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Mutazioni digitali

L’antidoto all’odio su Facebook siamo noi

di

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09

feb

2011

Sono molte e molto diverse fra loro le espressioni di intolleranza ospitate dalle grandi piattaforme sociali come Facebook. Ma nonostante i filtri del servizio, alla fine l’unica via d’uscita è l’affinamento della responsabilità individuale

Le conversazioni che quotidianamente produciamo in rete, nei blog e nei siti di social network rappresentano una ricchezza straordinaria per lo sviluppo di una cultura civica che si struttura attorno alle pratiche discorsive. In particolare quelle che sono in grado di rappresentare e dare visibilità a minoranze e gruppi, a culture che proprio in rete trovano nuovi modi e forme di riconoscersi e affermarsi attraverso una narrazione costante che consente loro di definirsi. Vale però la pena affrontare anche l’altro versante, il nostro dark side, che è rappresentato dalla presenza dei discorsi di incitamento all’odio.

Odiare chi odia

Così in modi impliciti ed espliciti, tra le pieghe della rete o sovraesposti, troviamo forme diverse di hate speech online: da quelli sessisti e omofobici a quelli prodotti contro le religioni diverse e contro diverse affiliazioni, fino a discorsi d’odio prodotti sulla base di etno-nazionalisimi, a sfondo razzista o di discriminazione politica. Non che in Rete non esistano anticorpi, come il gruppo Stop Hate Speech on Facebook che si occupa esplicitamente di questo:

Questo gruppo è per chi pensa che l’uso di discorsi di incitamento all’odio su Facebook (o in qualsiasi altro luogo) è assolutamente inaccettabile. Qui, è possibile inviare o trovare informazioni sui gruppi di Facebook che utilizzano espressioni di odio o promuovere crimini d’odio e comunicarli agli amministratori Facebook.

Richiamando il codice di condotta di Facebook, i partecipanti segnalano utenti o gruppi che condividono contenuti caratterizzati da minacce, intimidazioni, molestie o che rientrano nel bullismo online. Allo stesso modo segnalano attacchi diffamatori alle persone e contenuti che incitano all’odio. Così sono arrivati a far rimuovere cinque gruppi che incitavano all’odio contro gli albanesi, uno contro i croati, uno contro i greci, due contro gli afroamericani, nove contro lesbiche e gay, due contro i serbi, undici xenofobi e di promozione del nazionalismo e nove che incitavano a crimini contro i Rom.

L’odio che non t’accorgi

Ma le segnalazioni sono anche più sfumate, contro gruppi meno “radicali” e comportamenti di singoli. Troviamo così una petizione per la chiusura di un gruppo che prega per la morte del Presidente Obama; la segnalazione di aggiornamenti di stato come «If they build a mosque at ground zero, Someone should fly a plane into it»; la segnalazione di un gruppo che descrive l’omosessualità come una malattia da curare; uno spiritoso gruppo che si propone di revocare il permesso di parcheggio agli handicappati; viene segnalata una persona che nel suo campo di grano su Farmville ha disegnato una svastica. Ed è alta anche l’attenzione per chi segnala, come si può notare dal commento di un membro a una ragazza che scrive sul wall denunciando un gruppo: «Grazie per avere aderito alla causa stop hate groups on Facebook, ma ho anche notato che sei un membro attivo di uno de gruppi anti-gay a cui questa comunità si oppone».

Anche questo è un modo di abitare la rete, osservando che cosa ci accade attorno e cercando di far crescere un senso critico del nostro abitare. Perché anche se non necessariamente si producono crimini d’odio espliciti, nel tempo queste pratiche tendono a marginalizzare le diversità identitarie. E spesso, accanto a gruppi che incitano esplicitamente all’odio, troviamo piccole forme di discriminazione e di esclusione discorsiva che possono diventare parte del contesto quotidiano, del nostro modo di parlare online negli aggiornamenti di stato; oppure prendono la forma sottile di immagini caricate con intenzione ironica; o le incoraggiamo semplicemente con un like.

Fermare l’odio

La nostra responsabilità passa quindi anche dalle abitudini comportamentali che caratterizzano il nostro modo di stare in rete. Come il fatto che spesso accettiamo la condivisione di contenuti senza curarcene troppo e facilitiamo la circolazione di discorsi di incitamento all’odio senza accorgercene. Per questo parlarne può aiutarci a esplicitare la necessità di far crescere una consapevolezza critica sui discorsi che facciamo online, perché con le nostre parole stiamo costruendo un mondo che può includere ed escludere con estrema facilità. E questo farà la differenza.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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4 commenti

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by Apogeonline, F.G. Feed Reader. F.G. Feed Reader said: L’antidoto all’odio su Facebook siamo noi: Le conversazioni che quotidianamente produciamo in rete, nei blog e n… http://bit.ly/elqJ06 [...]

  2. [...] davvero possibile “spegnere” internet 12) Insegnare e apprendere con la LIM 13) L’antidoto all’odio su Facebook siamo noi 14) Come educare alla fede cristiana nell’era di Internet? 15) Discorso di Papa Benedetto XVI [...]

  3. [...] Capisco poi guardandoci un po’ dentro che è la classica pagina che potrebbe avere cambiato nome portandosi dietro i contatti e che ha la funzione di “trolleggiare”. E qui il mio livello di tolleranza si abbassa talmente che il dubbio sparisce. Quindi due cose: ne parlo e lo segnalo. Potreste segnalarlo anche voi, amici anticorpi digitali. Perché in fondo l’antidoto all’odio in Rete siamo noi. [...]

  4. Narrazione costante | Giorgio Jannis

    [...] somewhere on the ‘net. Giorgio Jannis Questo articolo è stato pubblicato in narratività il 22 [...]

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