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	<title>Apogeonline &#187; Alessandro Longo</title>
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	<description>Notizie e libri tra tecnologia, musica, spiritualità e filosofia</description>
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		<title>Italia 2012, banda larga senza futuro?</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 07:30:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Occhi puntati sulla conferenza stampa di fine anno del governo Monti, sperando che venga annunciata una visione strategica per il comparto digitale. Perché fin qui i segnali sono stati a dir poco timidi ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia entra nel 2012 senza ancora un programma per la banda larga del futuro. Sebbene tra esperti e studiosi ci sia consenso che da qui verrebbe la crescita economica. E sebbene altri Paesi europei si stiano mostrando più coraggiosi su questa strada. È sì, certo, anche una questione di coraggio. Perché non si sa se e quando la banda larghissima potrà ripagare gli enormi investimenti necessari (pari a mille euro per casa cablata in fibra). Ma di contro si sa con sufficiente certezza che l’intera economia di un Paese se ne avvantaggerà. A questa mattina, in attesa della conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Mario Monti, non è ancora chiaro se il nuovo governo investirà di più del precedente in banda larga (di meno sarebbe del resto impossibile). Ma il problema &#8211; magari non ce ne siamo accorti &#8211; è che anche i privati hanno ridotto a livelli letargici l’entusiasmo per le nuove reti, in Italia. Vediamo il quadro della situazione.<span id="more-7726"></span></p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>Dice uno studio Ocse: per ogni euro investito in banda larga, ne vengono 1,3-1,5 euro in più in Pil (Prodotto interno lordo). Per l’Italia il valore ipotizzato è 1,45. Altri studi a conferma del concetto sono riassunti da un <a href="http://www.firstonline.info/a/2011/06/28/calabro-litalia-si-gioca-il-futuro-nelle-reti-di-t/947c12b7-5f8f-4bee-bdbc-04dd35e11f01">recente discorso</a> del presidente dell’Autorità Garante delle Comunicazioni. Che cosa c’è, invece, in Italia ad oggi? Cinquecento milioni. A tanto ammontano i fondi che Infratel ha a disposizione per portare banda larga di prima generazione (almeno 2 Megabit). E ne servirebbero un miliardo &#8211; stima la stessa Infratel &#8211; per eliminare il digital divide entro il 2013, come richiesto dall’Agenda digitale europea. Per l’esattezza, Infratel è una società di scopo che utilizza fondi pubblici (stanziati da vecchie legislature, dalle regioni e soprattutto dall’Unione europea) per portare la fibra ottica vicino a centrali telefoniche e, in futuro, ad antenne radio mobile (poi spetta all’operatore fare l’ultimo pezzetto di collegamento).</p>
<p>Se per la banda larga c’è un’incognita, stagnante e senza futuro sembra invece la situazione per la banda larghissima. Cominciamo da una buona notizia: è partita la società della rete per portare la fibra <a href="http://tariffe.digital.it/trento-ngn-fibra-ottica-per-tutti-in-provincia-di-trento-entro-il-2018-7386.html">nelle case della Provincia di Trento</a>. Poca roba, appena 160 milioni di euro spalmati su sei anni. Da una parte è il primo esempio di accordo possibile tra pubblico e privato per la banda larghissima. Dall’altra, meglio non entusiasmarsi troppo: «Difficilmente sarà replicabile altrove, così com’è. La società pubblico-privata è figlia delle particolari condizioni politiche ed economiche della Provincia di Trento», dice Alessandro Zorer, amministratore delegato di Trentino Network, che porterà la banda larghissima nelle case della provincia non coperte dalla nuova società.</p>
<h5>In Italia e in Europa</h5>
<p>Bisogna quindi vedere oltre Trento. Siamo impantanati <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">nella situazione di febbraio 2011</a>, con qualche piccolo aggiornamento: la Regione Lombardia ancora tentenna a investire nel progetto fibra ottica poiché manca un accordo con i privati; lo Stato centrale non ha previsto niente a riguardo, ma si è limitato a sbloccare, a dicembre, un miliardo di fondi europei per la banda larghissima al Sud. Poiché sono largamente insufficienti per la fibra ottica nelle case (ci fai solo un milione di appartamenti), forse saranno usati solo a supporto di altri progetti. Che ancora però non si vedono. I privati, da parte loro, vanno avanti con il freno a mano tirato. Gli operatori alternativi a Telecom Italia non hanno fatto più nulla, nonostante gli annunci del passato, complice il fallimento del tavolo aperto con il precedente ministero allo Sviluppo Economico.</p>
<p>Telecom Italia per ora ha lanciato un’offerta 100 Megabit in solo 40.000 appartamenti, per altro a prezzi molto cari (75 euro al mese). Fastweb non intende aumentare la propria copertura storica in fibra (2,2 milioni di unità immobiliari). In Europa invece qualcosa si muove, come dice l’ultimo rapporto Idate, di cui qui forniamo un paio di grafici. Metroweb ha fatto annunci generici di copertura, comunque limitata <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/10/10/il-nuovo-piano-banda-larghissima-chiarimenti.html">a poche città del Nord</a>. L’Europa dell’Est, la Russia e la Francia continuano ad ampliare le reti. BT e Virgin nel Regno Unito e le municipalità tedesche hanno piani di sviluppo nel 2012. La sola BT pensa di coprire il 66% del Regno Unito <a href="http://www.itpro.co.uk/634174/the-great-fibre-debate">entro il 2015</a>. Il vecchio piano di Telecom Italia &#8211; per altro in ritardo sulla tabella di marcia, come ammesso dallo stesso operatore &#8211; prevedeva il 50% dell’Italia entro il 2018.<strong> </strong></p>
<h5>Il nuovo governo</h5>
<p>L’Italia rischia insomma di essere il solo Paese del G8 a restare esclusa dal futuro della banda larga. Insomma, le carte sono chiare: serve proprio una spinta del nuovo governo per sbloccare la situazione. Potrebbe essere in termini di nuovi investimenti e/o di incentivo ai progetti. Purché non faccia l’errore del precedente governo, che ha fatto scappare Telecom Italia dal tavolo per eccessivo dirigismo (come <a href="http://punto-informatico.it/3188006/PI/News/ngn-bernabe-contro-tavolo-romani.aspx">dice</a> la stessa Telecom). Fino a qui i segnali sono stati troppo timidi. Alcuni davvero negativi: nel primo via libera Cipe dopo tanto tempo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/11/cipe-infrastrutture.shtml?uuid=0d5a8cbe-cade-11de-aaae-8b008265c0a7&amp;DocRulesView=Libero">non ci sono</a> i soldi promessi alla banda larga. Nella formazione del governo non c’è nessuna delega all’Innovazione, alle Comunicazioni e tantomeno all’Agenda digitale (il precedente almeno aveva le prime due).</p>
<p>La migliore buona notizia che arriva da quella parte è quindi l’impegno <a href="http://www.repubblica.it/politica/2011/12/18/news/passera_manovra-26829379/">a fermare</a> il regalo delle frequenze alle tv. Un impegno ancora da verificare nella sostanza e nelle conseguenze (si vocifera che potrebbe dare quelle frequenze alla banda larga, come del resto la Commissione europea spinge a fare entro il 2015). Ma comunque è il primo segnale di discontinuità rispetto al precedente “televisivo” governo. Adesso bisognerà scoprire se la strategia statale dell’innovazione si limita alla possibilità di fare cassa (con l’asta delle frequenze). O porterà anche a investimenti in banda larga, a vantaggio del Paese.</p>
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		<title>Innovazione, le priorità per il nuovo governo</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/11/23/innovazione-le-priorita-per-il-nuovo-governo</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 07:30:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cambio di esecutivo ha congelato i pochi progetti in corso sul fronte dell'innovazione legata alla rete, ma apre spiragli perché un'agenda digitale entri finalmente tra gli obiettivi dei nuovi ministri ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso si torni a parlare di agenda digitale, per far crescere l’Italia. Dalle ceneri del governo Berlusconi e nell’infanzia del governo Monti, è questa l’idea che germoglia: un’urgenza, pressante, di cambiamento. Di spingere le aziende e la pubblica amministrazione nelle braccia del digitale, soprattutto. È un’esigenza chiara agli esperti e ai politici più attenti ai temi dell’innovazione e comincia a prendere forme nelle stanze dei nuovi ministri. Lo scopo è duplice: riprendere in mano le questioni lasciate in sospeso dal precedente governo e affrontare quelle trascurate del tutto. Ma da dove cominciare?<span id="more-7473"></span></p>
<h5>Obiettivi</h5>
<p>Le priorità in fin dei conti sono facili da individuare. Basta leggere gli obiettivi dell’<a href="http://ec.europa.eu/information_society/digital-agenda/scoreboard/index_en.htm">Agenda Digitale 2020</a> e vedere dove l’Italia è maggiormente in ritardo sul percorso. Pare che mettersi in pari con l’Europa sia proprio tra le priorità già individuate da Corrado Passera, neo ministro per lo Sviluppo economico e per le Infrastrutture e Trasporti. E quindi: ce la caviamo per copertura banda larga classica (Adsl), andiamo bene per tutto quello che riguarda la mobilità, abbiamo un ritardo per diffusione di Internet, ma siamo un vero e proprio disastro per gli utilizzi “hardcore” della rete. L’e-government e l’e-commerce, in particolare da parte delle imprese piccole e medie. Insomma, è una lacuna bella grossa: è come dire che il nostro tessuto produttivo ancora non sfrutta davvero i vantaggi del digitale. Per l’e-commerce dei consumatori ci sono stati recenti segni positivi: nel 2011 per la prima volta abbiamo cominciato a recuperare il ritardo con l’Europa, <a href="http://247.libero.it/focus/19966641/21/cresce-l-e-commerce-italiano-secondo-l-osservatorio-del-b-politecnico-b-di-b-milano-b/">stima</a> il Politecnico di Milano.</p>
