazione-digitale-a-chi-gia-ne-ricava-utili/">obolo obbligatorio</a>, ma anche in virtù del loro diretto coinvolgimento nella produzione e condivisione di un’informazione variegata, diversificata, al passo con i tempi. Quei contenuti prodotti dagli utenti di cui le grandi testate non dovrebbero solo appropriarsi in modo gratuito, ma rispetto ai quali al contrario hanno l&#8217;opportunità di avviare un circolo virtuoso della compartecipazione e della disintermediazione a più levelli. Proprio come ribadiva un <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=302">recente intervento di Jay Rosen</a>: «Sistemi editoriali chiusi e aperti, la stampa e la sfera connessa, non sono entità separate ma altamente interattive l’una con l’altra nel mercato dell’informazione».</p>
<h5>Shirky e Johnson</h5>
<p>Un quadro complessivo ripreso dai concomitanti interventi di due critici culturali americani, Steven Johnson e Clay Shirky. Il primo, <a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"> durante il South By Southwest Interactive Festival in corso in Texas</a>, si concentra sul futuro dei media partendo da un passato neppure troppo lontano, quando per avere notizie e indiscrezioni ci si affidava ai colossi dell’editoria tradizionale (perfino nel campo high-tech, da MacWorld fino a Wired). Alla metà degli anni ’90 il boom di Internet ha stravolto tutto: «Il mondo dei media odierno è ben più vario e interconnesso, un sistema di flussi e rilanci completamente diverso da una catena di montaggio. Assai più vicino all’ecosistema del mondo reale nella cirolazione delle informazioni, al contrario dei vecchi modelli industriali dei mass media top-down».</p>
<p>Questo è vero anche in campi come l’informazione politica in rete: originale, autosufficiente e spesso in netto anticipo sui media tradizionali. Anziché versare lacrime di coccodrillo per l’attuale sorte dei quotidiani, suggerice Johnson, dobbiamo aprire gli occhi sul fatto che «il vecchio e il nuovo si integreranno in modi che per prima cosa taglieranno fuori quel potere che credevamo di avere nelle nostre mani, applicando quel darwinismo sociale che pensavamo potesse accadere solo agli altri e mai a noi stessi». E mentre il web non potrà mai sostituire il Village Voice (storico settimanale gratuito di New York City), un&#8217;iniziativa come <a href="http://newassignment.net/">New Assignment</a> non ha più molto di simile a un tradizionale quotidiano. Ben più che del <a href="http://www.wittgenstein.it/2009/03/16/dategli-tempo/">parassitismo di un settore sull’altro</a>, dovremo aspettarci «più contenuti, non meno: più informazione, analisi, precisione, un’ampia gamma di nicchie emergenti».</p>
<p>Clay Shirky spiega che <a href="http://www.shirky.com/weblog/2009/03/newspapers-and-thinking-the-unthinkable/">la crisi economica dei giornali</a> deriva soprattutto dalle enormi spese per le rotative e per la gestione del cartaceo, e ancor più che il «business dei media è stato stravolto dai nostri nuovi ruoli e libertà. Non siamo più lettori, né ascoltatori o telespettatori. Non siamo clienti e sicuramente neppure consumatori. Siamo utenti». Di conseguenza, quel che conta è pensare a modalità innovative per fare informazione, non alla sopravvivenza o meno di giornali e riviste cartacee. «Dovremmo occuparci di nuovi modelli per rivitalizzare i reporter  piuttosto che risuscitare vecchi modelli per foraggiare gli editori; più tempo perdiamo a fantasticare su soluzioni magiche per quest’ultimo problema, meno tempo abbiamo per trovare soluzioni concrete al primo». Ha senso, allora, preoccuparsi per il futuro dei quotidiani e, soprattutto, per come andremo a sostituirli? Meglio non mentire, <a href="http://www.boingboing.net/2009/03/14/shirky-what-will-rep.html">insiste ancora Shirky</a>, facendo finta di non trovarci nel mezzo di una rivoluzione oppure affermando che «il vecchio sistema non possa frantumarsi prima che ne nascano di nuovi e che gli antichi contratti sociali non siano in pericolo».</p>
