Tutto si crea nel mainstream

Anonymous e troll sono frutti velenosi dei media

di

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15

gen

2016

Diamo il benvenuto a Marco Cremonini, che con questo articolo dà inizio alla sua collaborazione con Apogeonline.

Molti di voi hanno per lo meno alzato un dubitante sopracciglio nel leggere la recente notizia riportata dai maggiori quotidiani che Anonymous rivendicava il merito di aver sventato un attentato dell’ISIS a Firenze.

Sono però anche abbastanza sicuro che siate stati in molti a non aver dato particolare peso alla notizia, perché purtroppo siamo tutti abituati a leggere pezzi giornalistici riguardanti la tecnologia e la scienza che vanno dall’insensato all’indegno.

Invece è tempo di prendere molto più seriamente l’intreccio di rapporti tra informazione mediatica, non espressione della sola stampa tradizionale, diffusione della conoscenza sul mondo online, innovazione tecnologica e conseguenze socioeconomiche.

Tre fasi di crescita

Da questo punto di vista Anonymous e i troll sono due fenomeni degni di maggior approfondimento di quanto si è fatto finora, proprio per capire il grado e la direzione della degenerazione in atto del rapporto tra informazione e tecnologia. Sono fenomeni diversi con un’origine comune e storie che sono cambiate negli anni tanto che oggi, quando ci si riferisce ad Anonymous o ai troll online, una delle difficoltà maggiori è proprio non mescolare i significati e le caratteristiche che hanno avuto fino a qualche anno fa e quelli che hanno assunto più recentemente. Grosso modo si possono riconoscere tre fasi:

  • 1995-2007 nascita del trolling online in gruppi Usenet prima e nel board /b/ di 4chan con la definizione collettiva di Anonymous a partire dal 2003.
  • 2008-2011 i troll infestano forum e social network, mentre Anonymous intraprende le prime iniziative pubbliche, quella contro Scientology la più celebre.
  • 2012-2016 il trolling online perde le caratteristiche distintive, in parte politicizzandosi e in parte venendo normalizzato come fenomeno culturale, mentre Anonymous si trasforma in un brand di facile riconoscibilità per il pubblico generico dei media.

I primi due periodi sono quelli più facilmente soggetti a narrazioni a volte fondate storicamente e altre favolistiche, ma è l’ultimo periodo, quello attuale, a presentare caratteristiche ambigue facilmente sottovalutate.

Che siano temi difficili da trattare e ancora male inquadrati ne è testimonianza la relativa mancanza di buone analisi critiche e studi specifici. Esiste un’intera letteratura di scarsa qualità, semplicemente apologetica o denigratoria, che per lo più serve a polarizzare le opinioni e convogliare attenzione verso gli autori, senza quasi contenuto informativo.

Che cosa (non) leggere

Due libri interessanti, per ragioni opposte, sono apparsi negli USA. Il primo è Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous di Gabriella Coleman, pubblicato da Verso nel novembre 2014 e recentemente nell’edizione italiana da Stampa Alternativa Editore col titolo di I Mille Volti di Anonymous. Il secondo è This Is Why We Can’t Have Nice Things di Whitney Phillips, pubblicato pochi mesi fa da MIT Press col sottotitolo rivelatore di Mapping the Relationship between Online Trolling and Mainstream Culture.

Il saggio della Coleman è un fallimento se visto come analisi critica di tipo sociale, economica, politica e tecnologica. Verso e Stampa Alternativa sono editori di nicchia specializzati su temi legati all’attivismo civile e politico e il testo è al più il libello di un’attivista che spesso sembra scambiare ideologia per obiettività. Tuttavia, per la scarsità di fonti alternative accurate, contiene diverse informazioni interessanti su Anonymous. È quindi un buon esempio dell’inadeguatezza di analisi sul fenomeno e lo specchio della pessima informazione passata da media tradizionali e online, rimbalzata dai social network e assimilata dai più:

Se può sembrare insolito per un ricercatore farsi coinvolgere con intensità dal soggetto dei propri studi, in antropologia questo è sempre stato la normalità. Come scrive Danilyn Rutherford, i metodi antropologici “inducono i cercatori di conoscenza a schierarsi dichiarando consapevolmente verità che alterano l’ambiente e la popolazione da essi descritta”. Nel quadro di una campagna attivista organizzata dagli avvocati di Hammond anch’io, come altri 150 cittadini, ho scritto una lettera al magistrato Loretta Preska per chiedere clemenza; nelle missive abbiamo enfatizzato la natura politica di Anonymous. Ho cercato ovunque possibile di raccontare il mondo confuso di Anonymous per pubblici diversi. Ho anche scritto lettere ad alcuni membri di Anonymous reclusi. Ho riflettuto a lungo e deliberatamente sugli obiettivi che motivavano questo libro e ho concluso di averne due, in contrasto: schiacciare la disinformazione e abbracciare l’incanto.