<p>Occupiamoci dell’e-government, quindi. «È questa la priorità, perché dopo tutto il problema del digital divide della banda larga è in via di risoluzione», dice Cristoforo Morandini, di Between, tra i principali osservatori che hanno tracciato i risultati italiani nei confronti dell’Agenda Digitale europea. «Adesso per prima cosa il rischio è di perdere anche quei passi avanti fatti con la riforma Brunetta. Ci sono tante cose appese a un filo», dice. Tra gli ultimi atti del governo c’è stata la digitalizzazione dei certificati medici e delle ricette (per queste c’è un decreto <a href=" http://www.i-dome.com/articolo/19082-Le-ricette-mediche-diventano-digitali.html">del 2 novembre</a>). Sono pochi Cup online, invece (centro prenotazione degli esami): ce l’hanno solo alcune Asl dell’Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte. Pochissime le Asl che riforniscono i referti online: solo il 29% (secondo i dati ministeriali aggiornati a luglio 2011). Non sono arrivati in tempo i decreti attuativi per lanciare i pagamenti in digitale a/da le pubbliche amministrazioni e il problema è che <a href="http://corrierecomunicazioni.it/news/84811/tremonti_a_brunetta_poche_risorse_per_la_pa_digitale">non c’è la necessaria copertura finanziaria</a>.</p>
<h5>Banda larga</h5>
<p>In particolare sono pochissimi ancora i Comuni che accettano transazioni economiche da cittadini e aziende. Va monitorata e accompagnata la diffusione della posta elettronica certificata, adottata ancora da un numero insufficiente di PA e cittadini. Una volta affinati gli strumenti di interazione tra amministrazioni e cittadino bisognerebbe poi, forse, avere il coraggio di fare lo switch off, come suggeriscono alcuni esperti: «Obbligare tutti a usare solo il digitale per gli atti della e verso la pubblica amministrazione», dice l’avvocato Ernesto Belisario. Basta carta e chi è tecno-refrattario dovrà imparare o avrà problemi. «Sono necessarie misure di incentivo alla domanda: per diffondere i servizi e-government e banda larga», dice Paolo Gentiloni (PD). Quanto ai piani di copertura, com’è noto il precedente governo ha sottratto le risorse che dovevano arrivare alla banda larga dai proventi dell’asta frequenze 4G.</p>
<p>È probabile comunque che con altri fondi, anche comunitari, si riesca a eliminare il digital divide entro il 2013, com’è nei piani della società di scopo Infratel, coprendo tutti con almeno i 7 Megabit. Il problema è il futuro: l’Italia non ha un piano nazionale condiviso, al momento, per la banda larghissima (fibra ottica a 100 Megabit). Non ci sono alleanze fattive tra operatori, né piani coordinati dallo Stato. Al momento c’è solo il piano Telecom Italia, che nell’immediato riguarda sette città (quattro già raggiunte dai servizi commerciali) e nel medio periodo 13. Poi ci sarebbe il <a href="http://brescia.corriere.it/brescia/notizie/economia/11_novembre_3/20111103BRE07_14-1902033024149.shtml">progetto Metroweb</a>, che deve però ancora trovare le risorse e comunque rischia di essere limitato a pochissime città del Nord. Si è impantanata l’idea di una norma per foraggiare il progetto <a href="http://blog.wired.it/bandastretta/2011/11/11/banda-larga-via-dai-piani-del-governo.html">con i fondi della Cassa Depositi e Prestiti</a>. «Se ne esce solo se il nuovo governo riuscirà a vedere nella banda larga un potere anticiclico, per la ripresa economica dell’Italia», dice Vita (PD). È d’accordo Roberto Cassinelli (Pdl): «In un momento di crisi, il governo ha l&#8217;opportunità di sfruttare l&#8217;innovazione come trampolino per il rilancio. È ormai evidente a tutti, infatti, l&#8217;importanza di internet anche in ottica macroeconomica (notizie recenti parlano del 2% del Pil nazionale, con ottime prospettive di crescita). Auspico perciò che il nuovo esecutivo sappia attuare efficacemente una strategia di sostegno e diffusione dell&#8217;innovazione tecnologica».</p>
<p><strong>Obiettivi chiari</strong></p>
<p>Come? Rinnovando innanzitutto le nostre infrastrutture telematiche affinché sia disponibile a tutti una connettività adeguata ai moderni strumenti del web. L&#8217;Italia, inoltre, è ancora arretrata rispetto ai maggiori partner europei per quanto riguarda la copertura WiFi del territorio: le odierne esigenze di mobilità impongono di intervenire per consentire l&#8217;accesso a internet praticamente ovunque. Sarebbe infine un buon segnale se le istituzioni si dimostrassero coscienti delle potenzialità offerte dalla tecnologia e utilizzassero il web in maniera sempre più trasparente ed interattiva». «Tali interventi andrebbero inseriti in un più ampio contesto: l&#8217;Italia ha bisogno di darsi una vera e propria politica digitale, con obiettivi chiari e scadenze da rispettare. La creazione di un ministero per Internet, da alcuni proposta nei giorni scorsi, è un&#8217;idea tutt&#8217;altro che balzana», continua Cassinelli.</p>
<p>Per trovare nuovi fondi, c’è sempre l’idea sostenuta dalle opposizioni nel precedente governo: «Chiedere soldi alle emittenti tv per le nuove frequenze del digitale terrestre», dice Vita. Idea che era diventata una proposta, bocciata <a href="http://www.tvdigitaldivide.it/2011/09/05/beauty-contest-bocciato-lemendamento-del-pd-le-frequenze-del-digitale-terreste-saranno-gratuite/">per un soffio</a>. Ma considerando il frangente economico e politico, e i ritardi che sta subendo il beauty contest per le frequenze tv, c’è di nuovo spazio per riprovare a rilanciare la proposta. Secondo alcuni, Passera <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/11/21/Policy/mario_monti_Corrado_Passera_beauty_contest_digitale_terrestre_tv_locali_mediaset_rai_206855.html">ci sta effettivamente pensando</a>.</p>
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		<title>Si riaccende la battaglia su tariffe e servizi VoIP</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Oct 2011 06:30:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Compresi gli errori del passato e abbracciate politiche di maggior apertura (anche con la telefonia), nuovi attori e nuovi listini si affacciano su un mercato che ora potrebbe finalmente decollare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sorpresa autunnale: gli operatori italiani sono tornati a dare battaglia sui servizi VoIP rivolti ai consumatori. E la ingaggiano sia contro Skype (nemico storico dei provider nostrani) sia contro i normali operatori fissi e mobili. Le armi sono tariffe più economiche e un mix di semplicità d’uso e servizi evoluti. Già, i più nostalgici tra i lettori trattengano le lacrime: sembra essere tornati sei-sette anni indietro nel tempo, quando France Telecom <a href="http://www.dgmag.it/hi-tech/parlait-sfida-telecom-sul-piano-del-voip-3782">lanciava con gran fanfara</a> Parla.it, promessa presto dimenticata del VoIP. In realtà da allora sono cambiate molte cose. Questo ritorno di fiamma per il VoIP avviene sotto altri scenari. Per prima cosa, il volano è il boom degli smartphone: sono 20 milioni gli italiani che ne hanno uno (fonti Nielsen e Ipsos Media). Ormai è un fenomeno di massa. Secondo, gli operatori hanno capito gli errori del passato.<span id="more-6870"></span></p>
<h5>Nuovo slancio</h5>
<p>Non si può vendere il VoIP, in Italia, come servizio per cui devi comprare un router apposito o configurare i parametri sip: è una  condanna alla nicchia. Al contrario, i servizi VoIP di nuova generazione cercano di essere più semplici e immediati persino di Skype, oltre che più economici: ne sono esempio <a href="http://talk.messagenet.com">Messagenet Talk</a> (dell’operatore milanese Messagenet) e <a href="http://www.indoona.com">indoona</a>, appena lanciato da Tiscali. Indoona in particolare credo che sia il VoIP più economico, per le chiamate verso numeri telefonici normali: 0,8 cent verso fissi, 10 cent verso mobili (6 verso cellulari Tiscali), al minuto. È meno della metà rispetto a Skype. Quei due prezzi sono rispettivamente 1,94 e 11,88 cent al minuto, con Messagenet, che fa pagare meno le telefonate verso Usa, Canada e Cina (1,57 cent). Iva inclusa in tutti i casi. Messagenet di contro regala un numero di telefono geografico (con prefisso di una città a scelta), mentre Tiscali chiede 24 euro all’anno.</p>
<p>Qui lo scontro con Skype è vinto a tavolino. Il big del VoIP infatti non permette da mesi di avere numeri italiani e da qualche giorno ha anche subito la disattivazione di quelli già usati dagli utenti (decine di migliaia). Il motivo è <a href="http://www.webmasterpoint.org/news/numeri-telefono-skype-non-funzionano-piu-cosa-fare-per-il-trasferimento_p43172.html">una bega</a> con il Ministero allo Sviluppo Economico: Skype non rispettava le leggi italiane (ma le stesse valgono in altri Paesi europei). La perdita dei numeri è un grosso danno all’immagine dell’azienda in Italia e offrirà certo spazio a servizi minori. Messagenet già giorni prima, quando era nell’aria il disastro Skype, aveva lanciato una campagna agli utenti invitandoli alla portabilità del numero. A quanto risulta, ad oggi non è certo che ancora si possa portare il numero Skype verso un qualsiasi altro operatore. Converrebbe comunque affrettarsi a richiedere il passaggio.</p>
