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Per la biodiversità nel business

Aziende e stereotipi

di

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22

ott

2015

La bandiera o il senso di appartenenza sono pessimi criteri per scegliere una piattaforma oppure un sistema operativo.

Poche altre notizie sono state ultimamente capaci di accendere gli animi su Facebook e dintorni come la notizia che IBM ha scelto di installare decine di migliaia di Mac sulla base del fatto che risparmia denaro.

Riferisce infatti Big Blue, per decenni il simbolo del computing aziendale, che le bastano 24 persone di supporto a tenere in forma 130 mila apparecchi Apple, più o meno un record mondiale; più di questo, il cinque percento dei dipendenti IBM con Mac si rivolge al supporto tecnico, percentuale che sale al 40 percento nel caso dei dipendenti con un PC.

Quello che va bene per IBM può essere diverso da quello che va bene per un’altra azienda. D’altro canto, se una IBM riferisce in via ufficiale dati come quelli sopra, rilevati su un installato di 30 mila macchine che saranno 50 mila per fine anno e 150-200 mila a progetto completato, contestarne le conclusioni con argomenti validi sembra davvero difficile.

La verità è che, a leggere le argomentazioni degli animi accesi pro Mac oppure pro PC, arrivano tutte direttamente dalla fatidica seconda metà degli anni novanta, quella dell’informatizzazione di massa portata da Windows 95 nel momento peggiore di Apple. Gli stereotipi sono noti: i Mac computer bellissimi a prezzo troppo alto e Windows che fa le stesse cose a prezzo largamente inferiore.

Sono passati vent’anni e IBM, semplicemente, si è accorta che le cose sono cambiate, mentre quelli che discutono sono ancora fermi là alla fine dell’altro secolo. Queste le conclusioni provvisorie dell’analisi:

  • Costo per utenza: investimento iniziale minore nel caso dei PC, tuttavia il valore nel tempo di Mac è maggiore.
  • Per Gartner il rapporto ottimale tra staff di supporto e utenti supportati è 1:70, la media è 1:242, noi siamo a 1:5.400.
  • C’è un effetto sulla nostra capacità di attirare e trattenere in azienda i talenti migliori.
  • Il maggiore prezzo iniziale dell’acquisto di un Mac si ripaga in minori spese di supporto.

Naturalmente non è questione di Mac o Windows, ma di contesti. Nel 1996 gli standard li faceva Microsoft, sulle scrivanie con Office, sul web con Internet Explorer, nelle sale macchine con Windows Server. Il resto era rubricato alla voce eccezioni. Era comprensibile che le aziende tendessero ad abbracciare lo stato di fatto; l’errore che tanti si portano ancora dietro è avere percepito quella situazione come ordine naturale delle cose.

Ieri l’informatica aziendale era un campo di non competizione: tutti avevano le stesse infrastrutture. Oggi è un fattore differenziante: le scelte migliori per la propria organizzazione danno un vantaggio.

Perché non è più questione di piattaforme, ma di contesto. Lo stato delle cose oggi segue standard definiti da corpi esterni alle aziende. Si può fare ottimo HTML5 con PC, Mac, Chrome OS, Linux, FreeBSD. Office funziona ovunque e i problemi di compatibilità tra piattaforme si devono a Microsoft, non alle piattaforme. Esiste LibreOffice con Open Document Format, standard vero. TCP/IP lo parlano tutti e i server possono essere proprietari oppure open source. Se ci funziona sopra un database, certamente esiste versione per qualsiasi sistema operativo.

Sistemi su sistemi

C’è il cloud computing, che rende lo hardware tra le mani poco più che un terminale. La virtualizzazione ha compiuto passi da gigante: sul mio computer girano virtualizzati OS X, Android e FreeBSD. Quale sia il computer, a questo punto, tende all’irrilevante. Senza contare il mobile: tutti hanno un telefono che è un computer e desidera compatibilità e accesso veloce alla rete e ai dati. Per dare due scelte ovvie, Office 365 e Google Apps sono disponibili universalmente. E allora, che siano iPhone o Samsung o Lumia, è sempre più indifferente.

I costi? IBM sta dando dimostrazione abbondante che il prezzo di acquisto è solo una componente e a determinare la cifra vera concorrono vari altri fattori. Inoltre, anche qui i vecchi pregiudizi stanno sbriciolandosi: Microsoft ha annunciato hardware come Surface Book, di cui tutto si può dire tranne che sia economico. Di converso, capita sempre più spesso che il portatile più conveniente in una certa fascia sia un Chromebook.

Insomma, sventolare la bandiera del proprio computing preferito ha sempre meno senso. Conta ottenere ciò che si vuole, il più delle volte legato a uno standard indipendente. IBM ha smesso di ragionare per vecchie convinzioni e ha capito la convenienza di accettare la biodiversità informatica in azienda: irrobustisce l’ecosistema e facilita il progresso. Le vedute monolitiche di una volta sono inadeguate ai tempi.




Lucio Bragagnolo (@loox) è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa con entusiasmo di mondo Apple e digitalizzazione a scuola e in azienda. Dal 2015 è membro del comitato tecnico-scientifico di LibreItalia. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia. Insieme a Luca Accomazzi è autore per Apogeo dei manuali su OS X, tra i quali OS X Server, OS X 10.11 El Capitan e OS X oltre ogni limite. Con Swift ha fatto tutto da solo.

In Rete: macintelligence.org

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Un commento

  1. La fine del topo | Apogeonline

    [...] chiunque non sia prigioniero di certi vecchi stereotipi da buttare, è evidente che in tante situazioni è sufficiente un tablet. Così come in altre è sufficiente un [...]

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