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Bit e memoria

L’insostenibile leggerezza del digitale

di Livio Milanesio

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26

apr

2010

Alla prima generazione che ha lavorato nella comunicazione digitale stanno spuntando i primi capelli bianchi e ci si comincia a fare domande esistenziali

Quando, a seguito dell’avanzata americana in Sicilia, il fotografo Robert Capa poté assistere ai disastri della guerra nella piccola roccaforte di Troina ebbe un rimorso di coscienza professionale. «Non aveva molto senso questo combattere, morire, scattare fotografie». Neanche la conferma del tanto desiderato incarico per la prestigiosa rivista Life era riuscito a mitigare la sua tristezza. «Avevo sperato e pregato di ricevere questa notizia per lungo tempo. Ma ora che era arrivata non ero felice». Era il 1943, l’alba del giornalismo-spettacolo, delle immagini pubblicate a poche ore dagli eventi, che avrebbe portato la guerra in diretta, dal Vietnam al Medio Oriente, dal Golfo all’Afghanistan. All’alba di quel mondo (che poi è “questo”) il più grande fotoreporter dell’epoca si pone delle domande alle quali non sa opporre che una amara perplessità. Chi ci faccio io qui, con la macchina fotografica in mano?

Depressi

Mai come di questi tempi sento i miei colleghi del mondo digitale ripetere domande e affermazioni del tipo: “sono stanco di questo lavoro”, “per quale ragione ci agitiamo tanto se poi quelli  non capiscono?” (quelli sono alternativamente i clienti e gli utenti). In genere queste affermazioni sono il prologo di un discorso più ampio che va a parare sul significato della vita. Insomma, che mestiere è il nostro? Mica siamo medici che salviamo la vita o ingegneri che costruiamo ponti. Perché lo prendiamo tanto a cuore se dai nostri mouse non dipendono vite umane o i destini delle nazioni? Anche un apicultore o un idraulico hanno un posto ben definito in questo organigramma universale. Insomma , nel parcheggio dell’Arca, nessuno di noi avrebbe il coraggio di gridare. “Fatemi salire! Sono un mago del social networking e ho cinquecento follower su Twitter!”. A un muratore basterebbe sventolare la cazzuola per vedersi aprire le porte della salvezza.

C’è un bel po’ di rassegnazione nell’aria, come in un matrimonio che troppo ha lasciato ai meccanismi quotidiani e che ha perso colore e sapore. Ma questa sfiducia non è  soltanto legata alla futilità di quello che stiamo facendo. È frutto di una ben più egoistica  consapevolezza: noi digitali non stiamo lasciando un segno. Una latente consapevolezza nel fatto che quello che si sta facendo con tanta fatica e abnegazione creativa e manageriale vada a finire in un prematuro dimenticatoio ci perseguita. Persino quelli che hanno cominciato dal basso, che hanno affrontato e vinto la scalata verso clienti sempre più grandi e prestigiosi non sono riusciti, tuttavia, a  scrollarsi di dosso la sensazione di indifferenza.

Il fatto è che quelli che fanno il mestiere della comunicazione e in particolare quelli che sgambettano nel brodo digitale vivono una contraddizione. Da una parte sono figli e nipoti di una storia di eternazione: i nostri progenitori cronisti, ritrattisti, pubblicisti e persino architetti e scultori di monumenti hanno lavorato per glorificare, diffondere, ricordare e in qualche caso eternare le glorie del proprio committente. Lo hanno fatto influenzando, piegando, riurbanizzando il mondo contemporaneo a immagine e somiglianza. Hanno aiutato i grandi (e anche i medi e a volte i piccoli) della terra a lasciare un segno più o meno duraturo. In alcuni casi l’opera eternante ha avuto benefici più sull’autore che sul soggetto. Desiderio segreto di ogni creativo. È successo con Nicholas Lanier gentiluomo dimenticato a favore del suo ben più noto ritrattista Antoon Van Dyck. O il principe Balthasaar Carlos e il pittore Velasquez.

