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Per esempio l'open source

2015: chi vince

di

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13

gen

2016

Non ho saputo resistere alla tentazione di dare la pagella di fine anno a marchi, progetti e principali trend tecnologici.

Open source

Dopo anni, possiamo dire che GNU/Linux sul desktop è una chimera. Troppo complesso, troppo frammentato, poco supportato, con applicazioni che non sono all’altezza delle loro controparti commerciali.

L’unico successo minimo lo hanno avuto i Chromebook, dove però il sistema è ben mascherato dallo strato software creato da Google.

Questo non vuol dire che l’open source non abbia fatto passi da gigante e conquistato interi mercati. Nella parte server tutto il software open source si pone per esempio in una posizione dominante, al punto di costituire un fondamento per molte top corporation a livello mondiale. GNU/Linux è il sistema numero uno in tutto quello che ha a che fare con il calcolo scientifico, HPC e supercomputer. Il web continua a essere appannaggio di progetti open, da Apache a PHP a MySQL, PostgreSQL, Hadoop per i Big Data, MongoDB per le elaborazioni in realtime, nginx, Ruby. Sul lato CMS WordPress, Plone, OpenCMS, le decine di sistemi Wiki sono tutti open.

Parlando di cloud i progetti open si sprecano, da KVM e Xen per la virtualizzazione, ai filesystem e progetti per creare grosse infrastrutture come ceph, Lustre, HadoopFS, a tutti i framework per la gestione di enormi datacenter virtuali con OpenStack che oramai è uno standard (a discapito anche di molte soluzioni commerciali, anche di brand affermati), a Cloudstack di Apache, OpenNebula, Ganeti e altri progetti minori.

GNU/Linux è ben nascosto in una marea di appliance tra cui firewall di varie marche e switch (Pica8); in accoppiata con Samba è il cuore delle funzioni Unified di molti storage di marche di assoluto rilievo (Fujitsu, Hitachi, EMC2 giusto per citarne qualcuna) per non parlare dei NAS come QNAP e Synology.

Microsoft

L’ho ripetuto più volte durante quest’anno. Il vecchio carrozzone di Redmond, quello che ci ha rifilato infinite versioni di Windows e di Office ognuna meno interessante della precedente, quella che è sopravvissuta con politiche commerciali ai limiti dell’illegalità sfruttando per bene la sua pozione dominante sul mercato, non esiste più.

Qualcuno ha alzato la testa e si è accorto che quella strada non avrebbe portato a nient’altro che ad un declino più o meno prolungato, oltre che a farsi odiare dalla maggior parte dei suoi utenti.

Surface Pro e Surface Book

Surface: una chiave della riscossa Microsoft, basata anche su hardware di qualità.

Probabilmente il maggior pungolo di Microsoft è stata Apple. Apple ha guadagnato punti di mercato, si è piazzata in posizioni di top management (perché diciamocelo, fa molto figo avere un Mac) e ha messo un piede nella porta del monopolio Microsoft. Ed è diventata l’azienda più capitalizzata del mondo.

A Redmond hanno iniziato a capire bisogna smettere di riproporre Windows e Office cambiando solo la salsa di contorno. Hanno capito che i clienti devono essere orgogliosi di portare in giro il brand Microsoft, e non sentirsi degli sfigati rispetto ai fashion addicted che acquistano Apple. Praticamente una mission impossibile.

La rivitalizzazione del brand è passata dalla ridefinizione del concetto di hub digitale, da una nuova strategia mobile e dal gioco a tutto campo con Windows 10, il tutto basato su hardware finalmente innovativo e di punta a partire da Surface Book, una solida offerta cloud e la disponibilità universale su ogni piattaforma dei prodotti e servizi principali.

Social

Se non sei su Facebook, Instagram, Linkedin, Twitter, Youtube non sei nessuno. Anzi non esisti. Una volta appannaggio solo di egocentrici narcisisti, ora sono veri e propri strumenti di lavoro. Se non sei seguito non vali, se non sei un influencer puoi giusto andare a nasconderti. Può piacere o no ma la parola d’ordine per scalare le classifiche non è più solo AdWords, è SEO.

Mobile

Dai servizi alle app, gli smartphone non solo sono mainstream ma stanno diventando, per molti, praticamente l’unica interfaccia tra il mondo digitale e quello reale. Abbiamo tutti in tasca sistemi multicore, con connessioni 4G, schermi più che full HD e con quantitativi di RAM e memoria flash degni di un portatile. E il mercato continua a crescere con numeri da capogiro.

Cloud

Introdotto dal mobile, è diventato mainstream e pervasivo. Pensate a tutti i dati che avete generato e a quanti di questi sono rimasti tra le vostre mura domestiche. Probabilmente il 90 percento stanno in un cloud.

Ogni vendor ha il suo, ognuno cerca di imporre i propri servizi. Perché conquistare il cloud vuol dire un flusso costante di denaro fresco, vendere ulteriori servizi (vedi Google Apps for Work o Office 365) e riuscire a fornire una serie di hardware e software aggiuntivo.

Oggi adottano OneDrive e domani ti comprano Surface e Lumia (e magari Xbox One); acquisti un iPhone e con iCloud praticamente ti invitano a completare il puzzle con Mac e iPad; oggi Google, domani Gmail e Google Apps, poi Chrome con il suo store, e vuoi non comprare un telefono Android e magari un Chromebook?

A domani invece, per sapere chi ha perso.




Andrea Ghirardini (@darkpila) è uno dei precursori della Digital Forensics in Italia. Sistemista multipiattaforma – anche se con una netta preferenza per Unix – con una robusta esperienza in materia di sicurezza informatica, si occupa in particolare di progettare sistemi informativi di classe enterprise. È Chief Technical Officer in BE.iT SA, società svizzera facente parte del gruppo BIG, specializzata nella gestione discreta e sicura di sistemi informativi aziendali. Per Apogeo è autore di Digital Forensics edito nella collana Guida completa.

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2 commenti

  1. 2015: chi perde | Apogeonline

    [...] avevamo mostrato i vincitori del 2015 [...]

  2. il fuddaro

    Mi chiedo perché in tutto l’articolo è stata volutamente “occultata” la parola Python. Ho visto citare ruby tra le prime righe delle lodi, ma non menzionato python.

    E devo fare notare, che anche il solo OpenStack, avrebbe giustificato la parola python!

    Ma devo dedurre forse, che all’ autore la preferenza vada al linguaggio meno “meritevole”.

    La classica guerra di religione?

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