<h5>Innovazioni</h5>
<p>A parte questi problemi contingenti e la guerra tariffaria, i nuovi servizi VoIP italiani si battono con aspetti innovativi. Il software di Messagenet (pc e smartphone) consente di chiamare gratis anche gli utenti che non l’hanno installato e che non si sono iscritti al servizio. L’utente Messagenet può mandare infatti un link-chiamata al destinatario: cliccandovi, parte la conversazione. È una tecnologia basata su Java e funziona su qualsiasi browser. Messagenet è riuscita a renderla poco esigente (va bene anche su processori poco potenti) e ad aggiungervi funzioni di cancellamento eco. È un assaggio di come l’evoluzione delle tecnologie browser può facilitare le chiamate gratuite e altre forme di comunicazione diretta tra gli utenti. Ancora di più lo si vedrà <a href="http://countingfromzero.wordpress.com/2011/08/26/sip-and-the-browser-rtcweb-and-html5/">con l’Html 5</a>. Presto il link-chiamata diventerà permanente (adesso è temporaneo, valido per quella specifica telefonata). Cioè gli utenti potranno usarlo come l’analogo di un numero di telefono e pubblicarlo sul proprio sito o su Facebook, per essere contattabili da qualunque utente internet.</p>
<p>L’innovazione indoona è invece nell’integrazione profonda con la telefonia tradizionale. Fa propria la lezione di Viber e permette di chiamare utenti indoona a partire dal loro numero di cellulare. Il sistema sa insomma che a un certo numero corrisponde un account indoona. Se si chiama quel numero attraverso il programma, parte una chiamata VoIP gratuita (invece che una verso il cellulare). Il vantaggio: non bisogna sapere che quell’utente ha installato indoona. L&#8217;utente chiamato con indoona vede inoltre, come identificativo del chiamante, il numero di cellulare che quest’ultimo ha indicato in fase di registrazione al servizio. Altri servizi VoIP invece mostrano chiamante anonimo o numeri fittizi.</p>
<h5>L&#8217;apertura vince</h5>
<p>Come spiega Andrea Podda, chief technical officer di Tiscali, «l’integrazione tra VoIP e telefonia normale andrà oltre. Permetteremo di video chiamare anche utenti non indoona e dotati di videotelefoni collegati alla linea fissa non internet». Da parte degli operatori italiani è una strategia intelligente: differenziarsi da Skype, che ha intenzionalmente limitato l’integrazione con la telefonia fissa e ha preferito creare una community chiusa. Skype ha certo il vantaggio di avere quella VoIP più numerosa, di gran lunga. È molto più probabile che il nostro contatto si trovi su Skype. Ed è quindi questo lo strumento più ovvio per fare una (video)telefonata gratuita. I provider italiani accarezzano da anni il sogno di rompere la chiusura di Skype costringendola a interoperare sulla scorta di standard.</p>
<p>Significherebbe che un utente Messagenet, per esempio, può comunicare gratis con uno di Skype. Utopia fino a ieri. Oggi è un obiettivo possibile, visto che Microsoft sta per acquisire l’azienda VoIP. Messagenet ha scritto quindi all’Antitrust europeo <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2011/settembre/30/Microsoft_Skype_due_italiani_pronti_co_9_110930029.shtml">per costringerla a interoperare</a>. Altrimenti &#8211; secondo l’operatore italiano &#8211; l’entrata della maggiore community VoIP nell’universo Microsoft, restando chiusa, creerebbe uno squilibrio del mercato. Potrebbe insomma uccidere la concorrenza degli operatori alternativi. Questo timore è segno che l’innovazione e le tariffe non bastano, quando c’è una fusione di giganti chiusi nei propri mondi.</p>
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		<title>L&#8217;occasione mancata del pluralismo digitale</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Sep 2011 06:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le frequenze date gratis a Rai e Mediaset e l'asta in corso per gli operatori mobili raccontano la solita storia italiana del potere concentrato nelle mani dei soliti noti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che record, l’Italia: è riuscita a trasformare il passaggio al digitale terrestre in un&#8217;occasione di accentramento di potere nelle mani dei soliti noti, invece che in opportunità di pluralismo. Che sarebbe stato l’esito più naturale, visto che il digitale moltiplica i canali disponibili a parità di frequenze. È un bilancio che si può già fare, su due fronti ora incandescenti: quello delle emittenti tv e quello della banda larga mobile. Partirà il 6 settembre, tra le polemiche, il beauty contest che darà gratis frequenze tv alle emittenti, mentre è in pieno svolgimento l’asta che assegnerà agli operatori mobili frequenze di vario tipo, tra cui le più pregiate sono quelle dello spettro 800 MHz, finora usato solo dalle tv.<span id="more-6577"></span></p>
<h5>Beauty contest televisivo</h5>
<p>Quanto deciso dal governo ha scontentato tutti eccetto Rai e Mediaset. Tutte le minoranze, quindi. Contro alcuni aspetti del beauty contest Telecom Italia e Sky <a href="http://www.newslinet.it/notizie/dtt-beauty-contest-al-tar-lazio-dopo-sky-anche-telecom-italia-ricorre-ai-giudici-amministrat">sono andati al Tar del Lazio</a>. Le emittenti locali sono da tempo <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/07/per-azzoppare-le-tv-locali-il-governo-elimina-il-tar/143607/">sul piede di guerra</a> temendo di scomparire con il passaggio al digitale. L’opposizione (PD, con appoggio di Idv e Terzo Polo) ha contestato l’opportunità di regalare le frequenze alle emittenti, in questa contingenza economica, e ha chiesto di trasformare il beauty contest in un’asta. Il PD stima che lo Stato ne avrebbe ricavato 1-2 miliardi di euro, dalle emittenti. La richiesta era contenuta in un emendamento alla manovra finanziaria, bocciato però sabato scorso per un solo voto di scarto.</p>
<p>In questo, il governo (nella persona di Paolo Romani, ministro allo Sviluppo Economico) ha buon gioco a ricordarci che nessun Paese europeo ha fatto aste competitive per le frequenze tv. Secondo il PD, l’Italia poteva fare eccezione visto che si chiedono ora sacrifici straordinari per rintuzzare il debito pubblico. Ma in fondo la questione non era tanto se assegnare le frequenze gratis o a pagamento. Non si dice che la cosa grave è un’altra, segnalata da esperti come Antonio Sassano, docente alla Sapienza e consulente dell’Autorità garante delle comunicazioni per i temi delle frequenze: il governo ha fatto in modo che a Rai e Mediaset andassero un surplus di frequenze e anche <a href="http://www.digiterrestre.com/digitale-terrestre-a-sky-le-frequenze-piu-sfortunate/811/">quelle più pregiate</a>.</p>
<h5>Banda larga mobile</h5>
<p>Sassano aveva proposto, con Paolo Gentiloni (PD), invece di evitare di assegnare due canali (55 e 58) al beauty contest e così avere uno spettro più libero, per risolvere interferenze e contenziosi con le emittenti locali. Risultato delle scelte del governo: sfavorite le emittenti nazionali diverse da Rai e Mediaset, perché finiranno su frequenze più soggette a interferenze; esigenza di risarcire le emittenti locali con 240 milioni di euro sottratti alle già sofferenti casse dello Stato. C’è il rischio infine che alcune locali scompaiano, con danno per il pluralismo, come denunciato nei giorni scorsi da numerosi consigli regionali (Puglia, Toscana, Liguria, tra gli altri). Le locali che perderanno le frequenze saranno costrette a liberarle entro dicembre 2012; possono poi trasformarsi in fornitori di contenuti (su reti altrui), come stabilito dal governo. Ma molte di loro affermano che i tempi sono troppo stretti per riuscirci.</p>
<p>Come Sassano ha detto più volte, il governo non sarebbe stato costretto a togliere tante frequenze alle locali &#8211; per assegnarle agli operatori mobili con l’asta &#8211; se avesse evitato di dare quel surplus di frequenze alle tv nazionali. Il potere si concentra, quindi. Lo si vede anche nell’asta degli operatori mobili. Le frequenze liberate con il passaggio al digitale terrestre (800 MHz) finiranno certo a Telecom Italia, Wind e Vodafone. È incerto persino che 3 Italia si riesca ad aggiudicare qualcosa. È il solo operatore infatti che sta gareggiando solo per un lotto a 800 MHz, dei sei disponibili, come risulta dalle offerte e dai rilanci che ha fatto finora. Gli altri tre mirano invece a ottenere due lotti ciascuno. Serve avere infatti avere due lotti contigui a 800 MHz per ottimizzare la copertura. Se quei tre riusciranno nell’intento, però, non resterà più nessun lotto per 3 Italia.</p>
<h5>Concorrenza vs. qualità</h5>
<p>Peggio ancora per i nuovi entranti: hanno dato forfait. Poste Mobile (operatore mobile virtuale) e Linkem (Wi-Fi e Wimax) erano considerati possibili partecipanti all’asta, ma poi non l’hanno fatto, probabilmente scoraggiati dagli alti prezzi: siamo già intorno ai 2,5 miliardi di euro, calcolate le offerte per tutti i tipi di frequenze. Niente da fare, le reti mobili voce e internet continueranno a svilupparsi intorno ai vecchi nomi. Quale scenario ci aspetta? Per gli utenti di banda larga mobile, le notizie sono tutto sommato positive. Non ci sarà un boom di pluralismo e concorrenza, ma almeno la qualità del servizio migliorerà. Le nuove frequenze consentiranno di migliorare la copertura e la velocità banda larga; daranno risorse opportune a a sviluppare la tecnologia 4G.</p>