Memoria collettiva

Quei volti, le storie, i monumenti funebri, persistono nella memoria collettiva. E qui sta il secondo termine della contraddizione. Noi digitali lavoriamo su un terreno che non è per nulla durevole e alla memoria collettiva non  rimane granché da ricordare. Il mondo virtuale è evanescente e non lascia segni tangibili e come tale questi segni danno l’impressione di essere facilmente eludibili. Di fronte a degli obbrobii monumentali o al cenacolo di Leonardo che perde lucentezza non sembra poter essere scampo dal prendere posizione. Mentre ciò che accade nel mondo digitale è sempre un po’ più traballante, passeggero. Basta aspettare un po’, far finta di niente  e tutto passa. E scompare. Per questa ragione quasi nessuno si  preoccupa del decadimento e della scomparsa delle realizzazioni digitali. E come creativi e strateghi occidentali questo è frustrante. Non è nostra la cultura che, come quella tibetana, disegna nella sabbia per poi subito distruggere e dimenticare. Noi siamo gente del marmo, della stampa, delle torri d’acciaio e cemento armato. Restare con un pugno di mosche dopo un incauto reset è brutalmente frustrante.

Qualche tempo fa ci ha provato una costola di Amazon, Alexa a ricordare qualche cosa. Lo ha fatto con la Wayback Machine raccogliendo la memoria dei siti realizzati dalla fine degli anni novanta catturandone istantanee casuali. E così si può andare a vedere com’era il sito Apple il 15 luglio 1997o quello di BBC l’11 luglio 1998. Ma per lo più è come guardare l’album di quando avevamo scoperto la Polaroid e tediavamo la famiglia con ritratti men che casuali. Niente di cui andare particolarmente fieri. Manca l’essenza di quel che facciamo: l’interazione. Quella è andata perduta per sempre.

Dobbiamo convivere con la certezza che anche quando abbiamo la fortuna di tirar su un piccolo capolavoro di comunicazione, ci è negata la possibilità di potercene vantare con i posteri (o anche solo con quelli che conosceremo dopo qualche settimana). E così le mie figlie avranno un compagno di scuola figlio di architetto che potrà indicare un casermone pavesato di biancheria al sole e dire “quello l’ha fatto papà”, mentre loro, le mie eredi, tenteranno ancora una volta di spiegare con iperboli, metafore ed esempi che cosa ha fatto il papà negli ultimi quindici anni. Tutta roba fatta della sostanza dei sogni che si è sciolta per sempre nel cosmo.

Fare i conti

Ecco perché la prima generazione dei creativi digitali, quelli che hanno lottato contro l’indifferenza, la diffidenza e una tecnologia approssimativa cominciano a fare i conti con la propria esistenza. Non siamo più giovani scapestrati con magliette No Future. Sfoggiamo ciuffetti di capelli bianchi e ci troviamo a parlare di figli da portare a scuola. Qualcuno è già anche morto. Prematuramente, certo. Ma intanto… E così, scrivendo questo articolo di fronte alla porta di una sala parto in attesa di conoscere due nuove bambine corredate con un metà dei miei geni, mi viene da pensare che con sto benedetto lavoro non sto lasciano nulla di biecamente concreto di cui andare fiero. E comincio a capire gli sfiduciati. E persino quelli che insistono a convincermi che stiamo lavorando dentro un premio Nobel, Internet. Così, tanto per poter dire un giorno, a quelle ragazze, “sapete una volta papà ha vinto un premio, ma mica uno qualunque…”.

Robert Capa alla fine non ha risolto il suo dilemma e ha continuato a fare foto. Dopo Troina si è lanciato con i paracadutisti, ha partecipato allo sbarco a Salerno e si è infilato nella prima ondata dell’assalto al Omaha Beach, Normandia, durante il D-Day. Ha continuato così a scattare foto pensando che forse quel che facciamo è più leggero della realtà, più inconsistente di tanta materia ma che forse un po’ di senso ce l’ha. E mi piace pensare che se Robert Capa non fosse stato ucciso da una mina in Indocina avrebbe continuato a rischiare la sua vita per scattare fotografie. Perciò anche noi, gente digitale, possiamo continuare ad alzarci la mattina a pensare a qualche altra diavoleria che vivrà lo spazio di un mattino e verrà dimenticata senza lasciar tracce. Qualcosa, a qualche parte sono sicuro resterà comunque.