<p>Non resta dunque che salvare il salvabile, come stanno facendo diversi attori mainstream statunitensi. Oppure buttarsi nella sperimentazione, come provano a fare altri. In un caso e nell&#8217;altro, nulla di buono potrà uscirne fuori senza la partecipazione diretta, fattiva, costruttiva di ciascuno di noi. Questo è poco, ma sicuro.</p>
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		<title>Herdict, la mappa mondiale della censura</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 09:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dalla OpenNet Initiative, network accademico internazionale di centri studi sulla rete, arriva uno strumento collaborativo per raccogliere e condividere segnalazioni di malfunzionamenti e blocchi volontari alla libera circolazione delle informazioni in rete. Intervista alla coordinatrice]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Censure, sorveglianza, regolamentazioni. Queste pratiche hanno accompagnato la storia di internet, ma diventano ancora più cruciali ora che gli utenti adulti della Rete <a href="http://www.comscore.com/press/release.asp?press=2698">hanno superato il miliardo</a> (a fine 2008, senza contare gli accessi da postazioni pubbliche o mobili). Sebbene nel mondo occidentale tali pratiche vengano spesso sottovalutate, il quadro generale appare più frammentato che mai, con una gamma di normative o pratiche ad hoc.<span id="more-448"></span> Tipico il caso cinese: rappresenta il maggior bacino di utenza, quasi 180 milioni, ed è sottoposto a una varietà di procedure censorie e di filtraggio, incluse quelle aziendali &#8211; come illustra <a title="China's censorship 2.0" href="http://www.uic.edu/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/2378/2089">China&#8217;s Censorship 2.0</a>, una ricerca curata da Rebecca McKinnon, co-fondatrice di <a title="Global Voices Online" href="http://globalvoicesonline.org">Global Voices Online</a> e animatrice della <a href="http://www.globalnetworkinitiative.org/index.php">Global Network Initiative</a>. Nello studio emerge, fra l&#8217;altro, come la censura interna cinese sia molto decentralizzata e registri differenze significative da un&#8217;azienda all&#8217;altra, passando dalla semplice cancellazione dei testi al blocco tecnico preventivo. Il delicato equilibrio tra libertà e controllo del cyberspazio dipenderà sempre più dalle azioni dei singoli <em>netizen</em>, in primis i blogger,  e dalle scelte delle strutture che operano online.</p>
<p>Temi questi, comunque scottanti, di cui continua a occuparsi in particolare la <a href="http://opennet.net/">OpenNet Initiative</a>, partneship di quattro prestigiosi centri accademici anglofoni, mirata a identificare e documentare le procedure di filtraggio e sorveglianza onde promuovere il più ampio dialogo pubblico. In questo contesto rientrano due iniziative diffuse nei giorni scorsi: la raccolta dei <a href="http://opennet.net/about-filtering/2008yearinreview/#">maggiori eventi censori</a> registrati nel mondo durante il 2008, divisi mese per mese e con tutti i dettagli del caso; e il lancio pubblico di <a href="http://www.herdict.org/web/">Herdict Web</a>, progetto basato sul diretto coinvolgimento del popolo della Rete per monitorare in continuazione l&#8217;accessibilità del Web, o la sua mancanza, nei vari Paesi del mondo.</p>
