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Interesse generale, senza conflitti

Dopo l’Italia, l’Uruguay

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04

feb

2014

Cinque articoli e un accento importante sull’impiego di software libero nel sistema educativo: facciamo scuola.

Abbiamo smesso giusto qualche giorno fa di esultare per le tanto attese linee guida per il software libero nella pubblica amministrazione italiana, ricevendo il plauso anche dai Paesi esteri, e iniziamo a vedere che altri ci stanno seguendo.

Appena prima di Natale, infatti, anche il parlamento uruguaiano ha approvato una legge a favore dell’uso di software libero e di formati aperti all’interno della pubblica amministrazione che, nei principi di fondo, sembra proprio ricalcare il modello italiano della riforma operata nel 2012 con la modifica dell’articolo 68 del Codice Amministrazione Digitale.

In realtà il disegno di legge uruguaiano risale a qualche anno prima; d’altronde anche il caso italiano ha radici più antiche, fino ai tempi del Ministro Stanca e delle sue direttive e commissioni di studio. Quindi è difficile stabilire chi abbia compiuto davvero il primo passo. E forse non ci interessa nemmeno stabilire questo primato, atteso che comunque anche altri Paesi si sono mossi in quella direzione (per esempio la Francia).

La legge, formalmente intitolata Ley de programas de computación de formato abierto y estándar, consta di cinque semplici articoli: obbligo per gli enti pubblici di diffondere e accettare file in formati aperti; obbligo per gli enti pubblici di dare precedenza a soluzioni open nell’adozione di software; 180 giorni di tempo al Governo per rendere esecutiva la legge; definizioni necessarie alla comprensione del testo di legge, cioè quelle di formato standard, formato aperto, software proprietario e software libero (quest’ultima praticamente ripresa dal cuore della licenza GPL, con le famose quattro libertà caratterizzanti del free software). Particolarmente interessante è però l’articolo 3 che laconicamente recita:

È di interesse generale che il sistema educativo provveda a promuovere l’uso di software libero.

Un aspetto, quello culturale e formativo, che merita in effetti di essere sottolineato se vogliamo fare in modo che riforme del genere non vengano solo percepite come una scocciatura in più. Un sistema educativo che effettivamente promuovesse l’uso di software libero, quindi non solo adottandolo all’interno delle strutture scolastiche, ma anche spiegandone i principi fondanti nonché i rilievi tecnici, riuscirebbe davvero a farne apprezzare il valore (almeno alle nuove generazioni), trasformandolo appunto in un bene di interesse generale.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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