Una memoria in programma

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14

lug

2016

L’istituto francese Inria ha lanciato Software Heritage, archivio universale del software pubblicamente disponibile.

Serve davvero un’iniziativa di conservazione del software? Dopotutto non abbiamo già GitHub? Domande sciocche, che però consentono di inquadrare il problema e comprenderne la portata, oltre che valutare la soluzione.

Grazie proprio alla collaborazione condivisa che ruota attorno a piazze virtuali come GitHub, la crescita e l’evoluzione del software sono robustissime; è molto facile che un programma sopravviva a un evento catastrofico, perché si trova in infiniti computer sparsi per tutto il mondo.

Dal punto di vista della conservazione, invece, il software è una creatura fragile e ne abbiamo già parlato relativamente ai videogiochi. La stessa mutevolezza che ne favorisce l’adattamento complica il rapporto dell’archivista con le vecchie versioni. I legami con hardware specifico – le vecchie console, ma anche i macchinari industriali – sono un altro punto dolente. E poi il software esistente in pochissime copie (apparecchiature opedaliere, per esempio).

A tutto questo intende rispondere Inria con il lancio di Software Heritage:

Il progetto intende realizzare al tempo stesso una moderna “Biblioteca di Alessandria” del software, un database di riferimento per tutto il codice sorgente, uno strumento per nuovi progetti software e uno strumento di ricerca per gli studiosi.

All’annuncio è stato rivelato un patrimonio acquisito (da novembre 2015 a fine giugno 2016) relativo a quasi ventitremila progetti, con seicentomila commit (invii di software) e quasi tre miliardi di singoli file sorgente. Per cominciare si è partiti dalle risorse “facili”:

Non viene da spellarsi le mani dagli applausi, tuttavia è ingeneroso nei confronti delle buone intenzioni di Inria che ha sì raccolto una goccia nel mare, ma una goccia di dimensioni comunque ragguardevoli. Il successo vero lo si misurerà nel tempo, se l’archivio diventerà veramente una risorsa di consultazione e di utilizzo.

Il supporto almeno formale è invece di prim’ordine, con uno sponsor della taglia di Microsoft e i migliori testimonial nel mondo dell’open source, tra i quali Free Software Foundation, Open Source Initiative, The Document Foundation, Linux Foundation. E ancora GitHub, Creative Commons, Bell Labs e molti altri. E difatti l’iniziativa punta dichiaratamente a essere open source al 100 percento.

Se Software Heritage diventerà rilevante almeno al pari di Internet Archive, avrà raggiunto un traguardo importante ma soprattutto contribuirà alla definizione della nostra identità digitale collettiva. Che al momento è fin troppo sbilanciata verso il presente e ha bisogno, a quarant’anni dalla comparsa di Apple I, anche di elaborare il passato.




Lucio Bragagnolo (@loox) è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa con entusiasmo di mondo Apple e digitalizzazione a scuola e in azienda. Dal 2015 è membro del comitato tecnico-scientifico di LibreItalia. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive. Insieme a Luca Accomazzi è autore per Apogeo dei manuali su OS X, tra i quali OS X Server, OS X 10.11 El Capitan e OS X oltre ogni limite. Con Swift ha fatto tutto da solo.

In Rete: macintelligence.org

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