Livio Milanesio ha passato i suoi primi quarant'anni tra teatro, cinema d'animazione e digital design. Art director presso Domino, si occupa di web, unusual marketing e scrittura. Collabora con Nova24, il supplemento tecnologico de Il Sole 24 Ore, e con diverse altre riviste e pubblicazioni. Insegna all'Istituto Europeo di Design e alla scuola Holden di tecniche della narrazione

In Rete: lastoriadellestorie.blogspot.com

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13 commenti

  1. Alessio Sperlinga

    Diciamo che abbiamo partecipato…pero’ la nostra data di scadenza si sta avvicinando
    ;-)

  2. Andrea Chiabotto

    ho letto con molta attenzione…e non sono d’accordo.

    è vero che tutti ricorderanno juvarra o bernini per le loro opere.
    loro però lavoravano su marmo e mattoni,alla creazione di una singola opera che poteva una volta posta l’ultima pietra, considerarsi conclusa, con qualche speranza eterna.

    i digitali manipolano codici e bites.
    non gli viene data importanza presso il grande pubblico, vengono visti ancora come smanettoni notturni e quando lavorano o studiano per diventarlo il massimo della serietà loro concessa è che stiano giocando col computer.

    i digitali però lavorano a un mondo…non a un opera.
    un non luogo in cui sia possibile reperire tutte le informazioni ,dalla ricetta di una medicina,a un testo in latino all’ultima notizia di politica neozelandese.
    il tutto gratis.
    questo, lo si è già visto, sta cambiando a un ritmo sempre + veloce,con connessione sempre maggiore fa pubblico e privato,web e vita reale.

    il web è un arma di costruzione di massa, un enorme golem benevolo che ci sta rendendo e renderà la vita infitamente più semplice.

    e per questo bisogna ringraziare voi…i pionieri,come ti definisci.
    voi lo avete fatto crescere, da net scape in avanti.
    solo adesso è possibile sentire voci di dissidenti cubani come yoani sanchez o degli universitari iraniani che twittano contro il regime.
    poco è il tempo che ci separerà da accendere facebook per sapere che è successo nel mondo piuttosto che non il tg1.

    per questo non sembra nulla di concreto.noi digitali siamo costruendo il futuro…

  3. [...] Info: Apogeo Online [...]

  4. Fabiano Avancini

    Bella questa riflessione, stimolante, merita perchè è divertente confrontarsi dopo aver “visto cose”. Perchè noi ne abbiamo viste di cose, e anche fatte magari: pezzi di storia di un prodotto. I bastioni di Orione.
    Il prodotto che è un contenitore, i cui contenuti si sono via via mescolati modificando la cromia del tutto in funzione della quantità di colore.
    Intendo: Capa nella sua professione era un antesignano, come tutti gli antesignani si è trovato a cavalcare una tigre, con tutti gli strumenti allora messi a disposizione da un sistema economico/produttivo/sociale, in guerra.
    Come tutti gli antesignani non hanno il diritto di sapere se la palla di neve che stanno lanciando diventerà una valanga. Si è formata la nostra cultura, nella società successiva a quella che aveva appena conosciuto la Propaganda (Stalin, Hitler e c. erano tra i precursori della comunicazione di massa, Goebbles un piccolo Murdoch?) ed è quindi nato dalla spinta etica dei Capa un prodotto: l’infoteinement. Ora il digitale sta portando i testimoni diretti degli eventi a produrre infoteinement. E tutto è commercializzato in funzione dell’ “ombra digitale”, che a scanso di equivoci è quanto di meno “evanescente” esista.
    I video che ti consiglia Youtube vengono da Virage (ex datalade Excalibur su Informix, parlo del 2000) e dalle tue preferenze di navigazione, non c’è nulla lasciato al caso. Ci proteggiamo da secoli dall’aleatorietà della vita e dal caso, giustamente. Dobbiamo però ricordare che i sogni sono il combustibile per tutto.
    L’energia vitale che abbiamo messo tutti nel creare i presupposti perché l’intelligenza venisse “condivisa” (e non restasse in mano a pochi avidi soloni) deve essere difesa. Ci accorgiamo ora, dall’eco che sta avendo la nostra cassa di risonanza mediatica, di quello che è stato fatto dagli antesignani, permettendo a chi vive una diversa democrazia (o dittatura, che dir si voglia) di esprimere il suo malessere. Dobbiamo però stare attenti all’effetto valanga dell’emersione ed esibizione del tutto. La soglia di attenzione si è elevata. Come per il cinismo che è l’abitudine ad uno stimolo negativo. Il colore del contenuto sta diventando troppo uniforme forse, ci vogliono nuovi colori.
    Alla fine comunque Capa si è risposto che lo faceva per noi, gliene siamo grati. Noi dobbiamo ora difendere l’indipendenza (e non libertà, che è chimera) che possiamo offrire alle ombre digitali delle due piccole neonate.
    L’iperbole inconsistente di cui parli si chiama “intelligenza condivisa” ed ha un enorme potere, quello di creare la realtà: presente e futura.
    Non smettiamo mai di sognare un mondo migliore.
    E congratulazioni! :)

