Più che quanto grandi, è quanti sono

Le punte degli iceberg

di

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04

apr

2018

Una metafora ricorrente nei discorsi attorno alla società digitale è quella della montagna di ghiaccio che sporge dall’acqua.

Molto spesso quando si discute un problema contingente – la sicurezza informatica di un software o azienda, la privacy dei dati, i cibercriminali, la sorveglianza statale, la pubblicità online, la propaganda e la manipolazione delle notizie, gli usi militari delle tecnologie, i diritti civili digitali, per citare alcuni temi – la conclusione immancabile è che quanto emerge da inchieste o rivelazioni, quanto viene reso noto al pubblico sia solo la punta dell’iceberg.

Come si giunga a questa valutazione non è quasi mai chiaro, non si comprende se l’iceberg sia una scusa comoda ai commentatori per mettersi al riparo da eventuali ricostruzioni alternative oppure se effettivamente l’iceberg descriva la realtà di quanto si conosce rispetto a quanto non si sa.

Mare nero

Quasi mai però si alza lo sguardo a osservare il panorama. Spesso sembra che la migliore immagine della nostra comprensione della società digitale sia un mare buio nel quale di tanto in tanto si accende un faro a illuminare un iceberg. Ne osserviamo la punta, ne discutiamo per un po’, poi la luce si spegne e torniamo nell’oscurità fino al prossimo avvistamento.

Mai sento chiedere quanti iceberg punteggino la superficie di ciò che sappiamo della società che ci circonda. Molti, pochi? Una flotta o solo sporadici ostacoli? La domanda non è retorica perché fa parte della natura della conoscenza dell’essere relazionale, costruzioni complesse fatte di parti eterogenee messe insieme attraverso relazioni. Allora non è trascurabile che i blocchi di informazioni che usiamo per definire ciò che riteniamo di sapere siano quasi sempre frammenti di punte di iceberg invece di informazioni complete, affidabili, robuste.

La stagione del baseball finisce con duecento giorni di anticipo a causa delle regole che abbreviano eccessivamente gli incontri

La fantasia di siti di notizie finte come The Onion è stata superata dalla realtà.

 

Tutto questo prescinde la discussione, parecchio scivolosa e strumentale, sulle fake news. Lasciamole da parte per ora e consideriamo soltanto l’incompletezza di ciò che riusciamo a sapere dei principali aspetti critici della società digitale e proviamo a sollevare lo sguardo, a scrutare questo mare buio.

Iceberg du jour

Prendiamo come spunto il tema del momento: Cambridge Analytica, Facebook e l’uso dei dati degli utenti. Credo che la metafora della punta dell’iceberg sia facile da applicare a questo caso. Che dell’uso fatto dei dati personali raccolti da Facebook, e da molti altri, si sappia volutamente poco dovrebbe essere chiaro a chiunque, così come del fatto che sia le garanzie formali (privacy policy, regolamenti) sia le misure tecniche (do-not-track, pannelli di controllo) siano al più palliativi che non intaccano l’esistenza di un enorme mercato dei dati personali, ma al più aggiungono un poco di attrito alla libera circolazione o servono interessi di attori prima esclusi.

Facebook è l’iceberg di oggi. Ne vediamo la punta; giornalisti e commentatori tentano di scrutare sotto la superficie, Facebook di convincere che non c’è nulla. I corsi azionari oscillano, la politica deve mostrare di non rimanere immobile. Si sente parlare di democrazia, pubblicità, data broker, consenso informato, modello di business. Cosa vogliono dire? Cosa c’entrano in questo caso? Come si mettono in relazione? Alzi la mano chi ritiene di conoscere veramente gli iceberg nascosti qui sotto. Pochissimi possono alzare la mano su uno qualunque di questi temi, praticamente nessuno può farlo per tutti. Sono solo alcuni degli iceberg che costellano la conoscenza della nostra società digitale.

Microtargeting

Facile snocciolare una definizione base di microtargeting. Approfondire è diverso.

 

Microtargeting

Non sappiamo quasi nulla di certo sull’efficacia delle tecniche di microtargeting nel caso di preferenze politiche, l’ipotesi più fondata al momento è che l’efficacia sia molto inferiore a quanto il marketing di aziende come Cambridge Analytica vorrebbe far credere (o a quanto la gran parte dei media dà per scontato). Si leggano ad esempio The Verge o Valigia Blu.

