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Mutazioni digitali

Lost, la fiction come cerimonia mediale

di

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26

mag

2010

L’ultima puntata della popolarissima serie americana è stata vissuta con una partecipazione inedita in tutto il mondo. Un evento che ci racconta qualcosa dei media, ma anche – soprattutto – dei pubblici interconnessi

La puntata finale di Lost ha rappresentato un evento mediale e, allo stesso tempo, una cerimonia mediale a tutti gli effetti. Si tratta di una serie che in sei stagioni ha innovato la forma della narrazione della fiction televisiva attraverso la complessità della trama e la coralità del racconto e ha accompagnato la trasformazione del marketing  televisivo nella direzione di un coinvolgimento attivo del pubblico in una direzione multipiattaforma. Per fare qualche esempio si va da The Lost Experience, un alternate reality game, che ha coinvolto i fan (i losties), espandendo la narrazione tra la seconda e la terza stagione e funzionando da traino, ai mobisodes, episodi di approfondimento inediti di pochi minuti disponibili online, che hanno accompagnato il pubblico tra la terza e la quarta stagione. Per non parlare poi di tutte le forme di produzione “dal basso”: dalla fan fiction a Lostpedia, l’enciclopedia collaborativa sulla serie che ha accompagnato gli appassionati nelle pieghe della trama e delle vicende dei personaggi. La doppia puntata finale non poteva dunque non essere pensata come un evento mediale.

Un pezzo di vita mediale

Come ha scritto Aldo Grasso sul Corriere, «per la prima volta nella storia della tv andrà in onda come “media event” non una competizione sportiva, non una guerra ma una fiction televisiva […] Per anni, gli eventi mediali, le grandi cerimonie dei media capaci di aggregare un pubblico globale riunito intorno alla visione del piccolo schermo, hanno riguardato fatti “reali”: l’allunaggio, i funerali di Diana, persino il più tragico di tutti, l’attentato in diretta alle Torri Gemelle. Con la messa in onda dell’ultimo episodio di “Lost”, stiamo per assistere invece a un “media event” che ha per oggetto una fiction». Così era inevitabile che anche in Italia potessimo vederlo in contemporanea agli Stati Uniti su web e canali televisivi (Fox e Iptv di Telecom Italia). Ormai la sincronizzazione sulle serie tv si è sviluppata lungo percorsi che provano di evitare la circolazione su canali di peer-to-peer attraverso cui gli appassionati si scaricano le proprie serie preferite a poche ore dalla messa in onda originale, magari sottotitolate in pochissimo tempo da fansubber che lavorano quasi in presa diretta coordinandosi via web.

Quello che però Aldo Grasso non sottolinea a sufficienza è come dietro la capacità aggregativa delle audience di un evento televisivo di intrattenimento come questo oggi troviamo la forza dei pubblici connessi. Di quelle centinaia di migliaia di persone che hanno visto Lost con un pc sulle gambe commentando in diretta con altri (la stessa ABC aveva predisposto una fan chat per stimolare la fruizione collettiva connessa) o postando contenuti nelle ore successive. Lì si è consumata la vera e propria cerimonia mediale collettiva. Basta dire che per molte ore #lostfinale è stato l’hastag più popolare  su Twitter, dove i post si susseguivano con una straordinaria velocità, in particolare dopo la chiusura dell’ultima puntata, per commentare il finale. E i commenti si alternano tra toni sbigottiti («Pretty disappointed with the last ever Lost episode. Sentimental nonsense.»,  «Cuatro la ha cagado con el #lostfinale») rimandi ironici («The final message of Lost: dogs are awesome», «ABC offer a services to help Lost fans kill themselves after today’s finale. Obama: ‘this is irresponsible, but helpful.») e persone entusiaste e amareggiate («#lostfinale was EPIC, SICK, AMAZING and ahhh I’m gonna miss it so much!!»), come quando un pezzo di vita (televisiva) se ne va.

