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Classifiche inutili

Il guru che non c’è più

di

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20

mar

2017

Per giudicare il presente in modo sensato non basta avere grande esperienza del web nel passato. Neanche averlo inventato.

Non ci sono più i guru di una volta. Forse non è nemmeno un problema. Anzi, a dirla tutta, forse è proprio la profezia di Internet che si avvera: conoscenza distribuita, democrazia del sapere, niente più torri d’avorio.

Quante volte lo hanno detto proprio quelli che rappresentavano invece conoscenza concentrata in se stessi, oligarchia del sapere ed erano pressoché inaccessibili nelle torri d’avorio dei loro istituti od organizzazioni o aziende. Erano i guru del Web con la maiuscola, i veggenti del mondo nuovo, quelli che scrutando le galassie dell’innovazione intravedevano singolarità, nuove forme sociali e statali, il post-Antropocene e la riconversione di ognuno di noi in cyborg.

E chi incarna la figura del guru più del padre del Web, Tim Berners-Lee? Nessuno, ovviamente. Nessuno può vantare la progenitura di Tutto più di Sir Tim, nessuno può nemmeno avvicinarsi. Lui è l’über-guru. O forse soltanto lo era e in un certo momento, nel corso di questi anni confusi e nebbiosi pure lui, il Padre, si è perso; a leggere quello che ora dice del Figlio sembra di rileggere uno di quei romanzetti noiosi sulla crisi della piccola borghesia famigliare, quando le generazioni si scoprono in conflitto una con l’altra, i padri non hanno più la minima idea di cosa stiano diventando i figli e quindi pontificano a vuoto. Neorealismo desolato.

Tre scialbe sfide

Così si potrebbe descrivere l’intervento di Sir Tim in occasione del ventottesimo anniversario del Web, celebrato dalla propria Web Foundation (già questa atmosfera, tra il grottesco da convention aziendale e il surrealismo da setta new age, ci trascina in pieno neorealismo desolato).

In questa lettera (così viene definita la comunicazione urbi et orbi del baronetto, con buon understatement inglese), Sir Tim annuncia cosa dovremmo fare (tutti) per garantire di realizzare la sua visione di una piattaforma egualitaria che rechi beneficio all’intera umanità (what we must do to ensure it fulfils his vision of an equalising platform that benefits all of humanity).

Si dice preoccupato, seriamente, dagli ultimi dodici mesi (che diavolo è successo quest’anno sul Web?). Sono tre i trend (li chiama così, chissà cosa intendeva veramente dire, le derive? le degenerazioni? le corruzioni?) che impediscono al Web di sviluppare il proprio vero potenziale. [rullo di tamburi]

Uno: abbiamo perso il controllo dei dati personali. Due: è troppo facile la diffusione di informazioni errate. Tre: la pubblicità politica online necessita di trasparenza e di essere compresa meglio come tale.

Eh? Cioè privacy, fake news e propaganda? Quello che un qualunque mediocre pezzo di un qualunque mediocre quotidiano usa per i soliti pezzi scandalistici? O pure peggio, quello che un mediocre parlamentare sfrutta per l’ennesima mediocre proposta legislativa?

Fake news

Per la diffusione di notizie false, il Web è solo l’ultimo strumento nella storia.

 

Anche a leggere nei dettagli, la lettera è profondamente deludente. Deludente perché presenta come nuovi problemi o fenomeni che non lo sono e che addirittura risalgono a prima del Web. La perdita di privacy, nella concezione moderna, è iniziata con l’industria pubblicitaria, quindi negli anni ’40 e tuttora è trainata da quella stessa industria. Dodici mesi? Forse intendeva anni o lustri. Sa che l’Unione Europea ha prodotto un Regolamento Generale che, con molti difetti, ma introduce delle novità? Sa che esiste un amplissimo dibattito sul tema, ovviamente ignorato dai quotidiani e sconosciuto al grande pubblico?

Troppo poco, troppo semplice

Nella sua epistola, Sir Tim mette insieme molti frammenti di mezze notizie e mezzi dati di fatto, alcuni provati, altri di dubbia affidabilità, altri delle palesi banalità. Semplifica molto, troppo, semplifica come fa un attivista che deve tirare l’acqua al suo mulino e non ha nessun interesse alla completezza e all’obiettività, o come un politico o come un giornalista poco informato che scrive per lettori meno informati (la presunta correlazione tra sorveglianza online e riduzione dello spirito critico nella società è stata riportata grossolanamente dalla stampa e sfruttata ad arte da certi attivisti, Sir Tim la ripete acriticamente, senza sapere che a) l’articolo scientifico più recente non afferma esattamente quello; b) è problema stranoto da decenni e molto sfaccettato, in alcuni casi si può addirittura sostenere il contrario).

