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Evoluzioni

C’è un “app store” nel futuro della televisione

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07

set

2010

Data per finita troppe volte, la televisione è ancora la regina incontrastata dei nostri salotti. Ma se la posizione è la stessa, il suo ruolo sta evolvendo in fretta: non più solo finestra, ma baricentro dell’intrattenimento domestico

Nel 1946 Darryl F. Zanuck affermò che «la televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro a una scatola di legno». Ma nell’era dei media sociali, possiamo davvero dire che  la tv è morta? Siamo sicuri che quella scatola di legno abbia davvero perso il ruolo centrale di intrattenitore e informatore globale? Da quel 1946 a oggi abbiamo assistito a continue evoluzioni del mondo dei media, ma la televisione continua ad avere un’influenza importante sulle opinioni collettive e ancor più sul mercato pubblicitario. Tutti i mezzi di comunicazione sono evoluti in un modo o nell’altro, ritornando alla ribalta grazie a nuovi modelli che sembrano confermare la veridicità della massima di Antoine Lavoisier in ambiti che lo stesso Lavoisier non avrebbe mai potuto immaginare. Cambia l’approccio ai mezzi, la loro fruizione, non certo la necessità di fruire di contenuti di qualità, interessanti e capaci di attirare la nostra attenzione.

La tv rimane

I vecchi modelli non muoiono. Semplicemente evolvono, anche e soprattutto in funzione della tecnologia. Il nostro attaccamento al mezzo, è il caso della televisione, viene oscurato dalla frammentazione della nostra attenzione, a sua volta causata dell’enorme offerta di accesso ai contenuti che possediamo. Ma la televisione si è sempre distinta per la sorprendente capacità di recupero che altri mezzi di comunicazione di massa non riescono ad imitare. Anche se stiamo spendendo una quantità record di tempo online, in buona parte a guardare video, stiamo anche spendendo un’enorme quantità di tempo a guardare modelli televisivi antiquati. Il web, nelle sue mille forme, è il complemento del precedente ecosistema mediatico, non un sostituto. La televisione infatti, rimane ancora oggi l’unico strumento in grado di arrivare a un pubblico vastissimo in un solo colpo e l’analisi del mercato statunitense lo conferma. Secondo Nielsen la famiglia media americana composta di 2,7 persone, possiede 2,9 televisori per un totale di 140 ore al mese pro capite di fruizione televisiva. La sovrapposizione delle esperienze di fruizione però, continua ad essere difficile da proporre. Sicuramente a causa della necessità di trovare i media giusti in grado di ospitare contenuti complementari, capaci di essere fruiti contemporaneamente con la stessa facilità.

La creazione di un modello transmediale che funzioni è quindi il gioco degli equilibri all’interno di mondi che hanno regole ben precise. Quando questa alchimia non avviene, allora è meglio lasciare alla tv il compito di fare la tv e al web quello di continuare a vivere nelle sue mille forme. E così, mentre i contenuti vengono costruiti in funzione delle caratteristiche del medium che li deve ospitare, quello che si stanno chiedendo in molti è come fare a costruire una nuova offerta di intrattenimento domestico lasciando intatto il ruolo centrale dell’oggetto tv. La risposta è chiara: facendo evolvere il ruolo di quella scatola di legno. Così lo schermo passa dall’essere una mera finestra sul mondo che gli operatori televisivi ci mostrano, all’essere anche uno specchio dei contenuti che vengono prodotti dentro casa, ma anche il sostituto di quel commesso di Blockbuster che fra un po’ vedrà chiudere la sua catena. La “scatola di legno” diventa cioè un centro di intrattenimento, rafforzando ancor di più il  ruolo guadagnato negli anni, attorno al quale si sta investendo per sviluppare nuovi mercati attraverso cui veicolare nuovi contenuti.

Accesso ai contenuti

L’attenzione però, in questo caso, non è tanto sulla modalità di fruizione, ma sulla ridefinizione delle modalità di accesso ai contenuti. Le prime esperienze hanno portato a una conclusione in realtà scontata: sul divano di casa vogliamo semplicemente rilassarci e fruire passivamente dei contenuti che qualcuno ci propone o, nei migliore dei casi, che scegliamo noi. Durante la presentazione della nuova Apple TV, Steve Jobs ha espresso chiaramente questo concetto: «[People] They have computers. They go to their wide-screen TVs for entertainment. Not to have another computer. This is a hard one for people in the computer industry to understand, but it’s really easy for consumers to understand. They get it.» E così oggi dal divano siamo in grado di affittare un film in HD con pochi euro e guardarlo nel giro di qualche secondo, di accedere ai nostri contenuti multimediali (foto, video, musica), di vedere la tv (del digitale terrestre o satellitare) e programmare la registrazione su un hard disk (anche in remoto), utilizzando un unico telecomando.

La tendenza dei costruttori di TV è però quella di integrare i mille box esistenti all’interno dello schermo, liberandoci dalle pile di box e decoder che riempiono i nostri soggiorni. Ed ecco quindi diffondersi sul mercato tv con ingressi Ethernet e porte Usb. Il problema però, rimane comunque quello della frammentazione dell’offerta dei contenuti e degli accordi che le case costruttrici di televisori e di set-top-box prendono con chi i contenuti li aggrega, li distribuisce o li crea. Samsung, il più grosso costruttore mondiale di televisioni, ha dichiarato che vuole fare con la tv quello che Apple ha fatto con i telefoni. Il colosso sudcoreano investirà 70 milioni di dollari per promuovere il suo App Store, in grado di permettere agli utenti di installare tante piccole “porzioni di intrattenimento” sui loro televisori. Considerando che Samsung è il brand numero uno negli Stati Uniti con il 37% del mercato, si prevedono grossi investimenti in tal senso anche da parte dei competitor.

Controllare la filiera

Il concetto della distribuzione di contenuti mediante applicazioni quindi, si fa forte anche in questo settore e c’è da scommettere che questa modalità di interazione continuerà a diffondersi. Quello che però ci si auspica è la creazione di uno standard di realizzazione delle applicazioni, che permetta agli utenti di scegliere lo store che preferiscono in funzione di offerte, quantità e qualità delle applicazioni (e quindi contenuti) disponibili, senza doversi preoccupare della compatibilità con il proprio televisore, smartphone o tablet. Questo scenario però è ben lungi dal realizzarsi e anzi la tendenza sarà sempre più quella di creare store proprietari per sistemi operativi proprietari realizzando quindi ecosistemi chiusi che sfruttano standard aperti. A questo punto la lotta sarà aperta e aspra e sarà guidata da quei colossi in grado di fornire tutti i pezzi della filiera dell’intrattenimento. Durante tutta questa evoluzione, una cosa però siamo certi non è cambiata e difficilmente cambierà: la voglia di godersi un buon film o una buona serie tv rilassandosi sul divano di casa propria.




Giovanni Calia è consulente strategico sui temi della transmedialità e dei media sociali. È stato ricercatore a Torino su temi legati alle evoluzioni del web e dei media sociali. Dopo una parentesi da responsabile web per una agenzia pubblicitaria, ha fatto parte della start-up di Current TV come Supervisor del Dipartimento Nuovi Media e membro del Transmedia Innovation Board. Ha inoltre insegnato Cultura dei Nuovi Media presso lo IED di Torino.

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