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Ultraliberismo, tecnoutopismo

Più distopia che privacy

di

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19

feb

2016

Lo scontro frontale tra Apple e FBI disegna il futuro della libertà di cifratura sugli apparecchi personali. E di molto altro.

Era il settembre 1970 quando Milton Friedman sul New York Times Magazine intitolava il suo pezzo La responsabilità sociale del business è di aumentare i propri profitti e articolava l’analisi delle teorie sulla responsabilità sociale delle aziende concludendo che tali teorie andavano considerate un cavallo di Troia per diffondere il socialismo nel cuore del mondo capitalista.

Era il febbraio 1996 quando John Perry Barlow redigeva a Davos la celebre Dichiarazione di indipendenza del ciberspazio, che si apre con un proclama dai toni messianici:

Governi del mondo industriale, consunti giganti di carne e acciaio, io vengo dal ciberspazio, la nuova casa della mente. In nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra di noi. Non avete alcuna sovranità laddove noi ci riuniamo.

Prese insieme, la rivendicazione ultraliberista di Friedman che rigetta come attacco socialista ai valori americani ogni rivendicazione di responsabilità sociale delle aziende, e la dichiarazione tra il tecnoutopismo e l’antistatalismo da frontiera digitale di Barlow, rappresentano l’ossatura fondamentale e la descrizione più sintetica della filosofia economica, sociale e culturale della moderna Silicon Valley e, genericamente parlando, di ciò che Internet è diventato. Paradossalmente, anche attori pubblici ed agenzie governative vi si sono adattati e operano nello stesso quadro, fatto di esclusione dei costi sociali e delle esternalità negative dai fattori che determinano le strategie, e dall’autoreferenzialità degli obiettivi mai sottoposti a controllo pubblico (democratico, in questo caso).

Togliete anche uno soltanto dei due pilastri e tutto crolla: eliminate l’esenzione da una responsabilità sociale e il business dovrebbe confrontarsi con i costi sociali, ad esempio della raccolta indiscriminata e del commercio di dati personali da parte di agenzie governative, multinazionali di grande popolarità e data broker che galleggiano tra le zone grigie di legislazioni colpevolmente carenti; eliminate la presunta indipendenza (e quindi superiorità) del ciberspazio rispetto ai governi e le strategie degli attori pubblici e privati tornerebbero a essere in posizione subordinata alle leggi nazionali e internazionali.

Richiesta e risposta

Senza questa premessa, ogni chiave di lettura dello scontro innescatosi il 16 febbraio tra Apple e FBI, dopo che una corte federale californiana ha dato ragione al Federal Bureau of Investigation, risulta priva di una parte necessaria del contesto di riferimento, spesso ignorata a favore delle sole argomentazioni relative a privacy e sicurezza.

Apple ha risposto con un diniego e una lunga lettera pubblica della quale voglio analizzare alcuni passaggi chiave. La mia analisi, come tutte quelle apparse finora, sarà di parte, condizionata dall’opinione personale che la giustificazione di Apple, tolti gli orpelli dialettici e le affermazioni indimostrate, si regge sui due pilastri concettuali appena introdotti: ultraliberismo e tecnoutopismo da frontiera. La mia convinzione è che siano entrambe posizioni sbagliate, basate su assunzioni false e in ultima analisi pericolose per la collettività.

Non credo esistano analisi obiettive su questo tema, solo analisi che dichiarano il proprio bias e finte analisi. Voglio considerare alcuni aspetti, senza pretesa di completezza.

  • Apple parla della richiesta di creare una nuova versione di iOS contenente una backdoor per superare il limite al numero di tentativi di inserimento di un passcode e consentire un attacco di forza bruta. Ne contesta l’opportunità, ma non nega che sia possibile realizzarla.
  • Il cuore dell’argomentazione a proprio favore risiede nell’interpretazione dei fondamenti della sicurezza digitale (the basics of digital security). Dice Apple:

Il governo suggerisce che questo tool possa essere usato solo una volta, su un solo telefono. Non è vero. Una volta creata, la tecnica potrebbe essere usata più e più volte, su qualunque dispositivo.

Quanto afferma Apple si sintetizza in due punti:

  • Esiste una vulnerabilità software, ma non ancora l’exploit (l’implementazione che la sfrutta).
  • La garanzia è data dalla una forma di security by obscurity, ovvero il grado di sicurezza viene mantenuto solo se informazioni sull’implementazione del sistema rimangono segrete.

A questo proposito andrebbe ricordato che esiste un mercato delle vulnerabilità 0-day e recentemente un’azienda, Zerodium, ha fatto scalpore pubblicando una sorta di listino prezzi. La stessa azienda ha annunciato di aver pagato un milione di dollari per un nuovo exploit per iOS 9.

In passato, lo stesso governo americano ha acquistato 0-day per iOS. Quindi, in generale, mi pare che si possa contestare la presunta certezza che l’eventuale backdoor creata appositamente per l’FBI farebbe venire meno la sicurezza di dispositivi a oggi inviolabili. La violabilità dei dispositivi è questione solo di tempo ed economia.

Consideriamo ora l’affermazione riguardo l’impossibilità di contenere l’uso e la conoscenza della backdoor. Ogni analisi onesta di sicurezza si fonda, tra le altre cose, sulla cosiddetta analisi delle minacce (Threat Analysis), che è una declinazione parziale della più generale analisi dei rischi (Risk Analysis). Un elemento fondamentale è individuare i soggetti che rappresentano una minaccia. Nel caso in questione i soggetti sarebbero due: i tecnici Apple e gli agenti dell’FBI. Quindi, chi diffonderebbe la conoscenza e l’uso dell’eventuale backdoor? Chi metterebbe a repentaglio tutti gli utenti? Tim Cook sta formulando un’accusa molto precisa, della quale dovrebbe prendersi la responsabilità.