    f.

    P.s. Io continuo a fare il fotografo.

  5. marco cavicchioli

    il problema è a monte, ovvero la convinzione errata che il mondo digitale avrebbe potuto annientare il mercato. invece, ovviamente, il mercato è ancora più forte di prima, in parte anche proprio grazie al digitale. chiunque continui ad ostinarsi a non voler essere parte integrante di queste nuovo mercato non può che essere depresso. ma chi, invece, non ha paura di esso (e di sguazzarci dentro come un normale e comune operatore) è felice. molto felice.

  6. delia

    siamo la generazione del “né carne né pesce”
    I nostri genitori non capiranno mai che lavoro facciamo, nonostante le mille semplificazioni, spiegazioni, schemini e nonostante anche loro abbiano imparato a smanettare un pò pc, iPhone e

    facebook…
    I nostri amici faranno finta di apprezzare, rispettare il nostro mestiere, senza in realtà aver capito come diavolo facciamo a guadagnare uno stipendio giocando tutto il giorno col computer…
    I nostri figli non comprederanno mai “la materialità” del nostro pensare il futuro digitale…
    Siamo la generazione di passaggio, che non lascerà monumenti, ma qualcosa di più sottile ma basilare, i valori e le linee guida del futuro delle due bambine ormai arrivate:
    determinazione, perseveranza, credere in un progetto, passione, interesse, immaginazione, possibilità, confronto, collaborazione, …
    Non si tratta sempre delle solite pippe, perché sappiamo benissimo noi che ci lavoriamo, che sono la condizione perché il digitale esista nellla sua essenza e sappiamo bene che per “vivere dentro” questi valori (come tutti i valori d’altronde) non è sufficiente leggerli su un buon manuale di comunicazione e marketing, ma serve averli vissuti.