<p>Andiamo verso reti mobili multilayer, in cui gli operatori useranno tipi di frequenze diverse a seconda delle varie esigenze del territorio e dei singoli utenti. Sfrutteranno anche quelle a 2.6 GHz, per cui all’asta stanno dimostrando grande interesse: probabilmente intendono utilizzarle per reti indoor (case, uffici) con apparati <em>femtocell</em>. In verità le nuove frequenze avrebbero potuto dare alle reti una qualità anche maggiore, ma pesa di nuovo la scelta del governo di intasare lo spettro per dare tante risorse alle emittenti nazionali. Il risultato è così che il lotto a 800 MHz su canale 61 è a grosso rischio di interferenze (sul 60 ci sarà la tv di Telecom Italia Media, a livello nazionale). Ecco perché è il solo lotto per cui, quando scriviamo, nessun operatore ha ancora fatto offerte, aspettando che il suo prezzo scenda.</p>
<h5>Occasione perduta</h5>
<p>Infine, perché i servizi siano veloci davvero e non solo in teoria, non servono solo frequenze ma anche collegamenti di backhauling tra le antenne e il resto della rete. E il backhauling migliore è in fibra ottica. Peccato allora che ristagnino i progetti per dare all’Italia una rete in fibra estesa a livello nazionale: la società del tavolo Romani <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/02/16/prove-tecniche-di-ngn-forse-ora-si-parte">non è più partita</a> e ora restano solo i piani di Telecom Italia per una rete di nuova generazione. Ennesimo esempio di occasione perduta per vivacizzare il mercato.</p>
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		<title>Ora la tv prova davvero a superare il palinsesto</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2011 06:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di televisione on demand si parla da anni, ma non è mai diventata davvero realtà. Ora forse qualcosa comincia a girare per il verso giusto]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un sogno piccolo piccolo, che sembra sempre a un passo dal realizzarsi, ma di fatto sono anni che viene rimandato: la televisione on demand, dove l’utente sceglie liberamente che cosa vedere, quando lo vuole, senza barriere. Finora ci sono stati solo parti incompleti di questo sogno. L’IpTv è forse il più rumoroso. È un servizio caduto in un grosso equivoco. Nel promettere la libertà dai palinsesti, ha invece imposto una barriera in più agli utenti: quella di doversi affidare in toto a un solo operatore (per il telefono, l’Adsl e la tv).<span id="more-6520"></span></p>
<h5>Allergici al palinsesto</h5>
<p>Bisogna forse partire da quest’equivoco per apprezzare le ultime cose che si stanno muovendo, rendendo quel sogno vicino come non mai. Anche in Italia, dove operatori e costruttori di apparati lavorano a una prima Tv on demand senza barriere, nella modalità della piattaforma. Segnali positivi, che portano già a qualche <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/07/25/Contenuti/contenuti_on_demand_video_on_demand_vod_Tv_via_cavo_dth_Tv_digitale_terrestre_204762.html">stima ottimistica</a> riguardo ai futuri ricavi. Probabilmente è una rivoluzione inevitabile. Del resto, la tivù on demand è il riflesso &#8211; tardivo, soprattutto in Italia &#8211; di una società liquida, dove i tempi del lavoro e del consumo sono orientati a un eterno presente senza attese. A fronte di questo, è davvero obsoleta la logica del palinsesto; e la possibilità di registrare un programma è solo una pezza sul crescente scollamento tra tv e società.</p>
<p>Lo sanno anche le emittenti tradizionali. Mediaset, nel presentare il servizio On Demand sul <a href="http://www.tvblog.it/post/24093/premium-net-tv-la-rivoluzione-on-demand-di-mediaset">digitale terrestre</a>, ha rimarcato che voleva così inseguire quei nuovi utenti, spesso giovani e tecnologici, ormai allergici al palinsesto. Vista così non è altro che una rivoluzione dei consumi. Dove la tv on demand è solo una modalità di fruizione più comoda, che avrà un mercato interessante. Eppure la promessa va ben oltre: l&#8217;on demand è anche in potenza il fiorire di un pluralismo dell&#8217;informazione e dell&#8217;intrattenimento. Il motivo è semplice: si supera la logica del palinsesto, che da sempre relega i contenuti della coda lunga in orari scomodi (o obbliga a metterci una pezza con la registrazione).</p>
<h5>On demand plurale</h5>
<p>È ovvio che in questo modo ci stiamo riferendo all&#8217;on demand che realizza il proprio potenziale, non dei servizi già disponibili. Questi hanno diversi gradi di barriere che si frappongono tra l&#8217;utente e la liberazione dei contenuti tv. L&#8217;on demand realizzato (pluralistico) invece dovrebbe avere le seguenti caratteristiche. Primo, essere una piattaforma tipo Android Market (più libero dell&#8217;App Store), con contenuti di terze parti. Secondo, l&#8217;utente non deve comprare un oggetto apposito o un costoso televisore per accedere alla piattaforma: deve trovarsela già disponibile, un po&#8217; come quando accende la tv e ci trova i canali. Terzo, la piattaforma deve avere, immediatamente visibili, contenuti pregiati, interessanti per il grande pubblico, misti a quelli più o meno di nicchia.</p>
<p>Idealmente, i due tipi di contenuti devono essere collegati, del tipo si vede un telegiornale di un&#8217;emittente nazionale e la piattaforma ci suggerisce, su quella stessa notizia, anche il servizio “alternativo” di una web tv e un film-documentario sullo scenario. Il pluralismo va anche educato e supportato, infatti; se i programmi alternativi restano isolati in una piattaforma con contenuti solo di nicchia, avranno scarso impatto sociale.</p>
<h5>I servizi disponibili</h5>
<p>Adesso si vedono i primi sforzi nella giusta direzione. Nel 2011 sono nate tre piattaforme con contenuti tv di terze parti: Cubovision di Telecom Italia, Tiscali Tv e Chili di Fastweb, pensate per funzionare sui televisori via internet. I primi due hanno varie applicazioni e contenuti presi dalla normale internet. Cubovision ci aggiunge contenuti premium (film), mentre Tiscali Tv si distingue per la presenza di web tv. Entrambe sono aperte al contributo di sviluppatori indipendenti. I principali difetti di gioventù sono che le due sono integrate in un numero limitato di prodotti (particolari set top box e, nel caso del Cubovision, anche le nuove tivù Samsung) e ancora non sono arrivati i contenuti di terze parti.</p>
<p>Chili ha un approccio diverso: ha solo film (400 ora, 800 entro fine anno); è presente  su un vasto numero di terminali: i principali marchi di tv (Samsung, Lg), smartphone/tablet Android (che è il sistema operativo mobile più diffuso), lettori Blu-ray. Fastweb prevede di stringere a breve accordi con gli altri marchi tv (Panasonic, Sony) e salirà a bordo di ulteriori smartphone (Apple da settembre). Si concentra solo sui film perché l&#8217;utente, in quegli apparati, può trovare altri contenuti on demand integrati (il meteo, YouTube, Facebook) e quindi non aveva senso replicarli. La filosofia on demand di Chili darà tutti i suoi frutti, almeno con i film e documentari, quando ce ne saranno migliaia: bisognerà quindi aspettare. Serve inoltre che il naturale ricambio delle tv e dei lettori crei una massa critica di utenti che hanno accesso alle piattaforme on demand.</p>
<h5>Esito incerto</h5>
<p>Per il momento, c&#8217;è di buono che anche grandi attori nazionali come gli operatori hanno colto l&#8217;urgenza di farsi piattaforma (sebbene con potenzialità ancora da esprimere). Difficile dire come andrà a finire, su questo sentiero. Potrebbe derivarne che i contenuti alternativi conquisteranno un maggiore spazio (pluralismo). Oppure soltanto ci sarà una maggiore comodità di accesso a quelli di massa, che così persino potrebbero riconquistare audience. Giocheranno tanti fattori, per giungere a uno di questi due esiti, e certo è che le emittenti tradizionali faranno di tutto per non perdere spazio. Come dimostra il caso della Google Tv, ostacolata dai broadcaster Usa e ora flop evidente. Non aspettiamoci maggiore apertura dalle emittenti italiane.</p>
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		<title>Ecco la delibera Agcom, che cosa è cambiato?</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2011 14:42:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[diritto d'autore]]></category>
		<category><![CDATA[Fulvio Sarzana]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Scorza]]></category>
		<category><![CDATA[pirateria]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo le polemiche e le mobilitazioni, l'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni fa parziale marcia indietro sulle misure per il contenimento della pirateria. Le novità e le prime valutazioni]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cerbero è mutato in cucciolo. La delibera Agcom sulla pirateria adesso fa poca paura, anche se restano alcuni pericoli, che sarà possibile comunque arginare nei prossimi 60 giorni di consultazione pubblica, prima della decisione finale dell’Autorità. La conferma è <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=6693">nel testo pubblicato venerdì mattina</a>. È una «grande, meravigliosa vittoria», se la si vede rispetto al testo precedente, come commenta Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto d’autore online e <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">promotore della protesta</a>. Questo già è un elemento che può far riflettere: le proteste sul web sono servite, sono riuscite a catalizzare personalità e politici bipartizan (Pd, Idv e Fli) e alla fine hanno obbligato Agcom a togliere gli aspetti più pericolosi per la libertà di espressione online. E cioè: il potere di oscurare siti senza passare dalla magistratura e il carico di responsabilità sui provider internet. L’Autorità si è resa conto di non avere copertura normativa per quelle cose e che quindi avrebbe rischiato una bocciatura al Tar del Lazio o in sede comunitaria.<span id="more-6160"></span></p>
