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Riflessioni a freddo sull'agenda digitale

Dal latino “cose da fare”

di

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31

gen

2013

L’innovazione digitale è diventata legge nonostante la crisi di governo. C’è da sperare che il prossimo esecutivo la consideri.

Circa tre mesi fa avevamo scritto su queste pagine Habemus agenda (quasi) e ora, anche se per il rotto della cuffia, possiamo finalmente togliere quel quasi. Nonostante la crisi di governo e la rottura politica (avvenuta tra l’altro proprio durante la discussione sul decreto sviluppo), giovedì 13 dicembre il pacchetto di riforme sull’innovazione digitale del paese (nota appunto come agenda digitale) è stato convertito in legge.

I sostenitori di questa riforma l’hanno vista brutta: ancora qualche giorno di ritardo nei lavori parlamentari e tutto lo sforzo profuso per arrivare a questo traguardo sarebbe stato vanificato. Invece… eccolo nel testo coordinato che ne esce con la legge di conversione.

Alcuni hanno lamentato il fatto che il passo poteva essere più deciso e coraggioso e che al contrario i numerosi emendamenti hanno affievolito eccessivamente l’impatto innovativo della nuova legge. Ma voglio vedere comunque il bicchiere mezzo pieno e gioire per questo fondamentale punto di partenza in cui si parla di tutti i temi a me cari: software libero, standard aperti, open data, agevolazioni per le startup innovative… è appunto solo un punto di partenza che consente al sistema Italia di mettere fuori la testa dal medioevo e iniziare a muoversi seriamente verso l’era digitale.

Dunque, se davvero questo è solo il primo passo, quale sarà la prospettiva in termini di implementazione delle nuove norme e quindi di concrete ripercussioni sulla vita degli italiani? Ho voluto sentire la viva voce di Lorenzo Benussi, che collabora con il consigliere per l’innovazione del Ministro Profumo e ha avuto un ruolo concreto nel concepimento di alcune delle norme fondamentali del decreto.

SA: Lorenzo, qual è il punto di forza di questa riforma?

LB: Il pregio maggiore del lavoro sull’agenda italiana nel 2012 è stato attivare un processo che ha coinvolto l’opinione pubblica, l’amministrazione locale e molti ministeri con l’obiettivo di estendere la consapevolezza sull’importanza strategica del tema, spesso trascurato dai precedenti esecutivi.

SA: Invece, quali sono i limiti?

LB: Ad esempio, c’è il rischio che questo approccio, fondamentale all’inizio, diventi un elemento critico nel medio-lungo periodo se le dipendenze diventano troppo vincolanti; in questo senso spero che il prossimo governo stabilizzi la governance dei processi di digitalizzazione del paese e definisca in modo chiaro le responsabilità all’interno del prossimo esecutivo.

SA: E infine, quali le prospettive?

LB: Il governo tecnico ha contribuito allo startup dell’Agenda, affrontando tutte le complessità del caso e producendo provvedimenti importanti in molti campi, ad esempio i dati aperti, le comunità intelligenti, le startup; ma i prossimi mesi saranno cruciali per la loro implementazione e per la partenza effettiva della nuova agenzia per l’Italia digitale, la quale nasce con lo scopo di essere quel centro di innovazione digitale di cui il Paese ha avuto per molto tempo bisogno.

Non resta che rimanere fiduciosi e aspettare con pazienza l’esito della nuova imminente tornata elettorale e l’indirizzo politico del prossimo governo su questi temi.

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Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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Un commento

  1. Francesco Giuseppe Pianori

    1. 5.000 (e più) parole per dire cose ovvie mi sembra davvero troppo…
    2. L’innovazione la fanno le persone: se, come è successo nella mia Azienda USL Rimini, c’è voluto 1 anno e mezzo solo per convincere i colleghi a mettere le dita su una tastiera…
    3. L’impostazione mi sembra statalista. Si cala tutto dall’alto, senza valorizzare quello che già c’è. La questione del digital divide in Italia non riguarda solo il rapporto fra Cittadino e Stato, che suona più una cosa da Grande Fratello. In Italia non c’è ancora quello che vidi a portata di tutti nel 1998 sia a Hong Kong sia negli Stati Uniti, anche solamente come possibilità di accedere a Internet.
    4. Se il Decreto convertito in Legge rimarrà “lettera morta” sarà tutto (de)merito nostro, delle lobbies telefoniche e del’ignoranza in cui si vuole tenere il popolo per questioni di potere idiota.

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