  7. Fabiano Avancini

    Si, ma che due maroni (son Veneto, scusate il botto). Annientare un bel paio di maroni, come sopra. Non dimentichiamo che la realtà è solida. E pensare che il mondo digitale possa annientare il mercato (come lo descriviamo? In due parole?Ci vediamo al bar?) mi pare già di suo un’idea balzana. Il mercato è fatto dalla signora Pina (o nella fattispecie: mia mamma) e sinceramente è quanto di più lontano possa esistere dalle seghe mentali che uno si possa fare pensando i suoi bisogni. Davvero: è più fuori di quanto si possa pensare.
    Maslow qui si deve dare all’ippica. Pochi cookies alla vecchia, mi spiace.
    La felicità parossistica e triste di Marco, derivante da frenesia copulativa, è frutto di un sistema drogato. Dalla barca non vedo i cookies, e neppure i flash che mi si propongono (anche la vecchia può solo che mangiarli, i biscotti).
    Essere fuori da un mercato per scelta da più possibilità di giudizio, e più attenzione, dovuta forse al minor uso di droghe digitali.
    Il mondo è fuori. E c’è il sole. Sono felice uguale.
    Delia, dimentichi che il telefonino che i nostri figli avranno in futuro è denso di intelligenza. L’intelligenza del prodotto è un derivato della nostra capacità di astrarre la realtà, ed è sempre più avanti delle generazioni che la creano.
    La materialità sarà data dai percorsi ergonomico/intelletttivi che proporremo loro. Determinazione, progetto, perseveranza, credo, passione, interesse collaborazione, immaginazione, possibilità, confrotno etc. mi sembrano più frasi da corso di pnl di una setta scentista, che concetti legati alla realtà che tutti noi stiamo vivendo. Capisco il training autogeno e quant’altro possa produrre risultati efficaci, in termini economici, principalmente, ma pensiamo per cortesia al tipo di intelligenza che andiamo a materializzare nelle mani dei figli futuri.
    E ancora congratulazioni! per le bimbe! :)

    f.

    P.s. Esempio:

    http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_09/videogioco-simula-stupro_386ce33a-15a6-11df-82f4-00144f02aabe.shtml

    http://www.youtube.com/watch?v=e4nZq98caPM

  8. L’insostenibile leggerezza del digitale | hitechcitta.com

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  9. Arianna Bernardini

    A parte il fatto che non concordo completamente con questa visione, e appena avrò tempo (presumibilmente verso sera) darò le motivazioni, la prima cosa che in assoluto mi ha colpita è: stanno per nascere due gemelle (“E così, scrivendo questo articolo di fronte alla porta di una sala parto in attesa di conoscere due nuove bambine corredate con un metà dei miei geni [...]“); l’attesa, l’impazienza e l’agitazione dovrebbero essere alle stelle. Come si fa a scrivere, in un frangente simile, un articolo?!

  10. Livio

    x Arianna. Alla nascita della mia prima figlia ho potuto assistere, in questo caso no. Una lunga serie di emergenze (di altre mamme) ha posticipato la nascita in sala operatoria e l’attesa è stata piuttosto lunga. E per evitare di farmi consumare dalla tensione ho messo in pratica la tecnica che più riesce a rilassarmi. Scrivere. E là fuori non potevo che pensare al futuro, al lasciar tracce, all’eredità che sto costruendo per chi lascerò dopo di me.

  11. Arianna Bernardini

    @ Livio > Nella mia ingenuità, mi figuro ancora i futuri papà che, pur non potendo partecipare personalmente al momento del parto, creano solchi sul pavimento della sala d’attesa o che consumano pacchetti di sigarette appena fuori dalla struttura ospedaliera.
    L’insostenibile dolcezza della donna Web 2.0 tradizionalista. A più tardi con altri tipi di considerazioni (e auguri, ovviamente sinceri, per la nascita delle due pargolette :o).

  12. Arianna Bernardini e Pierluigi Emmulo

    Cosa resta dei prodotti della comunicazione basata sui media digitali una volta che il processo stesso della comunicazione termina? Intorno a questo interrogativo, Livio Milanesio dispone nel presente articolo una serie di incalzanti riflessioni, che culminano in una presa di coscienza amara e disillusa: «Noi digitali non stiamo lasciando un segno. Una latente consapevolezza nel fatto che quello che si sta facendo con tanta fatica e abnegazione creativa e manageriale vada a finire in un prematuro dimenticatoio ci perseguita».

