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Un impegno da copiare tutti

Google sui brevetti dice qualcosa di open

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03

apr

2013

Un patto unilaterale di non aggressione preventiva? Nel campo dei brevetti tecnologici c’è già da essere contenti.

Si parla sempre di open source, open content e open data… e quasi mai di open patent. Come mai? La spiegazione molto semplificata è che la tutela brevettuale è ben più complessa rispetto a quella fornita dal diritto d’autore.

Se chiunque può scrivere un software o un brano musicale e applicarvi una licenza open per rilasciarli liberamente, non proprio chiunque può permettersi di investire migliaia di euro per registrare un brevetto e decidere poi di rilasciare l’invenzione liberamente. E se non si registra il brevetto non si ha il titolo giuridico per applicarvi una licenza. Kafkiano, in effetti. Ma è così.

La sfida dell’open patent quindi è rivolta più che altro a quei soggetti che hanno già una regolare attività di brevettazione. Ogni tanto per fortuna succede che qualche grande azienda informatica decida di applicare una politica brevettuale più elastica e aperta.

È il caso del recente annuncio effettuato da Google dell’iniziativa chiamata Open Patent Non-Assertion (OPN) Pledge, ovvero un impegno pubblico a non esercitare per prima i diritti di privativa derivanti dai suoi brevetti e di farlo solo in caso di attacco esterno.

Certo, è cosa ancora abbastanza lontana da un regime di open patent diffuso, ma può essere un buon punto di partenza; e comunque il fatto che sia un nome così imponente ad esporsi in questa direzione può fungere da incentivo per l’emulazione da parte di altri player. Questo ha dichiarato Duane Valz, senior patent counsel di Google:

Speriamo che la promessa OPN servirà da modello per l’industria. Il software open source è alla base di molte innovazioni nel cloud computing, nel web mobile e in Internet in generale. Rimaniamo impegnati per un’Internet aperta, un’Internet che protegga la vera innovazione e continui a fornire ottimi prodotti e servizi.

Belle parole, a cui voglio credere perché in effetti la politica di Google in materia di proprietà intellettuale si è rivelata abbastanza innovativa e trasparente rispetto agli altri colossi dell’Information and Communication Technology. Speriamo la rotta non cambi; d’altro canto, il problema di queste iniziative è che tutto si basa sull’etica e sulla coerenza dell’azienda detentrice dei diritti. E non sempre è una garanzia sufficiente (si guardi a quanto accaduto nel campo della standardizzazione dei formati e dei protocolli informatici).

La soluzione vera credo che a questo punto stia solo in una sostanziale rivisitazione dei principi del diritto brevettuale in campo tecnologico, che troppe volte si rivela un freno all’innovazione: esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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