Tecnologia e (anche) arti liberali
Le metriche dell’innovazione

25
lug
2012
Vi sono discipline essenziali per creare e favorire la novità. Purtroppo le trascuriamo a favore delle attività scientifiche.
A pranzo con un imprenditore dei nuovi media e con un importante dirigente di una grossa Internet company italiana si è parlato ovviamente anche del clima nelle aziende, della formazione dei ragazzi che si affacciano al lavoro, degli skill cruciali oggi e di numerosi altri argomenti ancillari. Solo adesso mi rendo conto che abbiamo commesso tutti e tre un errore profondo e di natura sistemica, trascurando il valore della poesia.
Daniel W. Rasmus mi ha chiarito le idee in proposito attraverso un articolo imperdibile su Fast Company:
American state and national legislators and leaders relentlessly harp on the need for STEM (an acronym for Science, Technology, Engineering and Math that suffers as a marketing tool due to its meaningless abstraction), but this mindset does not recognize the need for well-rounded, culturally connected, researchers and readers who extend themselves beyond simple categories of knowledge in order to create innovation. Poetry does not find valor under the auspices of STEM. Our future is as much threatened by the lack of imaginative connection making as it is from a dearth of engineers or mathematicians.
È solo un paragrafo, ce ne sono molti altri. Il valore dei dettagli (la poesia riguarda la scelta delle parole, l’innovazione quella delle idee), la criticità del design (The iPod rose not because it played MP3 music, but because it did so through a unique design…), l’informatività delle strutture, la necessità continua e pressante di tagliare, sfrondare, accorciare, ripulire, toccare l’essenziale. Eccetera.
Per chiudere questo pezzo al meglio posso solo riportare l’ultimo consiglio di Rasmus: Endings Make all the Difference. E sottolineare quanto valga anche tutto il resto. Lettura raccomandata.



Bravo e grazie per la segnalazione.
Nel prezioso articolo di Daniel W. Rasmus ho sottolineato anche questo passo:
“Poetry is not about words. Poetry is about the right words. Innovation isn’t about ideas. Innovation is about the right ideas. Innovators need to carefully select the features, functions, or experiences that comprise a new product, process or service. As poets need a large vocabulary to precisely convey their meaning, innovators need a deep vocabulary of science and practice, engineering and management, to construct their innovative wares”.
L’Olivetti è finita quando se ne sono andati i ‘poeti’ ( Sinisgalli, Fortini, Giudici, Ottieri, Soavi, Volponi, Ottieri, Pampaloni …).
Un articolo di Giudici del 1998 ricorda molto bene i tempi felici dell’industria italiana. Oggi non è tempo di nostalgie, ma forse non sarebbe male ripensare all’utopia di Adriano Olivetti, che un po’ poeta era pure lui.
http://matematica.unibocconi.it/articoli/ivrea-lutopia-dellingegner-adriano
Cepa
… se fosse per la poesia, e la cultura umanistica in genere, non staremmo a comunicare in questa maniera, saremmo occupati nella caccia e raccolta di cibo e a lottare per il partner. Queste “culture” extrascientifiche sono ancillari, un “sottoprodotto” della Cultura scientifica e tecnologica. Poi del resto possiamo discutere quanto ci pare, all’infinito, com’è tipico di “culture” autoreferenziali, non evolutive (cambiare di tanto in tanto non significa evolvere).
imbarazzante il commento di giorgio, al quale va fatto presente che in tutte le società l’arte è una forma di sperimentazione fondamentale per lo sviluppo tecnologico (e si era partiti come mai le culture dotate di cerbottane disponessero anche di strumenti a fiato e quelle attrezzate con archi avessero strumenti a corda). è semmai il contrario: la cultura scientifica e tecnologica come noi la conosciamo è un sottoprodotto della “cultura umanistica”.
non solo: il linguaggio è la prima forma in cui si esprime il pensiero, la grammatica è la genitrice della logica e della filosofia del linguaggio e la poesia è stata per millenni la forma in cui venivano registrate nozioni e tradizioni (configurandosi anche come memotecnica applicata).
quindi, per carità, è imbarazzante l’orgoglio con cui certi umanisti vantano ignoranza in ambito scientifico e matematico, ma la posizione diametralmente opposta non è meno idiota.
Sono un vecchio ingegnere (86) d’officina e di progetto, non sono mai andato a caccia, sto bene leggendo poesie.
Penso che l’utilità di mischiare le due culture (mai con la maiuscola, caro Giorgio, per cortesia, altrimenti Luigi Einaudi si arrabbierebbe) fosse questione chiusa da almeno cinquant’anni, dopo le lunghe e imbrogliate discussioni su “Le due culture” di Charles Percy Snow, scienziato e letterato, come Galileo, del resto, e tantissimi altri; l’ingegnere-poeta Leonardo Sinisgalli – già ricordato – scriveva nello stesso tempo”Furor mathematicus”e “Vidi le muse”.
Credo che non esistano culture “ancillari” ( ‘sior paron’ chi sarebbe?) o di scarto.
L’homo scientificus – come frutto di una mutazione evolutiva – sinora l’ho incontrato soltanto nei libri di fantascienza e non spero più di trovarlo nei pochi anni che mi restano.
Cepa
Mi auguro che gli anni siano ancora tanti e mi associo alla posizione espressa. :-)
rileggendo il mio commento non ho difficoltà ad ammettere che sia da pasdaran della scienza. Le repliche (p.e. fallacia “ad ignorantiam”) non mi sembra intacchino la sostanza di quanto da me affermato e ribadito. Ciononostante ritengo doveroso precisare che l’essere “di secondo livello” non significa non avere alcun valore, anch’io leggo qualche romanzo, ascolto musica, ammiro delle bellissime opere d’arte che considero di incommensurabile valore, magari le poesie le apprezzo meno, ma non penso né che sia stupido apprezzarle né mi sento un idiota per non farlo.
[...] sul tema del rapporto complicato tra tecnologia e arti liberali, che ha raccolto interventi tanto contrastanti quanto significativi, per analizzare la tematica da [...]
Che cosa è primario? Quello che i Greci chiamavano Physis e che noi maldestramente potremmo chiamare natura (concetto che proprio in quanto tale è figlio della cultura) che si “contrapponeva” alla techné, intesa come prodotto umano: arte, artigianato. La tecnica di oggi è figlia dell’arte. Posta ad un uomo di quei tempi la tecnica era secondaria alla physis che nell’uomo corrispondeva alla forza fisica. Un Giorgio di allora si sarebbe espresso più o meno in questi termini: “Techné? Tutte balle! Quello che conta è conquistare, uccidere, depredare, violentare, mangiare, saccheggiare, fare schiavi…” Quello che nella storia ha cambiato questo atteggiamento non è certo la scienza, concetto arrivato molto a valle, ma la civiltà che origini scientifiche di certo non ha, ma che casomai ha posto le basi perché queste potessero svilupparsi. Civilità che si può perdere dal giorno alla notte come dimostrano gli orrori che si ingenerano in men che non si dica anche molto vicino a noi come nella ex-Jugoslavia. In questi casi la scienza sì che è ancillare: al genocidio, al pregiudizio e all’ordalia. Gli smartphone potranno anche scomparire dalla faccia della terra ma la tecnologia della guerra e delle stragi sarà l’ultima a farlo. Senza il sostentamento del corpo (cosa che il 20% della popolazione esercita per il corrispettivo del restante 80%, secondo la legge di Pareto) è difficile occuparsi della cura dell’anima, ma senza la cura dell’anima non ha alcun valore il sostentamento di un corpo il cui fine ultimo sarebbe distruggere per essere distrutto.