    La motivazione addotta è che «ciò che accade nel mondo digitale è sempre un po’ più traballante, passeggero. Basta aspettare un po’, far finta di niente e tutto passa. Come creativi e strateghi occidentali questo è frustrante. (…) Noi siamo gente del marmo, della stampa, delle torri d’acciaio e cemento armato. Restare con un pugno di mosche dopo un incauto reset è brutalmente frustrante». Le conseguenze subite sono in qualche modo disarmanti: «Dobbiamo convivere con la certezza che anche quando abbiamo la fortuna di tirar su un piccolo capolavoro di comunicazione, ci è negata la possibilità di potercene vantare con i posteri. (…) E così le mie figlie avranno un compagno di scuola figlio di architetto che potrà indicare un casermone pavesato di biancheria al sole e dire ‘quello l’ha fatto papà’, mentre loro, le mie eredi, tenteranno ancora una volta di spiegare con iperboli, metafore ed esempi che cosa ha fatto il papà negli ultimi quindici anni».

    C’è una causa per tutto questo disciogliersi del sapere e del merito delle opere digitali, ossia «manca l’essenza di quel che facciamo: l’interazione». L’interazione, che genera l’opera e il risultato, sfugge e non si può contenere. La negoziazione del senso e l’adattamento delle competenze all’azione si perde alla consegna del risultato. E quest’ultimo, quasi sempre, è finalizzato a un utilizzo strumentale. Serve a fare vendere qualcosa, a informare di qualcos’altro, a convincere qualcuno o semplicemente a riempire un vuoto con qualche contenuto, in attesa che un altro riempimento arrivi e scalzi il precedente. Insomma, il prodotto dell’universo della comunicazione digitale, potremmo dire interpretando il pensiero di Milanesio, è sempre un prodotto di consumo. Che come tale è destinato a svanire senza lasciare traccia.

    Una visione pessimistica. In cui il particolare trionfa sull’universale. E in questo caso l’universale è il processo stesso della comunicazione, dei suoi strumenti e dei suoi prodotti. Il problema infatti è che, se è incontrovertibile che la comunicazione, per sua natura, è intangibile e al termine del processo in cui due o più persone si scambiano messaggi non resta nulla del processo stesso al di là del ricordo di chi lo ha vissuto, dall’altra parte l’inventore del processo stesso può essere ricordato. Due che parlano utilizzando un telefono non lasciano traccia di sé (se non nell’eventuale intercettazione che qualcuno può fare del loro dialogo), ma l’inventore dello strumento telefono è celebrato finché la storia dura. Si onora chi ha fornito lo strumento, non chi ne fa uso, insomma. Così come nell’universo digitale non si ricorda, per esempio, chi naviga sul web, ma chi ha messo il web in condizione di esistere, ossia, per esempio Tim Berners-Lee. Il mezzo è, in questo caso, l’opera. Un’opera che consiste nell’offrire a milioni di altre persone la possibilità stessa di fruirne e di utilizzarla. Un’opera senza contenuto, puro strumento, il cui contenuto è l’uso fattone dalle altre persone. Questo è il primo livello universale di permanenza.

    Poi ce n’è un secondo. Utilizzando questi strumenti e tecnologie digitali le persone possono creare qualcosa di unico e di assolutamente originale. Per esempio, film come “Avatar” o “Il Signore Degli Anelli”. Musica elettronica, come quella dei Massive Attack. O prendere spunto dalla tecnologia per creare contenuti letterari basati sull’immaginario tecnologico, come nei romanzi di Isaac Asimov o di Philip H. Dick. Insomma, la tecnologia diventa contenuto o strumento per la creazione di nuovi contenuti. Ovviamente, questi devono avere un valore riconosciuto e condiviso per essere ricordabili e celebrabili. Indipendentemente dal loro valore d’uso: anche una pubblicità può essere un’opera ricordabile, ma chiaramente deve avere dei requisiti che la pongano al di sopra del suo fine immediato, che è quello di fare vendere qualcosa.

    Anche in questo secondo caso l’artefice viene ricordato. Ma ovviamente deve avere creato qualcosa di veramente speciale. Altrimenti è solo uno dei tanti, nient’altro che un operatore della comunicazione creativa che si perde nel mare magnum di migliaia di altri operatori che svolgono la loro onesta professione senza fare nulla che meriti di essere distinto. Ma questo non è un problema dell’universo digitale. È un problema della società umana. È così anche tra gli architetti, il cui lavoro si risolve nel mettere insieme qualcosa che più concreto non è possibile pensare: mattoni, cemento, ferro e altri materiali a comporre un edificio. Ma solo pochi meritano di essere ricordati. Gli altri possono solo accontentarsi di indicare ai propri conoscenti che un certo palazzo, uguale ad altri mille palazzi, è stato progettato da loro, con idee che non differiscono da quelle di una pletora di altri architetti che hanno costruito tutti gli altri palazzi che lo circondano.

