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	<title>Apogeonline &#187; Antonella Napolitano</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>E per un giorno Salman Rushdie perse il nome</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 09:12:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<category><![CDATA[Facebook]]></category>
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		<category><![CDATA[Salman Rushdie]]></category>

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		<description><![CDATA[La gestione della nostra identità su Facebook è un tema spesso dibattuto: l’arbitrarietà con cui vengono gestiti i problemi causa spesso frustrazione, ma il più delle volte il singolo utente può far poco. Un famoso scrittore inverte il tiro]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Davanti ai social network siamo però tutti uguali (o quasi): e così l’ultima vittima delle politiche di Facebook finisce per diventare nientemeno che il famoso scrittore Ahmed Rushdie. Non lo avete mai sentito nominare? Molto probabile. Quasi sicuramente lo conoscete con il suo secondo nome, Salman. Nelle ultime 24 ore però anche lui ha avuto una spiacevole esperienza con la gestione della sua identità su Facebook, proprio a causa del suo nome.<span id="more-7331"></span></p>
<h5>Ahmed</h5>
<p>Certo, nella vita Rushdie ha a che fare con ben altre persecuzioni: dal 1988, anno in cui ha scritto <a href="http://www.anobii.com/books/I_versi_satanici/9788804391470/01e8b6f796e11966ab/">I versi satanici</a>, la sua vita è cambiata definitivamente con la fatwa, la condanna morte dell’ayatollah Khomeini, che lo ha costretto a vivere in Inghilterra sotto protezione. Questo non gli ha però impedito di continuare la sua vita da scrittore e intellettuale. E di impegnarsi con foga quando pensa che una cosa sia sbagliata. Sì, anche quando si tratta del suo nome su Facebook. Nel tardo pomeriggio di ieri Rushdie racconta <a href="http://twitter.com/salmanrushdie">sul suo account Twitter</a> che due giorni prima Facebook ha cancellato il suo account personale perché non credeva si trattasse di lui. Rushdie aveva inviato una foto con passaporto come prova. Per tutta risposta, Facebook riattiva l’account ma col nome “Ahmed Rushdie”, il primo nome dello scrittore, da lui mai usato.</p>
<p>A quel punto Rushdie fa una cosa che molti geek farebbero: va su Twitter. E dal suo account (verificato!) prima racconta, poi cerca di indirizzare la protesta direttamente a Mark Zuckerberg, inoltrando la domanda a quello che crede essere il profilo del fondatore di Facebook. Purtroppo, nessuno degli account segnalati appartiene effettivamente a Zuckerberg e Rushdie, frustrato, inizia a prendersi gioco della politica sui nomi iniziando a chiedere a Facebook (ma in realtà ai suoi follower) che cosa succederebbe se altre personalità che usano il loro secondo nome venissero costretti a usare il primo: riconoscereste James McCartney come uno dei Beatles? E gli attori Thomas Connery e William Pitt non sono conosciuti con il loro secondo nome, rispettivamente Sean e Brad?</p>
<h5>Chi decide</h5>
<p>A quel punto il passo verso il meme &#8211; con hashtag <a href="https://twitter.com/%23!/search?q=%23MiddleNameUsers" target="_blank">#MiddleNameUsers</a> &#8211; è breve e gli esempi si moltiplicano. Un’ora dopo circa, Rushdie annuncia che il problema è risolto con tante scuse &#8211; ufficiali &#8211; di Facebook. Mashable, che pubblica la sequenza dei tweet, sottolinea come questo episodio <a href="http://mashable.com/2011/11/14/salman-rushdie-facebook/%2334511The-hero-overcomes-his-nemesis" target="_blank">renda esplicita una delle oscure politiche di Facebook</a> sulla gestione dell’identità: se mostri il tuo documento d’identità sarai comunque obbligato a usare il tuo nome, anche se non lo usi. Nel suo <a href="http://www.facebook.com/rushdie?sk=wall" target="_blank">profilo Facebook di Rushdie</a>: chiude la vicenda annunciando «Victory!» e pubblicando un link a <a href="http://www.nytimes.com/2011/11/15/technology/hiding-or-using-your-name-online-and-who-decides.html?pagewanted=all?src=tp&amp;smid=fb-share" target="_blank">un articolo del New York Times</a>, dedicato ovviamente all’episodio, dall’eloquente titolo «Chi decide chi sei online?».</p>
<p>Nell’articolo si confrontano le politiche di Google con quelle di Twitter e Facebook: nonostante una posizione molto ferma in merito, Google+ darà la possibilità di usare nomi diversi da quello proprio in alcuni casi. Twitter, invece, non ha regole così restrittive, consentendo persino l’uso esplicito di account falsi. Facebook, infine, resta uno dei contesti più problematici data l’assenza di regole chiare ed esplicite. Forse, contrariamente a una frase latina, il nostro destino non è nel nome. Ma saranno i social network a deciderlo?</p>
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		<title>Accesso agli atti, impariamo dall&#8217;Unione</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2011 07:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Access Info]]></category>
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		<category><![CDATA[Ernesto Belisario]]></category>
		<category><![CDATA[open data]]></category>
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		<category><![CDATA[Pam Quintanilla]]></category>
		<category><![CDATA[Right to Know Day]]></category>
		<category><![CDATA[Unione europea]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni documento pubblico comunitario è disponibile dietro richieste nell'arco di due settimane. Non proprio quel che avviene in Italia, dove i tempi sono incerti e ha diritto solo il diretto interessato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si sente parlare sempre più spesso di dialogo con la pubblica amministrazione, di open data e di accesso agli atti amministrativi. Spesso però i cittadini non sanno quali siano i propri diritti in questo campo, né come farli valere.  Access Info, una organizzazione non governativa internazionale, ha deciso di lavorare su questi temi sensibilizzando i cittadini di tutta Europa con il progetto <a href="http://www.asktheeu.org/">Ask The EU</a>. Il sito permetterà ai cittadini di indirizzare le loro richieste di accesso agli atti pubblici delle istituzioni europee con una semplice email. Dalla spesa pubblica all&#8217;inquinamento di aria e acqua, sono molte le informazioni che i cittadini possono chiedere per capire meglio il funzionamento della pubblica amministrazione, anche quella del proprio Paese.<span id="more-7108"></span></p>
<h5>Diritto d&#8217;accesso</h5>