Ogni finale avrebbe diviso

Su un forum di Lost Italia si trovano moltissime testimonianze della complessa relazione tra evento e cerimonia mediale:

Per quanto io faccia parte della schiera degli stra-stra-delusi, un incredibile stato di malinconia mi sta avvolgendo. Sto sul sito ufficiale e mi sto vedendo tutti gli spezzoni che hanno inserito, comprese tutte le pubblicità e gli slapdown. Mi sembra di vivere la notte prima della partenza  del primo shuttle o della finale Italia-Germania (una delle tante).  C’è poco da fare, l’abbiamo amata e rimarrà sottopelle per tanto, troppo tempo. Tento di vivere nel modo meno razionale possibile queste ore, perché se lo facessi questa piacevole dolce-amara sensazione scomparirebbe. Razionalmente sarei costretto a ripensare alle ultime stagioni e alla loro bassissima qualità. E alla certezza che non ci saranno grandi soddisfazioni finali. (Unlocke)

Comunque, al di là dei giudizi sul finale, ho avuto le lacrime per metà puntata, quindi secondo me, è un gran finale. Comunque… al di là della credibilità/bellezza della storia, mi ha emozionato dentro. Soprattutto l’ALT Reality in cui tutti si ritrovano.Mi sembra che l’AR sia… il modo per “andare oltre”, e anche il modo per dire “grazie” a Jack! Ho pianto a dirotto porca vacca! (gaaz453)

Gli spoiler

Il pubblico di Lost, sparso in Rete, ha cercato anche di difendere il diritto alla visione del finale dalla tracimazione di commenti che suonano come anticipazioni, veri e propri spoiler: «Please be respectful, some wont see it until later. Start posts with #SPOILER if you must tweet!». Ora, consideriamo che lo spoiling è una vera e propria pratica sociale dei fan, un’attività di appropriazione, di produzione dal basso di significato, di messa in condivisione di senso. E in quanto tale viene difesa come diritto e soggetta a una policy precisa che porta gli appassionati ad avvertire, con rispetto, gli altri che le cose che si stanno per leggere contengono anticipazioni, così che spesso troviamo un messaggio di allerta che anticipa. Come ha fatto Gianluca Neri con il suo liveblogging su FriendFeed: «Il liveblogging sull’ultima puntata di Lost, qui. *SPOILER ALERT*, anche se cercherò di andarci con i piedi di piombo, con gli spoiler».

In contrapposizione a questa pratica abbiamo trovato nei minuti successivi alla messa in onda un uso dello spoling da parte di quei produttori di contenuti online di carattere più mainstream che ne hanno fatto un mezzo di anticipazione, di svelamento, utile ad accaparrarsi lettori generici. Come il Post, che ha spoilerato usando un tono ironico e dissacrante, strizzando direttamente l’occhio a chi vede Lost con un certo cinismo da spettatore che non si fa disperdere nelle trame contorte tra salti temporali e realtà alternative. Ma alla fine, si dice, è solo intrattenimento. Infatti qualcuno su FriedFeed commenta: «Se fossimo capaci di mobilitarci in massa per qualcosa di socialmente utile come state facendo tutti con Lost stamattina…ci sarebbe speranza».

Eppure le logiche aggregative, di condivisione, di capacità cooperativa e produttiva messe in gioco dietro le forme emotive e di intrattenimento di un programma come questo sono comunque presenti nelle potenzialità dei pubblici connessi e possono essere messe a fuoco anche in una realtà di cittadini connessi. Talvolta capita. Ci piacerebbe fosse più spesso.




Giovanni Boccia Artieri è professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino "Carlo Bo", dove insegna Sociologia dei new media e Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali. Dirige il corso di laurea in Scienze della Comunicazione e un dottorato in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo. Si occupa delle culture pop della Rete e delle mutazioni digitali prestando particolare attenzione ai social media e ai mondi online.