Messianismo antistatale

Quello che invece fa è lasciarla filtrare tra le righe e la conseguenza è che l’FBI, il governo e in definitiva lo stato di diritto e la democrazia sono nemici da contrastare. Il richiamo implicito agli scandali dell’NSA risuona forte nella retorica utilizzata. Cook riafferma il messianesimo di Barlow: siamo uno spazio indipendente e autonomo, pertanto abbiamo il diritto di operare senza intromissioni da parte dei governi e delle sue leggi; governi e leggi del passato. Questo è il messaggio della retorica di Cook. Tutto ciò che è pubblico e statale è fondamentalmente illiberale e irriformabile; per questo gli abusi venuti alla luce non devono indurre a una richiesta di maggior controllo democratico, maggior trasparenza e riforma del sistema legislativo di controlli. Tutt’altro, la risposta è l’antistatalismo, il messianismo e l’ideologia della frontiera. Le rivendicazioni fanatiche di quel gruppo di bovari dell’Oregon che si era asseragliato in una baracca per protestare contro una regolamentazione sull’accesso ai pascoli suonano tristemente simili alle parole di Tim Cook.

Riguardo all’ultraliberismo e alla negazione di responsabilità sociale, l’ispirazione è evidente, seppur condita di una finta presa d’atto. Cook spreca i riferimenti alla libertà, alla privacy e alla sicurezza dei cittadini, ma ignora in modo quasi grottesco l’evidente responsabilità sociale di non intralciare, anzi facilitare, un’indagine su un fatto di estrema gravità come quello di San Bernardino. In altri contesti un diniego del genere sarebbe chiamato con termini assai dispregiativi: da collusione a insabbiamento, da egoismo sprezzante fino a comportamento eversivo. Anche la chiusa è degna di nota. Scrive Cook:

And ultimately, we fear that this demand would undermine the very freedoms and liberty our government is meant to protect. [E in ultima analisi, temiamo che questa richiesta minerebbe alle fondamenta le libertà che il nostro governo esiste per proteggere].

Che differenza c’è tra freedom e liberty? Molti americani non saprebbero spiegarla. È sottile e fa riferimento ai Padri fondatori degli Stati Uniti, i quali chiarirono che lo scopo della nuova nazione era

essere un luogo nel quale la libertà [freedom] è celebrata, e nel quale un governo si sarebbe insediato per garantirla attraverso la libertà [liberty] che esso avrebbe garantito ai suoi cittadini.

Il messaggio finale che Cook vuole far passare è quindi che il giusto ruolo del governo sarebbe garantire le libertá individuali (liberty) di prendere decisioni senza controlli esterni (freedom). I Padri fondatori pensavano alla libertà dei cittadini; Cook, con un salto semantico vertiginoso, equipara quella libertà individuale alla libertà di Apple di prendere decisioni sopra la legge e il governo.

Benvenuti nel mondo della peggior distopia digitale.




Marco Cremonini fa il ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Milano. Dopo aver insegnato a lungo network security ed essersi occupato quasi solo di sicurezza informatica, da diversi anni insegna analisi del rischio, mentre della sicurezza informatica gli interessano di più gli aspetti che non sono informatici e le cause dell’insicurezza della sicurezza informatica. Si dedica anche a simulare la dinamica di sistemi complessi e social network, oltre che a leggere molto.

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4 commenti

  1. Erix

    Fa piacere leggere una volta tanto un punto di vista bilanciato.
    Stavo appunto considerando, leggendo le varie prese di posizione, che le grandi aziende negano allo Stato (rappresentante dei cittadini) i diritti che arrogano a se stesse (rappresentanti di interessi privati). Di fatto nell’ideologia neoliberista esse sono i nuovi Stati.

  2. Lucio Bragagnolo

    Ricordo a questo proposito i nostri articoli Web 2.0, l’assassino e Nazioni contro aziende, scritti nel 2014 e decisamente attuali.

  3. Giuseppe

    Mi sembra che in questo articolo si tenti di giustificare la richiesta del FBI, suggerendo che l’opporvisi non sarebbe altro che un intralcio alla giustizia, un palese gioco di potere atto a rafforzare la posizione di un’azienda al di sopra dello Stato.
    “[...]Tim Cook sta formulando un’accusa molto precisa, della quale dovrebbe prendersi la responsabilità.
    [...]Quello che invece fa è lasciarla filtrare tra le righe e la conseguenza è che l’FBI, il governo e in definitiva lo stato di diritto e la democrazia sono nemici da contrastare.”
    Queste parole sembrano suggerire al lettore di abbandonarsi ad una completa fiducia nell’autorità dello Stato che lo rappresenta.
    Personalmente non sono d’accordo. Credo che il caso NSA sia solo uno dei tanti esempi che dovrebbero far capire quanto ci sia bisogno di protezione dalle stesse autorità nate per proteggerci.
    Voler difendere la propria privacy non vuol dire aver qualcosa da nascondere, è semplicemente un naturale diritto dell’uomo.
    In sostanza, per quanto la posizione di Tim Cook possa sembrare (e magari lo è davvero) soltanto il tentativo di curare gli interessi di un’azienda, credo che al momento rappresenti uno scudo dietro al quale ci si possa proteggere da quello che potrebbe essere un passo verso il potere assoluto di un’agenzia governativa di fare ciò che vuole con la privacy delle persone.

  4. Avvistamenti UFED | Apogeo Editore

    [...] voglio entrare nel merito della vicenda Apple-FBI, dato che è un argomento su cui è stato scritto tutto e il contrario di tutto (se volete la mia [...]

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