Analfabetismo tecnologico in diretta nazionale
In trincea contro il cambiamento

15
feb
2012
Ieri sera gli spettatori del programma televisivo più seguito hanno potuto assistere a un imprevisto passaggio dal digitale all’analogico.
Ho tenuto di recente una presentazione. Mi sono recato sul posto con il computer contenente la presentazione stessa e una tavoletta con la stessa funzione. Ciascun apparecchio aveva il proprio adattatore per il collegamento al videoproiettore. La presentazione stava anche in una chiavetta Usb ed era scaricabile dal web in caso di emergenza. Gli organizzatori, se tutto fosse andato male, ne avevano ricevuta una copia per posta elettronica. Eccessivo, forse. Tutto ha funzionato al primo colpo.
Durante la prima serata del Festival della canzone italiana di Sanremo, dopo l’esibizione del primo cantante, si è bloccato il sistema di votazione dei trecento giurati in sala. L’organizzazione si è bloccata per molti minuti, dopo di che la giuria ha ripreso le proprie funzioni, munita di provvidenziali fogli di carta e suppongo di matite.
Ho pensato a termini come amministratore di sistema, amministratore di rete, beta testing, ridondanza, duplicazione, fault tolerant. Ho riflettuto sulla difficoltà intrinseca di, presumo, inserire un valore nel campo voto di un record cantante all’interno di una tabella serata e registrare trecento inserimenti, procedura da ripetersi quattordici volte nel corso della serata, per un totale – eliminazioni a parte – di sei serate, diciamo venticinquemila inserimenti, per arrotondare.
Probabilmente Facebook amministra lo stesso numero di eventi in una manciata di secondi. Un sito ben frequentato fronteggia venticinquemila inserimenti nelle proprie tabelle di archivio come ordinaria amministrazione. Basandosi su Php, Apache, MySql, tecnologie che qualsiasi ragazzino possiede a livello base dopo alcuni pomeriggi sottratti allo studio.
Il luogo comune che la tecnologia stia cambiando il mondo in cui viviamo non regge. O viviamo in altri mondi, o certe trincee sono veramente inviolabili.



Simpatico e preoccupante articolo.
Forse la triste verità è che molti, troppi si spacciano per grandi professionisti, ma alla fin fine sono incapaci.
O forse è l’ennesima dimostrazione di come, in Italia, più sei bravo più ti mettono i bastoni tra le ruote, e alla fine sono quelli mediocri ad avanzare in grado.
Spero sia semplice paranoia, la mia.
Proviamo ad ampliare la riflessione. Quello che mi ha colpito è la sproporzione tra il budget complessivo di una manifestazione di quel tipo e il budget che si può supporre sia stato allocato per la parte tecnologica, magari per quella funzione specifica. Un budget che probabilmente, anche ottimale, sarebbe stato comunque una minima frazione del totale.
L’impianto luci deve essere costato molto, molto più di quello informatico. E sta nella logica delle cose. Solo che l’impianto luci era realizzato ad arte.
Ah, il malefico budget. Quello si, è sempre un problema; ma, del resto, lo è per tutto.
Il fatto è che c’è una sottovalutazione (a mio avviso) del reparto tecnologico quantomeno inquietante, anche nelle realtà più modeste (non c’è bisogno di scomodare Sanremo): il comune limitrofo al quale vivo ha rimandato il cambio del server di 3 o 4 anni, 1.000 Euro o poco più contro gli 80.000 investiti per rivestire di porfido il breve tratto di strada di fronte al Municipio. E non parlo della crisi, la situazione era questa nel 2005 (ovviamente il server è morto prima di essere sostituito, il backup era fatto male e si son dovuti ricostruire i record di due anni praticamente a mano, con un investimento in uomini\ore spaventoso).
Sembra quasi che l’IT sia un lusso, più che una necessità.
E già il concetto è, da solo, raccapricciante.
Uniamo la miopia globale di progetti come italia.it, una dirigenza che spesso non ha (o peggio, non usa) l’email, e siamo fregati.
Che cosa si potrebbe fare per suggerire una giusta valutazione dell’importanza del reparto tecnologico?
Bella domanda.
Io son 10 anni e rotti che ci provo, senza risultati apprezzabili (sporadici lampi di lungimiranza, ma nulla più).
Forse è solo questione di cultura, è questione di lasciar che la e-generation (come la chiama Gates) si faccia largo tra gli attuali dirigenti un po’ “obsoleti”, per così dire, senza offendere nessuno.
Ma è anche vero che se il Governo italiano non da man forte a tecnologie come la firma elettronica (miraggio in piazzola di sosta da 10 anni, con il sw del lettore di smart card “solo per windows”, alla faccia della compatibilità), posta certificata (un po’ di più è stato fatto, ma ancora la gente vuole il “fax”… nel 2012… ma per piacere), la carta d’identità elettronica (quella cartacea non sta nemmeno nel portafogli, tra l’altro, beffa nella beffa)…. Beh, c’è poco da sperare, temo.