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Mutazioni digitali

Il web non muore, ma noi stiamo cambiando

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20

ago

2010

Il web sta morendo perché sta cambiando il modo di usufruire della rete, dice Chris Anderson sull’ultimo numero di Wired. E se la previsione sembra quanto meno esagerata, riflettere sullo scenario ci racconta qualcosa sull’evoluzione della nostra presenza in rete

Oggi si sta ponendo fine «al delirante caos del web aperto» che «era una fase adolescenziale sovvenzionata da giganti industriali». Così Chris “coda lunga” Anderson ci racconta su Wired la sua versione della morte del web o meglio uno slittamento di paradigma: dal browser paradigm all’app paradigm o, se volete, dal google frame all’iPod frame. Due modalità “schermiche” diverse di incorniciare bio-cognitivamente le nostre vite. E due modi diversi di pensare il business legato alla Rete, passando dalla gratuità indifferenziata del Web aperto a modalità più definite e remunerative legate alle applicazioni per piattaforme mobili con i loro walled garden.

Evoluzione ciclica

Forse, come scrive Erick Schonfeld su TechCrunch, si tratta solo di una prima ondata di una fase evolutiva di tipo ciclico, perché, quando sul mobile la gente verrà sommersa dalle applicazioni, si tornerà all’uso del browser. Quello che è certo è che affinché vi sia evoluzione (perdonate la semplificazione che tenta una sintesi tra Thomas Kuhn e Charles Darwin) serve una variazione rispetto al paradigma dominante che poi venga selezionata e si stabilizzi nel tempo diventando, a sua volta, paradigma dominante. Secondo Anderson il cambiamento ambientale post-Html che sta emergendo sembra essere, di fatto, più adeguato allo sviluppo del turbo capitalismo della Rete, ed è quindi probabile una sua stabilizzazione in tempi brevi. Come scrive Anderson spiegandoci – credo non ironicamente – il “lato positivo” del Capitale:

Now it’s the Web’s turn to face the pressure for profits and the walled gardens that bring them. Openness is a wonderful thing in the nonmonetary economy of peer production. But eventually our tolerance for the delirious chaos of infinite competition finds its limits. Much as we love freedom and choice, we also love things that just work, reliably and seamlessly.

Discorso, questo, perfettamente coerente con la proposta freemium che viene ripresa dal suo ultimo libro, immaginando l’espandersi di un mercato con alcuni “assaggi” gratuiti e un complemento essenziale di servizi a pagamento, con l’esaltazione qui, in realtà, della parte “premium”. La profezia di morte si basa, essenzialmente, su un grafico con dati Cisco che mostra come l’uso web di internet sia in diminuzione rispetto ad altri utilizzi, diagnosi messa subito in discussione da Rob Beschizza su Boing Boing (che critica l’uso nel grafico dei numeri relativi e mostra come, con i numeri assoluti, il web sia in realtà in crescita).

È evidente come a partire da questi presupposti si apra un contesto polemico che si propone di sondare lo stato di salute del Web. Proviamo però per un momento a dimenticare le polemiche relative ai numeri o a come devono essere conteggiati i video di YouTube, se come parte del web – come sarebbe corretto – oppure no, come fa Cisco. Sospendiamo il sospetto che si tratti di una semplice operazione di marketing editoriale – dell’articolo si è cominciato parlare già da tempo, non conoscendone i contenuti specifici, e sarà l’oggetto del suo prossimo libro– e proviamo a dimenticare anche le ombre lanciate su questa operazione intellettuale dagli interessi di mercato che legano Anderson, come direttore di Wired, al suo editore, Condé Nast, che sembra intenzionato a voler abbandonare la versione gratuita online del magazine a favore di una applicazione a pagamento – posizioni che Anderson pare avere sposato.

Conseguenze

Al di là di tutto questo e se abbandoniamo il gioco oppositivo tra modello di mobile computing stile iPhone vs. browser fondato sull’Html stile Google e se ci concentriamo sul mutamento comportamentale dei consumatori/utenti, che leggiamo in contro luce nella fruizione della rete attraverso applicazioni in mobilità, forse Anderson ci racconta qualcosa di più interessante circa la cultura della rete e le conseguenze dell’internet di massa:

It’s the world that consumers are increasingly choosing, not because they’re rejecting the idea of the Web but because these dedicated platforms often just work better or fit better into their lives (the screen comes to them, they don’t have to go to the screen).

I consumatori non devono andare allo schermo, è lo schermo che viene a loro. Come dire: si tratta di una modalità di fruizione che è capace di sincronizzarsi meglio con le vite degli utenti, è capace di rispondere con istantaneità alle necessità di vivere contemporaneamente la localizzazione e la delocalizzazione, l’immediatezza e la mediazione. Non ci sarebbe quindi un rifiuto del web, ma semplicemente una modalità di “abitare” la Rete che è più consona alla crescita esponenziale di partecipanti alla comunicazione mediata online che ha ampliato la tipologia di utente passando dalle élite alle masse. Qui si tratta di pensare alla capacità che molti applicazioni hanno di supportare con facilità e istantaneità le nostre vite in mobilità, consentendo di renderle immediatamente rispecchiate con le nostre presenze online. Penso a come la “normalizzazione di massa” di Facebook ha cambiato le cose e come le relazioni sociali georeferenziate si svilupperanno in futuro.

Dal punto di vista bio-cognitivo, poi, “incorniciare” le nostre vite attraverso lo schermo di un pc o quello di un telefonino è differente – andrebbe ripreso in mano il libro di De Kerckhove Brainframes. I media, in quanto tecnologie basate sul linguaggio, sono in grado di influenzare l’organizzazione cognitiva sia sul piano neuronale che su quello psicologico agendo a livello del profondo, modificandoci strutturalmente. Non si tratta quindi semplicemente di diverse visioni del mondo suggerite dall’uso dei media, ma di veri e propri cambiamenti evolutivi nel modo di organizzare i nostri pensieri che passano attraverso un modellamento degli emisferi cerebrali da parte delle tecnologie di comunicazione. Osservare quindi la logica evolutiva dei modi di fruizione della rete e delle loro forme ha a che fare con un mutamento antropologico più profondo.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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2 commenti

  1. Social Sharing – August 20th : Catepol 3.0

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  2. [...] Ho letto un approfondimento davvero interessante che ti consiglio: http://www.apogeonline.com/webzine/2010/08/20/il-web-non-muore-ma-noi-stiamo-cambiando [...]

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