<p>Ricorrendo all&#8217;apposito <em>Herdometro</em>, una mappa di Google aggiornata in tempo reale dalle ininterrotte segnalazioni degli utenti, Herdict Web aggrega e compara le segnalazioni sui siti oscurati, condividendone pubblicamente e in tempo reale risultati, diagrammi e variabili. Uno strumento pratico e collaborativo, nato in seno al <a href="http://cyber.law.harvard.edu/">Berkman Center for Internet &amp; Society</a> dell&#8217;Harvard University e coordinato da Jonathan Zittrain. Zittrain, autore di <a href="http://futureoftheinternet.org/">The Future of the Internet: And How to Stop It</a>, segnalava proprio in questo libro come l&#8217;Internet generativa avesse ormai imboccato la strada verso il precipizio a causa dei blocchi imposti ai suoi cicli innovativi, dando così il via al ricorso a tecnologie di controllo o sorveglianza, spesso localizzate e invisibili alla maggioranza degli utenti.</p>
<p>Grazie a Herdict &#8211; il <em>verdict</em> (verdetto) del <em>herd</em> (gregge di pecore), dunque la voce degli utenti globali &#8211; chiunque può verificare se un certo sito sia accessibile o meno dalla proprio provider o scaricare un add-on per il browser per semplificare segnalazione e consultazione delle informazioni. Tra i Paesi più seguiti al momento sono in testa gli Stati Uniti, i cui utenti sono ovviamente i più attivi, con 271 segnalazioni di siti inaccessibili (69 url unici), pur se appaiono solo temporanee come per today.az, getmearound.net, myspace.com, e 1.301 di siti accessibili (351 url unici). Nonostante un lavoro ingegneristico e di design piuttosto sofisticato, il servizio appare gradevole e ben fatto, offrendo un buon colpo d&#8217;occhio su specifiche tendenze censorie o malfunzionamenti della Rete mondiale e favorendo la condivisione in tempo reale di tutti i dati prodotti, peraltro ridistribuibili negli usi non commerciali. E a conferma del duffuso interesse collettivo con cui è stato accolto il lancio del progetto, il breve video di presentazione è attualmente in fase di traduzione nelle varie lingue (a breve anche in italiano) <a href="http://dotsub.com/view/fae94499-8a80-4cc8-b083-48b0d4d6298b">tramite DotSub</a>, sito-tool che consente a chiunque di fornire la sottotitolazione di qualsisi filmato in maniera semplice ed efficace. Di tutto questo abbiamo parlato con Jillian York, coordinatrice della <a href="http://opennet.net">OpenNet Initiative</a> e parte del team operativo di Herdict.</p>
<p><strong><br />
Perché Herdict? Puoi darci qualche dettaglio sul progetto?</strong></p>
<p>L&#8217;idea di un &#8220;herdict&#8221; si deve a Jonathan Zittrain durante la stesura del suo libro. In una email del 2006 iniziò a descrivere la necessità di creare strumenti, aperti a tutti e trasparenti, per attivare questo <em>verdetto di gruppo</em> sulle censure e sull&#8217;inacessibilità del web. Senso e terminologia dell&#8217;iniziativa sono poi rimasti tali, per sottolinearne in particolare le potenzialità partecipative a livello globale. La gestazione del progetto ha richiesto circa un anno di lavoro, con tre persone a tempo pieno dello staff del Berkman Center (Vandana Aneja, Rob Faris, e la sottoscritta), oltre a tre sviluppatori per il design e gli aspetti tecnici, sotto il coordinamento dei docenti Jonathan Zittrain e John Palfrey. L&#8217;ultima fase, il lancio di Herdict Web, è partita la scorsa estate, mentre è in lavorazione anche la versione Herdict Pc.</p>
<p><strong>In che modo il progetto espande la portata della OpenNet Initiative?<br />
</strong><br />
Mentre la OpenNet Initiative si propone come contenitore multidisciplinare per le questioni connesse alla censura, per quanto concerne l&#8217;aspetto pratico le ricerche sui filtraggio di Internet risultano difficili, costose e lunghe. In genere i ricercatori seguono ambiti specifici o si ingaggiano esperti in loco per testare siti web tramite un programma messo a punto dalla OpenNet Initiative, o verificandoli manualmente in base a liste predisposte. Un metodo che ha chiare limitazioni. Per ovviare a questo ecco allora Herdict, il cui obiettivo di fondo rimane quello di coinvolgere &#8220;il gregge&#8221;, il popolo della Rete, anzichè seguire le tradizionali indagini professionali o accademiche, per informare in tempo reale su come procedono le cose sul fronte dell&#8217;accesso web nel mondo. Ricordando comunque come Herdict non punti a fornire, appositamente, alcuna indicazione su motivazioni o congetture dietro l&#8217;inaccessibilità di un sito.</p>