<p>Sì, ma rispetto alla attuale ordinamento, le novità sono positive o negative? Alcune addirittura sono positive, anche se di incerta validità pratica: garanzie inedite a favore dell’utente/uploader di contenuti su un sito; introduzione del concetto di fair use (Agcom permette di pubblicare sul web, in certi casi, anche cose coperte da copyright e senza autorizzazione). L’aspetto negativo di fondo è che c’è ancora, almeno in parte, il <a href="http://www.apogeonline.com/webzine/2011/06/30/la-fretta-di-agcom-metta-a-rischio-il-web-italiano">rischio di processo sommario</a> ai danni dei siti italiani. Aspetto che ha convinto Guido Scorza <a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/libero-web-la-battaglia-e-lunga/2155724">a restare pessimista</a>, nonostante tutto. Vediamo il dettaglio per capirci di più.</p>
<h5>Siti italiani</h5>
<p>Agcom ha stabilito una doppia procedura. Per prima cosa, ci deve essere una fase in cui il detentore di diritti contatta il sito per fargli rimuovere il contenuto o il link a un’opera protetta (di qualsiasi tipo: audio, video, giornali). Il gestore del sito o del servizio audiovisivo, «laddove possibile», deve avvisare l&#8217;uploader/utente che potrà pure difendere quanto ha pubblicato. Solo se le parti non si mettono d&#8217;accordo, possono contattare l’Autorità. Il detentore può chiederle di far rimuovere un contenuto, un link o di far cessare una trasmissione online (web tv o web radio). L’utente/upload può rivolgersi invece protestare contro una rimozione decisa dal sito che ubbidisce alla segnalazione («notice and take down»). A questo punto Agcom studia la vicenda e, se considera fondata la protesta, manda via e-mail al gestore del sito o del servizio la notifica dell’avvio del procedimento. Importante il comma quarto dell’articolo nono: «La  comunicazione  di  avvio  del  procedimento  istruttorio  contiene  una  sommaria esposizione dei fatti, l’indicazione della violazione accertata, dell’ufficio competente e del  responsabile  del  procedimento  al  quale  è  possibile  presentare  eventuali  scritti difensivi attraverso l’invio all’indirizzo di posta certificata dell’Autorità entro il termine di quarantotto ore dalla ricezione della comunicazione di avvio e, infine, del termine di conclusione del procedimento istruttorio».</p>
<p>Solo due giorni, quindi, per difendersi davanti all’Autorità (fatta salva però la fase precedente di dibattito diretto con il copyright owner). Per di più, solo tramite posta elettronica certificata, strumento adesso molto poco diffuso. Se la norma passa così, sarà bene che tutti i siti attivino una casella… Passati dieci giorni, Agcom può archiviare il caso in via amministrativa oppure stabilire che in effetti il sito ha commesso un illecito (non rimuovendo o rimuovendo quel contenuto, a seconda che la protesta venga dal detentore di copyright o dall’utente). Gli dà quindi altre 48 ore di tempo per rispettare l’ordine dell’Autorità (togliere il contenuto o ripristinarlo; far cessare una trasmissione online). Se non lo fa, parte una procedura sanzionatoria con multe fino a 250 mila euro («sanzione amministrativa pecuniaria di cui  all’articolo 1, comma 31, della legge 31 luglio 1997, n. 249»).</p>
<h5>Siti esteri ed esclusioni</h5>
<p>I siti «siti i cui nomi di dominio siano  stati  registrati  da  un  soggetto  non  residente  o  non  stabilito  in  Italia  e  che diffondano  contenuti  in  violazione  del  diritto  d’autore” subiscono sorte diversa. Il deterrente non può essere la multa, ovviamente. Così Agcom, dopo aver riscontrato la violazione, farà così: richiamerà i gestori dei siti al rispetto della legge sul diritto d’autore; se la violazione persiste, «richiederà  la  rimozione  selettiva  dei contenuti  oggetto  di  segnalazione» o la «cessazione  della  trasmissione  o  della  ritrasmissione  di programmi audiovisivi». In caso di ulteriore rifiuto, Agcom segnalerà la vicenda all’autorità giudiziaria.</p>
<p>Tutti i commentatori hanno notato positivamente alcune esclusioni, in questa delibera. Agcom non chiederà di rimuovere contenuti o trasmissioni che seguono il principio del fair use, sebbene utilizzino senza autorizzazioni elementi protetti da copyright. Agcom valuterà di volta in volta se è un caso di fair use, tenendo conto dei seguenti criteri: se c’è stato un uso didattico e scientifico; se è esercizio  del  diritto di cronaca, di commento, di critica e di discussione nei limiti dello scopo informativo e dell’attualità; l’assenza della finalità commerciale e dello scopo di lucro; l’occasionalità della diffusione, la quantità e qualità del  contenuto diffuso rispetto all’opera integrale che non pregiudichi il normale sfruttamento economico dell’opera.</p>
<h5>L’impatto reale della norma</h5>
<p>Il grosso enigma ora è la reale efficacia della delibera, nel bene o nel male. Agcom si investe di tanti e tali compiti, dando supporto ai detentori di diritti e degli utenti che si sentono maltrattati dai siti. In teoria questo potrebbe significare un’azione più rapida (forse troppo rapida, cioè sommaria) per togliere contenuti illeciti. Ma anche, per la prima volta, una difesa degli utenti. E’ un’arma spuntata in entrambi i sensi, però. L’Autorità infatti non può agire in quel modo nei confronti dei siti esteri, dov’è il grosso del problema, dal punto di vista non solo dei detentori ma  anche (soprattutto) degli utenti/uploader. Vedi i casi YouTube e Facebook che rimuovono sempre in modo sommario e senza quasi contraddittorio. Contro di loro non ci si può illudere che Agcom possa dare una mano. I detentori avranno man forte contro i siti italiani e potranno sperare di farsi ascoltare di più dalla magistratura nei confronti di quelli esteri, vista la mediazione di Agcom. Ma l’arma qui è spuntata dalle scarse risorse dell’Autorità, che a fatica potrà stare dietro alle segnalazioni. Non a caso, a quanto risulta, Agcom intende chiedere allo Stato nuove risorse per assumere personale, allo scopo.</p>
<p>Anche il fair use è spuntato. Agcom non sta riscrivendo il diritto d’autore. Si limita a introdurre questo principio come esclusione nella propria procedura. Il detentore di diritto può comunque calpestare il fair use andando dal magistrato o ottenendo un notice and take down da una piattaforma estera (come YouTube, appunto), senza che Agcom, in questi due casi, possa intervenire. In fin dei conti, a minare la forza della delibera (nel bene e nel male) è la sua debole copertura normativa, evidenziata dai critici. Agcom ha avuto dal decreto Romani il compito di occuparsi della vicenda, ma non può scrivere regole abbastanza efficaci su questa scorta, visto che non può sostituirsi al compito della magistratura o di un legislatore che scriva le leggi sul diritto d’autore. Né può creare un apparato ad hoc, interno, con risorse umane dedicate a sbrigare questi compiti.</p>
<h5>Fuoco di paglia</h5>
<p>L’effetto possibile quindi è di un fuoco di paglia. Da un certo punto di vista è un sollievo. Ma da un altro punto potrebbe essere un’opportunità mancata. Sarebbe bello se Agcom difendesse davvero gli utenti, a tutto campo, in nome del fair use e nelle loro diatribe con le piattaforme internazionali di hosting. Ma per questi obiettivi, servono leggi internazionali (come quelle che potrebbero venire quest’anno dalla Commissione europea nel nuovo quadro normativo sulla privacy). Ancora una volta, il problema si rivela più grande dei poteri in mano ad Agcom.</p>
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		<title>La fretta di Agcom mette a rischio il web italiano</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 06:30:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rete è in subbuglio per gli inediti poteri di contrasto alla pirateria che stanno per essere consegnati all'autorità governativa]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La linea dura che Agcom sembra intenzionata a perseguire, contro i siti accusati di facilitare la pirateria, espone internet a vari rischi. È questa l’<a href="http://www.facebook.com/notes/alessandro-gilioli/e-una-porcata-vogliamo-fare-qualcosa/10150248244597230">opinione comune</a> di tutti gli esperti che si sono espressi a riguardo, oltre alle associazioni che hanno lanciato la protesta, tramite <a href="http://sitononraggiungibile.e-policy.it/">Sitononraggiungibile</a>. Questo sito è stato bloccato da un attacco informatico che ha fatto gravi danni, a conferma di quanta tensione c’è da entrambe le parti della barricata. Il polverone della protesta, il desiderio e forse la necessità di gridare più degli altri sono nemici però della comprensione razionale. Rischia insomma di sfuggire il problema di fondo: che cosa rischia davvero il web italiano e perché? Perché una delibera che, a detta dei fautori, andrà a colpire solo i siti e i contenuti che danneggiano il copyright &#8211; bloccandone l’accesso dall’Italia &#8211; viene accusata da tanti esperti di essere una forma di censura di internet?<span id="more-6089"></span></p>
<h5>Il cuore del problema</h5>