<p>Il diritto di accesso ai documenti pubblici è stabilito dal regolamento 1049/2011: qualsiasi cittadino dell&#8217;Unione ha la possibilità di accedere ai documenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione. Chi fa richiesta, inoltre, non deve giustificarla, una precisazione niente affatto scontata se si pensa che in Italia, tanto per fare un esempio, possiamo effettuarla solo se l&#8217;atto in questione ci riguarda. Le istituzioni europee sono tenute a rispondere alle richieste entro 15 giorni lavorativi: le risposte arriveranno direttamente nella casella di posta di chi ha fatto domanda, ma anche presso Ask The EU che le pubblicherà sul sito, creando progressivamente un database di risposte liberamente consultabile.</p>
<p>Ma che tipo di informazioni potremmo chiedere alle istituzioni europee? Negli ultimi tempi sentiamo spesso parlare di Europa in relazione alle misure economiche per fronteggiare la crisi. E l&#8217;Unione europea influenza le politiche nazionali in misura sempre crescente: è stato stimato che circa la metà delle leggi nazionali vengono create per ottemperare a direttive e leggi europee (quasi il 70% per le leggi che riguardano l&#8217;economia). Ma moltissimi dei 500 milioni di cittadini europei non hanno idea dell&#8217;effettivo ruolo di queste istituzioni: per questo motivo Ask The Eu si muove in modo massiccio anche sul versante della sensibilizzazione con delle campagne mirate previste in tutta Europa. Un compito tutt&#8217;altro che semplice. «È opportuno tenere presenti comunque un paio di elementi”, spiega Ernesto Belisario, avvocato ed esperto di open government.  «In alcuni Paesi le legislazioni in materia di accesso all&#8217;informazione pubblica sono relativamente recenti e quindi è necessario un mutamento culturale per acquisirne consapevolezza; inoltre, molto spesso le istituzioni tendono a porre in atto &#8220;applicazioni al ribasso&#8221; di queste riforme perché ne hanno paura».</p>
<h5>Istituzioni alla prova dai cittadini</h5>
<p>Al momento le istituzioni europee ricevono solo 10.000 richieste all&#8217;anno, in pratica una per ogni 50.000 cittadini dell&#8217;Unione. Molte di queste informazioni sono disponibili sui siti ufficiali, ma spesso è difficile trovarle persino per giornalisti e addetti ai lavori, dicono gli esperti di trasparenza che lavorano in ambito europeo. E il controllo sull&#8217;operato delle istituzioni, la responsabilizzazione di chi ci lavora è uno dei compiti più importanti di un&#8217;iniziativa del genere, spiega Pam Quintanilla, responsabile del progetto: «Le leggi non sono tutto: occorre che i dipendenti pubblici capiscano che questo non è un ulteriore carico di lavoro, ma un modo di guadagnare fiducia e reputazione dai cittadini. Insomma, una parte fondamentale del loro lavoro.</p>
<p>Nato formalmente il 28 settembre scorso, in occasione del <em>Right to Know Day</em>, Ask The Eu è ora pienamente operativo. Se il suo funzionamento appare estremamente facile, non sarà certo altrettanto immediato superare ostacoli come diffidenza e sfiducia verso le istituzioni: «La consapevolezza è  scarsa, tranne alcune eccezioni. L&#8217;aspetto che più mi preoccupa, in prospettiva, è la rassegnazione dei cittadini di fronte ai meccanismi burocratici», sostiene Belisario. Questo però sembra il momento giusto per un passo del genere, spiega chi si occupa di trasparenza in Europa: un progetto di questo tipo, condiviso da diverse organizzazioni, può davvero fare la differenza, se non altro nel mostrare la semplicità dei processi e consentendo di superare la percezione di lontananza e difficoltà nell&#8217;accesso a informazioni rilevanti. Ne è sicura Quintanilla: «Il giudizio dell&#8217;opinione pubblica è spesso un buon catalizzatore per il cambiamento delle istituzioni».</p>
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		<title>Ushahidi anti corruzione anche in Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 06:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Si diffonde nel continente la piattaforma collaborativa nata in Kenia per raccogliere informazioni sulle elezioni del 2008. Sotto osservazione, in particolare, Bulgaria e Russia]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il crowdsourcing come testimonianza contro la corruzione: è quello che sta succedendo anche in Europa grazie alla piattaforma Ushahidi e alla sua diffusione nel mondo. Creata dall&#8217;attivista e avvocatessa keniota Ory Okolloh, <a href="http://www.ushahidi.com/">Ushahidi</a> (che vuol dire testimoni in lingua swahili) è una piattaforma open source nata in Kenya all&#8217;inizio del 2008 per raccontare i disordini avvenuti dopo le elezioni. Il governo impose un blackout dei media tradizionali per non far sapere al mondo di brogli elettorali, violenze e minacce ai cittadini; grazie ai resoconti dei testimoni via web e sms, però, Ushahidi riuscì a creare una mappa multimediale e interattiva che visualizzava quanto stava accadendo nel Paese. La struttura open source di Ushahidi è stata la base per la nascita di una comunità di sviluppatori volontari che ha reso più facile la creazione e diffusione di nuove mappe tagliate su nuove esigenze, e forti ogni volta delle esperienze precedenti.<span id="more-6762"></span></p>
<h5>Dall&#8217;Africa all&#8217;Europa</h5>
<p>L&#8217;utilizzo della struttura di Ushahidi ha gli scopi più svariati, dal traffico di organi al sostegno in situazioni di crisi come quella di Haiti (che ha contribuito a far conoscere la piattaforma in tutto il mondo). Il monitoraggio elettorale resta, però, tra i principali. Lo vedremo molto presto in Europa, e in Bulgaria prima di tutto: le prossime elezioni sono fissate per il 23 ottobre, ma il rischio di brogli e scontri è alto, considerando che la corruzione è considerata dai suoi cittadini uno dei principali problemi della nazione (secondo <a href="http://ec.europa.eu/public_opinion/archives/ebs/ebs_325_en.pdf">uno studio di Transparency International</a> si parla di un&#8217;opinione espressa dal 97% dei cittadini).</p>
<p>Un gruppo di ONG ha deciso di usare Ushahidi per creare un sito chiamato <a href="http://fairelections.eu/">For fair elections</a> che aggregherà i contributi dei cittadini: video, foto e racconti verranno inviati tramite email, Facebook e Twitter da chi sarà testimone di scontri, tentativi di corruzione e voti contraffatti. I racconti verranno verificati e poi inseriti in una mappa interattiva che mostrerà il tipo di violazione e i materiali correlati. Il sito (disponibile in bulgaro e inglese) non agirà direttamente per inviare le informazioni alle autorità, ma solleciterà i cittadini a farlo offrendo contesto e consigli.</p>
<h5>La Russia si attiva</h5>
