Lo strabismo di Sergey

Si son rotti i Google Glass

di

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12

feb

2015

Mi sono svegliato di soprassalto a causa di un incubo nel quale qualcuno si sedeva sopra i miei occhiali “magici”.

Con il sospetto che fosse un sogno premonitore (anche se gli occhiali non li possiedo), ho chiesto a Google che fine hanno fatto i Google Glass? Tra i risultati vedo comparire un articolo di Nick Bilton per il New York Times del 5 febbraio 2015 dove viene annunciata la rottura definitiva dei Google Glass, così come era stato dichiarato nel manifesto pubblicato da Google riguardo il progetto Explorer – questo il nome della divisione di ricerca e sviluppo dedicato al progetto degli occhiali “magici” – chiuso il 19 gennaio 2015.

Ho sempre pensato che i Google Glass di Sergey Brin, quando ancora non si sapeva bene cosa fossero e per averne un paio bisognava essere dei giornalisti accreditati con la voglia di spendere più di mille dollari, potessero risolvere diversi problemi, come vedere attraverso i muri. Vedevo Mr. Brin sempre più entusiasta durante le presentazioni dei Glass. Personaggi dello spettacolo, stilisti, nobili ed esperti di tecnologia che si azzuffavano strappandosi di dosso gli occhiali magici per farsi un selfie con il loro iPhone.

La prima versione dei Google Glass aveva come primo obiettivo posizionarsi nel mercato consumer (da utilizzare quindi nel tempo libero in pieno stile geek-hipster), dell’intrattenimento e con potenziali ed evidenti declinazioni anche in settori health. Tra questi è d’obbligo citare Augmedix, la startup che ha creduto e investito nei Glass per una loro applicazione in ambito medico.

Da un punto di vista hardware il prodotto non era poi così male. Tra le caratteristiche riportate nella scheda tecnica vi sono fotocamera da cinque megapixel con la possibilità di realizzare video a 720p, sistema di connettività Bluetooth, Wi-Fi e una memoria interna di 12 gigabyte sincronizzata con lo storage cloud di Google. Non male. In cosa ha peccato quindi?

Forse un po’ in esperienza d’uso ed ergonomia; quanti scatti bizzarri sono apparsi di gente che indossava i Glass in maniera non ortodossa. Ma pare che non fosse solo questo il problema. Dal Times:

Vennero posti problemi di privacy e si manifestarono persone timorose di essere registrate in situazioni intime, per esempio nei gabinetti, come mi è capitato durante un evento Google, dove ero circondato da indossatori di Glass. Che sono stati vietati in bar, cinema, casino di Las Vegas e altri luoghi dove era sgradita la registrazione surrettizia da parte dei presenti.

Google è corsa ai ripari annunciando il divieto di sviluppare app con funzione di scansione facciale (diverso dal semplice riconoscimento dei volti utile per taggare le foto degli amici), ma non è bastato. Anche la durata della batteria (circa 45 minuti con un utilizzo frequente della fotocamera) ha impedito di sfruttare al meglio le potenzialità dei Glass. Posso solo aggiungere il sospetto che ho sempre avuto: a lungo andare sarebbero esplosi interessanti casi di strabismo.

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L’imagine che Google voleva avessero i Glass non era esattamente questa.

Che dispiacere quindi scoprire che nella loro breve vita i Glass abbiano collezionato solo una serie di feedback negativi. Questo video li riassume in maniera precisa e divertente. Ma del resto la ricerca e la sperimentazione serve anche per far tesoro degli insuccessi. Pare infatti che esisterà una nuova versione dei Google Glass, affidata ai nuovi padrini e paladini Ivy Ross e Tony Fadell (il padre di iPod). Come da loro dichiarato, i Glass verranno completamente riprogettati e resteranno segretissimi fino al completamento. Non sarà una sperimentazione pubblica, secondo Fadell. Anche perché, aggiungerei, se per farne parte sarà necessario sborsare 1.500 dollari (una seconda volta), sarà meglio selezionare bene i collaudatori.

Confesso che ho sempre riposto la mia fiducia in Google. Possessore di un Google Phone, del quale vado fiero, ho sempre provato a seguire i progetti come Google Buzz e Google Lively, il social network che nel 2008 voleva essere il concorrente di Second Life, avendo però vita molto più breve, appena sei mesi.

Nel frattempo però il mondo continua a girare e Microsoft si è portata avanti con HoloLens, offrendo una modalità più immersiva dei Google Glass ed evidentemente vicina a quella di Oculus. Il progetto Microsoft non ha come obiettivo esclusivo un utilizzo legato al tempo libero o al mondo ludico, ma guarda e si rivolge con discreta attenzione anche al settore business, come mostrato nello scenario ipotizzato da Microsoft. I gesti e le modalità di interazione con l’ambiente circostante fanno venire in mente Myo (del quale abbiamo parlato a fine luglio 2014) e forse promettono qualcosa di molto più immersivo. Mi piace pensare a certe scene del recente Her di Spike Jonze.

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Innamorarsi di una intelligenza artificiale diventa sempre più naturale.

Non resta che aspettare. Se arriverà prima la lepre (Google che forse ha reso pubblico un prodotto non ancora maturo) o la tartaruga (la lenta e tradizionalista Microsoft che da qualche anno sta dimostrando un buono slancio nel mondo della user experience).




Val Pin (@v_alpin) lavora da diversi anni nel campo della progettazione dell’interazione in ambito mobile. Smartphone e tablet sono la sua estensione cibernetica. Il suo obiettivo è trovare soluzioni creative tradotte in app e mobile game. Per questo i cartoon e l’intrattenimento a tutto tondo sono il suo ossigeno. Adora i prodotti transmediali e lo storytelling. Ha però un grosso difetto: accumula carta per creare iPad ecologici.

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