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I dati sul reale non sono il reale

Nient’altro che la verità

di

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27

nov

2015

Una grande agenzia di stampa si ribella a un fenomeno probabilmente inarrestabile. E ambiguamente pericoloso.

Reuters non accetterà più immagini originate da file RAW, in quanto ritiene che l’eccessiva libertà di elaborazione non rilevabile possa violare l’etica – che si vuole il più obiettiva possibile – del fotogiornalismo indipendente.

Molto in breve, un file RAW non è in effetti una fotografia nel senso letterale del termine, ma la raccolta di tutti i dati acquisiti dai sensori della fotocamera al momento dello scatto. Il software di postproduzione odierno consente ovviamente una libertà immensa di manipolazione di questi dati e il timore di Reuters è che, per qualunque scopo dall’alzare il compenso alla falsificazione dei fatti, si diffonda l’elaborazione di RAW fino al punto in cui i risultati raccontano una storia differente da quella della vera inquadratura. Così l’avviso:

Non inviate foto elaborate da file RAW o CR2. Se volete scattare immagini RAW non c’è problema, ma fatelo anche in formato JPEG. Inviateci solo le foto che erano JPEG in originale, con postproduzione minima (ritaglio, correzione dei livelli di colore eccetera).

Il portavoce di Reuters che ha effettuato la dichiarazione ha anche precisato gli intenti della decisione e riassunto quella che, non fosse un’agenzia, si potrebbe chiamare linea editoriale:

In quanto testimonianze oculari di eventi coperti da giornalisti dedicati e responsabili, le foto Reuters devono riflettere la realtà. Sia pure nel cercare fotografie della migliore qualità estetica, il nostro obiettivo non è interpretare artisticamente le notizie.

Basta passare mezz’ora su Facebook per assistere alle conseguenze paventate da Reuters. La stessa esistenza di Instagram si deve al desiderio collettivo di mettere un filtro davanti alla realtà e trasformarla.

Nel fotogiornalismo la questione va oltre gattini e crostate. Una singola, iconica immagine può rovesciare governi, scatenare rivolte, spostare equilibri globali. D’altronde, dai rudimentali taglia e cuci dei gerarchi sovietici negli anni venti fino all’odierna propaganda del terrore islamico, si è sempre stati consapevoli del potere di una buona manipolazione. E a intervalli regolari nascono dubbi sull’autenticità di foto che hanno fatto la storia, come la morte del miliziano ripresa da Robert Capa.

Originale

A destra di Stalin si vede Nikolai Yezhov, capo della polizia segreta sovietica.


artefatta

La stessa fotografia, ritoccata dopo la caduta in disgrazia di Yezhov.

Il dettaglio diabolico nella politica di Reuters è la dizione postproduzione minima. Il punto dove si varca il limite è controverso, come si vede dallo studio The Integrity of the Image.

Come sempre, il genio non rientrerà nella bottiglia. La libertà totale di comunicare si paga con la perdita generale di autorevolezza. Non stupisce il grande seguito che riscuotono le tesi complottiste presso menti altrimenti equilibrate e intelligenti: se si vuole credere ciecamente a qualcosa niente lo può impedire e nulla, davanti a un pregiudizio, riesce ad attestare incontrovertibilmente la realtà.

Falsa foto

Esiste un altro scatto, dove si affrontano a muso duro in strada. In realtà…

La decisione di Reuters ha il coraggio della riaffermazione di un principio, qualcosa che sul web normalmente è una battaglia persa. Auspichiamo che venga seguita da tutti i mezzi di informazione che vogliono essere degni della qualifica. E magari postiamo i nostri gattini un po’ più al naturale, in segno di solidarietà.




Lucio Bragagnolo (@loox) è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa con entusiasmo di mondo Apple e digitalizzazione a scuola e in azienda. Dal 2015 è membro del comitato tecnico-scientifico di LibreItalia. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia e Nive. Insieme a Luca Accomazzi è autore per Apogeo dei manuali su OS X, tra i quali OS X Server, OS X 10.11 El Capitan e OS X oltre ogni limite. Con Swift ha fatto tutto da solo.