<p>In Russia, invece, è stata l&#8217;associazione Golos (parola russa che vuol dire voce) a lanciare un progetto analogo, <a href="http://kartanarusheniy.ru/">Kartanarusheniy.ru</a>, in collaborazione con il giornale <a href="http://www.gazeta.ru/">Gazeta.ru</a>. Anche questa piattaforma è ispirata da Ushahidi, sebbene sviluppata con software differente, ed è l&#8217;ulteriore testimonianza di come l&#8217;attivismo riesca a trovare soluzioni quando il governo non sembra essere sufficiente. La vivacità della blogosfera russa si lega però all&#8217;attivismo anche al di là del contesto elettorale: nell&#8217;estate 2010 il Paese si era trovato a fronteggiare un&#8217;emergenza nazionale a causa di una serie di incendi dovuti a temperature insolitamente alte.</p>
<p>La risposta del governo non era stata tempestiva ovunque e un gruppo di attivisti russi ha deciso di agire direttamente creando <a href="http://globalvoicesonline.org/2010/08/10/russia-russian-fires-ru-the-first-ushahidi-experience/">Help Map</a>, il primo esperimento di utilizzo di Ushahidi in Russia:  il sito aggregava informazioni sugli incendi inviate dai cittadini, permettendo di organizzarle e visualizzarle per categoria, orario e luogo geografico. Inoltre, Help Map aggregava le offerte d&#8217;aiuto dei singoli cittadini permettendo una reazione tempestiva e mirata anche nel dettaglio.</p>
<h5>La mappa dei donatori</h5>
<p>L&#8217;esperienza è stata utile ma non si è conclusa con la situazione di emergenza: nelle ultime settimane un gruppo di attivisti ha lanciato <a href="http://rynda.org/">Rynda.org</a>, che fa incontrare le richieste e le offerte di aiuto per alcuni problemi della popolazione, dalle varie forme di povertà alla donazione di sangue, un tema molto sentito in Russia (tanto da spingere il governo a una campagna di sensibilizzazione). Il sito, spiegano i creatori, è costruito in modo da risultare semplice da usare anche per chi non è abituato a usare la rete e vuole diventare un osservatorio permanente e orientato all&#8217;azione: per ogni “allarme virtuale” (questo indica il nome del progetto) ci sarà una successiva verifica dell&#8217;effettivo arrivo dell&#8217;aiuto richiesto dopo due settimane. Da testimoni a cittadini attivi in una community che continua a crescere.</p>
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		<title>Facebook impara a dire privacy in tedesco</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/09/21/facebook-impara-a-dire-privacy-in-tedesco</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 06:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Social Media]]></category>
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		<description><![CDATA[In Germania scoppia un caso politico che sembra sempre più uno scontro tra due visioni del mondo: quella delle reti sociali e della condivisione delle reti sociali e quella ipergarantista dello Stato ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Smettere di usare Facebook è essenziale per il diritto alla privacy dei cittadini». L&#8217;ultimo atto del controverso rapporto tra Facebook e il governo tedesco è arrivato lo scorso 12 settembre quando Ilse Aigner, ministro per la tutela dei consumatori, ha inviato una lettera ufficiale ai suoi colleghi <a href="http://www.spiegel.de/international/germany/0,1518,785712,00.html">invitandoli a smettere di usare Facebook</a> come strumento di comunicazione con i cittadini. Si tratta di un atto dovuto per dare il buon esempio, sostiene il ministro (che ha cancellato il suo account lo scorso anno in segno di protesta): Facebook non rispetterebbe, infatti, le rigide leggi sulla privacy dello stato tedesco.<span id="more-6667"></span></p>
<h5>Non mi piace</h5>
<p>Un precedente c&#8217;è e risale al mese scorso: ad agosto lo stato dello Schleswig-Holstein, il più a nord della Germania, ha reso illegale il tasto “Mi piace” di Facebook, vietando a tutti gli uffici pubblici di essere presenti sul social network (con multe fino a 50.000 euro). La decisione è stata <a href="https://www.datenschutzzentrum.de/presse/20110819-facebook-en.htm">resa pubblica da Thilo Weichert</a>, a capo dell&#8217;ufficio per la protezione dei dati personali dello Stato: <a href="http://personaldemocracy.com/node/20521">Weichert sostiene </a>che il tasto permetta a Facebook  di acquisire informazioni sugli utenti conservandole per due anni, in contrasto con le leggi tedesche. Carl Sjogren, direttore della piattaforma, si è affrettato a precisare che Facebook cancella tutti i dati associati al tasto “Mi piace” dopo 90 giorni e che certamente l&#8217;azienda non usa quelle informazioni per profilare i suoi utenti. Ha inoltre annunciato novità nella possibilità di rendere anonime alcune delle interazioni sul social network.</p>
<p>Ma i problemi di Facebook (e di altre aziende che entrano in possesso di dati personali dei propri utenti) sono destinati a continuare: la legge sulla protezione dei dati personali in Germania – dall&#8217;impronunciabile nome di <em>Bundesdatenschutzgesetz</em> &#8211; è infatti tra le più restrittive al mondo. Alcuni studiosi ed esperti di privacy sostengono che la diffidenza teutonica sia da imputarsi alla storia degli ultimi decenni: tra il regime nazista prima e l&#8217;operato della Stasi (la temuta polizia segreta) poi, i tedeschi avrebbero sviluppato una forte reticenza all&#8217;idea che le proprie informazioni personali siano nelle mani di organismi esterni di qualunque tipo, sostiene Carsten Casper, analista di Gartner, <a href="http://www.bbc.co.uk/news/technology-14859813">in un&#8217;intervista alla BBC</a>.</p>
<h5>Rispettare le leggi</h5>
<p>L&#8217;ipotesi è confermata dallo stesso Weichert, che rincara: «Le aziende americane vogliono fare profitti, ma devono rispettare le leggi europee e la cultura europea in termini di privacy». Ma se è vero che Europa e Stati Uniti hanno effettivamente una cultura molto differente quando si parla di privacy, diventa più difficile capire come questo si possa tradurre in termini legali. Sulla questione esiste infatti una direttiva europea del 2006, la <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2006:105:0054:0063:EN:PDF">Data Retention Directive</a>: come tutte le direttive europee, però, anche questa offre delle linee guida che ogni stato implementa in una legge nazionale. Che cosa può fare un&#8217;azienda come Facebook, quindi? Intanto trovare un modo di collaborare, sembra essere la risposta.</p>
