Voglio la tastiera. Al 90 percento

Trasformevoluzione

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10

giu

2016

L’apparecchio ideale per potenza, leggerezza, flessibilità, autonomia e altre cose che sembrano mutuamente esclusive.

Passo la vita attaccato ad un computer. Raramente si tratta di un desktop (riservato alle elaborazioni più impegnative), spessissimo un portatile, dato che mi trovo quasi sempre a lavorare fuori ufficio.

Fino a poco tempo fa il mio portatile era un desktop replacement, tanto potente quanto pesante. Purtroppo, quando si passa il tempo girando per le città con uno zaino sulle spalle, si finisce con il sentire il peso e la sera ne soffrono sia le spalle sia la postura.

Qualche anno fa acquistai un tablet Android. Un giocattolo comodissimo, per nulla pesante, con un range di funzioni piuttosto limitato ma che mi ha fatto apprezzare la comodità di avere un device leggero.

Due difetti però non sono riuscito a digerire. Il primo, un sistema operativo decisamente troppo limitato; il secondo, la mancanza di una tastiera. Un tablet va bene per fruire di contenuti ma non per crearli.

Ho quindi acquistato un Asus Transformer T100. Un giocattolino spettacolare. Mi ha fatto capire le possibilità di Windows 8.1 (cosa non facile) e che un piccolo PC è praticamente sempre superiore ad un tablet con un sistema operativo mobile. Tra i pro, l’autonomia e la possibilità di trasformare il sistema da subnotebook a tablet. I principali problemi del T100 sono stati la potenza di calcolo, l’SSD di grandezza troppo limitata e le dimensioni di schermo e tastiera, un po’ troppo sacrificate.

T100 Asus

Adesso è un portatile, adesso è un tablet. Rimane sempre un convertibile.

Approfittando sia di uno sconto speciale a Media World, sia di aver venduto bene il T100, sono passato al fratello maggiore, T200. Sembrava la macchina perfetta per me. Più grande del T100 (è un 11,6” al posto di un 10”), una tastiera con dei tasti regolari, la possibilità di montare un SSD o un HD nella tastiera rimovibile, un processore Atom quadcore Z3795, quattro gigabyte di RAM e una buona batteria.

È stato il mio compagno ideale per quasi un anno. Ho apprezzato tutte le sue doti, non ultimo l’essere costato davvero poco. Purtroppo neanche il T200 è stato la macchina perfetta. Rimane un gran bel miniPC, che mi sono trovato a utilizzare molto spesso, ma ho anche capito quanto sia scomodo avere due device. Il T200 semplicemente non poteva gestire tutta la mia attività e così, occasionalmente, mi ritrovavo a girare con due computer, vanificando il fatto di avere un device leggero. Si poneva poi il problema di sincronizzare i dati. Quindi, uso massiccio di cloud. Questo si è tradotto nella necessità costante di rimanere online e quindi di avere costantemente accesso a un Wi-Fi o una connessione cellulare.

Lascia e raddoppia

Complici un paio di circostanze, ho passato il T200 a mia moglie e sono passato ad uno Spectre X360 di HP. L’ho scelto al posto di un più blasonato Surface per due motivi. Il primo è un migliore rapporto prezzo/prestazioni; il secondo è che, a conti fatti, per le mie esigenze di portable computing, è decisamente più indicato disporre di un device che privilegi l’uso come notebook rispetto a quello di tablet.

Spectre X360 HP

Ultraportatile, superibrido, extraconvertibile; Ma ci vogliono anche le prestazioni.

Troppo spesso mi capita di usare il computer in datacenter tra i rack, sul treno, sul divano e comunque in posti dove sono costretto a tenere il computer sulle gambe o in mano. Per quanto il design del Surface si sia man mano raffinato, non regge con la comodità del tradizionale laptop. Mi sono accorto che, anche con il T200, il 90 percento delle volte me lo portavo in giro con la tastiera e solo nei 10 percento dei casi privilegiavo la parte tablet, prevalentemente per multimedia, lettura e studio.

Di contro, dopo aver avuto due trasformabili, non potevo pensare di tornare ad un tradizionale laptop senza funzioni touch.

L’X360 è, per ora, la  mia macchina ideale. 13,3”, Full HD (la risoluzione del T200 è uno dei limiti che mi ha più infastidito nel corso del tempo), con un processore Core i5 6200, otto gigabyte di RAM (i quattor gigabyte del T200 mi costringevano a vari sacrifici), un bel SSD da 256 gigabyte, Touch Screen e supporto per la penna, e una dotazione di porte da computer serio (tre USB 3.0, HDMI, miniDisplayPort, slot SD e uscita cuffie/microfono), dentro uno chassis in alluminio e un peso attorno a 1,6 chilogrammi. Il tutto condito con una durata della batteria da record, addirittura migliore di oltre un’ora rispetto al mio T200 che disponeva di un processore a bassissimo consumo.

Il prezzo è tutt’altro che popolare, ma comunque il rapporto prezzo/prestazioni batte il Surface e qualunque MacBook.

Il gioco dei quattro fattori

Dall’esperienza d’uso di queste macchine ho desunto alcuni fattori essenziali.

