Non si vedono veri progressi
Mi manca l’intelligenza (quella artificiale)

30
mag
2012
Ci era stato promesso che i computer avrebbero pensato anche meglio degli umani. Siamo ancora ad aspettare che comprendano qualche meccanismo elementare del pensiero.
L’informatica ha compiuto fino a qui progressi miracolosi e se i mezzi di spostamento avessero seguito la stessa curva di crescita delle prestazioni dei computer, adesso passeremmo il weekend in gita per il sistema solare.
Ma c’è una grande promessa che è rimasta da esaudire: l’intelligenza artificiale. Il peggio è che la delusione tende ad aumentare con il passare degli anni. E neanche quest’anno è stato assegnato il premio assoluto del Loebner Prize, centomila dollari per un programma che riuscisse a passare il test di Turing e farsi credere umano da un essere umano che conversa con lui.
Onestamente riesce difficile comprendere anche l’assegnazione del premio annuale, duemila dollari, al software che ottiene il risultato migliore pur non passando il test, se la conversazione si compone di frasi come questa:
I’ve been described as a tough and noisy woman, a prize fighter, a man-hater, you name it. They call me Battling Bella, Mother Courage, and a Jewish mother with more complaints than Portnoy. There are those who say I’m impatient, impetuous, uppity, rude, profane, brash, and overbearing. Whether I’m any of those things, or all of them, you can decide for yourself. But whatever I am –and this ought to be made very clear–I am a very serious woman.
Certo, si compiono progressi isolati in mille branche. Siri riesce a sembrare qualche volta una passabile segretaria; lentamente, troppo lentamente, i programmi che giocano a Go iniziano a insidiare i grandi maestri (gli scacchi? Troppo facile); possiamo costruire robot capaci di salire le scale.
Ma il problema dell’autocoscienza, della conoscenza del mondo oltre la mera manipolazione di simboli, l’esplorazione dei meccanismi del pensiero… è veramente emerso qualcosa di interessante dai tempi dei sistemi esperti e dell’arroganza giapponese nel voler realizzare i computer di quinta generazione? Anche con miliardi di computer collegati, non si riesce a ottenere la vera comprensione di un gioco di parole bene assestato, o una risposta sarcastica a un tono supponente.
Sarei anche disposto ad abbandonare il sogno dell’intelligenza artificiale forte patrocinato tra gli altri da Douglas Hofstadter e accontentarmi di quella debole, che alcuni come Roger Penrose ritengono il massimo traguardo raggiungibile.
Pur di vedere, che so, SHRDLU implementato dentro un piccolo robot capace di manipolare a comando veri solidi colorati.



Da informatico so che per sintetizzare un algoritmo serve, in primo luogo, comprendere il meccanismo che si vuole replicare.
Il problema è che l’intelligenza umana ancora non è stata carpita: abbiamo fatto progressi incredibili (esempio affascinante l’analisi della nostra posizione nello spazio, che incominciamo a decifrare ora nelle cavie, c’è un TED che purtroppo non trovo), ma ancora siamo lontani dalla verità generale.
È un po’ come la fisica classica: un’approssimazione che sembra corretta e che da risultati accettabili, ma fondamentalmente sbagliata.
Al massimo arriviamo lì, e ovviamente è un riduzione dell’originale, complessa ma spaventosamente incompleta.
Il mio dubbio è: ma arriveremo mai a generare potenza di calcolo sufficiente alla replicazione di un cervello umano?
La potenza di calcolo non c’è già? Mancano, mi pare, il parallelismo massiccio e totale. E poi l’algoritmo, forse con la maiuscola.
Per l’ambiente reale le macchine sono molto indietro (non esiste un taxista robot) ma in altri ambiti sono più intelligenti (o efficienti o più veloci o “meglio”) delle persone http://blog.libero.it/uforob/11974304.html