<p>Nelle scorse settimane, infatti, Richard Allan, responsabile di Facebook in Europa, ha incontrato il ministro dell&#8217;interno tedesco Hans-Peter Friedrich e insieme hanno <a href="http://thenextweb.com/facebook/2011/09/08/facebook-agrees-to-sign-a-voluntary-privacy-code-in-germany/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed:+TheNextWeb+%28The+Next+Web+All+Stories%29">firmato un accordo per la creazione di un codice di condotta</a> sulla privacy che aderisca maggiormente alle leggi tedesche in materia. La decisione non ha mancato di creare dibattito nella classe politica tedesca e vivaci botta e risposta tra i ministri più disposti al dialogo e quelli più rigidi. Intanto domenica scorsa, nello stato di Berlino, le elezioni hanno visto l&#8217;ingresso del Partito Pirata tedesco nel Parlamento regionale, con quasi il 9% dei voti. Certo, Berlino non è la Germania, ma <a href="http://www.nytimes.com/2011/09/20/world/europe/in-berlin-pirates-win-8-9-percent-of-vote-in-regional-races.html?smid=fb-nytimes&amp;WT.mc_id=WO-SM-E-FB-SM-LIN-IBP-092011-NYT-NA&amp;WT.mc_ev=click">i “pirati” promettono di far sentire la propria voce</a> in particolare sui temi della rete, che li contraddistinguono sin dalla nascita (avvenuta in Svezia nel 2006). Che direzione prenderà la politica tedesca sul tema della privacy?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Islanda, la nuova Carta in crowdsourcing</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jul 2011 06:30:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una nazione da ricostruire fin dalle regole che legittimano e disciplinano il potere, quale migliore occasione per sperimentare forme di apertura e partecipazione al passo con i tempi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fino a qualche anno fa dell’Islanda si sapeva molto poco: più vicina alla Groenlandia che al resto d’Europa, la piccola isola era conosciuta più che altro per la natura e qualche cantante indipendente. Negli ultimi anni le cose sono cambiate a causa del collasso dell’economia dello stato islandese, strettamente legato alla corruzione nel sistema bancario e nella finanza in generale: l’avvicinamento all’Europa e agli Stati Uniti è stato tristemente immediato. La popolazione islandese, tuttavia, sta cogliendo meglio di chiunque altro le opportunità che la necessaria ricostruzione di una società porta con sé. Il passo più recente è la collaborazione attiva col Parlamento nella scrittura di una nuova costituzione per lo stato: la prima costituzione in crowdsourcing costruita passo dopo passo dai cittadini sui social media.<span id="more-6169"></span></p>
<h5>Partecipazione</h5>
<p>Il processo di stesura della nuova <em>Charta</em> è iniziato circa un anno fa, con la convocazione di un forum nazionale dove un migliaio di persone selezionate casualmente si sono riunite per discutere la creazione del nuovo documento (l’attuale costituzione islandese è di fatto una trasposizione quasi pedissequa di quella della Danimarca, da cui l’Islanda si separò nel 1944). L’assemblea nazionale ha prodotto un documento di circa 700 pagine che è diventata la base per il lavoro di un gruppo ristretto, una sorta di assemblea costituente, composta da 25 persone elette con voto popolare. A partire da aprile, questo “consiglio” ha iniziato a lavorare sugli articoli e a pubblicarne le bozze (dopo approvazione di gruppi locali)<a href="http://stjornlagarad.is/"> su un apposito sito</a> e <a href="https://www.facebook.com/Stjornlagarad">su una pagina Facebook</a>, dove tutti hanno la possibilità di commentare quanto viene prodotto.</p>
<p>La partecipazione avviene anche nel lavoro quotidiano, tramite <a href="https://twitter.com/Stjornlagarad">Twitter</a>, <a href="http://www.youtube.com/stjornlagarad">YouTube</a> e <a href="http://www.flickr.com/photos/stjornlagarad">Flickr</a>: foto, video e comunicazioni continue da parte dell’assemblea creano molteplici occasioni di comunicazione e stimolo all’impegno dei cittadini. Il testo finale sarà pronto per la fine di luglio e verrà sottoposto ad approvazione popolare tramite un referendum: in questo modo l’intero percorso si sarà svolto in costante contatto con la cittadinanza e sottoposto ad approvazione. Come si arriva a realizzare un’idea del genere? Certo, l’Islanda è un Paese con livello di alfabetizzazione informatica tra i più elevati al mondo, questo è un fattore cruciale nel garantire alto (e sofisticato) livello di partecipazione. Ma la storia recente di una nazione che ha trovato il riscatto nella trasparenza  passa attraverso alcuni eventi fondamentali e un nome che abbiamo imparato a conoscere bene: Wikileaks.</p>
<h5>Trasparenza</h5>
<p>L’organizzazione ha giocato infatti un ruolo fondamentale nello smascherare la corruzione del sistema islandese ed è diventato un alleato del governo che &#8211; dopo fortissime proteste della popolazione &#8211; ha deciso di intraprendere un nuovo corso nella gestione della cosa pubblica. Julian Assange, fondatore e volto di Wikileaks, ha poi iniziato a lavorare come consulente del governo islandese nella realizzazione di una legge nota con l’acronimo Immi: la <a href="http://immi.is/Icelandic_Modern_Media_Initiative">Icelandic Modern Media Initiative</a>, un disegno di legge bipartisan con l’obiettivo di far diventare l’Islanda un rifugio per giornalisti, attivisti e chiunque venga ostacolato nell’espressione della propria libertà di parola. La Immi garantirà una serie di vantaggi in termini di protezione delle fonti e detenzione dei dati (vantaggi di cui Wikileaks per prima potrebbe essere beneficiaria, ad esempio). Il progetto, che ha già portato l’Islanda sotto i riflettori della stampa internazionale, dovrebbe diventare legge a metà del 2012.</p>
<p>«Per me è chiaro che una nuova costituzione può essere prodotta solo con la partecipazione diretta del popolo islandese», ha dichiarato il Primo Ministro Johanna Sigurdardottir. La strada per il recupero della fiducia verso le istituzioni è ancora lunga, però: non è detto che tutto questo coinvolgimento riesca effettivamente a recuperare il rapporto di una popolazione che ha perso tutto e che si sente tradita con la classe dirigente che ha consentito il collasso del Paese. La via della trasparenza, dicono gli osservatori, è però sicuramente quella da percorrere. Probabilmente l’unica in grado di aiutare i cittadini a reinventare una società che abbia il loro contributo come elemento fondante.</p>
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		<title>Le persone comuni, i motori del cambiamento</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2011 06:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Alaa ad bel Fattah]]></category>
		<category><![CDATA[Andrew Rasiej]]></category>
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		<category><![CDATA[Danah Boyd]]></category>
		<category><![CDATA[Jay Rosen]]></category>
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		<category><![CDATA[Mona Elthawy]]></category>
		<category><![CDATA[Personal Democracy Forum]]></category>

