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Mutazioni digitali

Tunisia ed Egitto, il web fa la rivoluzione?

di

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31

gen

2011

La rivoluzione non la fanno il web, i social network e i blog. Ma una consapevolezza visibile forse sì

Il fermento di umanità connessa che osserviamo in questi giorni, in Tunisia e in Egitto, ha la tragicità e il coraggio di chi vuole trasformare la propria voce pubblicata in opinione pubblica. Una opinione che non si fonda più nell’immaginario pubblico costruito dalla stampa e dalla televisione di un Paese che, probabilmente, non riesce a dare visibilità a un dissenso diffuso, che non riesce a rappresentare un malessere condiviso. Allora i cittadini provano a rappresentarlo da soli e ad auto-organizzarsi attorno alle possibilità che la rete, oggi, rende disponibili.

Relazioni visibili

Rete non come strumento: la tecnologia, semplicemente, abilita. Piuttosto rete come luogo di visibilità delle relazioni sociali e delle vite e dell’appartenenza di queste vite a territori reali e non immaginari. Visibilità di una solidarietà sociale trasversale che viene messa in connessione e mostrata attraverso la capacità di comunicarsi delle vite connesse. Scrive Simon Tisdall su The Guardian:

Una nuova coalizione di studenti, giovani disoccupati, operai, intellettuali, donne e tifosi di calcio connessi tra loro grazie a Twitter e Facebook ha organizzato una serie di manifestazioni in molte città egiziane.

A questo va aggiunta la possibilità informativa diffusa. Non quella selezionata e “curata” dei giornalisti, non quella verificata e certificata, ma quella dettata dall’urgenza di comunicazione, che rimanda alla presa diretta sulla realtà vissuta e che passa, ad esempio, da videofonini a YouTube con istantaneità o dai gridi in piazza ai tweet. Così veniamo a vedere, ad esempio, le immagini non montate delle proteste egiziane con dei ragazzi che sfidano una camionetta dell’esercito ri-generando l’immaginario di Piazza Tien An Men. O vediamo le informazioni nelle ore calde della situazione Egiziana fluire su Twitter con hashtag come #Egipto, #egypt o #j25, #Jan28.

Partecipazione

La rivoluzione non la fa il web. La fanno le persone, ci ricorda Jillian C. York, perché il web non è garanzia di partecipazione e azione: «I also think it’s a bit irresponsible of Western analysts to start pontificating on the relevance of social media to the Tunisian uprising without talking to Tunisians». Come twitta Alaa Abd El Fattah: «hey frigging american analysts how about we let tunisians, who actually lived what happened decide how relevant twitter and wikileaks where?». Eppure non possiamo negare che «non c’è tentativo di rivoluzione che non sia stato accompagnato da un significativo tasso di conversazione sulla rete e nello specifico su siti di social network come Facebook e Twitter». Sarà per questo che il governo egiziano nella notte tra il 27 e il 28 gennaio ha chiuso l’accesso a tutta Internet e sconnesso la telefonia cellulare, dopo aver oscurato e censurato martedì Twitter, e giovedì YouTube e Facebook, nel tentativo di rendere invisibile quel dissenso che al mondo stava diventando evidente e per evitare che la Rete potesse essere un modo significativo di auto-organizzazione.

Lo ha fatto grazie ad una legge nazionale che consente al governo di gestire la rete e attraverso la semplice convocazione dei cinque fornitori di connessione Internet che gestiscono la nazione che hanno semplicemente obbedito, con buona pace delle retoriche che attribuiscono alla Rete il potere assoluto di evitare ogni blocco censorio e di comunicazione. Non solo è stato possibile togliere la voce pubblica diretta del dissenso ma eliminare le connessioni sociali che lo mostravano e alimentavano. Resta il racconto “forte” delle televisioni, come Al Jazeera, che mostrano la crudezza degli scontri e il Cairo in fiamme. Anche qui: fuori dalla retorica di opposizione tra vecchi media generalisti e social media orizzontali, siamo di fronte a una funzione integrata nel mostrare la sfera pubblica in divenire.