Il libro della Phillips sul trolling online è l’opposto: talvolta accademico in modo quasi ingenuo, manca di un lavoro editoriale adeguato, eppure ha un focus molto chiaro su un aspetto cruciale per la comprensione: quale relazione intercorre tra il trolling online e la cultura mainstream? Quello che dice Phillips, ed è una conclusione forte, è che il trolling online, anche nelle sue espressioni più disgustose, mima e vira in grottesco le comuni pratiche professionali dei media. Phillips definisce il trolling una sottocultura fondata attorno al concetto di meme che rimuove ogni motivazione alle proprie azioni tranne il divertimento di compierle (lulz):

Indipendentemente da quanto possa apparire aberrante (e/o ripugnante), il trolling ha molto senso nel contesto dei media americani contemporanei. I troll usano in modo esperto gli strumenti creativi presenti su Internet. La loro attitudine verso i social media e l’uso che ne fanno sono spesso direttamente allineati con gli interessi del marketing, dell’amministrazione e degli azionisti delle piattaforme. Imbrigliano il panorama storico e politico, nonché il sistema mediale commerciale relativo. Da molti punti di vista, i troll fanno ogni cosa nel modo giusto. Ma difficilmente basta questo a riassumere la connessione tra i troll e le logiche culturali dominanti.

Lo stesso non può dirsi degli Anonymous della Coleman, da non confondere con i tradizionali hacker, quelli sì esponenti di una sottocultura ben caratterizzata, ma che a partire dalla metà degli anni 2000 sono stati progressivamente soppiantati sul piano mediatico da hacktivist e criminali informatici. Gli Anonymous moderni, e in parte anche i troll moderni, sono ideologizzati e politicizzati (seppur in forme spesso primitive), ma soprattutto non appaiono più esponenti di una sottocultura spontanea. Anonymous di questi ultimi anni è un prodotto mediatico, non più solo un beniamino di media a caccia di novità succulente. Ormai sono i media stessi a diffondere il brand di Anonymous per creare facili scoop. Chi siano le persone in carne e ossa che si identificano e si firmano in quanto Anonymous è diventato del tutto irrilevante.

Che cos’è veramente

Anonymous, nel discorso pubblico, è il riflesso di molte criticità ancora sottovalutate. È uno strumento dei media tradizionali in crisi prolungata di lettori per produrre titoli a effetto e pezzi da parte di una generazione di giornalisti che ha forse definitivamente perso l’ultima occasione di comprendere la complessità delle relazioni tra società e tecnologia. È strumento di un’economia digitale che vive solo polarizzando il pubblico in fazioni e fidelizzando i consumatori; è il fumetto offerto a un pubblico disorientato incapace di comprendere analisi complesse, ed è entità incomprensibile per gli esperti di tecnologie, universitari e professionisti chiusi in specializzazioni che li hanno lasciati privi di strumenti cognitivi per connettere i pezzi di spiegazione sparsi tra tecnologia, società, economia, politica e informazione.

Infine, con la ridefinizione mediatica di Anonymous come entità diffusa investita di un’aura moralista, versione reale e distopica dei fumetti della Marvel che spopolano al cinema, è scomparsa l’analisi critica, quella che non si accontenta mai della narrazione favolistica ma pretende di guardare da diverse angolature lo stesso fenomeno, spezzarlo e ricomporlo, si domanda costantemente E se invece fosse…? e anche Quali conseguenze ha…? quindi indaga, approfondisce, ascolta persone apparentemente estranee, lentamente componendo i frammenti di realtà e comprendendo come il folklore mediatico di oggi può facilmente essere il ritardo culturale, tecnologico e competitivo di domani.

Ma nel ciberspazio siamo diversi. Abbiamo aiutato a liberare le persone in Egitto. Abbiamo aiutato la lotta contro Israele quando ha tentato il genocidio. Abbiamo reso visibili oltre cinquantamila pedofili. Abbiamo combattuto i cartelli della droga. Abbiamo invaso le strade per combattere in nome dei diritti che vi lasciate sfuggire tra le dita.
Siamo Anonymous.

(Manifesto)




Marco Cremonini fa il ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Milano. Dopo aver insegnato a lungo network security ed essersi occupato quasi solo di sicurezza informatica, da diversi anni insegna analisi del rischio, mentre della sicurezza informatica gli interessano di più gli aspetti che non sono informatici e le cause dell’insicurezza della sicurezza informatica. Si dedica anche a simulare la dinamica di sistemi complessi e social network, oltre che a leggere molto.

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