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		<description><![CDATA[La politica, argomento principe della conferenza che a New York ogni anno fa il punto sulle implicazioni di internet, fa un passo indietro. Questa volta, più che mai, è apparso chiaro che il cambiamento sta nascendo altrove]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Agents of change”, le persone come motore del cambiamento: mai come quest’anno il <a href="http://personaldemocracy.com/">Personal Democracy Forum</a> ha costruito il suo annuale appuntamento (l’ottavo, presso la sede della New York University) sulle storie eccezionali di persone comuni che cambiano il mondo. L’attenzione al Medio Oriente (Egitto, Tunisia, Libia) è massima e molti sono gli speaker che raccontano la loro esperienza di rivolta, di creazione di comunità, di movimenti che vivono da anni e solo in questo momento storico sono esplosi e diventati noti.<span id="more-5850"></span></p>
<h5>Narrativa della rivoluzione</h5>
<p>E la tecnologia? Lo <a href="http://techpresident.com/blog-entry/pdf-11-recap-facebook-narratives-cell-phones-catapults-and-other-tools-change-egypt">spiega</a> uno degli speaker più applauditi, l’egiziano <a href="http://twitter.com/alaa">Alaa ad bel Fattah</a>, blogger, geek e attivista e autore del blog <a href="http://www.manalaa.net">Manalaa</a>: «La tecnologia ci ha fornito un mezzo perfetto per costruire una narrativa della rivoluzione». In molti casi, infatti, gli strumenti non sono affatto sofisticati, tra  webcam rudimentali e vecchi modelli di cellulare: gli sms restano sempre il modo di comunicare più efficace e pervasivo. E forse è per questo che il governo egiziano ha imposto alle compagnie telefoniche occidentali di interrompere i propri normali servizi per diffondere messaggi che invitavano alla calma e a restare dentro casa. Un ribaltamento di ruoli in cui le aziende (come Vodafone UK, criticatissima dagli attivisti egiziani) finiscono per diventare mezzi di informazione “di Stato”: ma quali sono le loro responsabilità quando si parla di diritti umani? Il tema emerge già nella prima mattinata e, inaspettatamente, il problema viene affrontato da uno dei pochi speaker europei, l’europarlamentare olandese Marietje Schaake, da tempo impegnata sui temi della libertà di espressione e il diritto universale all’accesso. Ed è quasi sorprendente sentire arrivare l’appello alla necessità di leggi globali e non nazionali da un politico: Schaake lo sottolinea e conclude poi il suo intervento <a href="http://www.livestream.com/pdf2011/video?clipId=pla_8df861fc-3ea1-40eb-a7ff-ea87df93a7f9">con una richiesta</a> al pubblico, a chi popola e usa la rete quotidianamente: «Costruiamo insieme una base di conoscenza condivisa, troviamo un modo di informare correttamente su questi temi».</p>
<h5>Condivisione emotiva</h5>
<p>La condivisione anche emotiva è l’altro tema che attraversa i discorsi sul cambiamento e le rivoluzioni dell’ultimo anno: la resistenza si costruisce anche guardando il volto di un ragazzo ucciso durante la protesta su una pagina Facebook, <a href="http://www.monaeltahawy.com/">racconta</a> la giornalista americano-egiziana Mona Elthawy citando la  pagina <a href="http://www.facebook.com/elshaheeed.co.uk">We are all Khaled Said</a>. «Era il volto di un ragazzo simile a tanti altri: la gente si è riconosciuta, ha condiviso la sofferenza, ha creduto maggiormente nella necessità di unirsi e scendere in piazza», conclude. Ma l’empatia davanti al dolore può avere molte forme e trovare spazio anche in luoghi non afflitti dalla guerra, non quella tradizionalmente intesa. La battaglia di Jim Gilliam, un attivista trentenne che sale sul palco con un intervento dal titolo <em>Internet is my religion</em>, è infatti tra le più comuni e a noi vicine: quella contro il cancro. Gilliam, magro e altissimo, quasi non tradisce emozioni quando inizia a raccontare una <a href="http://techpresident.com/blog-entry/jim-gilliams-viral-video-radical-sincerity">terribile storia</a> di malattia e dolore, di ricadute e trapianti, una battaglia lunga anni in cui ha perso la fede in Dio e nel mondo, ritrovandola grazie a un blog e al sostegno di moltissime persone che gli sono state vicino senza conoscerlo. «Ognuno di noi può creare qualcosa, ma tutti insieme noi siamo “Il Creatore”. Oggi ho fiducia nelle persone, credo in Dio e internet è la mia religione»: un <a href="http://techpresident.com/short-post/where-church-internet-goes-here">messaggio provocatorio</a>, che per alcuni potrebbe suonare quasi blasfemo, ma che per il pubblico di Personal Democracy Forum è una testimonianza forte e che spiega la quotidiana motivazione di moltissime persone all&#8217;uso della rete per creare ponti e connessioni, per cercare di migliorare il mondo un passo alla volta, un clic alla volta. «Sintetizza perfettamente tutto quello in cui credo, tutto il senso di questa comunità di persone»  dirà in seguito il fondatore di PdF Andrew Rasiej. E il video di Gilliam diventa subito virale, con più di 62.000 visualizzazioni nelle 24 ore successive.</p>
<h5>Politica sullo sfondo</h5>
<p>Ma la principale conferenza sui cambiamenti che la tecnologia porta nella politica ha uno spettro ampio di argomenti affrontati dalle più brillanti menti del settore: Danah Boyd presenta i suoi studi <a href="http://techpresident.com/blog-entry/pdf-11-recap-what-people-internet-can-demand">sulla privacy e i social network</a>, invitando a ragionare in termini di rete e non solo di individuo; Jay Rosen <a href="http://pressthink.org/2011/06/from-write-us-a-post-to-fill-out-this-form-progress-in-pro-am-journalism/">dà severissimi voti</a> sul giornalismo partecipativo, con la consapevolezza di chi ha conoscenza ed esperienza (e nessuna paura di risultare “antipatico”, anzi); Clay Shirky – incredibile, ma vero – dà il suo contributo da spettatore e presenta i suoi studenti e i loro lavori più interessanti (come Rosen, anche Shirky insegna alla New York University). E la politica? Quest’anno c’è pochissimo spazio per le campagne elettorali e, invece, diversi interventi di politici all’avanguardia (l’europea Schaake, la senatrice americana Gillibrand, entrambe impegnate per la trasparenza dell’attività parlamentare) e di funzionari pubblici che provano a innovare pratiche e processi. Ma siamo ancora ben lontani dal ritrovare fiducia verso la classe politica: ancora una volta Lawrence Lessig si assume il compito di portare l’attenzione sui concetti che diamo per scontati, in una riflessione sul blocco sociale in cui ci troviamo. L’oggetto della sua presentazione sono le infrastrutture, la competitività, la neutralità della rete: gli interessi privati delle grandi organizzazioni vengono trattati come fossero requisiti di politiche pubbliche. Un tema su cui non si può «essere neutrali».</p>
<h5>I motori siamo noi</h5>