Il silenzio che non regge

La rivoluzione non la fa il web, ma sembra passare da lì. Il silenzio fatica a essere mantenuto perché esiste una polifonia di voci che in modi diversi cercano di essere ascoltate, raccolte e diffuse pubblicamente in rete anche se non possono pubblicarsi da sole. Basta guardare all’attività su Twitter di jan25voices che rilancia con i suoi tweet informazioni raccolte in modi diversi nel tentativo di superare lo sbarramento Internet egiziano:

We are using phones and other means to speak with Egyptians behind the blocked internet, tweeting their words in real time. contact: jan25voices(at)gmail.com

E poi c’è il modo indiretto che si ha in rete di seguire il racconto e di costruirne uno. Un modo che è connesso e in tempo (informativo) reale. Anche questo è un lato di quanto accade in questi giorni e ci mostra una natura diversa della costruzione e fruizione dell’informazione anche nei luoghi più lontani dda quelli dell’azione. Come il racconto dell’Egitto “staccato” da Internet che ha lanciato in Italia Luca Alagna (aka Ezekiel) su FriendFeed e che mostra come si possano seguire accadimenti assieme ai “friend”, commentando “a caldo” ogni news che viene condivisa da una ricerca distribuita, condividendo posizioni e opinioni. Senza pretesa assoluta di equilibrio e di correttezza politica, con passione e coinvolgimento.

Dietro all’impegno

C’è da capire cosa ci sia dietro a forme di “impegno” come queste e di una volontà a diffondere le informazioni in questo modo e con questa passione comunicativa; e con una tensione etica che è, semplicemente, il prodotto di un riferimento a valori condivisi da parte di un gruppo connesso di persone. Se lo riconduciamo all’intreccio tra il nostro contesto informativo e una volontà partecipativa alla sfera pubblica, allora possiamo concordare con Luca Alagna – con cui ho parlato seguendo lo svolgersi degli accadimenti – che dipenda «dalla possibilità di esprimersi pubblicamente e quindi di incidere reciprocamente sulla formazione della notizia, in contrapposizione al dominio incontrastato della classica tv nazionale unidirezionale. Accanto a questo c’è la voglia di approfondimento informativo, attivata da una percezione di inadeguatezza della stampa italiana persa troppo spesso in questioni marginali o nel teatrino della politica».

C’è qui tutta la voglia di sperimentare una nuova dimensione dell’informazione prodotta e consumata in forma collaborativa e il fatto che la realtà delle forme aperte dai siti di social network e dall’uso connesso della rete «hanno galvanizzato i punti di contatto emotivi tra gruppi anche molto lontani e c’è un aumento di empatia che io vedo in senso positivo perché aiuta a conoscere anche chi è molto lontano o diverso da noi». Sappiamo che è così, anche se non in senso assoluto. Non sembra, ad esempio, che le vicende italiane siano riuscite a produrre nella rete forme che non andassero oltre l’esaltazione della satira e qualche sparuta indignazione di maniera, come se la spinta informativa della conversazione si esaurisse in sé, nel suo farsi.

Consapevolezza

La rivoluzione non la fanno il web, i social network e i blog. Però frequentarli, scoprire il modo in cui sono profondamente correlati alla nostra vita, sperimentare i modi di organizzarci attraverso essi, abituarci a pensare orizzontalmente la comunicazione, acquisire la consapevolezza dei limiti di azione ed informazione… sono tutti modi per renderci più consapevoli e far(ce)lo sapere.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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9 commenti

  1. [...] This post was mentioned on Twitter by Apogeonline, F.G. Feed Reader. F.G. Feed Reader said: Tunisia ed Egitto, il web fa la rivoluzione?: Il fermento di umanità connessa che osserviamo in questi giorni, i… http://bit.ly/h4Wfoa [...]

