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Royalty o fai-da-te, è il problema

Diritti acquisiti

di

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12

feb

2016

La parte facile è che si diventa titolari di diritto d’autore appena nasce il frutto del nostro lavoro. Quella più difficile è…

Nell’articolo C’è sempre un copyright avevo fornito i primi spunti per un corretto approccio alla questione del copyright nell’ambito della creazione di un’app, puntualizzando una serie di passaggi essenziali per evitare ingenuità.

Siamo ora pronti al passaggio successivo: cioè quello della gestione di questi diritti. Anche se, come abbiamo già illustrato nel precedente articolo, spesso non è così, poniamo il caso che ciascuna riga di codice dell’applicazione sia originale (cioè creata da zero) e che tutto sia stato progettato e realizzato da un unico soggetto; in questo modo renderemo più semplice la comprensione delle dinamiche che approfondiamo nei paragrafi che seguono.

Un meccanismo fondamentale del diritto d’autore, purtroppo ancora non sufficientemente noto, è l’automatica acquisizione dei diritti. Il creatore di un’opera dell’ingegno (e quindi anche lo sviluppatore di software) diventa titolare del copyright sulla sua opera nel momento stesso in cui la crea, senza necessità di qualsivoglia formalità, registrazione o deposito. Poi, avere una prova di data certa della creazione è una garanzia in più per evitare che qualcuno un giorno voglia provare a fare il furbetto e appropriarsi indebitamente di un’opera altrui.

Sono stato io

Dunque, se Tizio è sicuro di aver scritto ogni riga di codice dell’applicazione, non c’è dubbio che sia lui il titolare dei diritti. In quanto titolare dei diritti è a lui che spetta l’onere/onore di decidere come gestirli. È questa una fase particolarmente critica che necessita competenze specialistiche di natura giuridica e un’attitudine imprenditoriale che non tutti possiedono. Non è detto che chi ha avuto una buona idea creativa e dispone delle abilità informatiche per concretizzarla sotto forma di software, abbia le idee altrettanto chiare su come distribuire il suo prodotto e su come definire il tutto a livello contrattuale.

Muro di app

Le app sono cose serie, come dev’essere decidere la gestione dei diritti d’autore.

Si pongono due scenari entrambi con i relativi pro e contro: cedere i diritti sull’opera a un altro soggetto (ad esempio a una software house) in cambio di royalty, oppure avventurarsi nel fai-da-te mantenendo però il controllo sulla diffusione della propria creatura.

Nella prima opzione, si avrebbe il vantaggio indiscutibile di potersi appoggiare su una struttura commerciale già avviata e ben inserita nelle complesse maglie del mercato di oggi, dunque con maggiori possibilità di successo commerciale; ma si perderebbe quasi totalmente il controllo della propria creazione e ci si dovrebbe accontentare di essere menzionati come autori e di ricevere un compenso monetario per la cessione; compenso che può essere un pagamento una tantum o una percentuale sugli introiti. A livello legale, il tutto si perfeziona con un classico contratto di cessione dei diritti secondo i modelli ormai abbastanza radicati nella prassi contrattuale di questo settore.

Soddisfazioni, rischi

Nella seconda opzione (quella più in linea con lo spirito #mifacciolapp) tutto rimane invece nelle mani dello sviluppatore, che quindi deve passare dall’essere semplice creatore all’essere anche distributore e promotore della sua applicazione. Il fai-da-te può in effetti dare maggiori soddisfazioni e in prospettiva anche maggiori introiti (d’altronde, non devo spartire la torta con nessuno), ma ovviamente ci espone a maggiore stress e a maggiori rischi. In questo caso spetta allo sviluppatore, diventato anche imprenditore, decidere come gestire i suoi diritti d’autore, applicando una licenza d’uso alla sua opera e scegliendone le modalità di distribuzione. È importante tenere presente che il modello di licensing e il modello di business sono strettamente connessi e devono essere calibrati insieme.

Non è un passaggio facile per chi non ha dimestichezza con problematiche giuridiche e commerciali; e anche in questo caso, torna utile l’adagio meglio prevenire che curare.

In generale, quindi, è altamente consigliato avere le idee molto chiare fin dall’inizio e informarsi per bene prima di pubblicare; e ovviamente consultarsi con degli specialisti (nello specifico avvocati ed esperti di modelli di business) permette di muoversi correttamente fin dall’inizio, nonché di scaricare su di essi lo stress e la responsabilità relativi agli aspetti più tecnici.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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Un commento

  1. Erix

    Quanto al “maggiore stress” dello sfruttare da sé le proprie opere, mi è bastata una breve indagine sulle implicazioni fiscali per farmene passare la voglia.
    Certo, se sapessi in anticipo che ogni tentativo avrà un grande successo potrei pagare avvocato, commercialista, Stato, Camera di Commercio e via dicendo. Ma nel mondo reale?

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