<p>E forse è proprio qui che l’edizione 2011 trova una sintesi: nel tracciare una netta distinzione tra quello che è oggi la politica e quello che le persone sono in grado di fare, nel ricordare come la tecnologia non sia affatto neutra per definizione o necessariamente una forza positiva, nel raccontare come la rete possa annientare le distanze e unire empaticamente o fisicamente. E di come, magari, internet possa essere la nostra religione, semplicemente perché ci ricorda che siamo noi i motori del cambiamento.</p>
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		<title>Metavid, gli archivi e la trasparenza</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/03/17/metavid-la-trasparenza-passa-dagli-archivi</link>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2009 08:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Abram Stern]]></category>
		<category><![CDATA[C-Span]]></category>
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		<category><![CDATA[Metavid]]></category>
		<category><![CDATA[Michael Dale]]></category>
		<category><![CDATA[Open Congress]]></category>
		<category><![CDATA[Sunlight Foundation]]></category>

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		<description><![CDATA[Tutta l'attività del Congresso americano, video per video. Nel repertorio collaborativo della vita istituzionale americana è possibile ricostruire gli iter legislativi e la storia politica di deputati e senatori]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Il processo di democratizzazione può sempre essere misurato con questo criterio essenziale: la partecipazione e l&#8217;accesso a un archivio, la sua costituzione e la sua rappresentazione». Questa frase di Jacques Derrida, tratta dal saggio <em>Mal d&#8217;archivio</em>, racconta perfettamente lo spirito di <a href="http://metavid.org/">Metavid</a> e non a caso viene citata dai suoi creatori. Metavid è un&#8217;iniziativa indipendente che si propone di creare un archivio di video dell&#8217;attività del Congresso degli Stati Uniti e di favorire la produzione partecipata di ulteriori elementi testuali. Lo scopo è permettere a tutti la ricerca di informazioni approfondite sia sull&#8217;operato dei parlamentari sia sui singoli progetti di legge.<span id="more-499"></span></p>
<p>L&#8217;attività di Metavid nasce dalla constatazione che gli archivi delle trasmissioni televisive delle sedute parlamentari americane non erano liberamente disponibili e non consentivano una contestualizzazione e produzione di significato su quanto effettivamente discusso dai membri del Parlamento. Come spesso accade negli Stati Uniti, i creatori di Metavid sono due studenti californiani dell&#8217;università di Santa Cruz, Michael Dale e Abram Stern, che lo hanno sviluppato nel 2006 come progetto per la <a href="http://metavid.org/wiki/Democratizing_the_Archive:_An_Open_Interface_for_Mediation">tesi di laurea</a> di Dale.</p>
<p>Il software Metavid registra le trasmissioni su canali tv, i video vengono riversati in rete e archiviati nel sito, dove possono essere ricercati per parola chiave. Ed è qui l&#8217;elemento della partecipazione degli utenti assume un ruolo chiave: tutti gli interessati sono invitati a collaborare prendendo visione dei brani, inserendo i tag appropriati e le trascrizioni degli interventi. Ogni deputato o senatore è classificato con il brano di un proprio intervento e le informazioni disponibili su <a href="http://opencongress.org/">Open Congress</a> e <a href="http://maplight.org/">MAPLight</a>, due siti indipendenti che tracciano l&#8217;operato dei parlamentari anche in relazioni ai fondi ricevuti per le campagne elettorali (di Open Congress, in particolare, <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2008/10/22/01/200810220101">abbiamo parlato diffusamente</a> in passato). Infine è disponibile una classificazione dei disegni di legge con le indicazioni del proponente e i video che riguardano la discussione in aula.</p>
<h5>Non piace a C-Span</h5>
<p>Da trent’anni le sedute del Congresso statunitense sono trasmesse dal canale via cavo <a href="http://www.cspan.org/">C-Span</a>. E qui nasce il più classico dei conflitti tra televisione e internet. Al momento della nascita di Metavid, infatti, i video erano resi disponibili da C-Span per due settimane dalle riprese, in formato Real Media. I file erano compressi e codificati con l&#8217;esplicito obiettivo di impedirne modifiche e utilizzo a chi non ne avesse acquistato i diritti (l’abbonamento va dai 30 ai 45 dollari). C-Span produce contenuti per cui detiene il copyright e naturalmente cerca il proprio modello di business nella vendita dei propri programmi, così come nella produzione di libri e di merchandising. La sostenibilità deriva dunque dal copyright e dagli accordi fatti dal canale per ridistribuire il materiale.</p>
<p>I contenuti prodotti dal governo statunitense sono però di pubblico dominio e non soggetti a limitazioni. La situazione è ancor più paradossale se si considera che C-Span non è un canale pubblico né liberamente visibile a tutti: per vederlo occorre abbonarsi a un pacchetto di emittenti via cavo che lo comprenda). Le sedute del Congresso e del Senato proposte da C-Span sono dunque un servizio pubblico ma, nel momento in cui vengono riprese da un cameraman del canale tv, sfuggono al pubblico dominio.</p>
<p>È facile immaginare come Metavid abbia incontrato ben presto problemi legali: nel corso del 2006 il canale tv ha chiesto la cancellazione degli archivi di Metavid. Dalla controversia che ne è seguita Metavid ha ottenuto un significativo risultato: gli unici video rimossi sono stati quelli che erano stati realizzati con telecamere di C-Span, mentre hanno potuto mantenere online tutti i contenuti prodotti dal governo. Il canale ha poi chiesto a Nancy Pelosi, presidente della Camera, che le telecamere C-Span fossero le uniche a autorizzate a riprendere le attività parlamentari, ma la richiesta è stata negata.</p>
<p>Nell&#8217;estate 2007 C-Span ha lanciato all’interno del proprio sito web una Video Library, una pagina dalla quale si accede gratuitamente ai programmi, incluse le sedute del Congresso. Parte dei video sono anche disponibili sulla pagina di YouTube del canale tv.</p>
<h5>La rimediazione dei contenuti</h5>
<p>In tre anni di attività Metavid ha raggiunto una partecipazione di alcune centinaia di utenti attivi al mese. L&#8217;attività partecipata promossa da Metavid mette in atto una rimediazione di contenuti che i suoi fondatori definiscono «il processo di rinegoziazione del significato prodotto dalla mediazione degli archivi». In altre parole auspicano la creazione di un archivio audiovisivo dell&#8217;attività legislativa in forme che permettano la partecipazione possa favorire e assicurare una trasparenza continuata.</p>