    La durevolezza e la materialità dell’opera non basta a consegnare alla memoria il suo artefice. È la sua pensabilità, l’idea originale e innovativa che sta a monte, a renderla unica e memorabile. Ossia la stessa qualità che permette a persone come James Cameron o Peter Jackson di rimanere immortali nella storia dell’arte cinematografica digitale e di relegare le animazioni grafiche della maggior parte dei creativi del pianeta in un comprensibile e legittimo dimenticatoio. Ovviamente, se si vuole mostrare alla propria figlia il frutto del proprio lavoro basterà salvare il file su un supporto abbastanza duraturo e farlo vedere sullo schermo di un computer premettendo “Questo l’ha fatto papà”. Dato che il valore e la comprensibilità di un’opera non dipendono dalla sua fisicità, ma dalla sua pensabilità, la figlia capirà benissimo di cosa si tratta e potrà comunque andarne fiera e magari mostrare alle amichette il video del padre con orgoglio.

    E l’interazione? Può essere salvata in qualche modo? Questo è il terzo livello universale. Ossia cosa genera l’opera, quali rapporti sociali producono il risultato finale. Anche l’artista più schivo e introverso produce l’opera grazie a una serie di condizionamenti e relazioni sociali, che rappresentano uno stimolo o un vincolo oppure scatenano un desiderio di rivalsa. Il complesso di relazioni e di interazioni sono il modo stesso di esistere dell’umanità. Sono quel continuum che rimane al di là di ogni realizzazione particolare in cui volta per volta si sostanzia. La singola interazione è uno strumento che porta alla realizzazione dell’opera. Ciò che si ricorda è quest’ultima, non le discussioni e le riflessioni che hanno portato a concepirla. Tutti questi aspetti, se restano, sono materia di archeologia del sapere e territorio di studiosi di nicchia, che dedicano il loro tempo a recuperare tracce della genesi del risultato creativo, spesso nella speranza di individuare le regole arcane e indecifrabili che, una volta ricomposte, permettano di rigenerare l’opera stessa o di comprenderne la sostanza. Ovviamente, però, per sua stessa natura l’opera compiuta ha un valore indipendente da qualsiasi percorso seguito per realizzarla: qualsiasi mistica dell’atto creativo, che può raccontare la costruzione dell’opera, di certo non può riconsegnare né l’opera né il suo senso.

    Dobbiamo rassegnarci alla nostra natura di esseri umani e accettare che le nostre interazioni, per loro stessa essenza, hanno un senso solo per chi le vive e nel momento stesso in cui vengono esperite. Possono essere rappresentate, raffigurate in un testo, ma allora sono qualcos’altro, non sono più interazioni vere, proprio perché sono immagini di persone e non più persone autentiche, con il loro flusso pulsante di azioni e comunicazioni interrelate. Le interazioni sono destinate a perdersi, sempre e comunque. Indipendentemente dal fatto che vengano realizzate in modo analogico o digitale.

    In sostanza, per chiudere, il problema non è la digitalità. Il digitale è solo uno strumento, un modo in cui gli esseri umani possono espandere le loro relazioni e la loro creatività. Tutti i limiti sono nella natura stessa dell’essere umano. E, mutatis mutandis, sono gli stessi limiti e problemi incontrati ogni volta che un atto aspiri ad essere creativo.

  13. [...] docente all’Istituto Europeo di Design e alla scuola Holden di tecniche della narrazione, dispone in un suo articolo (“L’insostenibile leggerezza del digitale”) una serie di incalzanti riflessioni, che culminano in una presa di coscienza amara e disillusa: [...]

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