  2. Bernardo Parrella

    al di là dello scenario italico decisamente statico, e non certo da ieri, rispetto all’uso dei social media per conversazioni intelligenti e partecipazione motivata, direi che nel contesto specifico (tunisia ed egitto) la diatriba sulla “rivoluzione web” o meno sia un altro falso e inutile problema, come la pseudo-guerra tra blogger e giornalisti che più di qualcuno azzardava tempo fa; il cyberattivismo ha i suoi limiti ma anche grosse potenzialità, entrambi davanti agli occhi di chiunque voglia vederli: non serve a niente e nessuno creare miti, eroi o villani nel villaggio globale odierno; meglio assai allargare l’area della partecipazione, a ogni livello possibile, abbracciando la consapevolezza (e i limiti) evidenziati dai social media in simili, drammatici frangenti, nè più nè meno…non a caso su global voices in italiano continuiamo a sfornare aggiornamenti continui su gli eventi in nordafrica…

  3. gba

    Concordo sulla natura di “falso problema” e del tentativo di spostare sempre l’asse del ragionamento sulla dimensione “questo contro quello” piuttosto che cogliere sinergie e mutamento di sistema. Sai poi come la penso sul rischio depotenziante di creare mitologie sulla Rete e su personaggi che la incarnano, rischiando di perdere di vista l’attività micro-diffusa che è la sola capace di allargare attivamente la partecipazione :)

  4. Enrico Vittoriani

    Due, tre cose su quello che ha tutta l’aria di un movimento di democrazia dal basso.
    Mutatis mutandis, quello che accade in Egitto e Tunisia ci riguarda,
    nel senso che guardando quel che accade in quei paesi, (guardando l’altro)
    stiamo vedendo noi stessi per temi, motivi, analogie storiche e
    sociali. Certi pericoli che rischiamo, noi democratici occidentali, di correre (censura, pensiero unico, abusi del potere) cose da cui non siamo lontani; cose che respiriamo ogni
    giorno. Inoltre libertà e dignità, parole chiave di questa
    rivoluzione nordafricana, sembrano oggi in Italia parole così…buone, così sensate, parole alte e insieme di una tale semplicità che anche a noi fanno bene.
    Poi c’è il fatto, interessante secondo me, che la protesta attiva anche noi che osserviamo, leggiamo, apprendiamo le notizie: un altro livello mi sembra infatti quel costruire partecipativamente l’informazione
    fuori dai canali istituzionali e da una edulcorazione della notizia. Questo
    livello introduce una dimensione “attiva” (un farsi parte attiva, un essere presi dentro, essere coinvolti) accanto a quella della conoscenza dei
    fatti.
    Prevale, nell’una e nell’altra dimesione, l’idea di web come medium, come mezzo, cioè come strumento. Lo strumento etimologicamente inteso è qualcosa che serve
    all’uomo, qualcosa che svolge una funzione utile; il web nel non fare
    rivoluzione, qui si rivela essere l’accesso al bisogno di condivisione, a quel
    luogo pubblico -e politico- che è il fare.

  5. Osservatorio Media,

    [...] tanti i rilanci questa settimana sulla questione egiziana ed il ruolo di internet: da Zambardino a Giovanni Boccia Artieri su Apogeonline è molto ampio il dibattito in tal senso. Tutto sommato il ruolo della rete è [...]

  6. [...] un numero che giustifichi le adunate oceaniche e incavolatissime viste per strada. Giustamente la rivoluzione non la fa il web ma le persone, ed è giusto chiedersi, affettando a strati la società e [...]

  7. [...] docente a Urbino di Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria. In un articolo su Apogeo il professore ha sottolineato l'importanza della [...]

  8. Lo scarto culturale che s’inizia a percepire | Apogeonline

    [...] referendario dei quattro quesiti. Quello è un risultato prodotto dalle persone. Le rivoluzioni, lo abbiamo già detto, non le fanno le tecnologie ma gli individui. Però senza internet non avremmo avuto questo scarto [...]

  9. [...] Tunisia ed Egitto, il web fa la rivoluzione? di Giovanni Boccia Artieri – Apogeo On Line – 31/01/2011 – Leggi [...]

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