In Rete: macintelligence.org

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8 commenti

  1. RobertoC

    Pur condividendo appieno il fatto che Reuters voglia, anzi debba, difendere a tutti i costi il principio che dà titolo all’articolo (“nient’altro che la verità”), ritengo che lo strumento scelto sia sbagliato ed inopportuno, in quanto il formato di origine del file ha poco a che vedere con le possibilità di postproduzione, se non proprio quelle relative alla correzione dei livelli e del colore che loro stessi – giustamente – autorizzano.
    Ma forse mi sbaglio e la foto di Stalin ed Yezhov era stata scattata in RAW?

  2. Lucio Bragagnolo

    I mezzi dell’epoca producevano foto di Stalin di bassa qualità e questo nascondeva le tracce della manipolazione. Oggi per produrre un falso è necessaria più precisione e contemporaneamente una indagine accurata può svelare un inganno. Il problema dei file RAW sta nel fatto che dal risultato di una elaborazione non si possono desumere in modo misurabile le modifiche effettuate.

    Non entro nel dettaglio – posso farlo se c’è interesse – ma si sono già verificati casi di fotogiornalismo dove proprio l’intervento non discernibile sul file RAW ha caricato una immagine di atmosfere che non appartenevano allo scatto originale, falsandone platealmente il messaggio a scopo di propaganda: una azione che differisce pochissimo nell’intento da quella compiuta sulla foto di Stalin e qui si chiude il cerchio.

    Grazie mille per avere scritto!

  3. Erix

    RobertoC ha sollevato un punto interessante: se io sono seriamente intenzionato a produrre un ‘vero falso’, cosa mi impedisce di utilizzare lo stesso identico algoritmo di un certo modello Nikon o Canon (magari con l’aggiunta di un rumore del sensore simulato) per produrre, partendo dal mio .raw manipolato, un .jpeg tanto ‘autentico’ da essere valido in tribunale?

  4. Lucio Bragagnolo

    Direi nel 99% dei casi tempo, dotazioni e competenze. Tutto è sempre fattibile, ma quanti fotogiornalisti lo possono fare dati i vincoli del loro lavoro? Infatti i veri-falsi più eclatanti non arrivano mai in tempo reale.

  5. Erix

    Staremo a vedere. Mi aspetto che siano presto in vendita (legale o meno) dei programmi per produrre al volo dei ‘veri, autentici, originali’ .jpeg: ciò che è digitale è per sua natura riproducibile, non ci si scappa.
    Se non simpatizzassi con Reuters, mi verrebbe quasi voglia di scriverne uno come proof-of-concept :-)

  6. Lucio Bragagnolo

    Il programma è questione di un attimo, ma vuoi dare una luce fiamminga al funerale di un terrorista, ispessire gli zigomi e scurire i tratti di un sospettato di omicidio da sbattere in copertina oppure circonfondere di luce Madonna che si risposa? Ogni occasione è diversa. Se il programma fornisce un kit di pronto uso rapido per tutti, allora il suo output sarà riconoscibile perché seriale e tipico. Se deve aver libertà assoluta, allora ci vuole tempo e non è tanto diverso da Photoshop.

  7. Erix

    Sono stato troppo sintetico; intendevo che a) scatti in RAW, b) elabori a piacere con Photoshop o GIMP o quello che ti pare (che è ciò che si vorrebbe impedire), c) usi il programma per produrre un .jpeg ‘originale della fotocamera’.
    Se lo scopo della decisione di Reuters è impedire le manipolazioni, è probabilmente una partita persa in partenza, a meno che nei .jpeg delle fotocamere ci sia una qualche forma di identificazione nascosta (magari steganografica?) come c’era tempo fa nelle stampanti laser… e magari c’è ancora, chissà.

  8. Lucio Bragagnolo

    Più semplicemente, per me Reuters ha posto le basi per fare causa se ritiene che una foto sia stata manipolata in malafede, financo con la generazione di falsi dati EXIF.

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