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Alla ricerca di una donna geek

Buone per fare la pasta (o macchine virtuali)

di

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12

feb

2014

Una manifestazione tecnologica importante e trascurata rivela il benvenuto declino di stereotipi vecchi e banali.

Settimana scorsa si è tenuto Women in Open Source Week: un evento internazionale per celebrare le donne impegnate nelle community open source. Iniziative di vario tipo si sono susseguite dal 27 gennaio al 7 febbraio, toccando le principali community di sviluppo aperto: da RedHat a OpenStack, da Joomla! ad Arduino, dai progetti Wikimedia al mondo accademico.

Mi sono messo in testa di scrivere un articolo sul fronte italiano di questa iniziativa e ho sguinzagliato tutti i miei contatti locali per scovare qualche iniziativa, anche piccola, di cui parlare. Esito: zero. Anzi, addirittura le donne da me interpellate (note frequentatrici dell’associazionismo open source italiano) hanno dovuto ammettere di non essere nemmeno a conoscenza della manifestazione.

Peccato. Una simpatica occasione persa. Ma davvero le donne geek sono una specie così rara nel Belpaese? E perché? Una delle interpellate si è prestata almeno per cercare di rispondere a questa domanda. Si chiama Annalisa Minelli e commenta così:

Inutile negare che il problema alla base è di carattere storico-culturale. Tranne rari esempi, la donna italiana non è ancora nelle condizioni di sentirsi pienamente emancipata. Va a finire che le giovani donne imparano più facilmente a fare la pasta (e questo è anche il mio caso!) che ad usare il computer… figuriamoci poi a programmare. [Sorride] L’open source inoltre risulta ancora un tema di nicchia e poco conosciuto, nonostante l’idea rivoluzionaria di Stallman abbia ormai circa trent’anni. Tuttavia sono fiduciosa perché in Italia ci sono diverse eccellenze, che riguardano un po’ anche questo campo; e le comunità attive attorno al software libero stanno crescendo sempre di più, anche nella loro componente femminile.

Annalisa ha una laurea in Ingegneria Ambientale e un dottorato di ricerca in Scienze della Terra e Geotecnologie ed è molto attiva nella community italiana dei software per georeferenziazione e dei dati geografici liberi (vedi GFOSS.it). Ovviamente si trova all’estero a fare ricerca in campo open source, per la precisione presso il Technopôle di Brest-Iroise.

Ricordo che la incontrai la prima volta qualche anno fa ad un workshop in Umbria; e lei non mi insegnò a fare la pasta, bensì a installare una macchina virtuale su Ubuntu. Io – asino – non imparai (in compenso me la cavo abbastanza con la pasta).

Il testo di questo articolo è sotto licenza http://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0/.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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4 commenti

  1. cris

    BHe, non mi pare ci sia stata una vera e propria “manifestazione”, semplicemente quelli di Red hat nella loro rivista online hanno deciso di destinare una settimana per scrivere delle donne e l’open source. La vera manifestazione in quella settimana era al FOSDEM a bruxell, dove c’erano decine di donne sule migliaia di sviluppatori della comunità Free ed Open. Bell’evento! E.. ultima pignoleria… ricorda che open non è free!

  2. Eleonora Pantò
  3. Simone Aliprandi
  4. Lucio Bragagnolo

    Sono più discrete degli uomini, tutto qui. :-)

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