<p>Nel 2007 e 2008 il progetto ha ricevuto complessivamente circa 320.000 dollari dalla <a href="http://www.sunlightfoundation.com/">Sunlight Foundation</a>, fondazione americana molto attiva nel promuovere progetti che incrementino la trasparenza amministrativa. L&#8217;obiettivo finale però non è la sostenibilità del progetto, ma la creazione di un sistema aperto che favorisca la partecipazione e l&#8217;aggregazione dei cittadini sui temi che ritengono importanti. Per questo motivo il lavoro dei fondatori e dei volontari prosegue alla ricerca di nuove e più mirate funzionalità. Nello spirito open source, Metavid rende liberamente disponibili tutti i documenti e il software alla base del suo funzionamento, senza alcuna restrizione sul riutilizzo.</p>
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		<title>La Casa Bianca alla prova della trasparenza</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2009/01/22/la-casa-bianca-alla-prova-della-trasparenza</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 09:15:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonella Napolitano</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Barack Obama]]></category>
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		<category><![CDATA[E-government]]></category>
		<category><![CDATA[Macon Philips]]></category>
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		<category><![CDATA[partecipazione]]></category>
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		<category><![CDATA[PublicMarkup]]></category>
		<category><![CDATA[Sunlight Foundation]]></category>
		<category><![CDATA[Tim O'Reilly]]></category>
		<category><![CDATA[Timothy O'Brien]]></category>
		<category><![CDATA[trasparenza]]></category>
		<category><![CDATA[WhiteHouse.gov]]></category>

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		<description><![CDATA[Barack Obama non aveva ancora terminato il suo giuramento da presidente quando il nuovo sito istituzionale è andato online, prima testimonianza visibile della politica di apertura e partecipazione a lungo predicata dal nuovo capo di stato]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In qualche modo si tratta del primo dato tangibile dell&#8217;amministrazione Obama, qualcosa che è possibile confrontare con le promesse della lunghissima campagna elettorale. I precedenti, inoltre, sono di livello altissimo: il lavoro innovativo svolto dallo staff di Obama farà scuola sia per quanto riguarda la campagna elettorale che nel periodo di passaggio di consegne tra elezione e insediamento. In quasi due anni di campagna <a href="http://my.barackobama.com/">MyBarackObama.com</a> è riuscito a dare vita a un social network che  ha aggregato, motivato e mobilitato un numero di persone senza precedenti.<span id="more-353"></span></p>
<p>In soli due mesi e mezzo <a href="http://change.gov/">Change.gov</a> &#8211; il sito che lo staff di Obama ha realizzato tra l&#8217;elezione e l&#8217;insediamento per comunicare coi cittadini &#8211; è forse andato anche oltre, con una piattaforma di comunicazione e di confronto aperto, costantemente aggiornato sull&#8217;operato del gruppo al lavoro impegnato nelle operazioni di transizione. Le aspettative, insomma, sono elevatissime e le analisi del nuovo sito istituzionale non si sono fatte attendere, tra entusiasmo iniziale e critiche nemmeno troppo velate per l&#8217;approccio non così innovativo come sperato.</p>
<h5>Il sito obamizzato</h5>
<p>La prima considerazione è di impatto: il sito della Casa Bianca si è «obamizzato», <a href="http://www.engagedc.com/2009/01/21/the-new-whitehousegov/">sostiene il consulente repubblicano Patrick Ruffini</a> facendo riferimento alla grafica del sito della campagna elettorale del neo-presidente e di Change.gov. A eccezione del logo della Casa Bianca e di un analogo schema di colori di fondo, in effetti il nuovo sito non somiglia a quello precedente. Al centro c&#8217;è un banner di immagini e messaggi e, subito sotto, tre colonne con gli ultimi post del blog, i temi più importanti del momento e, almeno per ora, il video del <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/the_whistle_stop_tour/">Train Tour</a>, il viaggio verso la capitale che il presidente ha fatto in treno in occasione delle cerimonie di insediamento.</p>
<p>Oltre alle sezioni più classiche sul governo e la sua agenda, è in evidenza la cosiddetta <a href="http://www.whitehouse.gov/briefing_room/">Briefing Room</a>, un&#8217;area dedicata alla comunicazione che comprende un blog, la presentazione dei 43 presidenti precedenti, i messaggi settimanali alla nazione sotto forma di video (<a href="http://www.youtube.com/view_play_list?p=15511AD488EE8A38">Obama aveva già cominciato</a> nel periodo del passaggio di consegne) e altre pagine che conterranno atti e documenti ufficiali della presidenza Obama.</p>
<p>C&#8217;è ancora qualche bug e Ruffini fa qualche lieve critica, ma in generale apprezza l&#8217;organizzazione del sito, efficace nel veicolare messaggi di rilievo, e il metodo con cui il tutto viene portato avanti. L&#8217;ex-consulente della campagna elettorale di Bush nel 2004 non risparmia però una frecciata nel finale: WhiteHouse.gov è un sito costruito utilizzando un formato proprietario di Microsoft, che cosa ne penseranno gli entusiasti di Obama appartenenti alla community dell&#8217;open source?</p>
<h5>Il nuovo rapporto con i cittadini</h5>
<p>«Questo è solo l&#8217;inizio del nostro impegno per dare a tutti gli americani una finestra sull&#8217;operato del governo». La promessa non potrebbe essere più chiara e impegnativa, specie perché viene ribadita nel post inaugurale del primo blog presidenziale. Questa sembra essere la grande novità, sia per lo strumento che per l&#8217;approccio al rapporto con i cittadini. Il blog verrà gestito da varie persone e <a href="http://www.whitehouse.gov/blog/change_has_come_to_whitehouse-gov/">il primo post</a> è affidato a Macon Phillips, direttore della sezione New Media della Casa Bianca. Secondo Philips, l&#8217;azione del governo Obama su internet si articola secondo tre aspetti: comunicazione, trasparenza e partecipazione.</p>
<p>Il  blog promette di comunicare tempestivamente le novità di rilievo. Phillips segnala la disponibilità di un feed Rss per il blog e invita a iscriversi agli aggiornamenti che saranno inoltrati via email da parte del presidente e dell&#8217;amministrazione. I primi contenuti riguardano il discorso dell&#8217;insediamento con la pubblicazione del testo e del video (proveniente dal <a href="http://www.youtube.com/user/whitehouse">canale ufficiale della Casa Bianca</a> su YouTube) e quello in ricordo di Martin Luther King risalente al 19 gennaio scorso. In questo momento, però, i post non sembrano essere ordinati nel consueto ordine cronologico inverso: resta da vedere se si tratti di una scelta definitiva o provvisoria, forse dettata dal voler mettere in evidenza il primo post di spiegazione.</p>
