Dittatori e burocrati all'assalto
Mani sporche sulla Rete

27
giu
2012
Governi e organizzazioni negoziano nell’ombra per arrivare a fine anno a mettere le mani su ciò che funziona senza di loro.
Internet come infrastruttura è nata e cresciuta fuori dalla politica e dai dibattiti tra pubblico e privato. E funziona bene: si è ridimensionata da migliaia a miliardi di utenze senza grandi traumi e non parliamo delle quantità di dati che vi transitano in rapporto a quelle di ieri. In queste settimane Internet sta accendendo il sistema di indirizzi IPv6. Come se improvvisamente cambiassimo il sistema dei numeri civici per assegnare un indirizzo a ogni appartamento, stanza, sottoscala, balcone e mobile di casa. Tutto sta funzionando, nessuno se ne accorge, da nessuna parte disservizi con la scritta Stiamo lavorando per voi.
Disgraziatamente, la Rete fa troppa gola. Più avanti nell’anno si terrà il World Conference on International Telecommunications, che riunisce le 193 nazioni aderenti alla ITU (la U sta per Union). E sono in corso negoziati che mirano a trasferire parti cruciali del governo di Internet alla ITU stessa, che è una emanazione delle Nazioni Unite.
Vengono così propugnate sotto i tavoli proposte di imposizione di tasse su chi trasmette contenuti, autorizzazione di censure e ispezioni preventive sui contenuti stessi, l’erezione di novelle barriere di costo alle comunicazioni sulle lunghissime distanze e così via. La fine di Internet come la conosciamo. Questo pensa la Internet Society di ciò che sta accadendo:
In general, the Internet Society has grave concerns about the impact of some of these proposals upon the continued growth and innovation of the Internet.
Al momento l’unica vera opposizione politica a tutto questo arriva dal senatore statunitense Mack Bono, al lavoro per fare approvare una risoluzione che impegni le autorità americane competenti a questa linea di intervento:
promote a global Internet free from government control and preserve and advance the successful multi-stakeholder model that governs the Internet today.
E certo non se ne legge in giro. I politici non ne parlano; le mille organizzazioni attiviste in guerra perenne contro qualche potere forte brillano per il loro eloquente silenzio.
Internet è una infrastruttura tecnica, non politica. Si può dissentire dalla sua attuale governance. Ma darla in mano tutta o in parte ai burocrati, agli autocrati, ai dittatori, ai tecnicamente arretrati non è buona agenda.



come creare un’internet parallela?
Tema interessante e complicato. Da un punto di vista software, tecnicamente, è già stato fatto più volte. È sufficiente creare un protocollo diverso da Tcp/Ip. Dal punto di vista hardware la cosa è più complicata, perché in una situazione di implosione tanti operatori potrebbero, per così dire, diventare gelosi dei loro cavi e non concederli più ad alcuno senza avere in cambio un diritto di passaggio o peggio.
Alla fine qualcosa salterebbe fuori; prima che si affermasse il web c’era FidoNet, per esempio. Il problema è che replicare la stessa universalità e la stessa ubiquità sarebbe impossibile in tempi ragionevolmente brevi. Piccoli gruppi interessati a isolarsi o a sopravvivere ce la farebbero, ma la rete intesa come comunicazione globale non è una cosa semplice da replicare.
Netsukuku e’ stato pensata per essere una una rete autoconfigurante. Poi, c’e’ Commotion. C’e’ anche (ad un livello diverso) la Freedom Box.
[...] Cose di sei mesi fa: l’anticipazione della World Conference on International Telecommunications. È partita davvero e i sei mesi sono passati in perfetta anestesia mediale. [...]