Mutazioni digitali

Il network del dolore privato in scena pubblica

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06

lug

2010

L’ultima frontiera delle reti sociali è la morte, il più complicato e il più delicato dei fatti sociali intorno al quale costruire relazioni

Abbiamo imparato a vivere nel continuum tra pubblico e privato secondo percorsi continuamente ri-mediati dagli spazi mediali in cui abitiamo. È così che la forma del “privato in pubblico” ha assunto spessori nuovi e diversi nella relazione che intratteniamo con gli altri e con il mondo in un’epoca in cui affidiamo ai siti di social network parte delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti: l’amore come il dolore. E non si tratta, sia chiaro, solo di stravaganti forme del mettere in mostra le nostre emozioni o cibarci di voyeurismo mediatico: troppo facile come spiegazione, troppo consolatoria. La normalità da una parte e le stramberie dall’altra: in Rete, cioè. In realtà l’accrescimento delle nostre vite negli spazi mediati di rete stressa le forme di negoziazione degli ambiti “pubblico” e “privato”, le tratta come realtà non dicotomiche ma, piuttosto, caratterizzate dalle forme di integrità contestuale degli utenti che la definiscono nel loro agire. Lo abbiamo visto anche parlando dei contenuti prodotti su Twitter.

Il dolore come notizia

Prendiamo il dolore. Per un personaggio pubblico il dolore privato diventa una tipica news che i media tradizionali possono trattare secondo logiche e linguaggi dello spettacolo. Ci può anche essere negazione, tentativo di celare, di mantenere intimo e privato, ma gli occhi indagatori dei media sono pronti a procacciare e rubare immagini e la loro voce a dare forma al dolore attraverso interviste dirette (al personaggio pubblico) o indirette (a qualcuno che lo conosce). Fino a celebrarlo medialmente, con le liturgie pubbliche, le grandi cerimonie mediali. Ricordate il funerale di Lady Diana? O quello che è accaduto attorno alla morte di Michael Jackson?

Ma il dolore privato di un personaggio pubblico all’epoca dei social network può diventare un momento di rapporto diretto con il proprio pubblico, che per definizione è indistinto e anonimo, come per i media di massa, ma che in alcuni momenti catalizzatori della comunicazione si fa presente nella interconessione, magari sul proprio profilo Facebook. Lo abbiamo visto con il messaggio straziante di Niccolò Fabi sulla sua pagina:

amici…..vi sto per scrivere quello che non avrei mai voluto scrivere………questa notte una sepsi meningococcica fulminante ha portato via nostra figlia Olivia, Lulùbella per chi l’ha conosciuta e amata, il dolore devastante che mi attanaglia la gola è la conseguenza dell’esperienza più …inaccetabile orrida ingiusta e innaturale che un essere umano può vivere.

Gli status update precedenti sono solo un elenco di informazioni in terza persona su date di concerti, apparizioni in televisione: puro ufficio stampa su Facebook. Poi il dolore, quello che porta a passare alla prima persona, a lasciare le proprie parole, a parlare con la propria voce non con quella degli altri. Seguono quasi 8.000 commenti. Fan, madri e padri, qualcuno che condivide una perdita simile. Il dolore diventa così principalmente un momento di condivisione e un’occasione di riflessività, di confronto di esperienze in pubblico. Il resto è materiale da news da parte dei media generalisti, ripresa da moltissimi, anche se la notizia a questo punto non è la morte in sé della piccola Olivia (confidenzialmente chiamata da quotidiani e telegiornali Lulùbella) ma il suo modo di essere comunicata e condivisa in pubblico e la conseguente reazione del pubblico.

Social networking funerario

Oppure pensiamo al dolore più anonimo, quello privato, di qualcuno che non è pubblico nell’accezione dello star system mediale, ma che oggi vive pubblicamente la propria morte così come ha vissuto la propria vita. È questo il senso del social network Funeras:

I defunti , che riposano nel cimitero virtuale, hanno uno spazio riservato alla loro memoria dove parenti,amici e conoscenti condividono il dolore con condoglianze, dediche, messaggi commemorativi, foto e video. I familiari inoltre possono ringraziare per la partecipazione al lutto e comunicare la data del trigesimo e anniversario in memoria della scomparsa dei loro cari.

Il sito funziona come un social network degli estinti in cui parenti ed amici condividono cordoglio per la perdita, la diffondono e la celebrano attraverso le ricorrenze: avete presente quei servizi che vi informano sui compleanni degli amici connessi con voi? Immaginatelo sul trigesimo e sull’anniversario di morte.

Il profilo è dato dalla voce “necrologio” che contiene diverse informazioni sul “caro estinto” (date e luoghi di nascita e morte, stato civile ecc.) e le coordinate narrative del necrologio: «Ne danno il triste annuncio la moglie XXX, i figli YYY con ZZZ e l’ adorato nipote WWWW, la suocera MMMM e parenti tutti». Qui è possibile per chi legge postare delle condoglianze o scrivere una propria dedica, oppure segnalare il necrologio “forwardandolo” via mail, oppure, secondo la logica del friend of a friend, seguire i risultati del bottone “potresti aver conosciuto”: se conosci “questo” defunto potresti conoscere quest’altro. Segue il menu con dettagli sul “funerale” e  la voce “lapide” in cui, tra fiori disegnati, compare una lapide – sempre disegnata – con avatar del caro estinto reale o metaforico (spesso fiori, icone religiose ecc.).  C’è anche una parte pubblicitaria di contorno, come in ogni sito di social network che si rispetti, e che ha natura tematica: pubblicità di imprese funebri e voci di imprese funebri e marmisti da ricercare nella propria regione. D’altra parte i profili vengono caricati proprio dalle imprese che si occupano di gestire l’evento luttuoso. Ma i contenuti vengono ampliati ed espansi da parenti, amici e conoscenti.

Per ora in Italia siamo agli inizi di un fenomeno che in Europa è esploso con il tedesco emorial.de e che negli Stati Uniti ha molte forme di messa in narrazione della morte, come Last Message Club, che, come scrive un testimonial «is ideal for those things you need to say to people but fear you will never find the right time». La narrazione pubblica del dolore diventa così un momento che va oltre il puro atto di comunicazione: il dolore diventa un’occasione di messa in connessione, una piattaforma relazionale che esplicita una rete sociale fatta di testimonianze testuali e iconiche che si legano le une alle altre secondo la logica degli user generated content. Si aprono nuove occasione di rielaborazione del lutto, ad esempio, che contemplano un modo di racconto del dolore privato in chiave pubblica e collettiva.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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