Allo stesso tempo però non sappiamo molto di come la politica stia adottando tecniche e strumenti tipici della pubblicità online. Siamo passati da generici attestati di stima ed espressioni di meraviglia per campagne elettorali che dichiaravano un nuovo e innovativo uso di internet (McCain per la nomination repubblicana e poi Obama) senza che ne venisse fatta una vera analisi, alle notizie recenti che riportano l’inquietante neologismo di Political Engineering come una nuova specializzazione a servizio dei candidati e dei partiti.

Pubblicità

Spostando lo sguardo per seguire le ombre, sappiamo poco di come funzioni la pubblicità online. Storicamente il settore pubblicitario è maestro nell’essere allo stesso tempo estremamente visibile ed avvolto in un’aura di prestigio ed estrememente opaco e misterioso nelle pratiche e tecniche che impiega, di solito note solo a non molti addetti del settore (è dagli anni ’50 che questa ambivalenza è discussa). Il caso della pubblicità online aggiunge la difficoltà di comprensione portata dalla tecnologia e l’avvento di nuovi protagonisti (una tecnica apparentemente banale come il cookie in realtà nasconde una complessità notevole se si cerca di comprenderne l’uso in rete; tecniche dette di fingerprinting presentano difficoltà alla portata solo degli specialisti).

Fingerprinting

Il pubblicitario che parla di fingerprinting intende un’altra cosa, meno semplice.

 

La pubblicità e in particolare la pubblicità online è un gigantesco iceberg del quale si intravede, e raramente, solo una piccola punta emersa. È l’ombra dietro il recente scandalo di Facebook, ma è anche ciò che regge la gran parte del business su internet. Il mercato dei dati personali, l’esistenza di monopolisti come Google e Facebook determinano la crisi strutturale della carta stampata e del giornalismo (quello d’inchiesta e i reportage soprattutto, si veda la descrizione dell’attività di una società come Chartbeat) e sostiene il settore, quello sì del tutto opaco ed elusivo, dei data broker. In un articolo del 2012, la giornalista Natasha Singer del New York Times apriva il suo pezzo sull’industria dei data broker con questo incipit ad effetto:

Sa chi sei. Sa dove vivi. Sa cosa fai. Si insinua in profondità nella vita degli americani più della FBI o dell’IRS o di quei guardoni digitali di Facebook e Google.

Di tutto questo quasi nessuno sa veramente qualcosa. Né tra i giornalisti, né tra gli informatici, né tra i politici. Gli stessi pubblicitari ne sono spesso all’oscuro. In nessun corso universitario di informatica (e probabilmente di ogni altra disciplina) si insegna come funziona la pubblicità online (né si insegnano principi di etica dei dati); al massimo in qualche tesi di laurea si esplora qualche meccanismo. Ma di nuovo, sono solo punte di iceberg, frammenti disconnessi, in assenza di una visione d’insieme che tenti di dare ragione del tutto.

Da rubagalline a disruptive

Esistono poi aree grigie della pubblicità online nelle quali vivono truffatori e imbroglioni. Chiunque ha incontrato offerte di acquisto di medicinali o notifiche di presunti premi vinti. Iniziarono con lo spam via posta elettronica ed erano considerati delinquenti a volte ben organizzati, a volte dei rubagalline. Ora si spostano sul web, nei social network, acquistano spazi pubblicitari, garantiscono ricchi profitti a chi offre spazi e un pubblico. Non sono più delinquenti, sono libertari, sono disruptive, sono quelli che fanno avanzare la frontiera.

Di nuovo se ne sa pochissimo nonostante avvenga alla luce del sole e soprattutto con estrema difficoltà si riesce a costruire una scena con i protagonisti, le convention per presentare prodotti e tecniche, i commerciali di chi vende gli spazi, gli imprenditori con i servizi a supporto. Altre punte di iceberg illuminate per poco che ritorneranno nell’ombra, ma che suggeriscono ulteriori relazioni in uno scenario nel quale i legami, gli attori e le dipendenze aumentano sempre di più.

Il consenso senza senso

Lasciando il mondo della pubblicità e rivolgendo lo sguardo agli stati, al pubblico e alla presunta protezione dei diritti e delle libertà dei cittadini, scorgiamo molti altre punte di iceberg. La legislazione a protezione della privacy, soprattutto in Europa, si basa su un principio fondamentale: il consenso informato. Togliete quello e il castello giuridico si accartoccia. Infatti non se ne discute più di tanto, non si vedono convegni promossi dalla UE o da ENISA o dai governi nazionali. Il tema è trattato in qualche nicchia accademica o in qualche oscuro blog, come dire molte decine di metri sotto il pelo dell’acqua.