Telesorveglianza

La sorveglianza online è un problema, ma non per lo spirito critico della società.

 

In generale dà l’impressione di possedere una conoscenza lacunosa della discussione riguardo i problemi che cita e di non esercitare l’analisi critica necessaria a soppesare le affermazioni e le conclusioni.

Sembra non comprendere neppure la complessità del contesto e indica soluzioni esclusivamente tecnologiche, come quando, discutendo dei problemi legati all’uso o abuso di social media per fini di propaganda politica, sembra far credere che possano essere risolti con un nuovo tool, magari inventato dal W3C.

Parlando della diffusione di informazioni false attraverso le reti, sembra non sapere che anche questo è un fenomeno ampiamente studiato del quale si conoscono i meccanismi. Addirittura sembra insinuare che i data scientist ne siano responsabili.

Insomma, una scena poco edificante; banalità oltre misura e confusione di concetti che in parte si accavallano, in parte sono conseguenti e in parte sono sintomi, non cause. Se c’era un guru, ora non c’è più.

Al meglio di tre

Personamente faccio molta fatica a individuare i tre problemi del Web, ma anche a concepire che ci sia un senso nel proporli. Mi sforzo, per non limitarmi unicamente alla critica.

Un problema che mi pare abbiamo e del quale poco ci rendiamo conto è che non siamo ancora abbastanza esperti nell’uso del Web e delle tecnologie che su esso si sono sviluppate. Non siamo in grado di prevedere le conseguenze di strategie aziendali o governative, tecnologie e politiche, per cui riusciamo ad accorgerci di cosa accade solo dopo che gli effetti si sono manifestati, e spesso lo facciamo con molto ritardo e in assenza di metodologie di analisi. Non abbiamo alcuna capacità previsionale quando si tratta del Web. Ma questo è vero in generale per i fenomeni sociali o politici e perfino quelli economici.

Web analysis

Nessuno sa che cosa accadrà sul Web prima di avere applicato la sua strategia.

 

Un altro problema è che la specializzazione dei (presunti) esperti sembra perfino limitare la capacità di analisi generale del Web, per cui per quanto esistano infiniti (presunti) esperti della materia (e perfino corsi di laurea o dipartimenti universitari al Web dedicati), in realtà non esiste quasi nessuno che possegga una capacità di analisi complessiva e ampia, tale competenza spesso nemmeno viene riconosciuta come fondamentale. In realtà, neppure sappiamo quali dovrebbero essere le competenze indispensabili per analizzare il Web.

Il terzo problema è la persistente ideologizzazione del Web come spazio di libertà, portatore di democrazia eccetera, quando invece è a tutti gli effetti una infrastruttura commerciale e governativa e come tale andrebbe considerata con un approccio pragmatico e una visione politica. Dentro questa cornice – pragmatica e politica – sviluppare eventualmente movimenti di protesta o avanguardie o spinte al cambiamento. I movimenti nati nel e sul Web, dagli hacker agli attivisti per la privacy e i diritti umani digitali, fino ai maker e ai fanatici del lifelogging, non sono che allucinazioni di un mondo digitale capace di autosostenersi e allontanarsi dal mondo cosiddetto offline. Idea sciocca e ormai ampiamente superata quella dei due mondi – online e offline – avviati su traiettorie parallele se non divergenti (Sherry Turkle su questo ha preso enormi cantonate). Non esiste un mondo del Web dissociato dal mondo reale; questa è un’illusione tossica e ottusa che persiste.

Non so se queste tre problematiche siano le più importanti, né se si debbano veramente affrontare e tantomeno risolvere, né come fare per metterle in una classifica.




Marco Cremonini fa il ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Milano. Dopo aver insegnato a lungo network security ed essersi occupato quasi solo di sicurezza informatica, da diversi anni insegna analisi del rischio, mentre della sicurezza informatica gli interessano di più gli aspetti che non sono informatici e le cause dell’insicurezza della sicurezza informatica. Si dedica anche a simulare la dinamica di sistemi complessi e social network, oltre che a leggere molto.

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2 commenti

  1. gustavo

    Ammazza che articolo inutile. Non scriverlo non sarebbe stato un dramma per l’umanità.

  2. Lucio Bragagnolo

    Non sarebbe stato possibile commentarlo. :)

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