<p>Non è un passaggio logico scontato. Agcom e l’industria del copyright (ai cui interessi guarda la delibera) potrebbero avere gioco facile a convincere i molti che l’azione è limitati a siti «della stregua di The Pirate Bay». È la tesi ribadita da Enzo Mazza, presidente della Federazione industria musicale italiana. Il quale inoltre <a href="http://saviano.blogautore.repubblica.it/2011/06/27/se-lagcom-censura-il-web/?ref=HREC2-7">cita</a> leggi a supporto del diritto di Agcom a intervenire in materia. In realtà il punto da mettere a fuoco non è tanto l’oggetto del contendere (la pirateria), quanto le modalità. Che sono tali da esporre a rischi la libertà di espressione e di accesso a informazioni diverse dalla pura e semplice pirateria. Ad oggi c’è solo un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413">testo provvisorio</a> della delibera<a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5413"></a>, ma l’idea che circola in queste ore è che quello definitivo sarà uguale nella sostanza e sarà approvato prima dell’estate, dopo 15 giorni di consultazione pubblica. Molto in fretta, quindi.</p>
<p>Ed è proprio la fretta il nodo della questione. Su questo concordano Guido Scorza e Fulvio Sarzana, avvocati esperti di diritto in rete (il secondo è promotore di Sitononraggiungibile). Le premesse sono tali da lasciare pensare che fretta e superficialità potrebbero caratterizzare non solo la nascita ma anche l’applicazione della delibera. «L’Agcom riceverà le segnalazioni e non le vaglierà perché non ha il tempo e il modo», dice Sarzana. Ha risorse contingentate e non è previsto che aumentino per espletare i nuovi compiti assegnati dalla delibera. Una spia di questo c’è nel testo della bozza, dove si legge che «l&#8217;Autorità si auspica che tutto diventi automatico». L’Hadopi ha mandato 400.000 lettere agli utenti colti a fare pirateria. Nel caso di Agcom, si tratta di siti, il che non è meno complesso. «Il diritto d&#8217;autore non è la pedopornografia o le scommesse online. Per decidere quello che è lecito o quello che non è lecito ci vuole del tempo e della serenità di giudizio e bisogna conoscere gli strumenti della rete, altrimenti ad esempio il blocco Ip oscurerà siti che non c&#8217;entrano assolutamente niente», aggiunge.</p>
<h5>Con la scusa del copyright</h5>
<p>Potranno finire nel mucchio, insomma, tanti siti che con la pirateria non c’entrano niente. Alcuni perché sono stranieri e quindi Agcom non può facilmente ottenere da loro che rimuovano singoli contenuti “pirata”. Oscurerà quindi il relativo Ip (misura descritta nella bozza di delibera). Il rischio sostanziale è che gli italiani non riusciranno a vedere siti esteri leciti e magari anche con informazioni utili, solo perché sullo stesso Ip oscurato. Sui siti italiani, invece, Agcom può fare oscuramenti più chirurgici. Qui il rischio, forse più remoto, è quello indicato da Scorza: con la scusa del diritto d’autore, bloccare video di denuncia che usano spezzoni di filmato o musiche coperte da copyright. Oscuramenti sommari (per faciloneria o malafede) già ci sono adesso, del resto. Figuriamoci quando il compito passerà dalla magistratura (con i suoi tempi e garanzie) ad Agcom.</p>
<p>Ultimo caso, Mediaset ha scritto a YouTube dicendo che c’erano due video “pirata” sul canale dell&#8217;Unione Nazionale Consumatori. Video di qualche minuto tratti da Le Iene e Striscia la notizia nel quale il suo segretario generale parlava di alcune truffe ai danni dei consumatori). Ebbene, dopo una procedura di <em>notice and take down</em> super veloce (due giorni), YouTube ha cancellato l’intero canale dell&#8217;associazione, con tutti i video anche autoprodotti. Senza dare possibilità di replica. La libertà d’espressione è già messa in pericolo dalla faciloneria delle piattaforme internazionali di hosting; rendere sistematici gli oscuramenti per volontà di Agcom può solo peggiorare le cose.</p>
<h5>Come andrà a finire?</h5>
<p>Agcom probabilmente andrà avanti lo stesso. È fortemente intenzionata a farlo, come dimostra la <a href="http://daily.wired.it/blog/banda_stretta/2011/05/06/nuove-norme-agcom-contro-la-pirateria-via-il-tutore-degli-utenti.html">rimozione</a> del solo commissario che poteva rischiare di allungare i tempi e di battagliare sul testo della delibera. La battaglia però andrà avanti, al Tar del Lazio ed eventualmente a Bruxelles. Sarzana e Scorza sono convinti che la delibera, in questi termini, non ha fondamento giuridico. Per vari motivi. Il decreto Romani dà ad Agcom il potere di fare un regolamento solo sui fornitori di servizi media audiovisivi e non anche sui siti privati; il procedimento che Agcom vorrebbe adottare è privo di una copertura normativa, secondo i due avvocati. Il decreto legislativo 70 dà infatti alle autorità il potere di vigilanza, non quello di intervenire con provvedimenti quali l&#8217;inibizione dei siti web che spettano sempre e solo alla magistratura, come ha chiarito la Corte di Cassazione nel caso The Pirate Bay.</p>
<p>Il decreto Urbani dà espressamente questo compito al dipartimento di Pubblica Sicurezza presso il ministero dell&#8217;Interno e non all&#8217;Agcom. Insomma, è ancora una volta il procedimento che Agcom vorrebbe adottare il succo del problema: è fonte dei rischi per la libertà di espressione ma anche offre il fianco per far bloccare la delibera. Sempre che il governo non cambi le leggi con un decreto, per dare copertura normativa ad Agcom, oltre quanto già iscritto nel Romani. A fronte di tali questioni, gli avversari della delibera (tra cui c’è anche Paolo Gentiloni del Pd) mirano a spostare in Parlamento il dibattito su una revisione della tutela del diritto d’autore online.</p>
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		<title>Google, Facebook e il web che batte moneta</title>
		<link>http://www.apogeonline.com/webzine/2011/06/20/google-facebook-e-il-web-che-batte-moneta</link>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2011 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
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		<description><![CDATA[Google con il suo Wallet, Facebook con i Credits: il connubio tra rete ed economia si fa sempre più concreto. Con qualche difficoltà in Italia, dove la direttiva europea sulla moneta elettronica non è ancora stata recepita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I protagonisti di internet ci stanno prendendo gusto a gestire i soldi degli utenti, quasi come se fossero banche. Il fenomeno, emerso per la prima volta con Paypal, nel tempo è cresciuto parecchio ed è diventato più sofisticato, come si vede dalle ultime mosse soprattutto di Google e Facebook. Ci si comincia a chiedere se non sia questa l’ultima incarnazione di quella capacità <em>disruptive</em> che ha il web: scardina sistemi e rapporti di forza tradizionali. Con il VoIP ha messo in discussione l’autorità degli operatori. Adesso tocca più direttamente l’essenza dell’economia: la gestione del denaro.<span id="more-5901"></span></p>
<h5>Google Wallet</h5>
<p>Prendiamo per esempio <a href="http://www.ilpost.it/2011/05/27/google-wallet/">Google Wallet</a>. Questo borsellino elettronico, integrato nel cellulare può essere associato non solo a carte di credito, ma anche alla prepagata di Google (<em>Google Prepaid Card</em>). La differenza rispetto al concetto introdotto da Paypal e che fa comprare nei negozi fisici. Servizi come <em>Google One Pass</em> e <em>Google Checkout</em> già rivelavano l’interesse del gigante per questo fenomeno. Ma anche Apple vi ha contribuito: «Gli dai in pasto la tua carta di credito e poi puoi comprare applicazioni da iPhone e iPad, in automatico. Così comodo che puoi anche dimenticarti di aver associato un tempo la carta di credito alla piattaforma Apple», dice Andrea Rangone, responsabile osservatori al Politecnico di Milano.</p>
<p>Il fatto di usare una carta di credito diventa trasparente all’utente, quindi, inglobata com’è nella piattaforma di chi ci vende le applicazioni. Rispetto a Paypal, il meccanismo è più immediato ed è spesso usato senza pensarci, anche per il basso importo delle singole transazioni. Già questo è uno scarto concettuale, ma è «Facebook ha fatto una cosa in più», continua Rangone. Si considera quasi una nazione trasversale e si è messa a erogare crediti in cambio di soldi veri». E con questi crediti prima potevi pagare solo beni digitali interni alla piattaforma. Ora anche film, beni fisici attraverso negozi che sorgono su Facebook.</p>
<h5>Effetti a cascata</h5>
<p>Altro esempio è Mig33, un social network per cellulari. I suoi crediti permettono di comprare telefonate o giochi, oggetti virtuali. Come si vede, un bel mix di VoIP e sottoprodotti del fenomeno social network, tutti all’interno della stessa economia virtuale. Interessante è quindi l’effetto di integrazione di servizi (e business) vecchi e nuovi, sotto un cappello unico, organizzato dalle aziende web. Ma che sta succedendo? «Accade che l’acquisto di beni e servizi dell’economia tradizionale, non necessariamente digitali quindi, si sta spostando su internet. E questo ha effetti a cascata», spiega Rangone. Effetti che forse stiamo appena cominciando a sperimentare.</p>
<p>Si è cominciato lo spostamento progressivo su internet  business con una controparte storica ben identificabile nell’economia tradizionale: shopping, pubblicità. Nella seconda fase, grazie ai social network e ai giochi di ruolo online, sono cresciute le “economie virtuali”, con acquisti interni a quegli stessi mondi. Adesso forse siamo già in una terza fase in cui non c’è più distinzione tra i mondi: piattaforme online, negozi offline, beni virtuali, oggetti fisici. I Facebook Credits potrebbero gestire <a href="http://www.onlinemarketing-trends.com/2011/04/consumer-spending-on-facebook-to-reach.html">1,2 miliardi di dollari</a> nel 2011<a href="http://www.onlinemarketing-trends.com/2011/04/consumer-spending-on-facebook-to-reach.html"></a>. Il transato di Paypal è intorno ai 50 miliardi di dollari, ormai abbastanza stabile. L’industria dei beni virtuali (quelli dei social network) ha toccato i 7,3 miliardi nel 2010, contro i 2,1 del 2007 e <a href="http://www.instat.com/abstract.asp?id=212&amp;SKU=IN1004659CM">raddoppierà nel 2014</a>.</p>