Il primo è che il tablet, per quanto comodissimo, è troppo limitato. Inoltre non ha, a mio avviso, alcun senso spendere una cifra superiore ai trecento euro per un device mobile con un sistema operativo mobile, quando il mercato dei convertibili 2-in-1, (specialmente quelli con tastiera staccabile, come i Transformer, l’Aspire One Acer, il Pavillion X360 11,6” di HP…) ti permette di portarti a casa, per la stessa somma, un computer completo. Windows 8.1 prima e Windows 10 adesso forniscono orami un’esperienza d’uso interessante sia come notebook sia come tablet. L’App Store di Microsoft inizia ad essere concorrenziale con quello delle piattaforme mobile e, oltre a questo, il parco software disponibile per Win32 e .NET è semplicemente inarrivabile. Infine oramai esistono soluzioni collaudate per far girare tutto il software Android anche su PC. Quindi non ha senso prendere “solo” un tablet.

Il secondo è che l’approccio Apple alla faccenda, ovvero la divisione tra laptop e tablet per il mobile computing, ha molti limiti. Per quanto Apple abbia fatto indubbi sforzi per trasformare iPad in una macchina professionale, vi sono categorie di persone, come il sottoscritto, che semplicemente non possono farsi bastare iOS (o anche Android) e non possono rinunciare alla tastiera. Inoltre il problema della sincronizzazione dei dati obbliga necessariamente a disporre di un sistema per essere sempre online e quindi di disporre di un terzo device, sia esso un router 4G/Wi-fi o uno smartphone, per la connettività d’emergenza. Non ultimo, avere due device è comunque sia costoso sia scomodo, non fosse altro perché ti obbliga ad avere accessori dedicati, come gli alimentatori, che aggiungono peso alla soluzione.

iPad Pro

La separazione tra portatili e tavolette ha i suoi difetti; non va bene per tutti.

Il terzo fattore è che non solo non posso rinunciare al touch ma, una volta provato il supporto della penna attiva, semplicemente non si può più farne a meno. Questo diventerà ancora più vero con l’aggiornamento di Windows 10 di luglio, che introdurrà il nuovo framework dedicato all’uso di questo accessorio, facendone un dispositivo di input indispensabile in una marea di nuove occasioni.

Il quarto è che il mercato dei device 2-in-1, praticamente inesistente prima dell’avvento di Windows 8.1, è molto interessante e non è un caso se sia l’unico che sta crescendo bene, andando a rosicare percentuali sia a quello, in perenne calo, dei PC sia a quello dei tablet che, dopo qualche anno di entusiasmo, sta declinando da alcuni trimestri. La cosa mi fa riflettere. Quando Microsoft ha presentato il primo Surface (assieme a Windows 8), sono piovute critiche da dovunque. Certo il tablet/computer non era né leggero né bello da vedere, ma il suo design è stato massacrato da praticamente qualunque opinionista tecnologico.

Pur perdendoci fiumi di dollari e pur essendo osteggiata dalla stampa specializzata, Microsoft ha continuato, pervicacemente, per la sua strada. In quattro anni è passata dal primo Surface al Surface Pro 4, che non ho scelto per me ma rimane uno splendido oggetto. Talmente fuori dagli schemi che in tanti sono corsi ai ripari imitandone il design. Così al volo mi vengono in mente prodotti simili presentati da HP, Fujitsu, Lenovo e Acer. Asus, la regina dei sistemi trasformabili, che per anni ha sposato il design in stile notebook con tastiera staccabile (con ottimi risultati), ha anch’essa ceduto e al Computex 2016 ha presentato non una ma tre linee di prodotto basate su un design del tutto paragonabile a quello di Surface. Se sei convinto delle tue idee e te ne infischi  di quello che dicono gli altri, molto spesso ti ritrovi a dettare legge sul mercato.

Per me la macchina Ideale è l’X360 ma, come ho detto in precedenza, ho anche esigenze particolari. Passa da notebook a tablet in un attimo, mi permette di avere il supporto della penna attiva, che, pur non essendo un disegnatore, si rivela utilissima per prendere appunti in moltissime occasioni, e mi dà davvero tutto quello che mi serve in un unico dispositivo. Da quando l’ho acquistato, il mio fido Asus N56JK se ne sta pacioso in laboratorio dove la sua potenza di calcolo (unita ad una equivalente sete di corrente) è più consona ed apprezzata. Altri amici e colleghi che invece hanno sposato il design alla Surface, non fanno altro che decantarmi le sue lodi, segno che comunque l’idea di base, ovvero il sistema convertibile, è valida e può essere declinata in più salse diverse.

Sempre più ridotto

Siamo arrivati al capolinea? Chi lo sa. Per ora non c’è di meglio. Però, ogni tanto, quando sono in un ufficio dove uso la mia VDI utilizzando solamente il Lumia 950 con la docking station per Continuum, mi chiedo se il prossimo passo non potrebbe essere uno smartphone con Windows 10, processore Intel x86 e una docking station tipo gli Asus Padfone, che trasformino lo stesso in tablet e notebook. Lo so, qualunque analista (o pseudo tale) dà Windows Mobile per morto e sepolto da tempo. Ma dicevano lo stesso di Surface e poi ha aperto un nuovo mercato. Di contro, possedere un vero PC in tasca, adattabile a tutte le esigenze di coloro che fanno del lavoro in mobilità la propria bandiera, potrebbe avere un perché. Magari un giorno, mi troverò a dire, come Ash dei Pokemon, Surface Phone, scelgo te!




Andrea Ghirardini (@darkpila) è uno dei precursori della Digital Forensics in Italia. Sistemista multipiattaforma – anche se con una netta preferenza per Unix – con una robusta esperienza in materia di sicurezza informatica, si occupa in particolare di progettare sistemi informativi di classe enterprise. È Chief Technical Officer in BE.iT SA, società svizzera facente parte del gruppo BIG, specializzata nella gestione discreta e sicura di sistemi informativi aziendali. Per Apogeo è autore di Digital Forensics edito nella collana Guida completa.

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