Scienza aperta se lo è la mente

Open in Action

di

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02

nov

2016

Un mondo all’avanguardia che non ha ancora recepito pienamente le ricadute positive di un approccio diverso dal tradizionale.

Open in action è il motto della Open Access Week che si è tenuta in tutto il mondo dal 24 al 30 ottobre. Perché a riempirsi la bocca di belle parole su quanto è cool l’open access siamo capaci tutti, specie quando in realtà abbiamo confuso l’apertura, quella vera, con la semplice gratuità (problema vecchio, di cui abbiamo discusso già un anno fa esatto qui). La sfida lanciata quest’anno dagli organizzatori di questo evento internazionale dedicato alla divulgazione e sensibilizzazione sul tema è però stimolare azioni concrete capaci di mettere in luce le ricadute che un approccio open alla ricerca scientifica porta sui cittadini.

Passaggio non proprio banale, che tocca le delicate corde della comunicazione scientifica e si scontra con una certa ritrosia degli scienziati duri e puri ad uscire dal gotha accademico e a sforzarsi per far comprendere anche all’uomo della strada i risultati ottenuti. Figuriamoci poi se si tratta non solo di comunicare in senso lato, ma di divulgare i risultati in ottica open, quindi permettendo la massima libertà di riutilizzo e, dove possibile, anche la riproducibilità degli esperimenti e dei calcoli realizzati. D’altronde, per la Open Definition, Open Science implica questo:

Open data and content can be freely used, modified, and shared by anyone for any purpose.

Proprio di queste cose si è cercato di parlare all’Università di Torino nella tavola rotonda Open justice e open science: le esperienze di JurisWiki e OpenQuake con Elena Giglia (responsabile dell’ufficio Accesso aperto-editoria elettronica dell’ateneo torinese nonché organizzatrice dell’iniziativa) e Paul Henshaw (Director of Technology & Development della Fondazione GEM), il quale ha parlato di un tema di grande attualità come il calcolo del rischio sismico… ma in questo caso basato su un approccio open (come abbiamo già raccontato tempo fa).

L’open science è un mezzo e non un fine. Le strategie e le politiche open science sono un mezzo per sostenere meglio la scienza di qualità, incrementare la collaborazione e il coinvolgimento reciproco tra il mondo della ricerca e la società; il che può portare a un maggiore impatto sociale ed economico della ricerca pubblica.

Si legge nel rapporto Making Open Science a reality diffuso dall’OCDE nel 2015. E l’autentico valore di un approccio open alla ricerca scientifica emerge limpidamente da una delle slide proiettate a Torino da Henshaw.

Slide di Henshaw

I pilastri dell’apertura della ricerca scientifica perché abbia la massima efficacia.

 

Come chiosa conclusiva ed efficace sintesi, cito la celebre dichiarazione rilasciata da Neelie Kroes nel video registrato in occasione del Research Data Alliance plenary nel settembre 2014: Open science depends on open minds. Quindi, scienziati, aprite le menti prima ancora delle vostre pubblicazioni e dei vostri dati.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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