<p>Durante la campagna elettorale e nei mesi di transizione si è puntato moltissimo sulla trasparenza amministrativa, promettendo la disponibilità di documenti online, organizzati in modo semplice. L&#8217;impegno è anche quello di esporre con chiarezza le decisioni e priorità governative, grazie alla pubblicazione delle decisioni presidenziali. Fino ad ora le decisioni sono andate nella giusta direzione, ma questa politica verrà messa alla prova molto presto, sostengono i commentatori.</p>
<p>Quanto alla partecipazione: nel primo post viene anche segnalata la decisione di pubblicare tutti i provvedimenti non urgenti e di consentire per cinque giorni la possibilità di controllarli e commentarli: una sfida significativa in termine di gestione delle informazioni, probabilmente senza precedenti. Questo tipo di azione riprende in realtà diversi tentativi di progetti collaborativi indipendenti per la revisione delle leggi e l&#8217;apertura al contributo dei cittadini: il più importante è <a href="http://publicmarkup.org/">PublicMarkup</a>, creato dalla Sunlight Foundation, una fondazione molto attiva sul fronte della trasparenza dell&#8217;apparato pubblico.</p>
<p>Ad ogni modo le dichiarazioni sul primo post e da parte dello staff fanno però pensare che questo sia davvero solo un inizio e che ancora altro verrà fatto in termini di apertura alla partecipazione dei cittadini.</p>
<h5>Le critiche</h5>
<p>«La Casa Bianca dovrebbe rimandare a posti dove le nostre menti possano essere nutrite con nuove idee, prospettive, luoghi, punti di vista, cose da fare, modi in cui possiamo fare la differenza. Dovrebbe prendere rischi perché questa è la realtà: siamo tutti enormemente a rischio». <a href="http://www.scripting.com/stories/2009/01/21/theWhiteHouseWebsite.html">L&#8217;osservazione viene</a> proprio dal padre dei blog, Dave Winer, certamente non impressionato nel vedere questo strumento usato all&#8217;interno del sito del governo del suo paese. Lo scetticismo di Winer è motivato dal suo desiderio che il sito del governo americano diventi uno spazio pubblico, un luogo di dialogo tra governo e cittadini, un punto di incontro tra gente proveniente da diversi settori affinchè possa entrare in contatto. Certo, conclude Winer, «non deve essere necessariamente su whitehouse.gov ma perché no? Perché aspettare?».</p>
<p>La prima e più evidente critica è la mancanza di commenti: come si può parlare di comunicazione innovativa se non c&#8217;è dialogo? Il dibattito avviene già nei commenti allo stesso post di Winer e riprende varie posizioni presenti in Rete. Un sito come Whitehouse.gov creerebbe moltissimi problemi nella gestione dei commenti, sia per la quantità che per il tipo di commenti che potrebbero arrivare: in molti notano come sul blog della Casa Bianca questa gestione richiederebbe un enorme dispendio di tempo e attenzione, oltre a una precisa policy sui commenti con numerose implicazioni legali.</p>
<p>La fondamentale differenza con la presenza di un candidato, o anche di un presidente, su varie piattaforme è che queste non sono siti del governo e, quindi, non sotto la sua diretta responsabilità. Senza entrare in interpretazioni del Primo Emendamento, che garantisce la libertà di espressione ai cittadini, basti considerare, per contro, il fatto che generalmente non ci si aspetta che lo staff di Obama risponda ai commentatori su piattaforme esterne come YouTube: l&#8217;account ufficiale è stato in effetti aperto tre giorni fa lasciando i commenti aperti ai video inseriti.</p>
<p>Altri fanno notare che Obama non usa questi nuovi strumenti per dialogare con i cittadini, ma utilizza canali innovativi per comunicare con loro. Secondo queste voci il cambiamento dell&#8217;amministrazione si misurerà quando ci saranno leggi e temi importanti in discussione e il governo dovrà davvero dare seguito alle promesse di trasparenza: la sfida più grossa, dicono in molti, sarà rendere altrettanto trasparenti anche i siti delle altre agenzie governative.</p>
<h5>Le novità e le opportunità</h5>
<p>Sul versante copyright il cambiamento è rilevante e già molto celebrato: la policy del sito stabilisce che i contenuti di terze parti siano sotto licenza <a href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Creative Commons 3.0</a>, che consente di distribuire e adattare contenuti, purché ne sia citata la fonte. Si tratta della licenza più ampia a disposizione, <a href="http://creativecommons.org/weblog/entry/12267">si fa notare</a> con comprensibile orgoglio dal blog di Creative Commons. Non va dimenticato, inoltre, che i contenuti prodotti dal governo statunitense sono – per legge federale – già di pubblico dominio e non soggetti a copyright.</p>
<p>Ma i pionieri del web guardano ancora oltre: <a href="http://radar.oreilly.com/2009/01/change-gov-becomes-whitehouse-gov.html">Tim O&#8217;Reilly considera</a>, ad esempio, il potenziale di innovazione dal punto di vista delle piccole aziende che si occupano di tecnologia. Tutto il lavoro dietro lo sviluppo di questo sito non è stato affidato alle solite agenzie con grossi contratti col governo ma da piccole società che hanno curato i vari aspetti. Secondo O&#8217;Reilly è la dimostrazione delle effettive possibilità di raggiungimento di risultati con il lavoro di piccoli gruppi, purchè abili e ben coordinati: «Penso che nei prossimi anni per chi si occupa di tecnologia ci saranno molte opportunità per fare la differenza e aiutare la nostra pubblica amministrazione a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi».</p>
<p>L&#8217;amministrazione Obama avrà un ruolo importante nel determinare le prossime mosse ma il contributo di tutti sarà di grande importanza, <a href="http://broadcast.oreilly.com/2009/01/government-transparency-is-our.html">spiega Timothy O&#8217;Brien</a> in uno dei blog della community O&#8217;Reilly, facendo appello agli sviluppatori di applicazioni. Molto lavoro di questo tipo viene già utilizzato in progetti indipendenti per incrementare la trasparenza sulla spesa pubblica e sui finanziamenti ai membri del Congresso. Rendere l&#8217;informazione accessibile è un obiettivo ambizioso e non lo si raggiunge in un giorno, conclude O&#8217;Brien, portando come metro di paragone il più celebre esempio in ambito tecnologico: Google, un motore di ricerca nato dal lavoro di due studenti e diventato il leader nel settore.</p>
<p>Una storia per certi versi simile a quella di Barack Obama, il candidato outsider che diventò presidente degli Stati Uniti.</p>
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