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Mutazioni digitali

Il ministro e i corsi dove si pensa l’innovazione

di

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Mariastella Gelmini

17

gen

2011

Le parole pesanti che Mariastella Gelmini ha riservato alle facoltà legate alla comunicazione fanno discutere, a dire il vero più in rete che nelle istituzioni (e anche questo è significativo)

C’è bisogno di più professionalizzazione nella nostra Università, «piuttosto che lauree inutili come Scienza delle Comunicazioni, dove gli studenti si occupano soltanto di amenità varie che non aiutano a trovare lavoro». Così la pensa il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, dichiarandolo a Ballarò in prima serata. Non è una novità. Esiste un pregiudizio culturale su questo corso di laurea. Ed è bipartisan.

Politica e università non pervenuti

Magari a molti non va di ricordarlo, infatti, ma accanto al ministro Gelmini si sono espressi anche Maurizio Sacconi («Nel curriculum di una persona, di un giovane in particolare, peserà nel dopo crisi anche la sua capacità di essersi messo in gioco. […] Certo se è laureato in scienza della comunicazione non è che abbia molto appeal», ha affermato), Bruno Vespa («Abbiamo bisogno di ingegneri, abbiamo bisogno di tecnici importanti. Una sola preghiera: non vi iscrivete a scienze della comunicazione, non fate questo tragico errore, che paghereste per il resto della vita!», ha detto) e perfino un ex premier come Romano Prodi ha utilizzato i corsi di laurea di Scienze della comunicazione come esempio negativo dello sviluppo del paese.

Quello che ci deve perlomeno stupire è che lo faccia un ministro dell’Istruzione, dequalificando lauree che il suo ministero ha approvato. E ci deve anche stupire che il giorno dopo non ci siano state reazioni né dal mondo della politica né dal mondo dell’università. Non un editoriale, non uno straccio di intellettuale intervistato su un quotidiano o a cui è stato dato uno spazio televisivo per commentare. Non un rettore o un consiglio di amministrazione che si sia fatto vivo. Tema che non interessa l’opinione pubblica, sembrerebbe.

La rete sì

Però interessa i pubblici connessi. O, se volete, quella parte di opinione in pubblico che si mostra rappresentandosi da sé. Le risposte, allora, le trovate in rete, ad esempio da quegli stessi studenti che il ministro squalifica e offende. Trovate così lettere aperte da costruire collettivamente o scritte di getto, come quella di Simona, «laureata inutile di 25 anni»:

Le sue parole a Ballarò, poche e passate forse in sordina ai più […] sono state come un colpo di pistola. Se lo dice il ministro, mi sono detta, sarà vero. Io mi fido delle istituzioni, sa? E allora come mai permettete il proliferare di università private che chiedono 30.000 euro per un master in comunicazione? O è truffa o è circonvenzione d’incapace. In entrambi i casi, un reato. Ho frequentato l’università pubblica, il mio corso di laurea è stato autorizzato dal ministero da lei presieduto. Quindi io sono stata truffata dallo Stato. E pretendo un risarcimento.

L’ironia è un linguaggio utile alla guerriglia comunicativa, lo studiano proprio nei corsi “ameni” che frequentano. Basta leggersi tweet e re-tweet al proposito. Ragionevolmente scrive Fabio:

Per quanto sia un corso inutile tutte le aziende cercano esperti in comunicazione, social media, pubbliche relazioni, ufficio stampa, ecc…  Soprattutto in uno stato in cui si fa più comunicazione che vera politica, le parole del ministro sono ridicole.

I docenti

Ma anche chi insegna dà voce alla preoccupazione dei propri studenti e colleghi, magari attraverso il proprio blog, come Giovanna Cosenza che mostra – dati Alma Laurea alla mano – che i laureati triennali in Scienze della comunicazione lavorano a cinque anni dalla laurea nell’87% dei casi contro la media nazionale dell’82% e che i neolaureati a un anno lavorano 49% contro la media del 42,4%. Anche se devono confrontarsi con maggiore precarietà e stipendi mediamente più bassi. Anche questi frutto di pregiudizio diffuso, più che di reale “funzionalità” della laurea.

Sono gli stessi dati che usa il ministero per ragionare sui corsi di laurea e che, evidentemente, il ministro ignora. Basta leggerseli e costruire le estrazioni statistiche online. Potete farlo anche voi. E se avete la pazienza di “giocare” con i dati di altri corsi di laurea potreste avere delle sorprese. Sul piano culturale, ci ricorda Fausto Colombo, l’invenzione di questo corso di laurea rappresenta non tanto il tentativo di parcheggiare disoccupati, ma quello di innovare l’università in relazione all’innovazione del Paese, «l’ultimo speranzoso tentativo di svecchiare l’università a partire dalle sue risorse, dalla sua tradizione».