<p><strong>Quali sono i Paesi più attivi nelle censure online?</strong></p>
<p>I filtraggi più consistenti avvengono in Cina, Siria, Tunisia, Iran, Birmania, Arabia Saudita. Pur se ciascuno di essi ha target diversi, questi Paesi sono ben noti per la censura di siti spiccatamente politici e anche di spazi dediti a ambiti sociali. Qualche tipo di filtraggio esiste però anche nel mondo occidentale, come Danimarca e Finlandia,  con la tendenza a bloccare contenuti &#8220;illegali&#8221;, mentre Australia e Nuova Zelanda stanno attualmente vagliando norme per implementare filtri di più ampia portata. Va aggiunto che le stringenti norme sulla privacy dell&#8217;Unione Europea vanno spingendo diversi Paesi verso un qualche tipo di regolamentazione della Rete. E ciò potrebbe portare a un pericoloso effetto a catena rispetto alle nazioni confinanti.</p>
<p><strong>Quali sono le tecniche maggiormente usate per limitare la libertà di parola in rete?<br />
</strong><br />
Pur se non tutti i Paesi sunnominati ricorrono a queste strategie, in genere si tratta soprattutto di filtrare url e indirizzi Ip e anche i risultati dei motori di ricerca, oltre a bloccare singoli siti in base alle necessità. Altri applicano il monitoraggio più o meno diffuso del traffico, mentre altri ancora richiedono diverse forme di indentificazione personale per l&#8217;accesso pubblico (in particolare negli internet café). Si ricorre anche alla propaganda in loco, per convincere gli utenti dei benefici di tali strategie per la collettività. Analogamente alla pressione sociale per incitare blogger e utenti a mettere in pratica forme di auto-censura.</p>
<p><strong>Che cosa possono fare i media e gli utenti, soprattutto occidentali, per smascherare e bloccare simili pratiche?</strong></p>
<p>Ci sono alcune organizzazioni e progetti a cui i media possono far riferimento per contribuire a creare maggior coscienza sul problema, inclusi ovviamente la OpenNet Initiative e ora Herdict.  In particolare, i dati di quest&#8217;ultimo sono trasparenti e disponibili a tutti e i media possono trarre le proprie conclusioni analizzandone cifre e segnalazioni. D&#8217;altra parte è vero che il modo migliore per bloccare queste pratiche rimane il percorso politico all&#8217;interno dei singoli Paesi, piuttosto che con pressioni esterne. Né vanno dimenticati alcuni strumenti tecnici, quali <a href="http://www.torproject.org/">Tor</a> o <a href="http://psiphon.ca/">psiphon</a>, a cui possono ricorrere gli utenti in loco per aggirare filtri specifici.</p>
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		<title>Una presidenza da reinventare</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 08:54:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Bernardo Parrella</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mandato del nuovo presidente degli Stati Uniti inizia con una sfida inedita: coniugare la nuova intimità e le relazioni spontanee create grazie alla Rete con il prestigio e la regalità che l'istituzione richiede]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivato il giorno tanto atteso, l&#8217;insediamento ufficiale di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Barack_Hussein_Obama">Barack Hussein Obama II</a> a quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti d&#8217;America. Online come offline c&#8217;è sovrabbondanza di fonti e opportunità per sapere tutto su questo momento storico, oltre che per seguire l&#8217;evento <a href="http://www.cnn.com/live/">dal vivo</a>. Qui, negli Stati