Privacy

Regolamenti sempre più rigorosi e pressanti, basati su una premessa senza valore.

 

Ebbene, è perfettamente noto, e da tempo, che il consenso informato in pratica non esiste. Lo sanno gli specialisti, i politici, gli amministratori pubblici, gli amministratori delegati e gli accademici tutti, a meno che non siano totali sprovveduti o debbano curare un’agenda. Perfino gli utenti sanno perfettamente che cliccare su OK quando compare il banner relativo ai cookie di sessione non significa nulla in termini di consenso informato.

È noto a tutti che i controlli per la privacy di Google, Facebook, Twitter e praticamente chiunque altro gestisca dati personali non determinano alcun consenso informato, perché le conseguenze di una certa scelta sono incomprensibili a quasi tutti e spesso impredicibili. Era perfettamente noto fin dall’inizio, dal consenso informato cartaceo, quello introdotto dai Garanti per la Privacy, che si trattava solo di un’espediente formale estraneo alla consapevolezza degli individui. E anche il sopravvalutato GDPR si fonda sullo stesso assioma falso. Il problema è che non abbiamo un’alternativa al continuare a mostrare solo la piccola punta dell’iceberg del consenso informato e sperare di nascondere il più a lungo possibile la sua pressoché totale inefficacia.

Sorveglianza sottomarina

Infine, ma solo per porre un termine a questo tentativo di sguardo d’insieme ancora molto superficiale, cosa veramente sappiamo della sorveglianza dei cittadini attraverso internet? Poco, in realtà, soprattutto di come sia gestita. Una punta di iceberg. In Surveillance Valley Yasha Levine, un giornalista russo-americano parecchio maltrattato in passato per i pezzi che scriveva su Pando (ad esempio da persone che lavorano per Tor), descrive un iceberg sommerso a tratti sorprendente la cui origine risale agli anni successivi la Seconda guerra mondiale e a quelli della guerra del Vietnam.

Tor people

Grazie a una struttura “a cipolla”, la rete Tor cerca di garantire l’anonimato.

 

La sua ricostruzione va oltre quella confortevole diffusa da attivisti, giornalisti e appassionati negli ultimi anni, che postula una contrapposizione tra agenzie statali e militari che vogliono sorvegliare e nerd libertari insieme ad aziende californiane illuminate che progettano tecnologie per la libertà. Le faglie non sono così nette, i legami sono molteplici e tutta la storia di Internet, della sorveglianza digitale e delle libertà individuali online ancora deve essere scritta. Il libro prova ad accendere uno spot su questo iceberg sommerso, anche se con poco successo per ora (pochi sono i commenti, pare ignorato, su The Baffler c’è un pezzo dello stesso Levine, in Italia ci contiamo sulle dita di una mano).

Rispettare l’incertezza

Nessuno di questi iceberg è veramente un corpo isolato. Sono tutti blocchi provenienti da un’unica banchisa, un’unica storia. I corpi sommersi sono mossi dalle stesse correnti, sono legati tra loro da elementi comuni, navigano nello stesso mare nel quale anche noi, gli stati, le aziende, i giornali, tutti quanti ci troviamo.

Eppure tracciare linee di unione, ipotizzare relazioni e disegnare uno scenario unitario è stato fino a oggi più oggetto da complottisti e ciarlatani di vario genere che da analisti, storici, tecnologi e scienziati sociali. È tempo di sottrarre questo spazio di analisi e ragionamento a quelli semplicisticamente o in modo disonesto convinti che sommare insieme incertezze porti miracolosamente alla comprensione di uno scenario complesso. L’incertezza va trattata con rispetto perché definisce gran parte della nostra società e storia, e accettata come parte integrante di ogni ricostruzione. È lavoro necessario, per gli anni a venire.




Marco Cremonini fa il ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Milano. Dopo aver insegnato a lungo network security ed essersi occupato quasi solo di sicurezza informatica, da diversi anni insegna analisi del rischio, mentre della sicurezza informatica gli interessano di più gli aspetti che non sono informatici e le cause dell’insicurezza della sicurezza informatica. Si dedica anche a simulare la dinamica di sistemi complessi e social network, oltre che a leggere molto.

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