Comunicazione e cultura

Senza contare che il continuo richiamo alla professionalizzazione anche a costo della cultura crea una strana prospettiva da cui osservare il proprio futuro, sia di giovani che di Nazione. Perché, si sa, la cultura ha una funzione riparatrice e serve come sutura terapeutica. E la comunicazione richiede cultura. Per evitare che si produca inquinamento civile attraverso parole e immagini. E la svalutazione della “comunicazione”, come racconta Alberto Marinelli, sembra valere solo per coloro che, attraverso un percorso formativo fondato sulla multidisciplinarità dei sapere, costruiscono una cultura della comunicazione che è anche spendibile per il mercato. Infatti:

viene svalutata la formazione universitaria nelle discipline comunicative, non gli “esperti in comunicazione” che prendono le consulenze ministeriali, propongono inqualificabili spot per promuovere il turismo in Italia con la voce del premier e affollano i talk show televisivi. Viene quasi da pensare che a qualcuno dispiaccia che la media literacy promossa dalle università (pubbliche e private) diventi patrimonio e asse portante delle competenze professionali di migliaia di ragazzi e ragazze.

C’è altro?

Verrebbe da pensare che allora ci sia dietro altro. Molto di più. E verrebbe la voglia di sposare la tesi “dietrologica” – di Gennaro Carotenuto

Così proprio nelle Facoltà di Scienze della Comunicazione (che qualunque studioso serio considera un motore del progresso economico e culturale nella nostra era post-industriale) il governo vede invece un pericolo per la propria narrazione sociale, per il proprio latifondo informativo e per l’egemonia sottoculturale incarnata dal gruppo Mediaset e più in generale dal berlusconismo. Nelle facoltà di Scienze della Comunicazione gli studenti non si preparano solo alle professioni della comunicazione di massa, d’impresa, pubblicitaria. Apprendono a pensare la comunicazione come plurale e partecipativa. Acquisiscono strumenti che permettono loro di inventare nuovi media altri. Studiano per innovare forme, tecniche e contenuti rispetto al format da pensiero unico sul quale si regge il modello. Lavorano per fare comunicazione e informazione con la propria testa e non per compiacere qualcuno.

Contro-narrazioni

Queste alcune delle narrazioni che corrono in Rete, molte altre le trovate sparse fra commenti nei blog, negli status update di Facebook, rilanciate su FriendFeed. E mi sembrano contro-narrazioni forti rispetto al pensiero dominante e pregiudiziale sui corsi di laurea in Scienze della comunicazione. Sono voci che si oppongono al silenzio del giornalismo, della politica, ma anche della stessa Università.

Io – da coordinatore di un corso di laurea in Scienze della comunicazione – so che molto possiamo ancora fare per migliorarci per costruire professionalità e cultura che sappiano rilanciare il Paese. So anche che non tutti i corsi sono uguali e che molti errori sono stati fatti nel passato. E so che vale per tutti i corsi di laurea. Ingegneria ed Economia compresi, nel caso ve lo chiedeste.

Ma una delle cose che ho imparato dai miei studenti – basta che mi rilegga una delle loro mail o, oggi, un messaggio su Facebook, speditomi da quel mondo del lavoro reale caldeggiato dal ministro –  è che assieme siamo stati in grado molte volte di inventare le professionalità del domani e portare l’innovazione in alcuni settori che hanno imparato qualcosa da noi. Non è il caso della Politica. Ma ci stiamo lavorando.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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16 commenti

  1. Phabio

    L’ignoranza alla base di certe uscite, dalla Gelmini a Vespa, da Prodi a chiunque altro, sono solo la dimostrazione di quanto questo Paese abbia bisogno di cambiare volto.
    Certo, il corso in sculettamento televisivo non aiuta, ma Scienze della Comunicazione (singolare, Gelmini, singolare!), così come Relazioni Pubbliche e Pubblicità (NOTA: NON ‘PUBBLICHE RELAZIONI’, siamo italiani!) sono ben altra cosa. La stessa scelta di andare su Youtube a dire davamti ad una telecamera che sei meno deficiente di quel che crediamo, è frutto del lavoro di chi ha studiato anche questo. Vespa…lasciamo stare, un dinosauro che prende 80mila euro al mese per leccare culi invece di scardinare il sistema e scovare dove finiscono i nostri soldi.

    Poverini. E noi comunicatori, ad aiutarli ad apparire intelligenti, a scrivergli i discorsi, a spiegargli cosa dire, come e quando farlo….. coi contratti precari. A reinventarci ogni giorno, pur producendo ricchezza con progetti che muovono a volte centinaia di migliaia di euro.