In Rete: mediamondo.wordpress.com

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6 commenti

  1. Pierangelo Garzia

    E’ terminato Lost. In tv, ma non nella mente di chi l’ha seguito e ci si è appassionato. E’ il momento di fare qualche considerazione anche di carattere psico-sociale. Anche perché è prevedibile che verrà ancora studiato a lungo, discusso e, in alcuni casi, venerato.

    Non per introdurre, anche in questo caso, tesi da complottologo. Ma riflettiamoci un attimo: si è discusso e analizzato all’infinito su tutti i possibili collegamenti trasversali di Lost. Su ogni possibile rimando culturale, artistico, esoterico, persino quantistico. Ma non sul perché e come Lost abbia catturato la psiche di milioni di persone, conducendole in un reame di cui la nostra psiche è eternamente ghiotta: il senso del mistero. L’approcciarsi ai grandi enigmi (o ai grandi archetipi) della nostra esistenza con la speranza (nel caso di Lost l’illusione) di venire a capo di qualcosa.

    Ora possiamo suggerirlo: al di là del serial tv di successo, si è pure trattato di un esperimento, riuscitissimo, di ipnosi collettiva. Sulla psiche di milioni e milioni di persone in tutto il mondo.

    Non possiamo certo affermare che si sia trattato di un deliberato esperimento di ipnosi collettiva. Non ne abbiamo la prova. Ma chi ha strutturato (e destrutturato progressivamente) la narrazione è molto addentro le tematiche relative la possibilità di manipolare gli stati di coscienza.

    Disseminare una apparente storia di simboli e misteri universali. Alludere a questioni da sempre irrisolte della nostra esistenza, come destino e libero arbitrio. Aprire interrogativi sulla realtà di tempo, spazio, vita e morte. Lasciare interdetti riguardo tutta una serie di incongruenze. Procedere per tentativi ed errori nell’aggiungere alla narrazione personaggi ed elementi inquietanti, ambigui, contraddittori. Fino a che lo spettatore non decida di abbandonare la storia o, viceversa, tentare di rintracciare possibili spiegazioni (in realtà, pseudointerpretazioni).

    Ma, in definitiva, sospendere il giudizio. E coloro che hanno deciso di farsi ipnotizzare da Lost, rispetto a quelli che hanno mollato la presa, sono in numero eccezionalmente superiore. Proprio come avviene nell’ipnosi uno a uno, o uno a gruppo: una percentuale (maggiore) è inducibile all’ipnosi e alla suggestione, una percentuale (minore), no.

    Tale suggestione, o se preferite ipnosi di massa, si regge su alcuni fenomeni ben noti tra chi studia le modalità di manipolazione degli stati di coscienza: la dissonanza cognitiva (indotta appunto con suggestioni contraddittorie e assurde) e la flessibilità cognitiva (se sei disposto ad accettare l’assurdo di A, accetterai pure quello di B, C, ecc.). Se non bastasse, aggiungete l’impiego a piene mani di messaggi subliminali per dirottare la coscienza da uno stato vigile ad uno onirosimile.

    E in Lost ve ne sono a iosa di immagini subliminali. Immagini e sequenze incongruenti col contesto, che appaiono improvvisamente e svaniscono altrettanto rapidamente. Hanno la funzione di insinuare dubbi, interrogativi, catturando l’attenzione e conducendola per mano, come un bambino. Dove si vuole.

    Nel momento in cui la mente dello spettatore abituale di Lost sospende il giudizio, lasciandosi suggestionare da una “storia” sempre più assurda e inverosimile, entra in uno stato modificato di coscienza. Che genera una dipendenza “discreta”, ma pur sempre una dipendenza.

    Non a caso si è parlato a lungo di “lostdipendenza” e “lostesperienza”. E molti fan si stanno chiedendo: “Ora che è terminato Lost come farò? Cosa farò?”. Non è difficile immaginare che i gruppi di fan di Lost si organizzeranno ancor più non solo in forum e blog, ma pure in club di incontro (o venerazione) per vedere, rivedere e commentare all’infinito i misteri di Lost.

    Lost inizia e finisce con l’immagine di un occhio. Chissà perché.

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