Casomai crollasse la civiltà

La clausola zombi

di

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19

feb

2016

Le vere motivazioni che portano il cloud di Amazon a regolare i termini d’uso in caso di riedizione della notte dei morti viventi.

L’ho visto circolare a Carnevale e ho pensato che fosse solo un simpatico fake. Poi l’ho visto segnalato anche da un collega sempre molto attento a questi temi e addirittura dal noto blogger antibufala Paolo Attivissimo. Perciò mi sono presto messo ad approfondire e verificare la fonte.

È vero! I legali di Amazon hanno inserito nei termini d’uso dei servizi cloud AWS (e ho verificato ieri come sia ancora così) una clausola che fa espresso riferimento all’eventualità di una epidemia zombi sul modello di pellicole horror come 28 giorni dopo e Io sono leggenda.
Nel capitolo 57 dedicato al nuovo Amazon Lumberyard Engine per la creazione di videogiochi in cloud, e più precisamente al paragrafo 57.10 (Acceptable Use; Safety-Critical Systems), si legge:

Tali restrizioni non si applicheranno nell’eventualità (certificata dallo United States Centers for Disease Control o da altro ente equivalente) del diffondersi su larga scala di una infezione virale trasmessa attraverso morsi o contatto con fluidi corporei, che causi la rianimazione dei cadaveri umani e li spinga a ricercare carne umana, sangue, cervelli o tessuto nervoso, e che probabilmente porti alla fine della civilizzazione organizzata.

Oltre la semplice segnalazione di questa bizzarra burla, cerchiamo di capire che cosa ci sta dietro. D’altronde, non è il primo caso di easter egg come questi, a volte infilati dai gestori dei siti o dai produttori di software proprio per dimostrare quanto la gente non legga i termini d’uso e per misurare quanto tempo passa prima che qualcuno se ne accorga davvero.

Ci chiediamo infatti: che senso hanno clausole del genere in un documento giuridico? Hanno una qualche valenza legale? In realtà hanno poco senso, vista la poca probabilità che si verifichi questa condizione e dal punto di vista strettamente legale difficilmente un giudice le potrebbe considerare come una cosa seria.

Si tratta più che altro di un divertissement per avvocati e geek senza meglio da fare che leggere dall’inizio alla fine termini d’uso lunghi e noiosi.

Tuttavia, se anche a livello giuridico lasciano il tempo che trovano, queste trovate si rivelano indubbiamente buone mosse a livello di marketing e comunicazione. Fanno sì che la stampa parli del prodotto (linkandolo e facendo circolare il brand) e nello stesso tempo permettono, facendo leva sullo spirito goliardico insito nella cultura hacker e in generale nel mondo di Internet, di dare un’immagine più simpatica dell’azienda.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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