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Un test. Di riflessi condizionati

Parole in libertà

di

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04

dic

2012

Se i testi per le scuole guida fossero zeppi di citazioni dei prodotti Fiat scoppierebbe probabilmente uno scandalo.

Quando si parla di tecnologie open il rischio di cadere in atteggiamenti integralisti e focalizzarsi eccessivamente su questioni di principio è sempre alto. E lo ammetto… sono di quelli che cade spesso in questa ammaliante tentazione.

Tuttavia non si può negare che esistano davvero principi essenziali dai quali non si può prescindere se vogliamo che effettivamente si affermi un nuovo modello di creazione e diffusione delle tecnologie.

In questi giorni è circolata in rete una lettera aperta a firma di Renzo Davoli, docente di informatica nonché presidente di ASSOLI, l’Associazione Software Libero; conosciuto proprio per le sue posizioni spesso radicali in materia di openness. Il destinatario è il Ministero dell’istruzione e il pomo della discordia è il test di competenze digitali del concorsone per l’insegnamento nelle scuole superiori.

Davoli ha letto le 490 domande a risposta multipla (con quattro opzioni chiuse) diffuse dal Ministero e inserite nei vari manuali e prontuari che stanno popolando le librerie in questi mesi, scoprendo che 36 domande su 490 presentano risposte non del tutto sensate e facilmente equivocabili; tra queste, 15 contengono errori gravi. Ammetto che su questo punto non ho sufficienti strumenti culturali per esprimere un parere personale; invito i lettori più qualificati di me a compiere un’ulteriore verifica.

Domanda 74

Cultura informatica atta a selezionare i futuri insegnanti?


Passiamo però all’aspetto che più interessa l’openness. Dall’analisi dettagliata e commentata di Davoli emerge infatti che:

94 domande fanno riferimento a dettagli relativi solo ai sistemi operativi Windows, discriminatorie verso chi usa altri sistemi operativi (GNU-Linux o OS X). Compare nelle domande 92 volte la parola Windows, 36 volte Word, 34 Excel, 12 .doc. Il test contiene quindi messaggi pubblicitari. Cita sempre specifici programmi, non concetti o classi di applicazioni (come se in un testo per le scuole guida comparissero sempre le parole Fiat, Panda, Cinquecento).

Aggiungo che, facendo una banale ricerca per termini presenti, la parola Linux compare in un’unica domanda e la parola open compare solo perché connessa a OpenOffice.org (che è comunque un marchio commerciale), senza alcun richiamo alla suite LibreOffice. Nessuna traccia delle parole libero e commons.

Che dire? Tristezza. Finché continueremo a legittimare l’insegnamento delle tecnologie come qualcosa di strettamente legato a specifici prodotti commerciali temo che non andremo molto lontano.

Qualcuno provocatoriamente sottolinea che il rischio è non insegnare veramente l’informatica e limitarsi invece ad addestrare all’uso del computer… un po’ come si fa con le scimmie in alcune ricerche.

Il testo di questo articolo è sotto licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Italia.




Simone Aliprandi (@simonealiprandi) ha un dottorato di ricerca in Società dell’Informazione ed è un avvocato che si occupa di consulenza, ricerca e formazione nel campo del diritto d’autore e più in generale del diritto dell’ICT. È responsabile del progetto copyleft-italia.it, è membro del network Array e collabora come docente con alcuni istituti universitari; ha pubblicato articoli e libri sul mondo delle tecnologie open e della cultura libera, rilasciando tutte le sue opere con licenze di tipo copyleft. Maggiori informazioni sul suo blog.

In Rete: www.aliprandi.org

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Un commento

  1. Simone Aliprandi

    riprendendo Renzo Davoli… e riprendendo anche l’amico Carlo Piana: http://piana.eu/it/cs_unplugged

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