Uniti, l&#8217;entusiamo sta stimolando un&#8217;ampia varietà di soggetti pronti a <a href="http://www.nytimes.com/slideshow/2009/01/14/us/politics/0114-MERCHANDISING_index.html">&#8220;cash in on Obama&#8221;</a>, a guadagnare dalla situazione: dalla vendita di merchandising d&#8217;ogni tipo (con lunghi spot sui network Tv per monete da collezione o Dvd «esclusivi») a una copiosa produzione editoriale (tra corposi volumi alla scalata dei best-seller e appositi &#8220;club del libro Obama&#8221;), alle svariate <a href="http://socialblog.yurait.com/index/?p=846">edizioni speciali e alte tirature</a> annunciate dalle grandi testate &#8211; forse nella speranza che ciò possa rallentare la crisi e risvegliare l’interesse dei cittadini per il giornalismo di qualità.<span id="more-350"></span></p>
<p>Alcuni lesti imprenditori sono diventati milionari grazie alla prevendita di gadget con l&#8217;icona di Obama, e ancor più incasseranno oggi e nel prossimo futuro. È una tendenza, questa, a cui non è stato estraneo lo stesso team della campagna Obama, che a Natale ha chiesto ai sostentori di donare cinque dollari in cambio di un biglietto per partecipare all&#8217;estrazione di un viaggio tutto compreso per due persone all&#8217;inaugurazione di Washington; o, in alternativa, di acquistare sciarpe con il logo del neo presidente. Iniziative forse non del tutto all&#8217;altezza della carica.</p>
<p>Questa esuberanza commerciale conferma in fondo la rinnovata volontà di partecipazione e lo spirito innovativo che sta contagiando privati cittadini e imprenditori, contraltare all&#8217;approccio top-down e poco aperto allo scambio con la gente che ha caratterizzato gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Aspetto, questo, che ben si allaccia al percorso forse più significativo intrapreso dal nuovo corso Obama: l&#8217;uso efficace e puntuale dei nuovi media, l&#8217;attivazione di un processo (in parte) bottom-up che stimola e richiede il diretto coinvolgimento di cittadini di ogni provenienza, ceto, classe. Si tratta cioè di «empowering people», mettere le persone nelle condizioni di partecipare alla costruzione del cambiamento. Il successo è dovuto a un sagace mix di metodi tradizionali e innovazione, dall&#8217;uso accorto dei social media accanto al ricorso ai tipici strumenti della comunicazione di massa quali giornali, Tv, incontri sul territorio.</p>
<p>Obama ha raggiunto uno degli obiettivi centrali del connubio Rete-politica: accorciare la distanza tra cittadini e istituzioni. Per i molti liberal disillusi dalle speranze riposte in Kennedy o Clinton e per coloro che, ugualmente numerosi, non vedono l&#8217;ora di uscire dal tunnel dell&#8217;era Bush, questo è un traguardo (meglio: un trampolino) cruciale. Non a caso un sondaggio condotto subito dopo le elezioni del 4 novembre dal <a href="http://www.pewresearch.org/">Pew Internet &amp; American Life Project</a> riportava che oltre la metà dei sostenitori online di Obama prevedevano di ricevere notizie direttamente da lui nei mesi a venire, mentre il 62% si diceva pronto a incitare altre persone a sostenerne le policy. Ottimismo appena ribadito da un <a href="http://pewresearch.org/pubs/1080/pre-inauguration-mood">sondaggio pre-inaugurazione</a>: il 79% degli americani, incluso un 59% di repubblicani, afferma di avere un&#8217;opinione positiva di Obama.</p>
<p>Aggiungendo le  interviste alla radio e in televisione, le lettere ai giornali e le chiacchiere per strada &#8211; tutti contesti in cui la gente usa riferirsi al neo presidente con il solo nome di battesimo e in maniera chiaramente cordiale &#8211; si ha la sensazione di una nuova intimità tra i cittadini e la massima carica dello Stato. Con i primi ben disposti a impegnarsi in loco e online, in prima persona, per dare man forte alle decisioni, anche difficili e impopolari, che dovrà prendere in futuro il secondo. È qualcosa che non era mai successo nell&#8217;era del broadcast, dei media tradizionali che trasmettono alle masse, come sottolinea fra l&#8217;altro un editoriale apparso domenica sul <a href="http://www.nyt.com">New York Times</a>.</p>