<h5>In Italia</h5>
<p>«Nel momento in cui tutto sembra convergere sul digitale, è normale che sia digitale anche lo strumento di pagamento più coerente con questo fenomeno», spiega Rangone. «I protagonisti della nuova economia lo stanno interpretando e adesso affinano gli strumenti con cui intercettare il denaro che passa attraverso internet». Alcuni, come Apple, guadagnano direttamente una quota sostanziosa da queste transazioni. Altri, come Google, puntano più ad affinare la conoscenza dei propri utenti e così perfezionare il proprio business pubblicitario. Tutti credono che, aumentando il controllo sul sistema di pagamento, lo rendono più comodo e quindi incoraggiano la crescita della propria piattaforma.</p>
<p>Il fenomeno comincia a fare paura ai gestori tradizionali del credito, che quindi vanno a rispondere colpo su colpo. A maggio tre delle <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/05/26/eCommerce/Bank_of_America_JPMorgan_Chase_Wells_Fargo_PayPal_eBay_pagamento_elettronico_Mike_Kennedy_203556.html">quattro maggiori banche americane</a> si sono accordate per lanciare un servizio di pagamento semplificato, concorrente di Paypal. Permetteranno di spostare il denaro dal conto via mail o via cellulare. Invece di fare resistenza, insomma, gareggiano in innovazione. In Italia invece il mondo tradizionale dei pagamenti continua a fare resistenza al cambiamento. «Lo dimostra la lentezza con cui il governo sta recependo la direttiva europea 110 del 2009, sull’emissione di moneta elettronica. Avrebbe dovuto farlo entro il 30 aprile», spiega Fulvio Sarzana, avvocato esperto di diritto nelle nuove tecnologie. Questo passaggio permetterà a soggetti diversi dalle banche di emettere moneta elettronica e quindi agli operatori mobili di far pagare beni fisici con il credito telefonico. Che è in fin dei conti della stessa natura dei Facebook Credits: soldi virtuali.</p>
<h5>Stimolo</h5>
<p>Per ora questi soldi virtuali sono collegati strettamente con i soldi reali (compro crediti con la carta di credito), ma questo legame sarà meno vincolante in futuro. «Mi metterò a cliccare sulla pubblicità su social network, segnalerò prodotti ad amici, per guadagnare crediti utilizzabili alla stregua di quelli che ho comprato con carta», prevede Rangone. Siamo abituati a pensare che soltanto i soldi sono quel jolly universale che permette di comprare il comprabile. L’effetto distruttivo del web e delle tlc potrebbe cambiare questo paradigma.</p>
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		<title>Telecoms Package, cosa cambia per gli utenti</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2011 06:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Culture digitali]]></category>
		<category><![CDATA[Telecomunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Agcom]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione Ugo Bordoni]]></category>
		<category><![CDATA[Nicola D’Angelo]]></category>
		<category><![CDATA[Telecom Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Telecoms Package]]></category>

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		<description><![CDATA[Più garanzie per chi usa internet o deve cambiare operatore, ma l'applicazione già viene rimandata dal Parlamento italiano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I diritti degli utenti internet e telefonici italiani sono nel bel mezzo di un guado. Lento e faticoso. Se tutto va bene nel 2012 le cose saranno migliori: saremo più tutelati contro l’arbitrio degli operatori telefonici, che tradizionalmente è stato assoluto soprattutto in materia di banda larga. Lo sanno bene coloro che hanno navigato come lumache con la propria Adsl, sentendosi rispondere dal call center che “non ha diritto a protestare, la sua offerta non ha una banda minima garantita”. Oppure coloro che hanno aspettato settimane per un cambio operatore e magari nel passaggio hanno anche perso il proprio numero di telefono. E infine quelli la cui Adsl funzionava a sprazzi e oltre il danno si sono beccati la beffa: non solo non hanno avuto rimborsi ma anche hanno dovuto pagare un costo di disdetta, quando esasperati hanno troncato il contratto.<span id="more-5738"></span></p>
<h5>Già in ritardo</h5>
<p>Ho riassunto qui tre disavventure tipiche dell’utente internet italiano. I suoi nuovi e futuri diritti le consegneranno, probabilmente, a un passato di cui il mercato non deve essere troppo fiero. Ma è ancora presto per dichiarar vittoria. È bene anzi conoscere a fondo i neo-diritti che si stanno formando, perché il loro iter sembra travagliato. In particolare c’è da seguire la vicenda del <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Telecoms_Package">Telecoms Package</a>, che contiene una ridda di nuovi diritti. Quasi tutti i Paesi europei hanno mancato la scadenza del 25 maggio, ma il governo italiano <a href="http://www.telecompaper.com/news/eu-countries-miss-deadline-for-new-telecoms-law">rischia di fare peggio degli altri</a>, poiché ancora non ha una data chiara di recepimento. «Per prima cosa il Parlamento deve fare una legge di delega al governo, con i criteri da seguire nel recepimento. Il governo poi deve emettere un decreto in base a quei criteri», spiega Nicola D’Angelo, consigliere dell&#8217;Autorità garante delle comunicazioni. «Infine la palla passa ad Agcom, che deve fissare le regole per applicare i nuovi diritti», continua.</p>
<p>L’iter è laborioso; al momento, la legge di delega è in terza lettura alla camera. Con in più un’incognita: «secondo la Commissione europea alcuni aspetti del Package sono immediatamente esecutivi, cioè non richiederebbero il decreto, ma solo che l’Autorità li applich», continua D’Angelo. Si tratta probabilmente di quelle parti già abbastanza dettagliate e che non modificano il codice delle comunicazioni elettroniche. Gli Stati membri pensano però che il recepimento serva per tutto il Package». Nelle prossime settimane l’Italia dovrà sciogliere anche questo nodo. Speriamo presto, perché i nuovi diritti sono preziosi. Vediamo quali sono, concentrandoci su quelli riguardanti il rapporto tra utente e operatore telefonico (il Package infatti è molto vasto).</p>
<h5>I nuovi diritti</h5>
<p>Sarà più facile e veloce cambiare operatore con la portabilità del numero: in un solo giorno. Adesso ce ne vogliono tre per la telefonia mobile e cinque per quella fissa. Crescerà la trasparenza dei contratti: gli operatori dovranno indicare i livelli di qualità minima promessi e rimborsare l’utente se non li rispettano. Nella trasparenza rientra anche il concetto di neutralità della rete: gli operatori dovranno specificare meglio in che cosa consistono le proprie politiche di gestione del traffico. Adesso sono tutti diritti che in Italia valgono solo in parte. Gli operatori hanno una certa libertà nel dichiarare le proprie politiche di rete, sui propri siti web. Solo Telecom Italia dice su quali centrali telefoniche, e quando, applica le tecniche per rallentare le applicazioni che consumano più banda. Non le specifica tutte, però, come nota Altroconsumo (che infatti ha mandato una diffida a Telecom, a riguardo). Gli operatori non indicano inoltre la velocità a cui andranno le applicazioni o gli utenti rallentati. Né garantiscono una velocità almeno sufficiente a fruirle (un’eccessiva lentezza equivale a bloccarle allo stato pratico).</p>
<p>Solo per le offerte banda larga fissa, inoltre, vale l’obbligo di indicare <a href="http://www.misurainternet.it/offerte_adsl.php">parametri minimi di qualità</a>. Comunque l’utente, in caso di mancate promesse, ha diritto solo a una disdetta gratuita, al termine tra l’altro di una lunghissima e laboriosa procedura. Deve <a href="http://www.misurainternet.it">testare la propria linea</a> per 24 ore, poi dare un mese di tempo all’operatore per rimediare, poi ancora ripetere il test e solo a questo punto ottiene eventualmente la disdetta gratuita. È un passo avanti rispetto alla semi-totale assenza di diritti, ma ancora molto poco. Quanti preferiranno pagare i 50 euro circa di disdetta piuttosto che sorbirsi il lungo test? Non a caso solo in pochi l’hanno fatto (2.800 utenti) e ora Agcom e la Fondazione Ugo Bordoni stanno cercando di renderlo più snello (per farlo durare “solo” poche ore). Obiettivo 2012 di Agcom è estendere questo meccanismo anche alla banda larga mobile e consentire all’utente di testare il proprio doppino telefonico. Quest’ultimo punto serve a capire i limiti intrinseci della propria linea e quindi è un ulteriore passo verso la trasparenza, che dà forza e libertà di scelta all’utente. Se scopriamo che il nostro doppino supporta al massimo 7 Megabit, è inutile attivare un’Adsl a 20 Megabit. Se invece è proprio sfortunato e va a meno di 1 Megabit, potremo decidere di evitare proprio l’Adsl e abbonarci a un’offerta wireless.</p>
<h5>Rimborsi</h5>
