Più precisamente, cinque

Open: miliardi di ragioni

di

thumbnail

05

ott

2015

Poca cultura generale sul software open e confusione con il software gratis. Eppure c’è un valore, concreto, che è stato calcolato.

Per far imbestialire un fan del software libero ditegli qualcosa che sottenda l’equazione open source = gratuito; ancora peggio, parlate di un progetto open come della versione per i poveri di un noto applicativo commerciale.

Abbiamo già visto nelle scorse settimane come siano cresciute le aziende IT (anche nomi di grande richiamo come IBM) che stanno giocando buona parte del loro business proprio sull’open source. Non molte settimane fa il nono report annuale The Future of Open Source aveva rivelato che ben il 78 percento delle aziende interpellate utilizza completamente o parzialmente software open source per la propria attività. Mentre addirittura il 93 percento dichiara che l’utilizzo di software open source all’interno dell’azienda è aumentato o quantomeno rimasto costante nell’ultimo anno.

Dati che indubbiamente ci invitano a non trattare il software open source come un fenomeno di nicchia, ma a considerarlo sempre più una componente fondamentale dell’economica odierna, fortemente basata sulla tecnologia. Se ci pensate, anche il tanto discusso scandalo Dieselgate è tutta una questione di software, ovviamente proprietario e closed source (come spiega un ottimo articolo dell’amico Carlo Piana).

Ma qual è di preciso il peso economico che ha l’open source in generale? Difficile, anzi difficilissimo misurarlo. Ci ha però provato la Linux Foundation cercando di fare qualche analisi quantitativa. Nei giorni scorsi la fondazione ha infatti diffuso un altro interessante report intitolato A $5 Billion Value: Estimating the Total Development Cost of Linux Foundation’s Collaborative Projects, che si poneva l’obbiettivo di rispondere a due quesiti.

Quale sarebbe il costo monetario della ricostruzione o dello sviluppo del software presente nei progetti collaborativi della Linux Foundation se un’organizzazione dovesse mettersi a crearlo da zero? Quale valore in termini di ricerca e sviluppo ricevono le persone che utilizzano questi progetti?

E a parte questo costo, qual è il valore in termini di collaborazione che si ottiene dall’uso che le aziende commerciali fanno di questo codice aperto nei loro prodotti (e dal loro lavoro sui progetti relativi per migliorarne e arricchirne il codice)? In sintesi, qual è la capacità di accelerazione dell’ecosistema inerente a questi progetti?

Un obiettivo di ricerca davvero ambizioso. I risultati sono riassunti in una tabella che ci spiega come sia stata ottenuta la cifra impressionante di cinque miliardi di dollari, corrispondente appunto al valore economico di tutte le righe di codice dei vari progetti presi in considerazione.

Quanto vale il software libero

Il software libero è un volano importante per l’economia e pesa per valori notevoli.

Dati interessanti più che altro di valore simbolico, per stimolare la riflessione più che fornire verità assolute e inattaccabili. Bisogna infatti tenere presente che il calcolo è stato effettuato sui progetti gestiti dalla Linux Foundation, ovviamente comprendenti solo una parte del software open source al mondo, anche se una discreta fetta.

Lasciando ad una lettura più approfondita del documento per la comprensione della metodologia applicata e per l’approfondimento delle rilevazioni effettuate, possiamo segnalare una suggestiva conclusione tratta dagli autori della ricerca, Jeff Licquia e Amanda McPherson.

Dunque che cosa “dimostra” lo studio? È sempre una risposta soggettiva; e noi siamo i primi ad ammettere i limiti di questi tipi di analisi. Ma noi pensiamo sia chiaro che la complessità presente nel software dei giorni nostri richiede un investimento economico difficilmente sostenibile da una singola società, da sola. Dal cloud computing ai nuovi modi di sviluppo e la distribuzione di applicazioni, il futuro della programmazione informatica è aperto e collaborativo. E di questo noi – e gli utenti – siamo grati.

Non posso trattenermi da un’ultima nota pedante. Il report non riporta alcuna annotazione sul copyright e nessun richiamo ad una licenza libera; solo andando a spulciare i termini d’uso generali del sito si legge che tutti i contenuti pubblicati nel sito sono da intedere come rilasciati con licenza CC by 3.0 (e dunque deduco che valga anche per questo report). Tuttavia, per scaricare il file è necessario prima fornire i propri dati. Ce n’era davvero bisogno?

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution – Share Alike 4.0.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

Letto 3.588 volte | Tag: , , , , , , ,

Lascia il tuo commento