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L'animale social

Butta fuori quei rami, Google, sii organico

di

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20

ott

2011

Perché i social network del motorone di ricerca finiscono per avere sempre un successo contenuto o comunque non decisivo? Una risposta ecologica

Immaginate un albero o un arbusto che cresce sotto un altro albero, o sotto una tettoia, o vicino a un muro. La pianta è geneticamente programmata per svilupparsi, per estendere il proprio apparato radicale, nasceranno rami e infiorescenze. Inizialmente i rami punteranno in tutte le direzioni, per garantire alla pianta il suo abitare al meglio il proprio spazio vitale. Ahimè, c’è un muro, la pianta deve inventarsi qualcosa, proverà a piegare i rami, crescerà storta (che poi dal suo punto di vista non è “storta”, è “vita”), ma questo non necessariamente pregiudica alcunché, se la specie è quella giusta potrebbe comunque risultarne un albero capace di vivere per secoli. Quindi, quella forma vivente è un patteggiamento, una negoziazione tra un istinto e un pezzo di mondo, tra un messaggio e un contesto. È un dialogo tra l’intenzionalità del parlante (lo slancio vitale della pianta) e la situazione enunciativa, quell’angolo del cortile. Il discorso per come poi appare nel tempo, la forma unica e originale di quella pianta, è la storia di quell’interazione esistenziale, la narrazione dei rami sagomati dal cemento.

Oppure

Quando parlano di rendere pubblici e disponibili i dati delle pubbliche amministrazioni, negli approcci open data e open gov, sta emergendo una visione nuova. La pubblica amministrazione non deve costruire i contenuti, dicono in molti, deve approntare dei contenitori dentro cui i portatori d’interesse tutti – cittadini, imprese, altre PA – possono riversare le loro competenze, le loro visioni, moltiplicandone la potenza e la profondità grazie alla condivisione di esperienze e punti di vista in ambienti sociali collaborativi, i contenitori di socialità che la PA dovrebbero predisporre onde permettere la pratica civica e partecipativa dei cittadini.
Perché dover anche stabilire che cosa dire? Le idee appartengono alle menti che le pensano, da lì nascono le direzioni che è meglio seguire, le apps che è meglio sviluppare, gli interventi territoriali o di ottimizzazione della pubblica amministrazione che è prioritario intraprendere, secondo la forma che il contesto determina. Una PA deve fare come l’albero, non decidere a priori “butto fuori un ramo lì, bello grosso, e un altro lì”, ma lasciar germogliare potenzialità ovunque, confidando nel contesto e-partecipation per una sbozzatura, una piega vitale, uno slancio al fare scaturito da una reale e concreta esigenza, contenuti espressi da cittadini. Il buon giardiniere non guarda solo la pianta, guarda la relazione tra la pianta e la circostanza che la contiene.

Oppure

Google non ci sa fare con i social, lo sappiamo. Dopo Wave, Buzz, ha provato con Google+, quello dove son da fare le cerchie sociali, e pare che non stia andando bene. L’idea è interessante, ci sono dei vantaggi a poter organizzare la propria rete sociale secondo criteri personali (fare le liste, insomma), ma siamo ancora dentro una creatività retta-da-regole, dentro schemi logici di funzionamento che ci portano dapprima a dover costruire una rappresentazione mentale delle nostre sfere amicali e professionali, per poi arredare il nostro G+ con le cerchie corrispondenti. E quando dobbiamo comunicare? Veramente suddividiamo i discorsi da tenere rispetto alle varie cerchie? Devo dire qualcosa solo agli amici intimi, e faccio un messaggio solo per loro? Creo un gruppo dei miei collaboratori professionali, e comunico con quella cerchia? E se volessi quel messaggio lo leggesse anche Tizio, che però non appartiene alla cerchia? Mi trovo imbrigliato in un sistema idiosincratico, una struttura per organizzare il mio flusso comunicativo che ho edificato personalmente e quindi sì unico, ma che si rivela magari poco flessibile.