    Fate pena.

  2. [...] This post was mentioned on Twitter by Patrizia Villani and Apogeonline. Apogeonline said: Le parole pesanti del ministro Gelmini su Scienze della comunicazione e la visione del mondo che c'è dietro http://bit.ly/fxfi79 [...]

  3. Comunicare è un’arte. Anzi no, una Scienza | kOoLiNuS

    [...] Leggo con sgomento degli insulti portati da alte cariche dello Stato italiano e “personalità di spicco” contro i corsi di Laurea in Scienze della Comunicazione. [...]

  4. [...] inerenti la politica (mi sono guadagnato un mare di ingressi in questo modo e pure una citazione su questo post di Giovanni Boccia Artieri) oggi ricomincio a parlare delle solite amenità (la battuta [...]

  5. albertor

    In università nessuno discute di queste cose, perché tutti sanno che scienze della comunicazione è una facoltà inutile che ha creato un sacco di posti per persone che una cattedra all’università non l’avrebbero mai avuta – un CdL privo di contenuti e senza nessuna capacità formativa, che ha l’unico merito di aver salvato le facoltà di lettere e filosofia dalla chiusura.

  6. Povero-me

    Non sono un “Dottore”, ma mi occupo di relazioni nel posto in cui lavoro e mi rendo conto che si cerca di non far comunicare nessuno: si vuole tornare negli anni in cui il 10% delle persone, in italia, non “gente”, sapevano leggere e scrivere. Pensiamo con la NOSTRA testa e non con quella che ci dice cosa dobbiamo fare.

  7. Neo-Machiavelli

    Priorità per il futuro: orientamento sculare psicologico e professionale, etica, condotta, meritocrazia e creatività.

  8. gba

    @albertor: non credo che le cose stiano esattamente come scrive. Intanto occorre distinguere fra Facoltà (poche) e corsi di Laurea (più numerosi) che sono stati costruiti con molti docenti già presenti negli Atenei e afferenti a diverse discipline. L’idea è stata quella di scorporare le discipline della comunicazione e costruire un percorso autonomo. Così abbiamo semiologi, sociologi, linguisti, letterati, antropologi, analisti dei media, dei consumi, informatici, ecc. che hanno collaborato per definire un corso trans-disciplinare. Alcuni corsi sono all’interno di lettere altri no.
    Quello che è certo è che hanno risposto ad un’esigenza di innovazione e a precise richieste dal mondo del lavoro e della PA (qualcuno ricorda la Legge 150/2000 come uno dei punti di arrivo?).
    Sul fatto, poi, che non abbiano “capacità formativa” … credo siano opinioni. Si tratta, comunque, di corsi di livello universitario, fondati anche sulla ricerca e sulle capacità dei docenti e delle strutture. Tutto migliorabile, ma non mi sentirei di dire che è tutto da buttare :)

  9. [...] Il ministro e i corsi dove si pensa l’innovazione [...]

  10. Gennaro Carotenuto

    Grazie della citazione. Solo un dettaglio: la mia è una spiegazione culturale, non dietrologica o complottistica. La Gelmini teme/odia i nuovi media perché li avverte (o chi per lei li avverte) come un pericolo per il dominio della messa cantata mainstream.
    saluti
    Gennaro Carotenuto

  11. [...] ad elargire giudizi negativi a tal riguardo. Come ci ricorda Giovanni Boccia Artieri nel suo articolo, già in passato Maurizio Sacconi, Bruno Vespa nonché l’ex premier Romano Prodi si erano [...]

  12. gba

    @Gennaro: ovviamente l’uso del termine “dietrologica” aveva intenzioni “ironiche” rispetto al lettore. Concordo che si tratti di una lettura culturale, non potrebbe essere altrimenti :)

  13. ADSDC-Italia

    La mobilitazione vs la “frase-killer” (per Lei) della Gelmini, è partita dal blog dell’Associazione Italiana dei Dottori in Scienze della Comunicazione dove troverete comprese le risposte ad alcune imprecisioni che ho letto in diversi articoli scritti sul tema. Per noi è stata una grande vittoria mediatica ma anche una triste constatazione sull’immenso lavoro che ancora c’è da fare.
    Luigi Pilloni (fiero dottore in SDC).

  14. Doctor Brand

    Ciao a tutti, se volete ecco il nostro punto di vista:

    http://madinitaly.mettiamocilatesta.it/blog/mad-master/

  15. Doctor Brand

    Vi segnalo anche il contributo di Serena Orizi:
    http://www.doctorbrand.it/2011/02/gelmini-e-il-falo-delle-amenita.html

  16. [...] Il ministro e i corsi dove si pensa l’innovazione di Giovanni Boccia Artieri [...]

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