Mutazioni digitali

Tanti racconti diversi per descrivere la Libia

di

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23

mar

2011

Anche in questo caso, la fruizione informata e competente di una crisi internazionale avviene soprattutto al di fuori dei circuiti dei media mainstream

Non ci sono narrazioni uguali per definire quanto sta accadendo in Libia: qualcuno la chiama rivoluzione, la Francia la chiama guerra, l’Onu la chiama risoluzione 1973, noi in Italia chiariamo che «non siamo entrati in guerra: siamo impegnati in un’operazione autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu». E le persone, per capire, per osservare queste differenze, accedono ai diversi racconti che i media fanno.

Tutti ne parlano

Allora viene utile un programma radiofonico come Tutta la città ne parla che, secondo una pura logica grassroots, crea ogni giorno la trasmissione a partire da una telefonata fatta da un telespettatore a Prima Pagina, scegliendo così il tema del giorno a partire dall’agenda mediale, ma declinato secondo la domanda fatta da chi è pubblico mediale. E allora il tema può essere: «La guerra in Libia: chi sono e quanti sono i rivoltosi?». L’urgenza di conoscenza sta tutta nella domanda lanciata da uno spettatore che diventa occasione per attivare una riflessione on air tra esperti (che parlano) e radioascoltatori (che ascoltano), ma anche  tra coloro che non si limitano ad ascoltare ma commentano nella pagina Facebook del programma. Una presa di parola che si fa conversazione anche accesa.

Qualcuno scrive «Si la guerra fa schifo, ma Gheddafi fa più schifo della guerra! Qualcuno mi dice come si rimuove un dittatore che da 40 anni regna e fa soldi a spese del suo popolo?». Qualcuno ribatte: «Spacciare per intervento umanitario questa nuova guerra è ipocrita, crederci è ingenuo». Qualcun altro sintetizza: «Io non ho, non cerco certezze, ascolto, vi ascolto, leggo e cerco notizie, senza poter sapere se e quanto sono manipolate. Mi sforzo di pensare». Ci facciamo un’idea ascoltando il racconto mediale e producendo un racconto mediale, spesso contemporaneamente. Oppure partecipiamo dicendo simbolicamente la nostra, come i quasi centomila membri che hanno aderito alla causa Stop the Genocide in Lybia che produce il suo racconto a partire dallo sguardo dell’oppressione:

At last The Security Council has voted a NFZ to defend the Libyan people – Let’s all hope that with this historic vote, the plight of our people in Libya is near to end. Long Live Free and Democratic Libya ! Down Down to the Dictators !!

Voci fuori dal coro

O cerchiamo un racconto che sia informato e competente, fuori dai circuiti dei media mainstream, come quello di Farid Adly che, come scrive Arianna sul proprio status update, «è un giornalista libico. Leggere la sua bacheca aiuta ad avere una visione forse un po’ più completa della complessa situazione in Libia». Scopri così cose interessanti:

La secessione la vuole casomai Gheddafi. È una storiella che ripetono i colonialisti di ogni risma. La rivolta è partita dalla protesta dei familiari delle vittime di Abu Selim (un carcere deove nel 1996 sono stati uccisi in un giorno solo… 1200 detenuti nelle loro celle) che chiedevano Verità e Giustizia. Cosa c’entra con la secessione questa giusta rivendicazione? Le fandonie che ripetono i finti esperti della Tv italiana fanno ridere i polli.

E poi ci sono le piccole storie, quelle personali, che rimbalzano nella quotidianità dello stare in Rete. Sono fatte da voci sparse: giovani libici che cominci a seguire, retweet di friend che filtrano e diffondono. E sono quelle che forse sanno meno dare un nome alle cose (rivoluzione, guerra, risoluzione…) ma che mostrano che dietro questo nostro inseguire le informazioni ci sono fatti reali, che dietro i pensieri comunicati ci sono i corpi, le vite a cui le parole che leggiamo sono aggrappate. Come quella che ci racconta Talentosprecato:

#Alitweel, blogger libico da Tripoli, che tanto ci aveva raccontato su twitter, è scomparso. Con lui i suoi tweet e almeno due sui amici. Il suo sito mutato a nero silenzio. Qualcuno dice che sia morto. Io spero sia scappato o che non sia stata una messa in scena.

Diffondere parole

Restano allora solo le parole di Alitweel, le ultime scritte e rilanciate in Rete, i resti sono rappresentati da  un sito oscurato e da testimonianze incerte del ritrovamento del suo cadavere:

Dear followers i don’t deny that i’m afraid that one of the regime agents might look for me, and this could lead to dark places, but.. i dont think i’m better than my brothers who died by machineguns, so i will take my chances and fight here until reporters take over. Since facebook and twitter are blocked in Libya i will try to use my IT experience and fight virtually with my brothers and spread the word.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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