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Mutazioni digitali

Avaaz e la protesta civile che diventa visibile

di

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30

mar

2011

59.000 persone scrivono ad Agcom per far riconsiderare la posizione dell’autorità sul diritto d’autore e raccontano qualcosa sulle potenzialità dell’organizzazione senza organizzazione

Vi sarà capitato qualche volta di incontrare in rete un video di quelli fatti da qualcuno sotto spinta emotiva. Uno di quei video che raccontano una propria storia, magari di coppia, usando come sottofondo una canzone preferita, una di quelle canzoni che sono perfette come colonna sonora di un momento della propria vita. Un video come questo, Due Innamorati Come Noi (Saverio & Teresa), in cui una canzone di Laura Pausini fa da tappeto musicale a un montaggio di foto di coppia alternato a immagini di cuori, a foto dei due, Terry e Sasa, nella loro quotidianità, da piccoli e via così con montaggio di frasi d’amore sotto le immagini.

Conseguenze

Mettendo questo video qui come esempio metto a rischio, forse, la testata che ospita le cose che scrivo. L’uso della colonna sonora di un pezzo della Pausini viola il copyright. Da noi, in Italia, non esiste un fair use, che trovate come clausola legislativa nel Copyright Act statunitense, il quale che consenta di utilizzare materiale protetto sotto certe condizioni (artistiche o didattiche, ad esempio). E forse questo video non potrebbe appellarsi a quella clausola. Certamente potrebbero chiedere alla testata di togliere il link al video. Oppure, nel caso venga adottata la regolamentazione presente nella delibera dell’Agcom sul diritto d’autore, che ora è in consultazione pubblica, le conseguenze potrebbero essere diverse:

Agcom si riserva il diritto di sequestrare (cioè di impedirvi l’accesso agli utenti italiani) siti prevalentemente adibiti alla violazione del copyright o i cui server sono posti all’estero.

In pratica si può oscurare l’accesso a YouTube a tutti gli italiani per colpa del video di Terry e Sasa. Su questo tema si è accesa negli ultimi mesi l’attenzione di Adiconsum, Agorà Digitale, Altroconsumo, Assonet-Confesercenti, Assoprovider-Confcommercio, che hanno sostenuto una campagna per far sì che i membri dell’Autorità rimettano al Parlamento una discussione seria sull’argomento. Attorno alla diffusione attraverso i siti di social network dell’iniziativa possiamo osservare la facile crescita dei messaggi da inviare grazie al sito Avaaz.org. Un modo di consentire, organizzare e rendere visibile la “presa di parola” dei cittadini. Avaaz è una piattaforma multilingua con una precisa mission:

In 14 lingue grazie a un team di professionisti sparsi in 4 continenti e volontari in tutto il pianeta, la comunità di Avaaz si mobilita (firmando petizioni, finanziando campagne pubblicitarie, inviando e-mail e appellandosi a capi di governo, organizzando proteste su strada e altri eventi) per assicurare che il punto di vista e i valori dei cittadini in tutto il mondo siano presi in considerazioni nelle decisioni che riguardano tutti noi.

Il nostro modello di organizzazione su internet permette a migliaia di sforzi individuali, anche se piccoli, di combinarsi rapidamente in una potente forza collettiva.

Innovazione culturale

E forse la possibile efficacia si vede proprio nella capacità auto organizzativa transnazionale, come per le campagne Libia: fermate la repressione o Sud Africa: fermate lo “stupro correttivo” dove gli obiettivi in termini numerici sono molto alti e le condivisioni attraverso Facebook e Twitter sono migliaia. Si tratta di un esempio di come il web sia in grado di articolare reti globali e comunità locali attorno a una logica sia organizzativa che culturale che supporta forme di attivismo ancorate a singole campagne e iniziative. L’importanza di forme come questa dipende dalla capacità  di mettere in moto innovazione innanzitutto culturale. Il rischio è quello presente nella trasformazione di queste pratiche di networking in un’ideologia: avere a disposizione piattaforme capaci di rilanciare iniziative a portata di clic, in cui la propria attività si può ridurre a compilare pochi campi informativi (il proprio nome) e spingere “invia”, se da una parte facilita il processo di attivismo e lo traduce in una capacità di produzione comunicativa, dall’altro si confronta con processi di responsabilizzazione sporadica o con partecipazione attiva compulsiva (aderisco a tutte le cause).

Resta il fatto che dietro modalità come queste troviamo la forma sociale di attivismo più adatta a una società individualizzata, in cui la moltitudine – semplicemente lo stare al mondo di ognuno, nella propria nudità antropologica – può dare vita a forme di organizzazione senza bisogno di organizzazione. Questo il valore e il limite di quei 59.000 contatti che hanno scritto ad Agcom per impedire che nascano forme di censura sui siti per colpa di ogni Terry e Sasa del pianeta. L’engagement politico diventa poi contest nel rilanciare chiedendo di arrivare a 75.000 contatti. Ma è nella natura partecipativa (e anche ludica) dei nuovi linguaggi che passano di qua.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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Un commento

  1. 2i2p » Avaaz e o ativismo civil

    [...] interessante as observações de John Boccia Artieri sobre Avaaz e o protesto civil que se torna visível, algumas das quais [...]

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