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È già un problema dalle fotocopie

Digital Inside

di

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23

mag

2014

I dolori del giovane figlio dell’editore nel trovare la strada maestra alla sostenibilità del business basato sui bit.

Al New York Times un comitato ha lavorato sei mesi ad analizzare l’offerta digitale del quotidiano e avanzare proposte migliorative. Ne è uscito un rapporto di 96 pagine, che BuzzFeed ha saputo procurarsi e pubblicare.

Il comitato, guidato dal reporter A.G. Sulzberger figlio dell’editore Arthur, evidenzia le problematiche di una struttura che ancora pubblica in digitale in base ai tempi di produzione della carta e che appena pensa di avere capito la rete vede spostarsi il bersaglio: il Times riesce a incassare denaro dal digitale grazie al proprio paywall, ma il traffico sulla home page diminuisce: i modi di leggere si trasformano, i concorrenti ne inventano ogni giorno una nuova.

Molti commentatori – tra gli italiani segnalo Luca Sofri su Wittgenstein, con un post dal sintomatico titolo Professione promoter – si sono soffermati sulla necessità di trovare modi efficaci di ampliare la propria audience senza sacrificare per questo la qualità dei contenuti:

Chi arriva dalla stampa è abituato al fatto che se passa il vaglio dell’editore e arriva sulla carta, troverà un pubblico. Per il giornalista digitale è esattamente l’opposto. Capire che bisogna rintracciare il pubblico – non arriverà da solo – è stato trasformativo.

La questione esiste eppure è sopravvalutata. L’idea darwiniana del SEO (la sopravvivenza del più meccanicizzato) e la prassi relativista dell’autopromozione ossessiva (la legge del più onnipresente) sono la continuazione con altri mezzi delle strategie dell’editoria cartacea sul presidio di edicole e librerie. È finita che gli editori cartacei meno lungimiranti sono diventati schiavi del proprio distributore. Gli editori digitali meno validi diventeranno alla lunga schiavi dell’algoritmo.

Il problema è quell’alla lunga, capace di mettere a rischio la sopravvivenza delle realtà digitali di maggior valore. Come cavarsela nel periodo di interregno che ci separa dalla rinascita che, racconta Richard Nash per tramite di Giuseppe Granieri, sarà post-industriale?

La ricetta parte dalla constatazione che gli editori tradizionali possiedono una conoscenza dei meccanismi che pare insita nel loro genoma. Sono editori dentro, prima di ogni altra considerazione. Il Times insiste sull’idea del digital first (anche se produce studi che filtrano all’esterno come fotocopie); servirà invece il digital inside. Interiorizzare i meccanismi della rete fino a poterli trascurare e concentrarsi sulla qualità, esattamente come un Indro Montanelli poteva dattiloscrivere sulla sua Lettera 22 e avere la prima pagina già stampata nella mente.




Lucio Bragagnolo (@loox) è giornalista, divulgatore, produttore di contenuti, consulente in comunicazione e media. Si occupa con entusiasmo di mondo Apple e digitalizzazione a scuola e in azienda. Dal 2015 è membro del comitato tecnico-scientifico di LibreItalia. Nel tempo libero gioca di ruolo, legge, balbetta Lisp e pratica sport di squadra. È sposato felicemente con Stefania e padre apprendista di Lidia. Insieme a Luca Accomazzi è autore per Apogeo dei manuali su OS X, tra i quali OS X Server e i recenti OS X 10.11 El Capitan e OS X oltre ogni limite. Con Swift ha fatto tutto da solo.

In Rete: macintelligence.org

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  1. Aspettando AGCOM | Apogeonline

    [...] realtà del XXI. Un comitato di alto livello ha lavorato sei mesi nel New York Times per capire come preservare i proventi della stampa e intanto rendere digital [...]

  2. C’è solo provare | Apogeonline

    [...] darsi che sia la testata a non trovare la strada giusta. Dopotutto hanno creato un comitato interno per esplorare nuove opportunità. Certamente le abitudini di lettura del pubblico stanno cambiando [...]

  3. La Gray Lady è mobile | Apogeonline

    [...] il Times stia cercando di darsi una raddrizzata verso il digitale è infatti evidente da mesi. A Ottobre ha fatto ricorso a un taglio di circa 100 posti nella [...]

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