Coding senza computer

Un libro per imparare programmazione e coding… sulla carta

di

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05

nov

2018

Rotelle, linguette, problemi pratici e avventure coinvolgenti per sviluppare il pensiero computazionale giocando.

Si sa da sempre che non servono computer per programmare, ma offrire una vera possibilità a qualsiasi bambino di cimentarvisi è un’altra questione. Abbiamo intervistato l’autrice de Il mio primo libro di coding per capire come sia riuscita nell’impresa di scrivere, parola riduttiva, un libro tutto da giocare e che intanto insegna.

Avevi in mente un linguaggio di programmazione specifico mentre sviluppavi gli esercizi del libro?
In realtà no. La maggior parte dei concetti importanti dietro la programmazione si applicano quale che sia il linguaggio usato. Per uno studente è meglio imparare l’idea che guida il lavoro, invece di implementare istruzioni in un linguaggio specifico.

Dopo che un ragazzo o una ragazza avesse terminato Il mio primo libro di coding, che cosa farebbe meglio a scegliere come secondo libro?
Bella domanda! Secondo me dipende dall’età. Ai più giovani suggerirei di provare, se possibile, un altro testo di attività sganciate da hardware e software. Una buona idea sarebbe un libro contenente coding basato sull’idea dei blocchi. La scelta migliore è qualcosa che parli al ragazzo e lo faccia sentire coinvolto e appagato, invece che schiacciato o affaticato.

Sei mai stata sorpresa in fatto di coding da qualche ragazzo?
Quando si parla di coding, i piccoli mi sorprendono di continuo. Ho capito che sono molto più capaci di quanto ritenga la gran parte degli adulti. Sembra inoltre che ricordino le lezioni apprese meglio di adolescenti e adulti. Il coding diventa una parte di loro e usano il gergo tecnico nel parlare quotidiano, il che sorprende tutti!

A molti è stato consigliato di studiare Latino per migliorare il pensiero logico e le capacità analitiche… proprio come oggi si consiglia il coding. Per migliorarsi, che cos’è meglio? Latino o pensiero computazionale?
Questa alternative non mi piacciono. Ogniqualvolta viene suggerito che il coding dovrebbe rimpiazzare qualcos’altro, muore un frammento di cultura. Per l’istruzione si irrobustisce quando gli strumenti vengono usati insieme più che come alternative l’uno all’altro.

Il coding senza computer è buono anche per gli adulti?
Altroché! In effetti, quando gli adulti si concedono di mettersi nella condizione di un bambino che impara, riescono ancora meglio. Permettersi di imparare aiuta a eliminare i blocchi mentali e consente di affrontare meglio le sfide poste dalla programmazione a studenti di ogni età.

Come ti sei trovata esposta per la prima volta al coding?
Da ragazzina, mi padre mi diede un manuale di Visual Basic e mi disse di pensare a che cosa avrei potuto farci. Un mistero è una sfida in un solo oggetto. Ero così orgogliosa del mio progetto finale che penso sia stata un’esperienza fondamentale nella mia vita.

Quale esperienza tra quelle nel libro ti sei divertita maggiormente a sviluppare?
Tutto è stato molto divertenete! Mi piacerebbe avere il merito dell’intera opera, mentre accanto a me hanno invece lavorato costantemente un grande team di sviluppo e bravi illustratori. La parte più divertente del realizzare il libro è stato far circolare le idee tra loro per vedere che cosa funzionava e che cosa richiedeva altro lavoro prima di arrivare sulla pagina. Ci vuole lavoro di squadra per realizzare un buon libro proprio come per un buon programma.

Detto questo, penso che la mia parte preferita di quello che è andato in stampa sia la macchina dei cupcake.

Sei d’accordo con chi sostiene che conoscere la programmazione oggi sia importante come conoscere una lingua straniera?
Importante certo, non direi più importante. Apprendere altre lingue e culture è uscire dai propri confini e aprirsi a esperienze diverse da quelle di casa. Espande la propria visione del mondo. Analogamente, l’informatica espande la visione logica. Sono cose che devono stare fianco a fianco, non in contrapposizione.

I ragazzi amano stare davanti allo schermo e i pediatri si preoccupano. Il tuo libro è una possibilità di stare lontani dagli schermi o un incentivo a raggiungerne uno per provare cose nuove?
Mi piace pensare che sia più la prima della seconda. Il senso del libro è mostrare che le idee del coding sono presenti in qualsiasi campo di attività. È una prova che l’informatica può migliorare il modo di pensare in qualsiasi situazione.

Certo, può magari portare un ragazzo ad aumentare il tempo davanti a uno schermo ma, se fatto nel modo giusto, diventa uno stimolo alla crescita e all’istruzione, che aiuta a creare modelli mentali e sperimentare concetti nuovi; lo stesso si fa quando si studia che cosa accade a colonie di conigli che si cibano di varietà diverse di erba, o come cambia la diffusione delle malattie a seconda delle condizioni igieniche.

Il tempo davanti allo schermo non è intrinsecamente dannoso, ma deve essere invece bene amministrato nelle varie età, nonché affiancato all’attività fisica e allo sviluppo della motricità fine.

Il mio primo libro di coding

Se l’hardware preoccupa, eliminiamolo: basta un libro.

 

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Dopo un'esperienza come docente di scienze informatiche all'Università dell'Oregon, Kiki Prottsman (@Kiki_Lee) è diventata Education Program Manager in Code.org, un'organizzazione no profit dedicata a diffondere lo studio della programmazione nelle scuole e ad aumentare la partecipazione di donne e studenti di colore. Code.org collabora in Italia a Programma il Futuro, un’iniziativa promossa dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) che nel solo anno scolastico 2016-17 ha coinvolto oltre 1.600.000 studenti, 25.000 insegnanti e 5.800 scuole.

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