La pianta che deve crescere è costretta in una forma, e se incontra un ostacolo non può liberamente svilupparsi in altre direzioni, e quindi potrebbe morire, se non viene raggiunto un equilibrio che garantisca la sopravvivenza. Qualcosa di simile dice Steve Yegge, a giudicar da quanto racconta Huffington Post. Yegge è uno che lavora a Google, e forse per sbaglio forse volutamente ha pubblicato un post sul suo muro G+ dove esprime giudizi negativi proprio sul social di Google. Dice che «Facebook is successful because they built an entire constellation of products by allowing other people to do the work. So Facebook is different for everyone». Quel “lasciare che siano le persone a fare il lavoro” è quello che dicevo sopra. Facebook ha buttato fuori rami in tutte le direzioni, poi le app costruite da terze parti e i comportamenti delle persone hanno determinato il successo di un tentativo o di un altro, e il sistema tutto si è ridisegnato, ha assunto una forma adeguata all’ambiente.

Organici

Le cose che muoiono magari non muoiono per sempre, eh, sono semplicemente tentativi che non si sono imposti nel mainstream, sono parole poetiche che non hanno assunto dignità sufficiente e un utilizzo diffuso e quindi non sono mai entrate nel dizionario dell’umanità, ma potrebbero rimanere come dei pezzi di DNA che si sono inseriti nel genoma, dei retrovirus che permettono all’organismo di ottimizzare il proprio funzionamento futuro, al mutare delle circostanze. Facebook è stato più “leggero”, meno direttivo, più flessibile nel crescere e cambiare secondo le spinte che riceve quotidianamente dai comportamenti di decine di milioni di persone. Mentre l’errore di Google, dice sempre Yegge, è stato il cercare di predire cosa la gente volesse, e darglielo («…was to attempt to predict what people want and deliver it for them»). Non devi dire cosa, Google, devi offrire possibilità e aver fiducia, devi farti suggerire come. Non devi progettare per, devi progettare con.

Smettila di essere industriale, sii compiutamente conversazionale, tu che sull’immateriale fondi la tua fortuna. Liberati da vecchi retaggi mentali che ancora ti condizionano. Il tuo motore di ricerca negli anni ha vinto anche perché quella pagina è sempre restata bianca. In un web da concepire come un sistema ecologico, essere organici potrebbe essere vantaggioso.




Giorgio Jannis legge il mondo come semiotico narratologo. Quando scrive o parla professionalmente si occupa di progettazione sociale, di formazione e comunicazione. Urbanista digitale, progetta Luoghi per la socialità in Rete, spesso per Pubbliche Amministrazioni. Ambienti e strumenti conversazionali per le collettività tematiche online o territoriali iperlocali. Le dinamiche affettive interpersonali e gruppali dentro i media conversazionali, i linguaggi della cultura digitale, la comunicazione pubblica e le nuove forme di partecipazione del web civico sono i suoi interessi attuali. È presidente di NuoviAbitanti, associazione culturale per la promozione della Cultura TecnoTerritoriale e dell'Abitanza digitale.

In Rete: www.jannis.it

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4 commenti

  1. El_Pinta

    Una sola cosa contesto del suo discorso, che resta interessante per la riflessione in generale sull’ambiente social e sulle possibilità di espansione dei suoi servizi
    Quando lei dice, riferendosi al sistema di tassonomizzazione di G+, “e se volessi che quel messaggio lo leggesse anche Tizio, che però non appartiene alla cerchia?”. Tecnicamente questo è possibile, io posso selezionare una cerchia con cui condividere il post e poi posso taggare un utente che non appartiene a quella cerchia così come si taggano gli utenti su FB (@+nome utente).
    A mio avviso la vera pecca di G+ è che non si possa settare il proprio feed in base alle cerchie create: che senso ha perdere tempo per costruire una rappresentazione mentale dei miei contatti on-line se poi il feed mi riporta ogni post? Se all’utente fosse stata data la possibilità di impostare il proprio feed, forse l’idea della tassonomia avrebbe avuto più senso.

  2. Stefano

    Google ha collezionato una serie di insuccessi clamorosi negli ultimi anni… ma non ci trovo niente di male. Anzi, onore a quest’azienda che ha avuto il coraggio di sperimentare anche se su molte scelte non sono stato d’accordo.

  3. ... 'spetta che ti spiego | Giorgio Jannis

    [...] rubrica settimanale, vedremo. Animale social, si chiama la rubrica. I primi due post sono qui: Butta fuori quei rami, Google: sii organico e L’aver cura della propria socialità in Rete. Giorgio Jannis Questo articolo è stato [...]

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