<p>Infine, tutti questi diritti restano debolissimi se l’utente non può contare su un deterrente più forte della disdetta gratuita. Agcom l’ha già previsto: dal primo gennaio 2012, farà applicare un <a href="http://www.agcom.it/default.aspx?DocID=5863">sistema automatico di rimborsi</a>. In sintesi: gli operatori daranno 7,50 euro di rimborso (sulla prima fattura utile) per ogni giorno di ritardo nell’attivazione di una linea o nella portabilità del numero fisso (2,50 per il numero mobile). Cinque euro al giorno per ingiustificata sospensione del servizio; idem per ogni giorno di ritardo nella riparazione di un numero telefonico fisso. Un euro per ogni giorno di ritardo nel rispondere ai reclami. C’è anche un “indennizzo per malfunzionamento del servizio”: 5 euro al giorno in caso di completa interruzione per motivi tecnici; 2,5 euro al giorno per discontinua erogazione o mancato rispetto degli standard qualitativi stabiliti nella carta dei servizi di ciascun operatore.</p>
<p>È un altro tavolo da seguire con attenzione, perché non è detto che gli operatori si adegueranno subito. Già in passato Agcom ha dovuto faticare per far valere diritti già fissati nelle norme (come quello a cambiare operatore in modo fluido). È possibile, per esempio, che gli operatori neghino la responsabilità del disservizio per cui scatterebbe un rimborso. Se la rimpallino con Telecom Italia o cerchino di scaricarla sull’utente. Insomma, la sfida per il consumatore non è ancora vinta; i suoi nuovi diritti o la loro applicazione non sono consolidati. Anche per questo motivo è bene che l’Italia recepisca senza indugi il Telecoms Package: poi comincerà la battaglia per farlo applicare correttamente.</p>
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		<title>Un Paese lo riconosci dalle sue frequenze</title>
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		<pubDate>Tue, 03 May 2011 06:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alessandro Longo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I tavoli su cui si giocano le preziose e ambite frequenze nazionali sono almeno cinque, con un governo ancora arroccato a difesa della televisione e qualche nuovo movimento a favore degli investimenti nella rete mobile]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frequenze, specchio dell’anima di un Paese. Specchio che rivela il volto di un vecchio, che chiude gli occhi all’innovazione e preferisce tenerli fissi puntati sulla tivu. Il modo con cui uno Stato assegna le proprie, sempre più preziose, risorse di radiofrequenza dice tantissimo di quali siano le sue priorità. È quindi su questo binario che l’Italia si gioca, nei prossimi mesi del 2011, una parte consistente del proprio futuro di tecnologia e innovazione. È una partita che al momento si gioca su almeno cinque tavoli. Non solo su quello, più noto, del dividendo digitale, lo spettro a 800 MHz liberato con il passaggio alla tivù digitale terrestre. La cattiva notizia è che il governo, nei ministeri direttamente interessati, continua a fare scelte che mettono a rischio l’innovazione. La buona è che forze di segno opposto stanno imparando a gridare, più forte, e a organizzarsi. L’esempio viene in particolare dal movimento <a href="http://www.agendadigitale.org/">Agenda Digitale</a>, da cui stanno sgorgando le prime proposte politiche, per una svolta dell’Italia. Il difficile è imporsi sugli interessi di chi rema in direzione opposta. Il caso frequenze è illuminante perché mai prima d’ora forze di segno diverso, rappresentative del vecchio e del nuovo mondo, si erano affrontate faccia a faccia, contendendosi le stesse risorse.<span id="more-5513"></span></p>
<h5>Il primo tavolo</h5>
<p>Per la guerra degli 800 MHz i due avversari sono, com’è noto, la banda larga e le tivu. Quest’estate è il momento della verità, a proposito. Il governo intende fare il beauty contest, per assegnare nuove frequenze alle tivu entro giugno. Qui ha già fatto scelte che, se confermate, pregiudicherebbero i passi ulteriori della banda larga. Ha stabilito di assegnare due multiplex aggiuntivi alle emittenti nazionali (probabilmente finiranno a Rai e Mediaset). Problema: sono risorse che, se finiscono ora alle tivu, bloccano un tassello importante nel puzzle delle frequenze, rendendo difficile, se non impossibile, un buon esito della partita per lo sviluppo della banda larga. «Per assegnare alle tv quei due multiplex, il governo si trova poi con la coperta troppo corta nell’asta che sarà dopo il beauty contest: quella che, come imposto dall’Europa, servirà a dare dividendo digitale agli operatori banda larga», spiega Antonio Sassano, docente de La Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze (redatto da Agcom). Visto che impegnerebbe quei due multiplex a favore delle tivu nazionali, come potrà ricavare le frequenze da assegnare alla banda larga? Togliendole tutte alle emittenti locali, come stabilito. Queste non ci stanno e minacciano ricorsi al Tar; il governo al momento si è chiuso a qualsiasi contrattazione economica con loro.</p>
<p>Si va quindi verso uno scontro. Nessuna sorpresa che già il governo metta in conto <a href="http://www.key4biz.it/News/2011/04/20/TV_digitale/frequenze_Mediaset_Fedele_Confalonieri_beauty_contest_multiplex_Paolo_Romani_giulio_tremonti_Sky_Italia.html">di rimandare l’asta a fine anno</a>. Asta importante per tanti versi, si noti bene: il ministero dell’Economia prevede di ricavarne 2,4 miliardi di euro. Quelle frequenze sono di supporto inoltre alla banda larga wireless: per potenziare non solo l’Umts/Hspa (verso la <em>Long term evolution</em>) ma anche il Wi-Fi (<a href="http://www.laquadrature.net/wiki/Spectrum_Policy_Programme_Amendments#Amendment_44_.2B.2B">come previsto dalla Commissione europea</a>). E non solo per aumentare la velocità, ma anche per ridurre il digital divide. Ma il governo è disposto a mettere a rischio tutto questo pur di far contente le tivu nazionali con il beauty contest di giugno. Si aspetta a proposito, a giorni, il parere di Bruxelles sul piano dell’Italia: forse l’ultima speranza per evitare pasticci. Specchio dell’innovatività di un Paese, si diceva. Gli Stati Uniti, come la Germania, hanno già fatto l’asta con il dividendo digitale. In questi giorni sta lottando con le emittenti tv per togliere da loro ulteriori frequenze e darle in pasto alla banda larga. Lo sviluppo di internet è la massima priorità, per i Paesi innovativi. Il resto passa in secondo piano. Quel resto che da noi occupa il posto centrale nei salotti.</p>
<h5>Non c&#8217;è solo la televisione</h5>
<p>Sono anche altre le forze del passato, padrone dello status quo, che in Italia rallentano l’innovazione. La Difesa detiene le frequenze 2.6 GHz, che gli organismi internazionali già da tempo attribuiscono alla banda larga. Anche se le tiene di fatto inutilizzate e ora sta contrattando con il Ministero dello Sviluppo economico per cederle. «Ha in mano anche le frequenze intorno ai 60 MHz, che in mano alla banda larga permetteremmo di coprire l’Itlaia con poche antenne. Anche queste sono sottoutilizzate», dice Sassano. Un altro caso sono le frequenze intorno ai 400 MHz, ora destinate in Italia a usi molto particolari («reti private wireless»). «Per esempio, reti private di grossi enti, come le Ferrovie. Che però non le usano. Comincia a circolare, presso organismi come l’Itu (agenzia Onu) l’ipotesi di assegnarle alla banda larga», aggiunge. Risorse preziose sprecate anche le frequenze 1.400 MHz: in questo caso a remare contro la banda larga sono le radio. Sono risorse attribuite a loro, infatti, per fare la radio digitale; ma anche queste sono inutilizzate, in Italia.</p>
<p>Bisognerà vedere come le forze intorno a Agenda Digitale potranno smuovere questo status quo, pesante fardello che l’Italia si porta appresso. Nelle settimane scorse, su sollecitazione di Agenda Digitale, il Partito Democratico ha formulato <a href="http://www.partitodemocratico.it/dettaglio/113910/le_proposte_del_pd_per_unagenda_digitale_italiana">alcune proposte normative</a>, tra cui si prende di petto anche la questione frequenze. «Per far fronte all’aumento degli accessi a internet da reti radiomobili e realizzare le reti wireless LTE, occorre assegnare con un’asta entro il 2011 le frequenze della banda 800 Mhz liberate dalla transizione della tv dall’analogico al digitale. Questo obiettivo, indicato dal Pd nel 2009 e fino a pochi mesi fa osteggiato dal Governo, si è fatto finalmente strada nella legge di stabilità», si legge nella proposta. «Noi poniamo due condizioni: La prima: a pagare questo “dividendo di spettro” in termini di capacità trasmissiva dovranno essere innanzitutto gli incumbent Rai e Mediaset, la cui posizione dominante non può aumentare ulteriormente grazie al digitale. Non è possibile che mentre si organizza l’asta per le frequenze della banda 800 momentaneamente assegnate a emittenti locali, con il beauty contest sulle frequenze tv si regalino altri due multiplex a Rai e Mediaset. Si tratta di una capacità trasmissiva superflua per gli incumbent della Tv e preziosa per mettere a disposizione frequenze per le emittenti chiamate a liberare la banda 800. La seconda condizione: una parte significativa dei proventi dell’asta dovranno essere usati per investimenti nell’innovazione e nel digitale, come ha chiesto di recente anche la Commissaria Kroes».</p>
<h5>Innovazione</h5>
<p>Non cadiamo in equivoco: il dilemma delle frequenze sono solo un tassello dell’agenda di innovazione che l’Italia dovrà affrontare. Altre proposte sollecitate da Agenda Digitale, che saranno presentate il 10 maggio <a href="http://portal.forumpa.it/">al Forum Pa</a> e che provengono da vari partiti, associazioni e cittadini, si occupano anche di infrastrutture, di alfabetizzazione, di incentivi ai servizi digitali in genere. Ma la storiaccia delle frequenze è esemplare. Ha il pregio di mostrarci limpido il volto del Paese.</p>
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