<p>Un nuovo tipo di relazione politica, dunque, che innesca potenzialità inedite ma altrettanti rischi. A partire dall&#8217;eccessiva ridondanza del messaggo complessivo e dell&#8217;icona stessa di Obama: gli Sms, le email &#8220;personali&#8221; dello staff del presidente, i messaggi dei tanti attivisti e delle entità collegate, la presenza pervasiva sui social network come  YouTube, Facebook e Twitter alimentano un bombardamento mediatico che potrebbe presto sfociare nel tipico <em>information overload</em> che online provoca un altrettanto tipico effetto boomerang. Conversazione e reputazione sono una cosa, sovraccarico e ubiquità indiscriminata un&#8217;altra.</p>
<p>L&#8217;altra sfida è <em>mettere online</em> la Presidenza, ma senza sminuirne il prestigio. È una lezione già imparata al tempo di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jimmy_Carter">Jimmy Carter</a>, con il suo fare fin troppo dismesso e contadino, e con Bill Clinton, protagonista del fin troppo noto <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Monica_Lewinsky">scandalo Lewinsky</a>. Pur gradendo la nuova l&#8217;intimità ottenuta con il &#8220;Presidente del popolo&#8221;, gli americani non hanno certo intenzione di sminuirne valore e regalità, soprattutto in considerazione dell&#8217;enorme influenza che gli Stati Uniti vantano nel resto del mondo e delle difficili sfide interne già in corso, in primis risollevare l&#8217;economia in recessione. Spetterà in gran parte alla corretta gestione dell&#8217;immagine e del messaggio online creare, spiega il New York Times, quella «distanza ottimale per il comandante in capo dell&#8217;era digitale, garantendo al contempo maggiore accessibilità dei suoi predecessori e un ruolo più dignitoso di quello tenuto nella campagna elettorale».</p>
<p>Finora Obama vanta un milione di &#8220;amici&#8221; su MySpace, oltre 3,7 milioni di sostenitori sulla pagina ufficiale di Facebook (circa 700.000 dei quali aggiuntisi dopo l&#8217;elezione), mentre durante la campagna è stato messo insieme un database di 13 milioni di indirizzi e-mail. Un capitale umano tutt&#8217;altro che scarso, che porta l&#8217;analista politico della Cnn Bill Schneider ad affermare che «Obama ha inventato un modello mediatico alternativo. Nel vecchio modello, il presidente parla al popolo in televisione e la gente risponde tramite i sondaggi. Nel nuovo modello la comunicazione avviene online, ed è bidirezionale». La conversazione online, però, è spesso effimera e instabile: ecco perché è necessario ricorrere a molteplici siti e occasioni che dalla Rete contagino vie e piazze d&#8217;America, secondo strategie ancora tutte da inventare. I cyber-consulenti di Obama sono già all&#8217;opera in tal senso, ma puntare a essere il <a href="http://www.cnn.com/2009/TECH/01/15/obama.internet.president/index.html">primo Presidente &#8220;wired&#8221; della storia</a> potrebbe rivelarsi poco più di uno slogan a effetto.</p>
<p>Così, mentre oggi buona parte del mondo si ferma per seguire attraverso ogni canale disponibile l&#8217;inaugurazione a Washington, l&#8217;evento segna anche l&#8217;avvio dell&#8217;era Obama <em>2.0</em>. E se è vero che un po&#8217; tutti si apprestano a capitalizzare a modo loro questo momento storico, ancor più e meglio deve fare la stessa Amministrazione per dar corpo alle premesse positive impostate fin qui. Integrando l’intelligenza collettiva della Rete e gli strumenti tradizionali all&#8217;interno di una visione innovativa e orizzontale. Si può fare.</p>
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